L’uno “intellettualmente poligamo” e l’altro “dedito tutto a una cosa”. Borgese e Tozzi nei carteggi inediti

Author di Ilaria de Seta

E ti voglio bene come prima e più di prima,
e desidero di passare un paio d’ore con te.

G. A. Borgese (Parigi, 30-11-1916)

Il sodalizio

Borgese, nato nel 1882, e Tozzi, nato nel 1883, sono praticamente coetanei. Si incontrano a stento trentenni. Ma, mentre Tozzi vivrà solo trentasette anni, Borgese ne vivrà settanta. Dopo alcuni scambi epistolari, il primo incontro avviene a Cornigliano Ligure nel 1913. Borgese fa una lettera di presentazione a Tozzi per l’editore Quattrini. Cosa hanno in comune? Innanzitutto la città di residenza elettiva più o meno temporanea, Roma. Borgese vi si trasferisce nel 1910 da Torino con la cattedra di Letteratura tedesca e ci resta fino al 1917 (quando partirà per Milano); Tozzi ci arriva nel 1914, prendendo servizio alla Croce Rossa con il grado di caporale per l’entrata in guerra, e ci rimane fino alla morte. Il loro sodalizio si rafforza, con l’aggiunta di Pirandello, nel 1917.

In comune, dal punto di vista creativo, hanno che scrivono entrambi poesie, ma soprattutto sono tutti e due narratori e, cosa più importante, romanzieri. A quei tempi, Borgese, che si sta dedicando alle azioni diplomatiche, sta per pubblicare i suoi romanzi (nel 1921 Rubé; nel 1923, I vivi e i morti); Tozzi è nel pieno della sua stagione creativa e pubblica nel 1919 Con gli occhi chiusi, nel 1920 Tre croci. Inoltre Borgese ha già pubblicato le tre serie di La vita e il libro (1910-1911-1913) e Studi di Letterature Moderne (1915) e hanno entrambi fondato periodici letterari: Borgese nel 1903, a Firenze, «Hermes»; Tozzi nel 1913, a Siena, «La Torre».

Nel 1917, grazie a Borgese, Tozzi pubblica Bestie. C’è chi ha sostenuto che Borgese abbia influenzato negativamente Tozzi (Baldacci) e chi ritiene che Borgese abbia avuto un reale impatto nella redazione del finale di Con gli occhi chiusi (Luperini).

Se ci poniamo nel loro quadro temporale e guardiamo in avanti cento anni arrivando ad oggi, Tozzi è scrittore che sarà scoperto, Borgese è critico letterario che sarà dimenticato. Se invertiamo la prospettiva e guardiamo dal presente verso il passato, ovvero da oggi indietro di un secolo, vediamo una situazione ben diversa. Tra il 1918 e il 1920 Borgese era notissimo, è stato poi dimenticato; Tozzi era un giovane fragile e appartato, è oggi considerato uno dei più grandi autori del Novecento.

Il sodalizio di allora svolge funzioni diverse. Per Tozzi è fondamentale in vita: non era ancora noto, indigente e sofferente aveva bisogno di aiuto e Borgese gli tese la mano. Per Borgese costituisce un capitolo della sua vita multiforme, importante in quanto ne mette in luce il ruolo e valore di critico: resterà memorabile cosa scrive dei suoi sodali (e sarà a sua volta ammirato per l’onestà).

Ho già raccontato articolatamente altrove degli scritti di Borgese e Tozzi (e Pirandello) su Verga, lo scrittore modello della narrativa anti-frammento[1]. Notavo anche che utilizzano metafore architettoniche per differenziare la prosa narrativa di Verga dalla prosa frammento in voga. Verga è per Borgese «l’edificatore del vecchio tempo», mentre Tozzi è «uno dei primissimi edificatori nella nuova giornata letteraria d’Italia» – dalla dedica a Tozzi nella raccolta di saggi letterari Tempo di edificare. Tozzi, dal suo canto, aveva dedicato Il Podere (1921) «a G. A. Borgese».

Se ripercorriamo la produzione critica dell’uno sull’altro, vediamo che Tozzi scrive due articoli su Borgese[2], mentre Borgese scrive molto su Tozzi, articoli di giornale, saggi in volume e prefazioni alle opere postume[3]. Balza agli occhi che Borgese è un grafomane, un critico letterario molto inserito già a Firenze, poi a Roma. Aggiungerei anche che ha una personalità estroversa, nonché poi controversa, ed è di aiuto a Tozzi che, invece, è irregolare, problematico e chiuso in se stesso. Dunque, Tozzi è l’artista, Borgese il critico letterario.

Ma entriamo nel merito dei testi. Nel leggere quanto scrive Borgese su Tozzi emerge l’attenzione al modo in cui l’autore investigato userebbe la lingua e le parole:

Ogni rigo è uno scavo, ottenuto con una pressione infallibile nel duro terreno della realtà interna ed esterna. Se si pensa che questo lavoro di dissodamento è sempre lo stesso, identico nella tenacia e risoluto negli effetti, per duecentocinquanta pagine di racconto, in cui non un periodo, non un’immagine, non una battuta è floscia di pigrizia e consuetudine; se si pensa che tutto il libro è così muscoloso e sintetico, respirante ad ogni poro, invaso di luce esploratrice in ogni sguardo […] la parola, rovente e pura nel suo proprio significato, si abbruna in una severità di ferro battuto[4].

Vale la pena citare anche Tre croci, 16 marzo 1920: «scriveva come respirava, sebbene ogni sua parola fosse martellata dall’incudine rovente del coscienzioso stilista»[5]; «E senti un’identica religione d’arte in quella severità che sceglie soltanto il particolare indispensabile ed offre la parola necessaria purificata d’ogni detrito, senza appannatura né polvere, stesa – si direbbe, in bella calligrafia – accanto alle parole sue compagne necessarie»[6]. Borgese anche qui accosta Tozzi a Verga, e ne mette in evidenza le differenze: «A Verga rimase inferiore nell’arte di costruire; ma fu tanto diverso da lui, e tanto più ricco per la linfa lirica di cui ogni sua pagina, pur così dura, stillava, come una corteccia stilla di resina odorosa»[7]. Teniamo a mente le parole di Borgese, perché le usa anche nelle lettere indirizzate al suo sodale toscano.

Come ho notato altrove, nel testo sopramenzionato intitolato Tre croci Borgese ricorda l’arrivo di Tozzi a Roma. Il passo, scritto quando Tozzi è in fin di vita e precisamente il 16 marzo 1920, ricorda l’incipit di Rubè, il romanzo di Borgese, pubblicato nel 1921:

Borgese, Tre Croci, 1920Borgese, Rubé, 1921
Noi che assistemmo sette anni fa alla calata di Tozzi a Roma (veniva inurbato e sospettoso, come poi sempre restò, da una sua Siena tutta forza e niente leggiadria) ci eravamo abituati a vederlo caricaturalmente con una gran valigia zeppa di libri scritti ed inediti, oltre quelli non scritti che gli tumultuavano nel cervellaccio potente e gli facevano ressa alle pareti del cranio glabro decorato a modo suo da una mezza dozzina di riccioli arsicci[8].La vita di Filippo Rubè prima dei trent’anni non era stata apparentemente diversa da quella di tanti giovani provinciali che calano a Roma con una laurea in legge, un baule di legno e alcune lettere di presentazione a deputati e uomini d’affari[9].

Se un’assonanza c’è tra i due passi, deve essere stata inconsapevole; mi domando peraltro se la saggezza dell’amico del protagonista del romanzo, il filosofo psichiatra Federico Monti, un intellettuale corretto dalla scienza che sostiene (invano) le scelte dell’inetto Filippo Rubé, sia una trasfigurazione del quasi omonimo Federigo Tozzi, prematuramente scomparso il 21 marzo 1920.

Dagli epistolari inediti (Castagneto e Trieste)

Nell’archivio Tozzi di Castagneto (ATC), curato da Silvia Tozzi, abbiamo 18 missive di Borgese a Tozzi dall’11 luglio 1913 al 24 febbraio 1920, punteggiate dallo scambio di pareri sulla produzione dell’uno e dell’altro[10]. Vorrei qui sottolineare, attraverso alcuni brevi passi estrapolati dal carteggio, il forte legame di stima e affetto tra i due[11]. Nella prima breve cartolina, Borgese, che si trovava a Cornigliano Ligure, il 7 luglio 1913 si rivolge a Tozzi con «amico», scusandosi per non aver potuto leggerne le poesie:

Caro amico,

volevo scriverLe per chiederLe scusa se finora, preso dell’ingranaggio di una operosità senza respiro, non ho potuto occuparmi delle sue poesie e della sua antologia. Entro l’estate le farò certamente sapere qualcosa. Intanto sarei lieto di vederla in Liguria. (ATC)

Di amicizia parla in una cartolina, dichiarandosi aperto a ogni posizione di Tozzi sulla base dell’affetto reciproco:

Cartolina postale

A Federigo Tozzi fuori Porta Camollia

6. I.14

Roma Via Paisiello 15

Caro Tozzi, la nostra buona amicizia è fondata su una reciproca libertà, e perciò, mentre vi son grato della vostra affettuosa stima, non ho nulla da ridire quando voi vi dichiarate apertamente in disaccordo con me (ATC).

Qualche anno dopo a proposito del parere di Tozzi sulla sua poesia (presumibilmente) Il rovere e il castagno, che qui compare con un titolo diverso, parla di sé e dell’amico come di due artigiani. Conclude con parole euforiche che testimoniano la grande stima e affetto per l’amico senese: «è per me una festa», «mi farai felice». Ecco i passi salienti della lettera del 31 settembre 1919:

[…] Come ho preso la tua lettera sulla Rondine [sic] e il Castagno? Come una testimonianza che mi inorgoglisce, come il collaudo minuzioso di un artigiano all’opera di un altro artigiano. [] Il primo giudizio interamente assertivo mi viene da te, ed è per me una festa. Scrivimene a lungo e mi farai felice […] (ATC).

La citazione in epigrafe a questo articolo è tratta da una lettera datata 24 marzo 1919. La diversità dell’approccio al lavoro intellettuale è astutamente colta da Borgese:

[…] Ma non ti affliggere per la mia “dispersione”. Io sono così, fatto per vivere intellettualmente poligamo, e non è detto che la poligamia intellettuale sia meno feconda della fedeltà a un solo ambito. Vi sono parecchie cose che mi appassionano e non posso mollarle. Questo vizio mi fa una vita ardente anche se poco felice; mentre riconosco la profonda felicità di chi, come te, è dedito tutto a una cosa […] (ATC).

Nel Fondo Borgese, donato dal figlio Leonardo tra il 1973 e il 1976 alla Biblioteca Civica Attilio Hortis del Comune di Trieste (FBT), ci sono vari documenti su Tozzi che testimoniano del rapporto tra i due scrittori e attraverso le mogli, Emma Palagi Tozzi e Maria Freschi Borgese.

In particolare soffermiamoci su una splendida lettera del 1919 di Tozzi a Maria Freschi. La riporto qui per intero, anche se già trascritta nel mio Pirandello tra Tozzi e Borgese, perché tra questa e la lettera che riporto di seguito di Borgese a Tozzi (dall’archivio di Castagneto) non sembra ce ne siano altre. La missiva di Tozzi a Maria Borgese dà conto di uno stato di sofferenza ma anche di grande creatività drammaticamente lirica e appassionata. Tozzi parla forse di Tre croci, anche se non è noto dalla bibliografia corrente[12] che sia stato pubblicato in capitoli su una rivista milanese.

Roma, 29, XII 1919

Federigo Tozzi a Maria Borgese

Gentilissima Signora,

grazie del buon ricordo, ma io non l’avevo affatto dimenticata. Gli è che da parecchio tempo sono in uno stato febbrile e disamorato che mi impedisce di scrivere lettere che non siano pratiche emarginate. La vita che fo risuona di tutto; gli uomini che conosco; quello che succede a me dintorno – sono cose che mi hanno profondamente ferito. Questo “enorme mistero dell’universo” mi pare che sia semplicemente un’enorme turlupinatura, da uomo a uomo, da uomini a folle, da se stesso a se stesso. E il disgusto, comprende, non è lo stato d’animo più piacevole: e non invoglia a prendere la penna in mano se non per scrivere cose che è bene restino celate. Ma il ricordo che propone cose non si spegne, come l’inverno non uccide il ricordo della primavera. Soltanto la penna pesa, e le parole mi pare che siano state inventate ieri, calde ancora nel fuoco originario. Lavoro moltissimo (non posso altrimenti vivere, e dico vivere nel senso ideale, ché per la vita materiale lavoro poco). Ritorno a cose […], ma come facce di un prisma. Vedrà in una rivista di Milano prossima nascitura, il capitolo primo di un romanzo che è la cosa che più mi interessa, perché mi pare ci sia la vita come la vedo e la sento, tramutate in fiori tutte le mie spine. E altro e altro e altro, ma che è ancora in ebollizione. A Milano credo che non verrò molto facilmente: legato a Roma, credo che non vedrò mai nessun’altra città: ma siccome la mia disorientazione terrestre è favolosa, mi accade ogni giorno di scoprire […] (FBT).

Borgese che sta leggendo Tre Croci; acuto come sempre nei giudizi critici, esprime tutto il suo entusiasmo con un linguaggio all’altezza della lettera di Tozzi a Maria:

12 febbraio 1920

Caro Tozzi,

non posso aspettare 24 ore per dirti la mia gratitudine. Ho finito ora di leggere le ultime 30 pagine le ho lette fra il pianto (come non mi avveniva più da tre anni, quando a Parigi finii di rileggere per la 3° volta e di capire per la 1° Delitto e Castigo), ti dirò domani sera quello che non c’è nel tuo libro. Ma quello che c’è è CAPOLAVORO. Ne sono scosso in tutte le fibre, come se m’avessero bastonato sulle reni. Sei un blocco di metallo Le ††† resteranno piantate su questa fungaia letteraria e segneranno il sepolcreto di tutte le chiacchiere. Alta la fronte e al vento i riccioli.

T’abbraccio con la gioia superbamente fraterna d’essere il tuo GABorgese (ATC).

Borgese curatore postumo delle opere di Tozzi e altri inediti

Come è noto, l’edizione postuma delle opere di Tozzi fu affidata a Borgese.

Il podere fu pubblicato su «Noi e il mondo» nell’aprile 1920 (per una ricostruzione completa della pubblicazione di quest’opera si rimanda all’edizione curata da Eduardo Saccone[13]).

Uno dei capitoli più consistenti dell’edizione postuma delle opere di Tozzi è quello relativo alla pubblicazione dei Ricordi di un (giovane) impiegato da parte di Borgese[14]. Fu pubblicato dapprima su «La rivista letteraria» nel maggio 1920 e poi da Mondadori nel 1927. Dal titolo Borgese aveva fatto sopprimere l’aggettivo «giovane» (e recuperato il titolo risalente al 1910, tempo della prima redazione). Castellana discorda da Debendetti, che aveva sostenuto che Borgese avesse operato tagli oltre il lecito, e ricorda che Borgese non ebbe mai tra le mani il manoscritto. Infatti, nel marzo del 1920, Emma era tra Siena e Roma mentre Borgese era a Milano. Emma trascrisse a macchina il manoscritto per Pirandello, che poi lo fece avere a Borgese. Pirandello comunicò a Borgese le proprie perplessità sulla pubblicazione del romanzo; seguì una seconda copia su sollecitazione di Borgese con brani interpolati in evidenza. Quindi, anche su pressione de «La rivista letteraria», fece uscire il romanzo nel maggio del 1920. Non era un’edizione filologicamente corretta, ma era fatta in nome della volontà di Tozzi di affidare a Borgese la pubblicazione dei propri inediti. Nel 1927 l’edizione in volume per Mondadori approntata da Emma seguì le indicazioni precedentemente date da Borgese[15].

Furono inoltre pubblicati per le cure di Borgese: la raccolta L’Amore, Vitagliano 1920 (il cui titolo fu scelto da Borgese ed Emma Palagi), Gli egoisti e L’incalco, Mondadori 1923, con prefazione di Borgese.

Ancora una curiosità, ripresa stavolta da Marco Marchi: il titolo dell’epistolario Novale fu proposto da Pirandello ad Emma Palagi nel 1924[16]. Nella prefazione a Novale Emma informa il lettore che il primo gruppo di lettere fu ricopiato da un amico di Tozzi – che invece le aveva distrutte. L’amico era Alberto Gandin, a Siena tra il 1902 e 1903. Gandin aveva scoperto che Annalena era Emma dalla premessa di Borgese all’opera di Tozzi Gli egoisti e la andò a trovare nel 1923.

In un altro Fondo Borgese, quello custodito presso la Fondazione Mondadori di Milano (FBM), nelle primissime lettere tra l’editore Arnoldo e Giuseppe Antonio, si parla di Tozzi. Siamo nel 1921, quando Borgese sta svolgendo le funzioni di erede testamentario, occupandosi di pubblicare le opere inedite dell’amico prematuramente scomparso. Nella prima lettera, datata 20 agosto 1921:

Caro Signor G.A. Borgese,

con grave ritardo vi mando (o rimando) il contratto Tozzi. Vogliate scusarmi. Ho cercato di aderire a quanto avete chiesto, ma su due punti e cioè sulla entità e durata delle trattenute non mi è possibile derogare. Credete che ho fatto condizioni veramente […] (FBM).

Nella seconda lettera, stavolta di Borgese a Mondadori, redatta su carta intestata del «Corriere della Sera»:

Ghiffa 1/XI/21

Caro Mondadori,

tutto preso dalle cose mie ho dimenticato ieri di parlarvi della Tozzi. Il … Romano le chiede di pubblicare in appendice un romanzetto inedito di T. Io credo che questa pubblicazione non farebbe che bene all’editore, e perciò vi domando il consenso, che vi prego di farmi avere al più presto (FBM).

Poi ancora l’11 dicembre 1921: «Ho consegnato alla signora Monicelli tutto il materiale per il primo volume di Tozzi» (FBM). E il 13 gennaio 1922: «Mi scrive la sig.ra Tozzi (Via del Gesù 62 – Roma) che è in ristrettezze e che non ha ricevuto la somma di cui è in credito» (FBM). Mentre nel Fondo Borgese di Trieste, in una rubrica di indirizzi databile al 1930, troviamo un altro indirizzo romano della vedova dell’amico, scomparso dieci anni prima: «Tozzi Emma – via Andrea Doria 79 Roma» (FBT)[17].

Le ristrettezze economiche segnarono l’esistenza di Federigo ed Emma. Per concludere, un flash-back, sempre attraverso gli inediti. L’ultima lettera inviata da Borgese a Tozzi, datata 24 febbraio 1920, contiene un augurio, che possiamo leggere come l’affettuoso addio al caro amico senese che sarebbe scomparso di lì a meno di un mese: «Ti auguro con tutto il cuore che le Tre Croci possano essere la lotteria da cui ti venga la motocicletta. Almeno questo» (ATC).

  1. Rimando al mio Pirandello tra Tozzi e Borgese, in Pirandello moderno e contemporaneo, a cura di A. Frabetti e S. Cubeddu, Pesaro, Metauro edizioni, 2016, pp. 221-39.
  2. Di Tozzi: G. A. Borgese, in «La Torre», 6 gennaio, 1914 (pagine critiche, pp. 98-101);“La guerra delle idee” di G. A. Borgese, in «Cronache d’attualità», 30 agosto 1916 (pagine critiche, pp. 152-55).
  3. Di Borgese: Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, in «L’Illustrazione italiana, 17 agosto 1919; Federigo Tozzi, «I libri del giorno», 4, aprile 1920, pp. 171-74; La vita di Federigo Tozzi, in «La lettura», 5, maggio 1920, pp. 333-41; Avvertenza, a F. Tozzi, Ricordi di un impiegato, in «La rivista letteraria», s. I, vol. II (maggio 1920), p. 4; Tre croci e i Malavoglia, in «Il Compendio» n. 5, maggio 1920; Federigo Tozzi e la piccola borghesia: Giovani, L’Amore, Ricordi di un impiegato, in «I libri del giorno», 9, settembre 1920, pp. 457-59; Il podere di Federigo Tozzi, in «I Libri del giorno», 4 aprile 1921, pp. 174-76; Avvertenza, in F. Tozzi, Gli egoisti. L’incalco, Roma-Milano, Mondadori, 1923, pp. V- XI; Federigo Tozzi, in Tempo di edificare, Milano, Treves, 1923, pp. 23-63 e 118-26; Il precursore Tozzi, in «Corriere della Sera», 11 luglio 1928; Lirismo e ermetismo in Federico Tozzi, in «Scintilla», 10 ottobre 1952; A Siena, in «Corriere della Sera», 2 novembre 1952.
  4. Giuseppe Antonio Borgese, Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, in «L’Illustrazione italiana», 17 agosto 1919, poi in Tempo di edificare, a cura di Massimo Rizzante, Trento, Università degli Studi di Trento, 2008, p. 34.
  5. G. A. Borgese, Tre croci, in Id., Tempo di edificare, op. cit., p. 38.
  6. Ivi, p. 39.
  7. G. A. Borgese, Una vita d’artista, in Id., Tempo di edificare, op. cit., p. 56
  8. G. A. Borgese, Tre Croci, op. cit., p. 38.
  9. G. A. Borgese, Rubé, Milano, Garzanti, 1995, p. 5.
  10. Ho riportato i passi relativi alla produzione poetica in una mia breve biografia di Borgese che chiude una recentissima riedizione delle Poesie, a cura di G. Cascio, Amsterdam, Istituto Italiano di Cultura per i Paesi Bassi, 2021, pp. 141-45. Si ringraziano sentitamente Dominica Borgese e Silvia Tozzi per l’autorizzazione alla pubblicazione delle lettere dal carteggio inedito.
  11. «Amici letterati ebbe pochissimi o quasi nessuno, se si toglie Pirandello ed uno o due altri […] volle ch’io gli fossi amico. E la sua amicizia, ch’era tutto d’un getto e intransigente come l’amore, vinceva ogni resistenza […] La sua affezione aveva franchezze virili e incrollabili sicurtà di giudizio; ignorava le gradazioni opportunistiche, poiché egli o amava o spregiava, ed era innocente di ogni pur lontanissima ombra di trascuranza o di perfidia»: G. A. Borgese, Una vita d’artista, in Id., Tempo di edificare, op. cit., p. 59.
  12. Si veda in proposito l’accurato volume Federigo Tozzi, Bibliografia delle opere e della critica 1901-2007, a cura di Riccardo Castellana, Pontedera (Pisa), Bibliografia e Informazione, 2008.
  13. F. Tozzi, Il podere, Introduzione, note e commento a cura di E. Saccone, Ravenna, Longo, 2003.
  14. Ne ha riportato le vicende Riccardo Castellana nell’introduzione all’edizione critico-genetica, da lui curata (Fiesole, Cadmo, 1999).
  15. Si rimanda infine al saggio di Cristina Terrile, «Les Ricordi di un impiegato de Federigo Tozzi ou le faux débat de l’achèvement», in Objets inachevés de l’écriture, Paris, Presses de la Sorbonne Nouvelle, 2001, pp. 269-83.
  16. F. Tozzi, Novale [1925], a cura di Glauco Tozzi e con introduzione di Marco Marchi, Firenze, Le Lettere, 2007.
  17. Rimando in proposito al capitolo intitolato Ritratto multifocale, nel mio American Citizen. Borgese G. A. Borgese tra Berkeley e Chicago (1931-52), Roma, Donzelli, 2016, pp. 112-28.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)