Recensione di Edoardo Albinati, “Maggio selvaggio”

Autore di Lorenzo Buonarosa

Nella storia letteraria italiana molti sono stati gli autori che hanno ambientato le proprie opere in un carcere: partendo dalla cronaca di Casanova della fuga dai Piombi, passando per il Silvio Pellico delle Mie Prigioni e arrivando al rocambolesco Novecento, con il manifesto ideologico di Gramsci nelle Lettere dal Carcere e, pochi anni dopo, con Guglielmo Petroni e il pungente romanzo Il Mondo è una Prigione. Solo per ricordarne alcuni.

Pochi, se ben si riflette, sono stati quegli scrittori che hanno descritto la docenza in carcere, che vi hanno insegnato, provando a far giungere cultura in un luogo in cui è più difficile che possa essere diffusa.

Edoardo Albinati, prima di essere uno scrittore, è un professore. Dopo aver insegnato nella scuola pubblica per cinque anni, nel 1994 decide di sperimentare l’educazione scolastica in carcere. Precisamente, in quello romano di Rebibbia. Maggio selvaggio è, appunto, il risultato di un anno d’insegnamento fra le mura circondariali, dal maggio del ’97 al maggio del ’98.

Il romanzo si apre con l’incipit «Questo è un libro sull’irrealtà». “Irrealtà” è una parola forte, che sottintende un ambiente completamente estraneo a tutto ciò che è esterno al perimetro delle sbarre. Albinati con questo esordio vuole comunicare immediatamente l’alterità del carcere, il suo essere attiguo ma allo stesso tempo disgiunto dalla vita di tutti i giorni: un mondo che corre parallelo alla realtà, in cui gli uomini, man mano che il tempo passa e il loro tempo è sempre più segnato, perdono la loro primigenia forma. A questo proposito l’autore fornisce una descrizione precisa di quello che succede al corpo durante la detenzione: «Per prima cosa gli si abbassa la vista e questo perché non c’è più nulla da vedere […] lo sguardo perde la profondità perché gli spazi sono limitati» (p. 160). Gli occhi si disabituano al mondo, alla sua luce. Dopo che la vista s’impigrisce, gli uomini perdono i denti e, come spiega Albinati: «un uomo con i suoi denti in bocca può ancora essere considerato uomo… è celato il desiderio irresistibile di non essere più uomini» (p. 161). Il carcere non sembra rieducare, ma al contrario svuotare: cosa resta a una persona se perde i propri attributi fisici? Senza più la facoltà di mangiare o vedere, ma solo di pensare? Ecco che i ricordi riaffiorano e ristagnano nella mente che tende ad avere sempre più i contorni della cella dove si è rinchiusi.

La forma con cui Albinati descrive questo altrove è il diario: non c’è struttura più consona, dato che il carcerato, soprattutto colui che ha pene più lunghe, tende a schematizzare il tempo, a viverlo attraverso il calendario. Questa preistorica divisione delle ore aiuta gli uomini a restare attaccati al mondo che c’è fuori: tutto è assiduamente aggrappato ai giorni. Riportando attraverso il discorso indiretto le loro parole, l’autore è il medium con cui filtra le emozioni e i pensieri dei detenuti: durante le lezioni infatti, a partire dai testi analizzati in classe, nascono delle digressioni in cui si riflette sullo stato del carcere, sui processi che riguardano gli alunni o su episodi estemporanei della vita carceraria. Tutto ciò viene rappresentato dallo scrittore con parole crude e schiette; elevandosi a traduttrice dei dilemmi del detenuto, la scrittura di Albinati stilisticamente sprofonda nella depressa e sistematica apatia: alcuni giorni vengono descritti con una punteggiatura invadente, che divide la narrazione in un ritmo da marcia militare, altri raccontati con frasi fluenti. La prima persona è contaminata dagli interventi indiretti dei vari “opinionisti”, che irrompono sia durante le lezioni, come già detto, sia durante le riflessioni extracarcerarie dell’autore. La giostra emotiva tra furenti malinconie e gioie futili lo invade, facendolo sprofondare in «un tremendo limbo» (p. 260).

Come i suoi allievi, ormai, resta quasi indifferente a certe disgraziate scene, come quella dell’arabo che per non parlare si è cucito la bocca: «il mio cuore, come quello degli altri detenuti che assistevano alla scena non ha battuto più di mezzo colpo del normale» (p. 20). Lo scrittore in prima persona vive questa meta-realtà catatonica che solo rare volte viene sconvolta da qualche novità: per esempio, il concerto di Baglioni nel carcere. Una ventata di aria fresca in un mondo sempre in lotta con se stesso.

Datato dicembre 1997 è, poi, un episodio significativo per chiarire le lotte intestine di cui soffre la detenzione italiana. Albinati assieme ai propri alunni legge un articolo di giornale su quella che sarà la nuova direttrice di Rebibbia, una donna marziale, autoritaria, tale Armida Miserere. Lei, come spiega l’autore, non crede che il carcere sia un veicolo per un futuro riscatto sociale: queste sono definite «boiate […] gli unici detenuti simpatici sono quelli con le palle» (p. 232). Dopo le dichiarazioni, la sua nomina sarà congelata e poi annullata. L’autore riflette sulle parole della Miserere: come si può riformare il sistema penitenziario se si considera il luogo di detenzione come una stalla? Se qualcosa può esser fatto per queste persone, per quelli che se lo meritano, come è possibile che durante il concerto di Baglioni vengano permessi ingressi da fuori? Il concerto è stato organizzato per i carcerati e per le loro famiglie: cosa c’entrano funzionari, famiglie delle guardie, ministri, insegnanti e psicologi? In totale, gli estranei sono ben trecento. I detenuti sono obbligati a seguire i brani al di là di un cordone di guardie e le prime file sono occupate dai cosiddetti “esterni”. Il carcerato viene trattato come un uomo di serie B, come un omuncolo, un inetto. Quindi, pur indignandosi, coloro che hanno allontanato la Miserere hanno sostenuto con le loro azioni le sue parole. Rebibbia diventa, allora, «il palcoscenico dove TV e parlamentari pescano il loro punto di vista sui delitti e sulle pene» (p. 232).

L’unico mezzo con cui sopravvivere sono i progetti, come quello scolastico: i detenuti fanno a gara per parteciparvi e, una volta in classe, s’impegnano anche. L’autore non smette mai di sottolineare il feroce senso di responsabilità di alcuni. La lettura così come la scrittura sono l’unico mezzo di evasione, esprimono l’ultimo “residuo” dell’essere uomo. Lo sfogo attraverso i testi consente di rimanere aggrappati alla società fuori dalle mura e di non sprofondare nella monotonia e nell’angoscia: «Rebibbia è il mio totem, il mio ricovero, lo scudo contro la fesseria del mondo intellettuale […] Oh ma il mio umore è troppo sottile e fragile perché io possa andare avanti a lungo» (p. 320). Rebibbia è come una mitologica Medusa, che porta l’autore a esserne ammaliato ma anche fatalmente pietrificato. Nel corso dell’estate, «la lontananza dal carcere è stordente. L’occhio si era abituato a corridoi, gallerie, prospettive sbagliate» (p. 109). La vita fa quasi paura, si avverte il distacco da essa.

La narrazione si conclude con una canzone fischiettata da un detenuto che lo scrittore ascolta mentre sta uscendo e a cui replica; lentamente il suono si affievolisce fino a che Albinati non lo sente più e smette di fischiare a propria volta. Un finale simbolico, che fa capire come la durezza delle sbarre abbia consentito allo scrittore di maturare: anche lui ha imparato qualcosa, non solo i suoi allievi. Si è abituato al carcere, ai suoi ritmi, alle sue sconfortanti angosce.

Così termina Maggio Selvaggio. Selvaggio come la detenzione che spreme l’individuo, facendone uscire la parte più bestiale, quella che si pensa sia stata bonificata dalla civiltà. Albinati vi rappresenta uomini che sopravvivono, che tentano di restare a galla e, per quanto possibile, di essere ancora chiamati uomini.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)

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