Dove vanno i laici. Note sull’etica di Paolo Bonetti

Autore di Rosalia Peluso

Liberale. Laica. Immanentistica. Sono gli aggettivi che immediatamente definiscono l’etica di Paolo Bonetti. Eppure questa etica, così come la sua “politica” e la sua “storia”, sono al tempo stesso solcate da una vena di religiosità. Religiosità che nulla ha di confessionale, perché esprime il senso e l’intonazione profondamente religiosa di quel principio, di quella visione, di quell’ideale che in tempi di oscurantismo va innalzato al rango di religione: la libertà, come è detto in quello che Bonetti definisce «il più grande libro religioso del ventesimo secolo»[1], e cioè la Storia d’Europa di Croce. Una fede laica nella religione della libertà: questa l’etica di Paolo Bonetti.

Abbiamo dato addio a Paolo all’inizio del 2019 e grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Paolo D’Angelo, lo abbiamo ricordato in una Giornata di studi alla fine di maggio dello scorso anno presso l’Università di Roma Tre. È stato rievocato il suo profilo di filosofo, di studioso – crociano e non solo –, di raffinato intellettuale liberale, di polemista, di editore, nonché di frequentatore, in tempi non sospetti, di salotti televisivi. Questo mio contributo a quella giornata di studi nasceva da una riflessione che ritornava spesso nelle nostre conversazioni. Ho cominciato a frequentare Paolo negli ultimi anni, dal 2013, quando nacque l’“esperimento” del Lessico crociano[2]. Da allora posso dire che si è cementata tra noi, assieme all’amicizia, un’intesa intellettuale che spero possa ancora continuare a dare i suoi frutti. È vero, Paolo era, in quanto spirito mondano, un grande, abile e spesso interminabile conversatore, sia “a cena”, sia “a pranzo”, sia al caffè, per strada, in aereo, al telefono… per lettera. Elemento non trascurabile, perché un’altra delle indimenticabili qualità di Paolo era la chiara, civile eleganza della sua scrittura. A voce e per iscritto spesso mi diceva (si parlava di interpretazioni crociane di Goethe): Croce non ha mai abilitato alcun tipo di paradiso, né celeste né terrestre. Ed aveva perfettamente ragione. Ma non è di Croce che voglio parlare e cercherò di farlo il meno possibile. E passo subito da Paolo a Bonetti. Dall’uomo che ho conosciuto all’opera che rimane.

L’immagine, nostalgica, romantica, decadente e perciò spesso patologica – così lui mi ha fatto vedere più a fondo – dei “paradisi perduti” o degli “dèi fuggiti”, che mai più ritorneranno, mi ha aiutato a capire meglio anche l’ispirazione di un ottimo, felice titolo di Bonetti. Si tratta di un libro pubblicato nel 2008 dall’editore Dedalo di Bari nella collana «Libelli vecchi e nuovi» diretta da Enzo Marzo. Il libro raccoglieva alcuni articoli di Bonetti usciti su «Critica liberale» tra il 1996 e il 2007 ma non datati perché, dice l’autore, le cose in Italia sono sempre regolate dalla massima del Gattopardo: tutto deve sembrar cambiare perché nulla cambi. Questo “tutto” che in superficie muta e che nella sostanza è un “nulla” immutabile e immutato riguarda, secondo Bonetti, il sistema di relazioni tra la società, lo Stato italiano, laico e liberale, e la Chiesa cattolica. Il sottotitolo del libro, Critica del neoclericalismo, è forse ingeneroso nei confronti della complessità delle analisi di Bonetti. Il titolo, invece, è un autentico capolavoro: Il purgatorio dei laici.

Il libro, dice l’autore, è un journal che di intime ha poco: è un diario pubblico, un compendio di etica bonettiana, un insieme di brevi, circostanziate meditazioni su princìpi etici generali e riflessioni di etica applicata alle contingenze della storia. Articolato in sei capitoli, ciascuno introdotto da un’essenziale nota tematica, scorrendone i titoli (Liberali veri e falsi, La religione con gli occhi del laico, La scuola dei laici, L’eros dei laici, Etiche laiche e chiudono i Dialoghi col laico Norberto Bobbio e il cattolico Pietro Belardinelli), ci accorgiamo ben presto di trovarci di fronte ai “frammenti di etica” o agli “esercizi spirituali” di un «laicato inquieto»[3] che pongono al centro, anch’essa richiesta dalla storia, una ridefinizione del concetto di laicità.

Da qui il mio titolo “dove vanno i laici”, che ha una doppia declinazione. In primo luogo, non è una domanda perché non c’è punto interrogativo. Come Montaigne, anche il “moralista” Bonetti non ama “cercare l’essere” ma preferisce “descrivere passaggi” (ed è già questo, per lui, un esercizio di laicità): descrive, perciò, cioè indica una direzione e una destinazione certa. I laici vanno dove sono già da sempre, in quel regno intermedio che viene definito purgatorio con metafora presa in prestito, strappata e forse pure rubata al cattolicesimo per indicare la condizione intermedia di chi non conosce paradisi ma nemmeno inferni, di chi sa che il male non può mai essere “radicale” (come ci insegnava la pur kantiana Hannah Arendt), così come il bene non può essere mai assoluto. In stato purgatoriale, di espiazione e rinnovamento, se non proprio di redenzione, si trova la terrena condizione umana esposta alle turbolenze del caso e ai richiami delle sirene della trascendenza, che hanno ammaliato quelli che, negli anni in cui Bonetti scriveva queste prose, erano chiamati “atei devoti” – lo ricorda ad esempio Antonio Carioti nella recensione al libro sul «Corriere della sera» del 27 giugno 2008. Quelli che ancora si aggirano tra noi, e non come spettri ma in carne ed ossa e in ottima salute, nel libro sono definiti con una formula ancor più felice: catholic chic.

Catholic chic [è] colui che ama presentarsi come liberale e laico, ma in realtà ha una terribile paura dei problemi e degli inconvenienti della libertà»; «[considera] la Chiesa una donna a ore, da assumere o licenziare per i servizi e disservizi che, di volta in volta, può rendere. Quant’era più rispettoso l’atteggiamento degli anticlericali d’antan, che vedevano nella Chiesa la nemica dei lumi e del progresso, ma in questo modo l’onoravano come una grande forza storica. Se scompare Lucifero, che può restare di Dio?[4]

Passando dalla declinazione esistenziale a quella etico-politica, occorre invece aggiungere al titolo il punto interrogativo: “dove vanno i laici?”. Ovverosia, come scongiurare un nuovo “tradimento dei laici” nel momento in cui le religioni tornano a reclamare con insistenza un ruolo pubblico e una funzione politica, intervengono nei dibattiti parlamentari, nelle discussioni sui temi di bioetica, rivendicano il riconoscimento ufficiale delle “radici” dell’Europa nei progetti di costituzione?

Cosa accadeva quando Bonetti componeva questi saggi di laicità? Il nostro “moralista” montaigniano fronteggiava due pontificati forti: quello di Giovanni Paolo II, ormai in declino, e, dal 2005, quello di Benedetto XVI, già prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede: l’interlocutore ideale del “polemista” Bonetti. Il decennio da lui sintetizzato è attraversato dallo choc dell’11 settembre e dai successivi attentati europei di Madrid e Londra (2004 e 2005): sono anni che cadono sotto la formula dello “scontro tra civiltà”, anni in cui nasce il problema politico del cosiddetto “islamismo”. Benedetto XVI tiene nel 2006 a Regensburg una famosa lectio magistralis, ricordata nel libro di Bonetti, nella quale una frase di Manuele II Paleologo provoca un’accesa polemica con il mondo musulmano.

Contestualmente il continente europeo e soprattutto gli stati membri dell’Unione erano protagonisti di un infervorato dibattito sulle “radici” spirituali o culturali dell’Europa, all’interno del quale compaiono precisazioni linguistiche e pseudo-concettuali destinate a diventare il perno attorno al quale ruota il Purgatorio dei laici di Bonetti: centrale è sicuramente la distinzione, introdotta in Italia dalla rivista gesuitica «Civiltà cattolica», tra laicità e secolarizzazione da un lato, quasi sempre “buone”, perché applicabili anche al religioso, agli uomini e alle donne di fede, e laicismo e secolarismo dall’altro, considerati degenerazioni delle prime, eccessi di zelo laico che possono pure condurre a forme di illiberalità e corrispondenti a un rinnovato anticlericalismo. Qualche esempio concreto. A proposito di “radici”, nel 2003 è presentata una bozza di costituzione europea nella quale non è indicato – questa l’accusa che si leva dal mondo cattolico – il riferimento della “matrice” cristiana dei valori fondamentali dell’Unione, quali, indicati nell’art. 2, la dignità umana, la democrazia, la libertà, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani. Contro le radici giudaico-cristiane il mondo laico rispolvera la matrice moderno-illuministica dell’Europa. A proposito di esagerazioni laicistiche, poco più tardi in Francia passa una legge – poi bocciata idealmente dall’ONU e già al tempo considerata “illiberale” e “laicista” – che proibisce l’“ostentazione” di simboli religiosi nei luoghi pubblici e che viene interpretata come una precisa presa di posizione nei confronti dei “veli” islamici.

Il libro di Bonetti si inserisce in questa temperie politica e culturale e contiene una serie di precisazioni importanti e ancora attualissime. Vediamone alcune.

Come e cosa risponde Bonetti a Benedetto XVI? Innanzitutto una chiosa ai discorsi tedeschi, Monaco e Ratisbona, a proposito del dialogo interreligioso, il secondo, e del rapporto tra Ratzinger e la modernità il primo, rapporto esemplificato dal giudizio espresso dal papa emerito sul «secolarismo occidentale» o “relativismo”[5]. Bonetti trova storicamente inattuale il richiamo dell’allora vescovo di Roma ad un «razionalismo metafisico» che fa appello a una ragione unica e comune alle religioni, nonché fonte di un possibile e costruttivo dialogo, che mette radici «in mente Dei»[6]. Questo appello condanna contestualmente, come espressione di relativismo culturale, quella che è la storica, ormai divenuta pluralità del mondo e delle confessioni: rinnega cioè, con gli appelli a un astratto e metafisico razionalismo, «la stessa ragione» che «si dirama e si complica nella molteplicità delle ragioni»[7]. Questa molteplicità, questo pluralismo Bonetti accetta di buon grado di chiamarlo “relativismo”, che è per lui espressione di un’«etica della ragionevolezza»[8] e di liberalismo come «incessante autocritica che la ragione liberale fa di se stessa»[9].

No, non sono i relativisti e gli scettici che condurranno l’umanità alla rovina, ma i fideisti fanatici e maniacali, alla maniera di uno Stalin, di un Hitler o di un Osama bin Laden. Bisognerebbe non dimenticare che il valore forte dell’Occidente, quello che bisogna proteggere con passione da ogni assalto fondamentalista, sta proprio nel suo cosiddetto relativismo, nella scettica tolleranza di chi sa che le strade della verità e del bene sono molteplici e che a ciascuno di noi deve essere riconosciuto il diritto di modificare, in ogni momento, la propria direzione di marcia. Se anche questa è una fede, poiché non c’è scienza o metafisica che possa dimostrarne l’incontrovertibile fondatezza, si tratta almeno di una fede che non si irrigidisce nella presunzione paranoica del delirio[10].

Una breve chiosa sull’essenza del liberalismo bonettiano, appena richiamato, come anima di questa etica laica. Critico del «liberismo alle vongole»[11] o «videopopulismo»[12] della stagione berlusconiana e al tempo stesso dei «tanti parvenus del liberalismo»[13] (i post-comunisti), di una certa devianza populistica dei radicali, nonché dei puristi e dei dogmatici che estromettono dalla genealogia liberale molti dei suoi maestri, Bonetti, appena dopo la scrittura del libro che sto analizzando, vuole non a caso tornare sulle “matrici” del proprio liberalismo che è vivificato da anime diverse e tra loro spesso divergenti: Croce certamente e non solo, perché accanto a lui ci sono le esperienze politiche – non proprio conciliabili col crocianesimo – di Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, il “liberismo” di Luigi Einaudi, la “rivoluzione liberale” di Piero Gobetti (che Bonetti sottrae dalle grinfie degli ideologi o degli esperti di comunicazione berlusconiani), il socialismo liberale di Carlo Rosselli, la democrazia liberale di Giovanni Amendola e, ancora, il liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini, l’anima liberaldemocratica dell’azionismo, soprattutto quella di Ugo La Malfa, ed infine l’esperienza, per lui decisiva nella storia della politica e della cultura italiana, del «Mondo» di Mario Pannunzio. I ritratti di questi ideali riferimenti costituiscono i capitoli del libro Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, che possiamo considerare una sorta di autobiografia politica di Bonetti, completamento dei suoi “esercizi di laicità”[14]. Anche questo un libro importante e da rivalutare, proprio in tempo di diaspora liberale e di quello che Bonetti chiama «liberalismo invertebrato, buono tuttalpiù per le tavole rotonde, non per le tragedie della storia»[15].

Tornando al confronto con il cattolicesimo, altre tre questioni mi sembrano rilevanti. La prima riguarda la nuova spinta all’ecumenismo che è venuta dai papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che, secondo Bonetti, nasce dalla consapevolezza della rottura radicale del legame identitario tra cristianesimo e Occidente, che i sostenitori delle “radici cristiane” dell’Europa vogliono invece sostenere.

Qui stanno le radici autentiche della nostra civiltà, e non in una vaga identità cristiana in cui può entrare tutto e il contrario di tutto, fra cui anche molte violazioni del principio di libertà. È l’ordinamento giuridico dello Stato liberal-costituzionale, con le sue distinzioni e i suoi contrappesi, che ci garantisce il godimento delle libertà, ed è la moderna “religione della libertà”, quella che si è svincolata dalla tutela delle chiese, a costituirne il fondamento morale. Grazie a Dio, la libertà non ha bisogno delle chiese, ma sono piuttosto le chiese ad aver bisogno delle libere istituzioni[16].

Le altre due questioni, collegate, entrano nel terreno minato della bioetica, su cui non mi attardo. Mi limito soltanto a due considerazioni, una legata all’altra. La prima riguarda la controversa riabilitazione cattolica del tema della natura e, di conseguenza, la sottesa trasformazione della metafisica in naturalismo: si dice Dio ma si intende natura, chiosa Bonetti. In che senso? «La retorica della vita, biologicamente intesa e biologicamente sacralizzata, nasconde e annulla ogni dimensione morale dell’esistenza»[17]: «l’etica ha ben poco a che fare con la “natura”» perché «la natura conosce soltanto “inclinazioni”, che possono essere le più diverse, e che possono, di volta in volta, contrastare o accordarsi con la legge morale»[18].

Dove si dice “natura”, si deve intendere la natura che ogni uomo incessantemente crea di sé, nel rapporto conflittuale e cooperativo con gli altri uomini. Nessun determinismo genetico o ambientale ci rinserra, ma neppure ci costringe e ci redime una qualche Grazia salvifica. Finché potremmo “peccare”, saremo liberi[19].

Le contraddizioni implicite in questa visione, che nulla concede alla storicità dei valori umani, conducono nel vicolo cieco in cui ancora ci troviamo, relativamente al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali che, nell’introduzione al relativo capitolo, Bonetti definisce «la cartina di tornasole di ogni vero laicismo e liberalismo». È venuto il tempo – ma non c’è più margine sufficiente per sentirsi al sicuro – «del pubblico riconoscimento di un modo d’essere che nulla toglie alla libertà dell’altro».

Oggi è il momento di riconoscere, senza contorcimenti e infingimenti, i diritti all’affettività che, nell’equilibrio complessivo della persona, non è meno importante della razionalità e non può comunque essere da questa separata. La grande rivoluzione femminile del Novecento (la più importante del secolo passato) ha aperto una strada sulla quale occorre procedere ancora. Laicamente[20].

Questi sono alcuni dei banchi di prova dell’etica laica (o delle etiche laiche): le pietre di inciampo che l’evoluzione storica della società pone costantemente dinanzi ai piedi del laico e del liberale.

Vediamo infine Chi è laico?: Bonetti pone questa domanda sulla porta di ingresso nel suo “purgatorio”.

Coloro che vogliono mettere in cattiva luce la laicità – tant’è che hanno escogitato una sofisticata distinzione fra laicismo (cattivo) e laicità (buona) – cercano di far credere che laicismo significhi necessariamente spirito antireligioso e violento anticlericalismo. In realtà, i grandi maestri di laicità (o di laicismo) sono stati spesso spiriti religiosi, taluni addirittura di comprovata fede cattolica. A nessuno è precluso l’ambito della laicità, ma per accedervi non bisogna barare. È certamente vero che il sentimento religioso è stato, in molti casi, il maggior sostegno della lotta per la libertà, poiché esso è incompatibile con ogni forma di autoritarismo spirituale e, quindi, politico. Ma il sentimento religioso non può essere confuso con l’ossequio passivo alle ingiunzioni di una qualche autorità ecclesiastica o con il cinismo di chi, pur di conquistare Parigi, è pronto ad ascoltare una messa nella quale non crede[21].

Ecco dunque chiarito, attraverso l’implicito richiamo al famoso discorso contro l’approvazione del Concordato di uno dei suoi “maestri di laicità”, il significato di “laico”, che può essere pur chiamato “laicista”, perché stucchevole risulta la distinzione, che non vale nemmeno per i liberali, tra “buoni” e “cattivi”, “veri” o “falsi”. Laico ciascuno lo è a suo modo, anche il credente, perché l’etica, così insegna un altro «grande maestro di laicità»[22] bonettiano, e cioè Kant, mette radici solo ed esclusivamente nella «coscienza individuale»[23] e nella sua «autonomia morale»[24].

Il vero problema del nostro tempo non è la preservazione di un’immutabile, metafisica essenza o natura umana da proteggere dall’ingerenza della tecnica o dall’inevitabile riconfigurarsi della storia, dei costumi, dei valori; non è la difesa dell’Europa o dell’Occidente, come se queste creazioni spirituali non fossero a loro volta prodotti storici. La laicità, la razionalità, l’umanità, la civiltà non si difendono mutandole in feticci mummificati e cristallizzati ma si auto-tutelano nel loro stesso esercizio. Dinanzi al ritorno di forme di primitivismo magico e pseudo-religioso, ci mancheranno le lucide analisi di Paolo Bonetti, l’indicazione di una seria rotta che ci permetta di conciliare la pluralità delle ragioni, e soprattutto la morale e la politica:

conciliare Cristo con Machiavelli, le ragioni della pietà con quelle del potere e della sicurezza. E, contrariamente a quanto pensa qualche anima candida o fintamente tale, non è possibile sbarazzarsi di Machiavelli con qualche paternostro, laico o religioso che sia, perché la realtà della violenza, che nasce dall’insicurezza, è tale, in noi e negli altri, da non consentire troppe illusioni. Salvare i nostri corpi senza perdere le nostre anime, questa è la nostra tragedia quotidiana[25].

Verso questa tragedia vanno quotidianamente i laici. Questo il loro purgatorio.

  1. P. Bonetti, Il purgatorio dei laici. Critica del neoclericalismo, prefazione di E. Marzo, Bari, Edizioni Dedalo, 2008, p. 45.
  2. Cfr. Lessico crociano. Un breviario filosofico-politico per il futuro, a cura di R. Peluso, con la supervisione di R. Viti Cavaliere, Napoli, La scuola di Pitagora editrice, 2016: Bonetti ha collaborato a questo progetto con le voci Autobiografia ed Etica (rispettivamente alle pp. 101-18 e 245-95); le “voci” sono poi state ristampate nel suo ultimo contributo crociano, Presenza di Croce (Fano, Aras, 2018), che dà le coordinate della biografia di Croce che Bonetti aveva in mente di scrivere. Egli ha discusso inoltre del Lessico crociano nell’articolo Il filo rosso della filosofia italiana, in «Nuova antologia», 4, 2016, pp. 244-55: numerosi, negli anni, i suoi contributi alla storica rivista fiorentina, legata tra l’altro alla figura di Giovanni Spadolini, del quale Bonetti era stato collaboratore.
  3. P. Bonetti, Il purgatorio dei laici. Critica del neoclericalismo, op. cit., p. 102.
  4. Ivi, pp. 36 e 29.
  5. Ivi, pp. 90 e sgg.
  6. Ivi, p. 91.
  7. Ivi, p. 92.
  8. Ivi, p. 178.
  9. Ivi, p. 166.
  10. Ivi, p. 179
  11. Ivi, p. 124.
  12. Ivi, p. 21.
  13. Ivi, p. 15.
  14. Cfr. P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, Macerata, liberilibri, 2014.
  15. P. Bonetti, Il purgatorio dei laici. Critica del neoclericalismo, op. cit., p. 26.
  16. Ivi, pp. 162-63.
  17. Ivi, p. 81.
  18. Ivi, p. 141.
  19. Ivi, pp. 197-98.
  20. Ivi, p. 129 (c.m.).
  21. Ivi, p. 11.
  22. Ivi, p. 168.
  23. Ivi, p. 151.
  24. Ivi, p. 175.
  25. Ivi, p. 167 (c.m.).

 

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)