Recensione di Domenico Starnone, “Confidenza”

Autore di Teresa Iodice

Confidenza, narrazione potente di una vita banale

Tutti noi possediamo un segreto inconfessabile. Quella macchia che impiastriccia, in maniera più o meno visibile, la nostra più o meno linda coscienza. Si tratta di un segreto che teniamo celato, sicuri che, chiuso a doppia mandata in una stanza della nostra memoria, non potrà tentare di turbare le nostre vite. Ma se qualcuno ci chiedesse di confessarlo, per rafforzare un legame che è sul punto di spezzarsi?

È questo il la che dà avvio a Confidenza, l’ultimo romanzo di Domenico Starnone. Pietro Vella, un insicuro professore di lettere, è il protagonista della narrazione. Ha una moglie piacevole e intelligente, tre figli, riesce a uscire dal grigiore scolastico e persino a ottenere il successo tanto agognato. Una vita perfetta, insomma, se non fosse per Teresa, giovane e brillante sua ex fidanzata nonché custode del suo più turpe segreto.

Sin da subito si delinea quel detestabile triangolo amoroso di cui la letteratura ha tanto abusato: l’uomo conteso e le due donne. Eppure Starnone riesce a non cadere nella tentazione, delineando figure femminili indipendenti, opposte all’universo maschile sempre in cerca di approvazione. Confidenza diviene la storia di un uomo che ha sempre aspirato alla perfezione: «Bisognava aspirare alla inflessibile gelida perfezione per sentirsi cattivi al minimo sgarro. Ma diventare adulti – mi dissi – è rinunciare a essere perfetti» (p. 76).

Il romanzo, caratterizzato dall’uso della prima persona e della focalizzazione interna, ha una struttura tripartita. Nel cosiddetto “primo racconto”, il più ampio e dettagliato, il punto di vista coincide con quello del protagonista. La vicenda si dipana attraverso le riflessioni profonde di Pietro, un esistenzialista un po’ egocentrico, che si crogiola nel piacere di analizzare tutti gli aspetti della vita, sua e degli altri. Ed è proprio dai suoi giudizi, spietati certo ma sinceri proprio perché sempre e solo pensati, che impariamo a conoscere i personaggi. Per questa ragione Teresa diviene «creativamente, brillantemente perfida» (p. 30) e Nadia, sua moglie, «la donna alla quale succhiavo il midollo per rafforzarmi e andarmene in giro facendo il maschio brillante con femmine nemiche delle altre femmine» (p. 70). Eppure Pietro è un insicuro, come si nota da una sua autovalutazione, intrisa forse anche di falsa modestia: «un cervello povero con una spolveratina superficiale d’istruzione, un neoacculturato senza tradizioni solide, eccessivo nei modi, nelle proposizioni, nei toni di voce» (p. 55). Starnone riesce a costruire una narrazione avvincente e ammaliante, senza ricorrere a scene “straordinarie”. L’autore è in grado di ingigantire l’interiorità del personaggio, che vive, dall’esterno, una vita tutto sommato nella norma. E allora ci si chiede: possibile che una larga fetta dell’umanità abbia una vita esteriore così povera e, di rimando, un’esistenza interiore così contorta e labirintica?

Nel secondo e terzo racconto, lo scrittore strizza l’occhio, sempre con la delicatezza che lo contraddistingue, al mondo femminile, per smorzare le sfumature maschiliste di alcuni pensieri del protagonista. I punti di vista sono quelli di Elena, figlia di Pietro, ormai anziano, e di Teresa. A ben pensarci, è proprio quest’ultima, forse, la protagonista dell’intero romanzo, che è attraversato dalla sua costante presenza, fisica e astratta. Si scopre dunque, in queste due ultime sezioni, brevi ma cruciali, che forse non è tutto come sembra.

Il merito del romanzo, tuttavia, non consiste solo nella struttura della narrazione, mai lasciata al caso, ma anche nello stile, limpido e colloquiale, in grado di riprodurre l’oralità, con un andamento conforme alle situazioni descritte. Esso diviene concitato e spezzato, ad esempio, quando l’autore racconta di un litigio tra marito e moglie: «Le parole mi tremolarono nella mente, prima sommesse, poi gridate, e presero una velocità che le stracciò, le ridusse a sillabe, poi a un ringhiare selvatico» (p. 42).

Domenico Starnone costruisce una narrazione poliprospettica, in cui trovano spazio numerose tematiche. Tra queste, l’amore, rappresentato nelle sue forme più crude, senza indulgere in oleografiche romanticherie: «L’amore, come l’ho conosciuto io, infatti, è una lava di vita grezza che brucia senza fine, un’eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l’eccezione e la regola. Resta solo una smania che torce e distorce, un’ossessione senza rimedio», scrive l’autore proprio in posizione incipitaria.

Il sentimento, inoltre, è inserito nel tema pirandelliano del dualismo tra essenza e apparenza, tra costruzione mentale e realtà effettuale: «Ci innamoriamo di persone che sembrano vere ma non esistono, sono una nostra invenzione […]. Una cosa è la persona amata, altra cosa è la persona reale che finché l’amiamo non vediamo mai davvero».

Starnone dispiega tutte le sue doti di narratore e profondo indagatore dell’animo umano per regalare ai lettori una narrazione tagliente, talvolta cinica, ma limpida e priva di filtri. L’autore, premio Strega 2001, non delude le aspettative e, al contrario, corrobora la garanzia di qualità offerta da quella copertina inconfondibile, accecante nel suo biancore.

 

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)

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