Eduardo Galeano: la lotta con le parole e con il silenzio

Author di Sebastiano Triulzi

Nello scantinato adibito a sala da conferenza in cui abbiamo trovato rifugio c’è odore di muffa. L’ultimo ospite deve essere passato di qui tanto tempo fa: sulle pareti bianche, intorno a rigagnoli di macchie nere e verdi, si sono formati degli aloni scuri che imbruniscono ancor di più la semioscurità che ci circonda. Siamo seduti uno di fronte all’altro divisi da un lungo tavolo rettangolare su cui è posato un ormai opaco panno verde da gioco; alle nostre spalle veglia una lavagna a fogli mobili, è rimasto lì appiccicato un minaccioso grafico a barre pieno di numeri e sigle il cui senso è per noi indecifrabile: ci soffermiamo a guardarlo più o meno con la stessa stolida espressione dipinta sul volto. Il tavolo è posizionato leggermente di sbieco ma lo lasciamo così dopo un timido tentativo di rimetterlo in asse, timorosi che il rumore possa farci scoprire dagli inservienti dell’albergo. Alcune sedie sono ammonticchiate in un angolo, ricoperte di polvere, mentre altre, allo stato brado, ostruiscono il centro della stanza, come se qualcuno avesse iniziato a mettere a posto e poi, chissà per quale motivo, vi avesse rinunciato.

Ci vuole un po’ per abituarsi alla penombra in questo scenario da fuga precipitosa post convegno, ma mi sembra che anche Eduardo Galeano sia come rincuorato dal silenzio che ci avvolge: contando anche questa, è la terza volta che ci incontriamo e ogni volta mi sembra di poter ricominciare esattamente da dove ci eravamo interrotti. Se il filo si riannoda facilmente è tutto merito, credo, del carattere di Galeano, così gioviale e vitale e espansivo pur in presenza di una timidezza che è consustanziale in lui. Dopo Mantova e Roma, il nostro terzo incrocio avviene ad Asti, che mi appare in questa fine d’inverno, nello scorcio tra la stazione e l’hotel, città grigia, fredda, quasi anonima: sono in veste ufficiale, per conto del giornale con cui collaboro, e di sopra, nella hall dell’albergo, è in corso una rimpatriata tra vecchi amici: le loro risa giungono attraverso le scale, attutite, intermittenti, sembrano quasi volerci ricordare dove ci troviamo e che il tempo stringe. Il linguaggio che usa con me è davvero buffo, insieme preciso e molto spiritoso; inframmezza lo spagnolo, certamente per venirmi incontro, con lacerti italiani a cui si aggiungono anche parole che si situano nel mezzo di queste due lingue: la sua voce è incantatoria, insieme melica, ironica, suadente, e davvero un’ipnosi cosciente coglie chi lo ascolta. Credo sia questa una delle esperienze che accomuna tutti coloro che lo sentono parlare. La seconda volta che ci siamo visti, a Roma, gli feci i complimenti per i suoi progressi con la lingua italiana e nel suo tipico modo, dunque con profonda, sentita autoironia, mi rispose che non dovevo crederci veramente: «È pura simulazione, pura invenzione, puro teatro. Io faccio sempre il teatrino». Il resoconto che segue è un patchwork delle parole scambiate in tutti i nostri incontri, compreso quelli virtuali, intercorsi via mail: una misera finzione, forse, che ha però lo scopo di dare unità strutturale e una sorta di continuità logico-consequenziale ai nostri discorsi intervallati nel tempo. Detto per inciso, Galeano ha la rara capacità di donarsi anche tramite mail, medium di solito freddo e impersonale nelle interviste, facendosi sempre sentire prossimo a chi gli si rivolge, sempre attento e rispettoso del lavoro degli altri, forse perché per tanti anni è stato dall’altra parte della barricata come giornalista. L’inizio della nostra conversazione ad Asti ha a che fare con le immagini della sua infanzia, che talvolta, gli dico, sono in esilio dentro di noi: «Da bambino – confessa subito ˗ sarei voluto diventare un pittore. Cercavo di comprendere il mondo attraverso le immagini. Crescendo, pur attratto dall’arte, sentii che c’era una distanza troppo profonda tra il desiderio e la realtà, tra quello che potevo e quello che volevo fare. Ancora oggi la mia memoria funziona per immagini». Un retaggio di quella prima passione resiste nelle figure che accompagnano epigraficamente alcuni brevi brani dei suoi libri: è lui stesso che le disegna, con un tratto ora caricaturale ora stilizzato, quasi alla maniera anglosassone. Nelle dediche agli amici o ai lettori più affezionati è solito, inoltre, tratteggiare i contorni di un maialino con un fiore in bocca, a mo’ di firma o autoritratto: «Ci sono scrittori che si identificano con simboli più presentabili. Il mio – spiega con uno sorriso ironico in cui si cela il ricordo di un tratto adolescenziale ˗ è forse un omaggio a un animale antieroico, condannato a un triste destino di salame, sanguinaccio o salsiccia».

Galeano compì i suoi primi passi nel giornalismo in qualità di disegnatore, pubblicando, a soli quattordici anni, caricature politiche e disegni umoristici su un settimanale socialista, «El Sol», che siglava col nomignolo “Gius”, versione in castigliano del cognome gallese del padre (Hughes). Quando cominciò a scrivere, optò, invece, per quello della madre, che si chiamava Licia Esther Galeano Muñoz: «Ricordo tra i primi pezzi scritti una recensione a un film con Henry Fonda, La parola ai giurati1. E gli articoli di lotta sindacale, o veri e propri reportage, perché quando ero ancora un ragazzo fui un militante sindacale. Ma la mia educazione formale, per così dire, è stata del tutto incasinata». La famiglia di Galeano apparteneva a quella borghesia urbana e cattolica sulla quale l’Uruguay aveva basato il suo sviluppo economico nei primi decenni del Novecento ma che già avvertiva i segni di un declino economico, etico e sociale che avrebbe portato, poi, dritti verso l’autoritarismo e le altre nefandezze della dittatura. I suoi antenati risalgono alla massiccia migrazione bianca europea: «I miei geni – sostiene Galeano con una certa allegria ˗ sono italiani, gallesi, castigliani, tedeschi, un miscuglio incredibile: tutto misturado. Io sono la prova viva che in Europa non c’è un destino molto stimolante – e inizia a ridere ˗, la prova provata che l’Europa non funziona». È nato a Montevideo il 3 settembre del 1940, sotto il segno della Vergine dunque: dopo i primi «sei anni della scuola primaria e uno solo della secondaria», racconta, ha abbandonato gli studi, mettendosi a lavorare: «in parte per una ragione economica e in parte», rivendica con orgoglio, «per il desiderio di libertà». «Feci molti lavori. Bigliettaio, dattilografo, operaio in una fabbrica di insetticidi, e poi fui al seguito di un fotografo, scrivevo lettere perché spiegavo bene»: e altri lavori si potrebbero aggiungere perché, più che la curiosità, dietro la necessità economica di trovare nuovi impieghi ˗ «un pretesto», sostiene ˗ c’era un’irrequietudine mista a curiosità, «che era anche un modo di vivere»: «Avevo quest’ansia di libertà, di cercarmi e di trovarmi», svela, la stessa forse che l’ha reso da adulto un viaggiatore instancabile o, come chiarisce ora, «un pellegrino». «Ho viaggiato moltissimo, soprattutto in America Latina, spesso senza denaro. I miei libri [oggi editi in Italia da Sperling & Kupfer: n. d. r.] nascono da questo girovagare senza sosta, come ad esempio è stato per Memoria del fuoco2 o Specchi3»: i suoi stessi libri sono una sorta di tour attraverso la storia, la cultura, la politica del continente, e, proprio a partire dallo sforzo titanico alla base delle Vene aperte dell’America Latina4, le sue opere offrono al lettore una massa di informazioni e dati inimmaginabile; una vertigine catalogatoria, di classificazione ed elencazione lo muove, la stessa di uno scienziato (una volta ebbe a dire, scherzando sulle virtù del caffè, che, quando scriveva, di notte, le Vene aperte, non dormì per tre mesi di seguito). E così viene da legare questa personale, viscerale irrequietezza a un altro movimento, di stampo narrativo, tipico del suo modo di scrivere libri, che magari parte dall’urgenza di denunciare le ingiustizie del presente e del passato, riabilitando così i sommersi dalla storia, e però si conclude in un’idea, o meglio con un apprendimento, e cioè che non si finisce mai di vedere e di osservare e di farsi raccontare un’esistenza o una storia, perché tutti noi abbiamo una storia, che appare più degna di essere raccontata nel momento in cui contiene un insegnamento utile anche per gli altri: la parola è argine contro l’ingiustizia e la sopraffazione, mi disse quando ci incontrammo a Roma. L’ultimo lavoro prima «del tentativo di vivere solo con il giornalismo», spiega Galeano, «era stato fare da fattorino in una banca, col successivo salto nel sindacato della categoria dei bancari: scrivevo anche cronache e articoli sindacali per un loro settimanale. A diciannove anni e dopo aver passato lì dentro quattro lunghi anni, decisi che il lavoro in banca non faceva per me. Fu in quel periodo che appresi che i principali rapinatori di banche sono i banchieri stessi, solo che nessun allarme suona per loro». Il tentativo di sopravvivere lavorando come giornalista ebbe inizio con la collaborazione al prestigioso settimanale «Marcha», fondato nel 1939 da Carlos Quijano e sulle cui pagine figure eminenti della cultura montevideana quali Mario Benedetti o Juan Carlos Onetti andavano denunciando la decomposizione di un paese in declino e il pericolo che questo avrebbe comportato. Il lavoro come giornalista ha affinato, al contrario di quanto si possa pensare, la sua sensibilità poetica, il suo spirito pungente e anche, ma questo è più comprensibile, l’impegno contro ogni ingiustizia sociale (del passato e del presente).

Galeano è una specie di “scrittore-cassapanca”, un enorme, prezioso baule da cui si possono estrarre a iosa storie e narrazioni per lo più dimenticate, che lui a sua volta recupera da fonti preesistenti, innovandole e irrorandole con rigorosa sobrietà e sagace ironia. Il nodo focale d’ogni suo libro si situa proprio nella volontà di raccontare la memoria collettiva, attraverso la riscrittura di voci ed esperienze di un mondo che sembra vicino e insieme perduto, di particelle di vita in grado di offrire talvolta modelli etici e comportamentali opposti a quelli veicolati dalla cultura ufficiale o dalle Istituzioni. Nulla sembra precluso alla sua curiosità, come se l’umanità fosse un grande mondo sepolto: leggende e miti antichi, racconti orali e libri di viaggio, monografie e fatti di cronaca, perfino scritte sui muri o pitture rupestri sono per lui parti di una simbolica catena, di un’avventura globale che va riscattata dall’oblio attraverso la parola, che possiede dunque una valenza negromantica, serve per davvero se riesce letteralmente a resuscitare, a richiamare alla vita ciò che non lo è più. La sua narrativa procede per frammenti, per brani più o meno brevi, ognuno dei quali possiede un’aura particolare, e tutti insieme una portata politica: sono i segni, le prove della presenza dell’epica nel quotidiano, fatta dagli invisibili e dai vinti di ogni tempo. Nei suoi libri, costruiti attorno alla riscrittura di storie quotidiane, di memorie e miti, di eventi dimenticati o nascosti, delle cronache e delle cicatrici del continente latinoamericano, l’atto dello sguardo, inteso come conoscere e riconoscere, ne è un fondamentale presupposto, il primo tra tanti altri, forse, ma sempre il primo. Così come è di fondamentale importanza l’ascolto, l’atto per eccellenza sublime nei confronti dell’altro. L’interrogativo identitario su cui non hanno smesso di esercitarsi gli intellettuali latinoamericani da più di cinquecento anni (con le sue appendici teorico-filosofiche della «razza cosmica», della «transculturazione», dell’«eterogeneità», dell’«ibridismo», del «multiculturalismo», e così via) si polverizza per Galeano in una scelta autonoma, come un atto di libertà, qualcosa che non può né deve essere imposto, quasi un falso problema, perché, appunto, «si può appartenere ad un luogo anche senza vincoli di sangue», come mi risponde con quei suoi occhi quasi chiusi, ristretti in una piccola fessura: «Il vincolo di sangue è un’invenzione razzista. Non ho alcuna fede nell’identità biologica, la vera identità è quella nata dalle cose come sono». Per spiegare questo punto mi chiede se conosco la storia di Kurt Unkel: «Era un operaio e un antropologo autodidatta tedesco che a vent’anni arrivò in Brasile per una ricerca sulla cultura guaranì. Dopo un primo contatto scoprì che anche lui era un guaranì, solo che non l’aveva mai saputo. Assunse un’altra identità che non proveniva né dal cielo né dall’inferno ma solo dalla terra che sentiva essere la sua. Venne ribattezzato Nimuendajù, che significa ‘colui che sceglie la propria casa’. Fu guaranì per tutta la vita e continuò ad essere un antropologo, divenne il più profondo conoscitore della tradizione, dei miti e della società tupi-guaranì, che è la versione brasiliana di questa popolazione indigena, e poté farlo perché fu dentro a quel sistema, non si limitò ad osservare piante e animali. Morì molto vecchio, fece in tempo a stilare la prima raccolta dei miti guaranì della creazione e della distruzione del mondo. È un caso molto chiaro di che cosa significa un’identità scelta e non imposta».

Uno degli aspetti più nascosti di Galeano è il suo rapporto con la spiritualità, che affonda nelle radici religiose della sua educazione. Guardandomi dritto negli occhi come per saggiare una mia reazione, definisce il cattolicesimo l’influenza più profonda della sua infanzia, quasi a voler dar ragione a quanti vedono nell’indole utopica e romantica del suo comunismo tracce della mistica cristiana, più speculativa: «Provengo da una famiglia cattolica: mia mamma e mio padre, mia nonna, erano tutti cattolici ma non ferventi o integralisti, e neanche praticanti; ma io sì, io ho avuto un’infanzia mistica». «Perché usi quest’espressione?», gli chiedo: «Era mistica perché sentivo di esserlo io stesso. Fino ai tredici anni ho fortemente creduto nel messaggio divino. Mi ha marcato, mi ha influenzato molto. Per sua fortuna la Chiesa si è salvata da me ed io ho intrapreso altri cammini. Però, c’è sempre qualcosa che lavora sul fondo della botte di vino, sempre un halgo di eso. Voglio dire che questa necessità, questa volontà di trascendenza si è poi trasformata in qualcos’altro. Mi sento più vicino in questi ultimi anni alle religioni pagane, indigene, che sono le più disprezzate, e che sentono una presenza divina nel sole o nella pioggia. Credono che tutto è sacro, che la tua famiglia riviva in un fiume, in un albero, nella terra». Il suo innato senso di ingiustizia nasce, forse, anche all’interno di questa educazione, o «scelta», come tiene a dire lui, ma già a dodici-tredici anni, mi dice, si accorse che qualcosa stava cambiando: «Durante l’infanzia avevo fatto una scelta cattolica mia, diversa anche da quella famigliare; un giorno compresi che il Dio che mi aveva accompagnato non camminava con me, non lo sentivo più dentro di me. A partire da quel momento tutto è cambiato: col tempo mi sono reso conto che quell’elemento spirituale primigenio mano a mano si stava realizzando in altro, nella presenza della religione depressiada, africana, indigena. Adesso mi sento in cerca di questa concezione delle cose, anche perché, quando cominciai a studiare le altre religioni e culture, scoprii che erano molto più umane di quelle che mi avevano formato, in primis della Bibbia. Ad esempio, i guaranì sono pellegrini che credono nell’esistenza di un altro mondo senza male e senza morte, un mondo che ti aspetta non in cielo ma su questa terra, una specie di altro mondo possibile, come dice il Forum di Porto Alegre». Che cosa significhi tutto ciò lo spiega prendendosi una piccola pausa, come cercando le parole dentro di sé: «Il mondo infame e sporco e ingiusto in cui viviamo è gravido di un altro mondo possibile, ne contiene cioè uno piccolo in formazione, lo ha nella pancia. E questo l’ho appreso non tanto dai libri di politica, di sociologia o di storia, ma nell’esplorazione delle cose, delle altre culture, delle altre conoscenze».

Alla profonda influenza cattolica nei primi anni della sua vita seguì lo studio sistematico e approfondito del Capitale di Karl Marx: «una lettura per intero», tiene a sottolineare, «non solitaria ma in gruppo», avvenuta insieme ad altri giovani montevideani a casa di amici, come era consuetudine fare a quei tempi: «Sono stato uno dei pochi esseri umani ad aver letto ogni riga del Capitale. Ci faceva lezione un professore argentino, Enrique Broquen, che per tre anni ha preso un aereo da Buenos Aires tutte le settimane per venirci a spiegare che cosa fosse il marxismo, in una versione non leninista, più vicina all’insegnamento di Rosa Luxemburg. Ci riunivamo privatamente e il numero dei partecipanti variava di giorno in giorno, il gruppo variava tra i quindici e le venti persone, per lo più erano socialisti. Io non sono mai stato un marxista-leninista». Un’affermazione molto precisa con la quale Galeano tende a sottolineare un dato forse un po’ dimenticato: che, cioè, l’autocoscienza politica tipica di una generazione divenuta attraverso la rivoluzione cubana «contemporanea al resto del mondo», come volle definirla Carlos Fuentes ampliando il concetto di Octavio Paz che aveva circoscritto l’effetto della rivoluzione alla gioventù messicana, ecco questa autocoscienza politica che diviene anche coscienza di sé, della propria storia, della propria cultura era stata anche in parte scissa dal marxismo-leninismo, aveva avuto molti rivoli e fratture e incomprensioni e accesi dibattiti e serrati confronti, come sappiamo: insomma, spiega Galeano, non per forza dovevano essere sinonimi. E, infatti, la lettura di Rosa Luxemburg, delle opere della rivoluzionaria ebreo-polacca, la sua «eresia» dall’interno furono fondamentali, rivela, per la sua formazione: «Le polemiche tra Luxemburg e Lenin mi hanno segnato per sempre. Penso e sento che la grande tragedia del secolo scorso è stata il divorzio tra la giustizia e la libertà. Una parte del mondo ha sacrificato la libertà in nome della giustizia, e l’altra parte ha fatto l’inverso. E questo è vivo nel pensiero di Rosa: la migliore eredità che Rosa ci ha lasciato sta nell’idea che libertà e giustizia sono fratelli siamesi: attaccati per le spalle; i due ideali sono stati divisi, ed è necessario riuscire a ricongiungerli. La grande sfida di questo nuovo secolo è ricucire il legame che li univa e che è stato tranciato». In questo senso già l’introduzione delle Vene aperte dell’America Latina, pubblicato in Messico nel 1971 e vietato dal regime di Pinochet, appariva fin da subito erede di quella lezione luxemburghiana («Paesi specializzati nel guadagnare e paesi specializzati nel rimetterci: ecco il significato della divisione internazionale del lavoro»), ma in una versione terzomondista: «La nostra regione del mondo, quella che oggi chiamiamo America Latina, è stata precoce: si è specializzata nel rimetterci fin dai lontani tempi in cui gli europei del Rinascimento si sono lanciati attraverso i mari per azzannarle la gola» (più recentemente, questo è il libro che Hugo Ch’avez ha regalato a Barack Obama, e non sono lontani dal vero coloro che indicano nelle Vene aperte uno dei libri più influenti dell’America Latina). Il tema centrale è che il continente latinoamericano non ha vissuto per moltissimi anni una sorta di infanzia del capitalismo, come vorrebbero far credere tecnocratici ed economisti del liberalismo, ma è il risultato dello sfruttamento spietato, crudele, sempre sanguinoso e profondamente ingiusto del colonialismo e del capitale. Quella capacità unica che è il saper ascoltare lo ha reso un grande narratore oltre che un oratore estremamente efficace. Sul valore dell’ascolto, sul significato di quest’attitudine sempre più bistrattata e derisa, Galeano ha fondato i suoi libri, direi anche la sua personalissima ontologia: ad esempio, in un libro tra i più recenti, Le labbra del tempo5, che si configura come raccolta di brevi parabole, riformula e riscrive, oltre a miti, eventi politici e fatti realmente accaduti com’è sua abitudine, anche i racconti di persone incontrate casualmente, le cui storie, «in apparenza normali o inutili, però spiegano il mondo». Una delle prime interviste che mi concesse fu al tempo in cui uscirono i quasi cinquecento brani, o raccontini, di Specchi. Una storia quasi universale, nell’ottobre del 2008. In quell’occasione mi chiarì la sua poetica: «Il mio linguaggio – mi scrisse ˗ vuole essere, come me, senti-pensante, capace di unire la ragione all’emozione». Ascolto, ragionamento ed emozione, così connaturati al suo stile di scrittura, hanno una genesi, un inizio che Galeano individua con una precisione assoluta: «La mia educazione intellettuale, la mia università, sono stati i caffè di Montevideo», mi dice, ilare, felice per avermi preso in contropiede. I caffè di Montevideo, frequentati da adolescente, sono stati dunque la sua prima fonte di studio: qui è avvenuto l’incontro con l’oralità, con l’uso sapiente della parola, quell’abilità nel saper raccontare episodi di vita vissuta riuscendo insieme a commuovere e a divertire, che costituisce in fondo anche l’architrave dei suoi libri: «Sì è così. I miei primi maestri sono stati i narratori anonimi che si sedevano ai tavolini dei bar di Montevideo e che io ascoltavo avidamente. Un giorno, un uomo mi raccontò una storia che è ancora viva nella mia memoria. Ero seduto a un tavolino di un caffè di Montevideo che ora non esiste più e devi sapere che sono sempre stato un pessimo studente di storia a scuola: la detestavo perché mi sembrava qualcosa di morto, un’eco della sera, un mondo orribile di statue e di esseri inanimati, senza carne né sangue. Insomma, quell’uomo incominciò a descrivere una battaglia in Uruguay durante la guerra gaucha, la guerra civile agli inizi del Novecento. Non so chi fosse o come si chiamasse, né so se la sua storia l’aveva ascoltata da qualche parte o la stava inventando, ma era chiaro che non poteva averla vista con i propri occhi, che non poteva esserne stato testimone, perché allora di sicuro non era ancora nato. Così, appresi la mia prima lezione: l’arte è una menzogna che dice la verità. Raccontava con tanta intensità che mi sembrava di essere nella mischia della battaglia, sentivo lo scalpiccìo degli zoccoli dei cavalli e il clangore delle armi; vivevo tutto quello che diceva con grande partecipazione eppure era trascorso mezzo secolo da quella guerra. Nel campo erano tutti morti, e l’uomo disse che ad un certo punto si era imbattuto in un ragazzo che pareva un angelo tanto era bello, un adolescente di sedici o diciassette anni, con le braccia in croce e una bandana bianca a sorreggere i capelli, così come i suoi nemici, i colorados, l’avevano rossa. Sopra c’era scritto: per la patria e per lei, cioè la sua donna: e la pallottola che l’aveva ammazzato era entrata nella parola esa, lei. Ecco che appresi anche la seconda lezione: quello che è successo una volta, attraverso la tecnica, la magia del racconto, accade nuovamente».

In ogni terra e paese in cui si è recato, Galeano afferma di aver incontrato questo tipo di narratori senza nome, «che non hanno pretese letterarie e non sono professori di nulla ma sanno che il racconto è un’arte della resurrezione». E dunque anche del sentimento: l’atto memoriale, spiega, «è un omaggio alla vita e non una cerimonia funebre. Avevo ricevuto a scuola una falsa versione della storia come celebrazione della morte. Anni dopo, quando iniziai a scrivere Le vene aperte dell’America Latina e poi la trilogia Memoria del fuoco, ho cercato di farlo in quella maniera, di tenere viva la memoria». Curiosamente, il suo modo di scrivere venne definito all’inizio della sua carriera «realismo estetico», in cui il discorso testimoniale, l’intreccio tra storia, politica e antropologia, possedeva una caratura formale accattivante, e per questo effetto di realtà nella finzione la sua opera veniva accomunata a quelle di Roque Dalton, Miguel Barnet, Elena Poniatowska o Osvaldo Soriano.

Le sue prime opere vennero scritte in quei decenni della storia dell’America Latina in cui imperversavano le dittature del Cono Sur e si assisteva alla brutale repressione d’ogni forma di libertà in nome della cosiddetta Dottrina di Sicurezza Nazionale: ogni giudizio deve tener conto di questa fondamentale influenza. Fin dal suo primo romanzo pubblicato, Los días siguientes (1963), o dai racconti successivi raccolti in Los fantasmas del día del León, y otros relatos (1967), Galeano ha portato avanti uno stile di scrittura in cui all’esplorazione, in un modo che potremmo definire lirico, delle tensioni tra storia e mito, s’univa un ottimismo di natura marxiana. I viaggi intrapresi in questo decennio, in Cina, in Guatemala e in tutta l’America Latina, di cui è rimasta testimonianza nei volumi China6, Guatemala, una rivoluzione in lingua maya7 e Reportajes (col sottotitolo: Tierras de Latinoamérica, otros puntos cardinales, y algo más, 1967), gli sono anche serviti per analizzare la rilettura cinese del comunismo sovietico o valutare le controversie dottrinarie del marxismo. I suoi reportage tendevano a cancellare i confini tra letteratura e giornalismo, cercando di ristabilire la verità delle cose: Guatemala nacque «dal contatto diretto con i guerriglieri nella profondità delle montagne e nella clandestinità dei centri urbani», ed era rivolto a conoscere le cause profonde della rivoluzione guatemalteca, quelle ragioni «che la giustificano e la rendono necessaria dal punto di vista storico». Galeano tra l’altro criticava l’influenza degli Stati Uniti nel paese (il Guatemala è stato il Vietnam dell’America Centrale, secondo il sociologo spagnolo Juan Maestre) e accusava apertamente la CIA di aver rovesciato, nel 1954, il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz Guzmán, colpevole di aver confiscato ottantatremila ettari di terreni che la multinazionale americana United Fruit teneva incolti mentre la fame decimava i contadini del Guatemala: in quello stesso anno quasi il sessanta per cento dei contadini non possedeva un appezzamento di terra e tutti gli altri ne avevano, scrive Galeano, soltanto quanto bastava per «scavarsi la fossa». Grazie al fatto che alcuni documenti riservati della CIA sono stati desecretati nel maggio del 1997, sappiamo che Galeano aveva pienamente ragione; e conosciamo anche il nome in codice di questa tragica e nefasta operazione segreta, voluta dal presidente Dwight David Eisenhower: PBSUCCESS. L’incipit di Guatemala è assai significativo: «Il Guatemala, come l’intera America Latina, è vittima della congiura del silenzio e della menzogna». Come ricorda Ryszard Kapuscinki nel suo reportage dal Guatemala Perché è stato ucciso Karl von Spreti, il silenzio è anche uno strumento politico e viene usato da tiranni e occupanti per accompagnare le loro miserevoli imprese. La battaglia contro il silenzio è spesso ardua da portare avanti e nella lotta al silenzio è in gioco la stessa vita umana: «Il silenzio esige che i campi di concentramento sorgano in luoghi appartati. Il silenzio necessita di un enorme apparato poliziesco e di un esercito di delatori. Il silenzio esige che i nemici del silenzio spariscano all’improvviso e senza lasciare traccia. Il silenzio vorrebbe che nessuna voce – di lamento, di protesta, di indignazione – disturbasse la sua pace». Infrangere questo tipo di silenzio è uno dei comandamenti di Eduardo Galeano. Riscattare e recuperare la memoria collettiva, in una tensione dialettica tra coscienza critica e demistificazione della storia ufficiale, è un processo lungo, che per essere messo su carta dura il più delle volte diversi anni per Galeano; si svolge tanto nelle aule di una biblioteca, racconta, «con la consultazione di una quantità infinita di testi» (alla fine delle due parti delle Vene aperte c’è un indice bibliografico, ad esempio); quanto anche «per la strada, tra le persone», attraverso l’incontro con tante voci diverse: «Il mio disaccordo con il gruppo della teologia della liberazione che frequentavo da adolescente nasce da qui: la convinzione di essere la voce di quelli che non hanno voce è un grave errore, mi pare, perché tutti abbiamo una voce. Il problema è che non viene ascoltata. Udire le parole di coloro che subiscono la soppressione della memoria, della realtà, del presente come del passato, sentire cosa hanno da dire gli invisibili, le donne, la cultura nera e quella indigena delle Americhe, i poveri e gli esseri umani anonimi. Devono essere ascoltati perché sono le voci che contrastano per prima cosa con la voce del potere, questi, sì, echi di echi, che ripetono una versione bugiarda della realtà, che sopprime o evita tutto ciò che non le conviene». Un giorno disse che per scrivere i tre volumi di Memoria del fuoco aveva immaginato che «l’America fosse una donna» che gli «confidasse all’orecchio i suoi segreti, gli atti d’amore e le violenze subite che l’avevano creata».

L’urgenza di una scrittura che si fa atto di rimembranza nasce dall’idea che, così come il continente latinoamericano è stato spogliato e defraudato delle sue materie prime, allo stesso modo è stato privato della memoria, «perché non sapesse da dove viene e perché non potesse verificare dove va». Il narratore ideale di Galeano racconta sempre la memoria collettiva: più che alle strutture durevoli o a grandiosi processi storici e sociali, Galeano guarda e considera singoli eventi ricavati dalla più varia provenienza e in grado di esprimere la pluralità culturale del continente: un’impostazione evenemenziale, fattuale, che fa della frammentazione un’operazione simbolica perché sintetizza e ridà significato a tutti gli eventi che hanno fatto l’America latina dai precolombiani ad oggi, con insita l’idea, di chiara matrice marxista, che fu proprio il saccheggio del continente latinoamericano a rendere possibile lo sviluppo del capitalismo in Europa; insieme, il metodo di Galeano si configura come una manovra di montaggio, un assemblaggio in cui è possibile esporre, presentare le esperienze collettive, ciascuna portatrice di valori o disvalori. L’effetto è insieme anche quello di una reiterazione costante, continua, ossessiva di fatti ed eventi storici che finiscono per assomigliarsi nella loro atrocità e violenza, e il rischio è di perdersi in un elenco tragicamente infinito, uguale a sé stesso.

La parola acquista in questo contesto una qualità dinamica: diviene, cioè, un grande ponte per il lettore verso un’altra verità, lo aiuta a costruire argini contro le ingiustizie o le sopraffazioni di ogni tipo che continuano ad accadere proprio confrontandole con quelle che altre donne e uomini, in epoche diverse, in luoghi lontani tra loro nel tempo o nello spazio, hanno dovuto subire; e il solo raccontarle fa di tutte queste storie degli exempla morali, un grande bagaglio resistenziale a cui attingere per non dichiararsi sconfitti. In questo senso Galeano ci ricorda di appartenere a una generazione che ancora credeva di poter modellare il mondo secondo le proprie aspettative e speranze. La stessa letteratura, che unisce e sistema le parole, rende o serve, come egli stesso ha sottolineato più volte, a rendere trasparenti anche i muri più spessi: questa è la sua funzione e qui sta, forse, la visione più felicemente utopica di Galeano.

Nei due libri Le vene aperte dell’America Latina e Memoria del fuoco la commistione tra scrittura giornalistica e scrittura romanzesca è più profonda e originale, i confini tra i due generi si giustappongono, così come l’epica combacia col quotidiano, con l’accaduto: «C’è una concezione classista che mette i libri nel piano più alto dell’altare e il giornalismo nei sobborghi poveri. Non ci credo. Credo invece che abbiamo una responsabilità quando scriviamo, qualsiasi sia la forma che scegliamo». A differenza del tempo di composizione dei suoi libri, che è sempre molto dilatato, nella pratica della scrittura giornalistica la velocità è una necessità compositiva con cui è dovuto venire a patti: «Non rileggevo mai i miei articoli. Il giornalismo non ti dà il tempo in realtà di pensare tanto – ammette sconsolato ˗, c’è sempre un problema di tempo e di spazio. Quando facevo il giornalista per guadagnarmi da vivere, non potevo permettermi un’autocritica troppo rigorosa. Il che è un peccato perché chiaramente il giornalismo scritto è una forma di espressione della letteratura, che ha la stessa dignità di tutti gli altri generi: la letteratura non è soltanto la produzione di libri; e anche il lavoro giornalistico, quando è scritto, fa parte della letteratura».

Il giornalismo è sempre stato per lui un altro modo, insomma, di fare letteratura, e non deve essere, afferma, «confinato alla periferia povera del mondo delle lettere», così come, all’inverso, va denunciata ogni tipologia di informazione acquiescente o complice del potere. Questo impegno eticamente costante che è il fare giornalismo non va mai per lui piegato alle proprie esigenze personali, ai miseri calcoli quotidiani di una vita senza impicci e problemi, perché entrerebbe in conflitto con la libertà di opinione o di sguardo che è fondamentale in chi scrive. Durante uno dei tanti discorsi pubblici tenuti in Italia, denunciando la manipolazione dell’opinione pubblica mondiale proprio mediante l’uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa, ricordava come «i grandi media confondono la libertà di espressione con la libertà di pressione», e riassumeva il concetto prendendo a prestito quel che un anonimo aveva scritto «in maniera magistrale su un muro» (e che lui aveva fedelmente trascritto): «ci pisciano addosso e i giornali dicono che piove».

Sorpassata la «metà dei vent’anni», Galeano divenne direttore di un quotidiano, «Época», cosa incredibile a dirsi oggi: la redazione era variabile nel numero, «poteva essere di cinquanta persone o di cinque, perché nessuno era un professionista, tutti facevano tutto, tutti vivevano di altri lavori»; e ogni giorno bisognava riempire e chiudere ventiquattro, talvolta trentadue pagine: «È stata un’esperienza bellissima, una delle mie locure, delle mie pazzie. Avevo vinto un concorso per occuparmi delle pubblicazioni dell’Università di Montevideo e il pomeriggio sul tardi andavo al giornale dove oltre agli editoriali mi divertivo a fare gli oroscopi. Seguivo sempre quello che avevo detto il giorno precedente e conducevo i nostri lettori verso la perdizione consigliando a tutti di peccare», dice ridendo, con quel certo compiacimento che si perde appunto nella rimembranza. «Poi scrivevo articoli anche per la sezione sportiva, il calcio è sempre stato la passione predominante. «Época» aveva cinquemila azionisti schierati politicamente a sinistra ma non comunisti perché questi avevano un loro giornale che era completamente differente dal nostro; il nostro era un’avventura giovanile, ci divertivamo molto a farlo, era un diario allegro: tutti gli azionisti tenevano il diritto di partecipare all’assemblea, però la sinistra era polverizzata in mille gruppi e le assemblee erano democratiche e per questo lunghe, lunghissime, estenuanti, potevano durare tutta la notte. Si discuteva di che cosa era sbagliato e soprattutto ad alcuni azionisti non andavano giù le pagine che consacravamo al calcio nel fine settimana. Ora è un discorso superato ma negli anni Sessanta il calcio era malvisto dagli intellettuali sia di destra sia di sinistra: per i primi era la prova che il popolo pensava con i piedi, per i secondi il calcio era colpevole di non far pensare il popolo. C’era una certa unanimità contro questa passione popolare». L’Uruguay è un piccolo paese che va matto per il calcio: ha vinto ben due mondiali di calcio, di cui uno nel mitico stadio Maracanà, soffiandolo ai padroni di casa del Brasile, nel 1950: «L’Uruguay è un paese futboladicto», se ne esce Galeano, con una sorta di neologismo. Nel 1995 pubblicò un libro oggi introvabile, Splendori e miserie del gioco del calcio8, in cui il football viene paragonato a una recita teatrale e dove vengono rivissuti, come solo un vero appassionato può fare, i momenti più esaltanti nella storia di questo gioco: l’ossessione per il calcio, ha scritto Galeano, è la prima emozione di ogni uruguaiano: «In Uruguay, quando i bambini nascono, urlano gol». Ma il calcio è fatto anche di luci e di ombre (El Fútbol a sol y sombra, come suona il titolo originale), di zone di sole e di zone più grigie, e il libro è un viaggio tra la bellezza e il sudiciume del calcio: ancora una volta l’orientamento è quello di smascherare verità nascoste e insieme rinarrare avvenimenti dimenticati. In questo senso il calcio si configura come un luogo non diverso dal mondo e dunque appare soggetto alle sue stesse regole, «per cui ad esempio il fallimento e la sconfitta non vengono perdonati, e ciò implica uno sviluppo del gioco indirizzato sempre più verso il risultato, a scapito della follia o della fantasia». Il calcio viene letto come elemento unificante, in grado di restituire, soprattutto in America Latina, una percezione di appartenenza, concretizzazione della patria immaginaria: nel settembre del 2003, in un articolo pubblicato su «Le Monde Diplomatique», in cui parlava della dimensione tragica del mondo del pallone, ha scritto: «Il calcio è stato lo sport che ha espresso meglio e affermato con maggior chiarezza l’identità nazionale. I diversi stili di gioco rivelano e consacrano i diversi modi di essere»9. Mi ripete più o meno lo stesso concetto, perché questa diversità è per lui a rischio di estinzione, soprattutto a causa di concomitanti e inquietanti forme di sfruttamento così simili a quelle messe in atto dalla selvaggia globalizzazione, laddove oltretutto la perdita di ogni visione ludica del gioco, la dittatura della legge della redditività (che lo ha reso «lo spettacolo di massa più lucroso che ci sia»), l’aver accorciato la vita sportiva dei giocatori con ritmi assurdi di lavoro, sono prove di un’uniformizzazione più generale verso cui tende il mondo stesso: anche in questo caso Galeano finisce con una storia che funge da parabola, riprende un fatto accaduto in Brasile durante la dittatura militare, quando i giocatori del Corinthias «riuscirono a impadronirsi della presidenza del club Corinthians […] nel 1982 e nel 1983»: «Una cosa insolita e mai vista: i calciatori decidevano tutto tra di loro, a maggioranza. Democraticamente, discutevano e votavano i metodi di lavoro, la tattica di gioco, la gestione finanziaria e tutto il resto. Sulle loro maglie, si poteva leggere Democrazia Corinthiana. Nel giro di due anni, i dirigenti messi da parte riuscirono a riprendere le leve del potere e bloccarono tutto. Ma, finché durò la democrazia, il Corinthians, diretto dai suoi giocatori, esibì il football più audace e più spettacolare di tutto il paese, attirò negli stadi le folle più numerose, e vinse il campionato brasiliano per due anni di fila. Tante prodezze e tanto splendore si spiegano con la droga. Una droga che il calcio professionista non è in grado di pagarsi: quel bibitone magico, senza prezzo, che si chiama entusiasmo. Nella lingua dell’antica Grecia, entusiasmo significa ‘avere gli dei dentro’».

Come il suo amico Osvaldo Soriano, e come tantissimi ragazzi d’ogni parte in questo piccolo pianeta, da giovane voleva diventare un calciatore e, quando gli domandai, la prima volta che ci incontrammo, se il calcio gli avesse dato qualche insegnamento utile per la scrittura, così mi rispose: «Albert Camus disse una volta che tutto quel che sapeva di morale lo doveva al calcio. Era stato portiere della squadra dell’Università di Algeri, e sapeva perché lo diceva. Io non ho mai potuto davvero giocare a calcio, ho sempre fatto il pagliaccio nei campi da gioco. Ma il calcio non è solo un piacere delle gambe che lo giocano. È anche un piacere legittimo degli occhi che lo guardano. E come spettatore di calcio ho spesso sostenuto che nel piccolo spazio di un campo da gioco c’è il mondo». Del calcio ammette di apprezzare anche ritualità e gesti consueti: dal semplice indossare una maglietta prima di entrare in campo all’atmosfera colma di stanchezza dello spogliatoio quando la partita è finita. Più di tutti, però, è ancora lo sguardo sul mondo esterno che prende il sopravvento: «Quando vedo giocare i ragazzi sulla spiaggia me incanta la loro allegria. Sai chi ha ancora quell’allegria negli occhi? Lionel Messi, che gioca per il puro piacere di farlo, come un bambino, come se non fosse il più pagato del mondo. Messi non crede di essere Messi, non l’ha scoperto ancora e, quando tocca la palla, trasmette una gioia incredibile. Poco tempo fa ero ad una trasmissione televisiva e si parlava della pericolosissima vocazione a dominare il mondo che si nasconde dietro lo spirito messianico, cioè l’idea di salvare altri paesi che è il grande alibi della guerra, perché la guerra non è fatta per salvare nessuno ma per rubare petrolio, gas, litio o quel che è. Nessuno ha l’onestà di dire “faccio una guerra per rubare”, tutti ammazzano per generosità, per salvare l’Iraq, per salvare il Guatemala o il Nicaragua. L’unico messianismo non pericoloso che conosco è quello di Messi».

La più bella partita di calcio secondo lui venne giocata alle Olimpiadi del ’36 dal Perù contro l’Austria, il paese dove era nato Hitler, che infatti assistette a quell’incontro: «stava a venti metri dal campo nel palco d’onore. Fu una vera umiliazione, il Perù si impose 4 a 2, l’arbitro annullò tre gol ma non riuscì comunque ad evitare la sconfitta dell’Austria. Per colmo i goleador peruviani erano neri e il simbolo del razzismo universale dovette assistere a questo disastro. Tuttavia, la notte stessa, affinché Hitler potesse dimenticare una simile offesa contro la sua patria d’origine, le autorità del calcio e delle olimpiadi, che sono le stesse di allora, solo il nome è cambiato (cioè il Comitato Olimpico e la FIFA), annullarono la partita inventandosi un’invasione di campo di tifosi peruviani, e fecero come se non fosse mai esistita. Il Perù, poi, si ritirò dalle olimpiadi. Questa è una storia assai rivelatrice, non solo perché le autorità sportive di quei tempi agirono come si tende a fare anche adesso, ma anche perché la loro infamia fu ricompensata dall’amnesia universale. Nessuno sa che questa partita c’è mai stata, anche se qualche filmato dovrebbe ancora esserci. Fu una partita splendida anche perché al centro c’è l’umiliazione di un potente, per questo dico sempre agli amici peruviani di farla circolare, di continuare a raccontarla. L’orgoglio nazionale non può essere il privilegio di un paese dominante; un paese dominato, quando prova ad essere patriottico, viene definito populista, terrorista, demagogico. L’orgoglio di appartenere a una terra, a un paese, a un luogo è invece sano. Ha anche un sapore pedagogico tutta questa vicenda: se la realtà non mi sembra buona, non mi piace, si decreta che non esiste, il che è la specialità di molti dirigenti dello sport internazionale, che ancora oggi vogliono decidere quello che bisogna sapere e quello che non bisogna sapere, quello che bisogna conoscere e quello che bisogna ignorare; c’è sempre la necessità di un riscatto di questi colori perduti dell’arcobaleno umano, e c’è sempre la necessità di ricordare, come faccio ora io con te sperando che tu lo faccia con altri, questa storia perché è una vecchia e bella storia di dignità, e mi pare che della dignità ci sia gran bisogno oggi».

In ogni sconfitta sembra esserci per Galeano l’immagine di vittorie possibili, almeno per gli esseri umani che verranno dopo: accadere nuovamente, far rinascere un episodio, un evento, un fatto del passato scandalosamente dimenticato, significa, sì, combattere contro un’amnesia universale, ma soprattutto, nella ricostruzione della potenza che certe storie possiedono, vuol dire offrire qualcosa d’emblematico che può essere d’esempio, che sprona a non soccombere. «Sì, è così. C’è una bella frase di Marx: nella storia, così come nella natura, il putridume è la fonte della vita. L’ho posta come introduzione al libro Giorni e notti d’amore e di guerra10». Letame viene dal latino, laetus: cioè il residuo delle stalle, che rendeva letteralmente felice il contadino perché ci si poteva concimare il terreno, e faceva più fertile la terra. Il putridume non è dunque qualcosa di cui aver vergogna, qualcosa da nascondere e buttare in un fosso: «No, appunto. Il traduttore tedesco del libro, assolutamente marxista, mi disse che non era riuscito a trovare quella frase in nessuno dei libri del barbuto. Io ero sicuro di non essermela inventata, ma non ricordavo da dove proveniva. Era, in ogni caso, la sintesi più perfetta del materialismo dialettico, cosicché, cerca che ti ricerca, giunsi alla conclusione che la frase era di Marx ma si era dimenticato di scriverla. Anni dopo, ricevetti una lettera da San Salvador: un professore dell’università, esperto di queste cose, mi raccontava di aver saputo dei miei dubbi. Conosceva la risposta: la frase era stata aggiunta di pugno dallo stesso Marx alla versione francese del Capitale, insieme ad altre correzioni. Nelle altre edizioni non figurava, salvo che in quella spagnola, perché il traduttore aveva collazionato la versione francese con l’originale tedesco, e la frase gli era piaciuta».

Tre anni dopo la pubblicazione di Le vene aperte dell’America Latina ˗ cronaca di cinque secoli di saccheggi e di imperialismo nel continente, come detto –, e cioè nel mese di giugno del 1973, ci fu un colpo di stato in Uruguay, guidato dallo stesso primo ministro Juan Maria Bordaberry. Galeano venne imprigionato e dopo una decina di giorni fu rilasciato perché, sottolinea sornione, «non avevano nessuna prova. Dal momento che non mi piace andare in galera, perché è molto noioso, e neanche essere ucciso, che è più noioso ancora, quando capii come sarebbe andata a finire, scappai in Argentina, a Buenos Aires, dove fondai la rivista culturale «Crisis». Poi, quando mi minacciarono anche lì di morte e stavano ammazzando alcuni compagni e amici intimi, ahimè scappai anche dall’Argentina». Per essere principalmente un giornale eminentemente di cultura, «Crisis» ebbe un successo incredibile, «arrivando a vendere anche trentacinquemila copie. Fu un’esperienza formidabile. Era una rivista strana, la cultura veniva intesa come comunione collettiva: raccoglieva il meglio della cultura professionale e anche le mille e una espressioni della cultura anonima, che la gente fa, senza sapere di farla, scrivendo sui muri o inviando lettere o narrando racconti intorno al falò. Fu anche una dimostrazione che la cultura può essere pericolosa, e alcuni compagni ci rimisero la pelle come il povero Aroldo Conti, sequestrato e ucciso dai generali. Il suo corpo venne buttato in un fiume insieme a quelli di moltissimi altri». Tutto ciò, dice quasi sussurrando, come rivolto a sé stesso, «mi segnò profondamente: a quel tempo Buenos Aires era il centro dell’energia creatrice di tutta l’America Latina: le mie motivazioni – prosegue – non sono mai veramente cambiate da allora: scrivevo e scrivo tentando di rivelare la realtà in tutte le sue dimensioni, quelle visibili e quelle invisibili, la realtà nella veglia e anche di notte, quando la realtà dorme o finge di dormire e fa sogni e incubi». Il gruppo che si riuniva intorno a «Crisis» era molto unito e «così avevamo deciso di fondare una squadra di calcio, tutti scrittori e intellettuali», ricorda Galeano: «ogni mercoledì mattina ci ritrovavamo al campo del Palermo, i cui cancelli erano allora sempre aperti». «Il mio ruolo? Era mezz’ala destra, più avanti che dietro. L’unico momento in cui facevo e faccio il fenomeno è quando sogno di giocare a calcio, lì sono meglio di Pelè o Maradona. Nel campo del Palermo invece ero un disastro, il peggiore di tutti, ma a nessuno importava perché giocavamo per il piacere di farlo e non per il dovere di vincere, che è quello che sporca il calcio professionistico; anche ora in Italia con l’ultimo scandalo, tremendo, un nuovo scandalo che non è il primo; le scommesse fanno appunto parte del calcio dove si gioca per il dovere di vincere, e in questo modo vale tutto, è il sistema mondiale che ti obbliga a vincere e vincere».

Come collaboratore della rivista c’era anche Osvaldo Soriano, l’unico finora che sia riuscito a rendere epico il calcio minore, quello che si gioca nelle periferie e nei campetti di provincia, e che lui aveva praticato nel Confluencia, club di una città che porta ancora oggi il nome di un tal Cipolletti, ingegnere idraulico: «Che cosa ricordo di lui? È stato un mio grande amico. Era una persona meravigliosa, di grande cuore, con un senso dell’umore, dell’umorismo incredibile: ti divertivi da matti con lui. Sai una cosa, te lo confesso, non so se davvero giocava bene a calcio come raccontava di saper fare. Gli dicevo sempre «Gordo (era questo il soprannome di Osvaldo Soriano), vieni a giocare con noi, almeno una volta, dai vieni», lo pregavo, ma lui di notte scriveva e di giorno dormiva, era un alibi perfetto, e così io, pure se eravamo migliori amici, non l’ho mai visto prendere a pedate un pallone su un campo da calcio».

Nel 1976 anche a Buenos Aires arrivarono i militari, secondo il disegno pianificato dai governi degli Stati Uniti, per i quali la presenza di stati democratici in quella parte del mondo era una cattiva notizia: fu insomma un’estensione della dottrina Monroe verso il terrore, in cui mercenari e assassini si misero all’opera sotto la guida delle forze politiche ed economiche della destra. Più volte minacciato di morte, inserito nella lista stilata da Videla dei fuoriusciti uruguayani («C’erano due liste, una uruguagia e una argentina», conferma), e con la moglie Helena nella sua stessa situazione, a Galeano non restò che fuggire: «Se mi prendevano, mi uccidevano: erano momenti, quelli, in cui si confonde il coraggio con la stupidità, e allora si pensava di essere forti e valorosi, ma aspettare che ti uccidano è un atto stupido, così per fortuna me ne andai, me ne scappai con mia moglie Helena, tutte e due dicemmo “se siamo vivi possiamo raccontare, se siamo vivi possiamo ancora raccontare”». Moglie e marito se ne andarono dapprima in Brasile, vivendo in grande povertà nonostante l’aiuto di amici come Cicho Buarque («Cicho mi aiutò moltissimo lì»).

Fu così che iniziò l’esilio, in Spagna come tanti espatriati latinoamericani prima e dopo di loro. Del suo esilio dice che «fu un momento di penitenza, peroque eso è soprattutto una sfida»: «come convertire questo tempo di penitenza, di litania obbligatoria dalla mia terra e dalla mia gente, come trasformare qualcosa che nasce come una maledizione e convertirlo in un periodo buono, creativo, fu la mia sfida. Mi venne l’idea di raccontare la storia delle Americhe attraverso brevi narrazioni in tre volumi, il che implicava una lunga e assidua ricerca in biblioteca, e così il mio fu un tipico lavoro dell’esilio, perché l’esilio mi dava molto tempo. Non avrei potuto terminare un’impresa del genere se fossi rimasto in patria, impelagato nelle mille cose da fare tipiche dei miei giorni uruguagi e argentini. Ci misi undici anni a finire quest’opera». Che sarebbe Memoria del fuoco, grandioso affresco della storia delle Americhe in tre parti, in cui fa rivivere, cominciando dai miti precolombiani della creazione e terminando con l’anno 1986, campesinos e dittatori, furfanti e figure storiche, eroi e visionari, raccontati attraverso momenti privilegiati e identificandosi principalmente con i perdenti della terra. Ogni frammentazione contiene all’origine un orientamento chiaro e lucido, dettato dall’associazione e dalla selezione portata avanti da Galeano, che infatti paragona l’accumulo di informazioni ed eventi storici di Memoria del fuoco alle tessere di «un mosaico multicolore», metafora a cui ricorre spesso in queste nostre conversazioni per rappresentare il suo modo di scrivere: a questa ambizione, sempre presente nelle sue opere anche se in misure diverse, corrisponde una fiducia nella leggibilità del mondo, a patto appunto che si superino le versioni ufficiali, che si recuperino le storie degli invisibili. Ha scritto giustamente Wladimir Krysinski: «In Memoria del fuoco la frammentazione non è un gioco, bensì un dispositivo semiotico-strutturale che organizza la percezione cognitiva e la dinamica narrativa di un insieme complesso, di natura mitologica, storica, etnografica, geografica, antropologica e politica. È l’America Latina colta nel suo movimento vertiginoso»11.

Nel reportage Guatemala. Una rivoluzione in lingua maya, scritto sia a contatto diretto con i guerriglieri «nella profondità delle montagne» sia in clandestinità nei centri urbani sconvolti dalla feroce repressione degli squadroni della morte organizzati e foraggiati dalla Cia, Galeano fa questa considerazione: «Il Guatemala, come l’intera America Latina, è vittima della congiura del silenzio e della menzogna». Come sostiene Ryszard Kapuscinski, più che combattere il rumore bisognerebbe talvolta combattere il silenzio, perché se il primo concerne più che altro «la pace dei nervi», nel secondo «è in gioco la vita umana». Il silenzio è uno strumento politico, è uno strumento «di cui hanno bisogno i tiranni – continua Kapuscinski ˗ affinché la loro opera non sia disturbata da alcuna voce». Dal momento che la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, il riciclo dell’invisibile, del nascosto, del dimenticato è un’operazione salvifica, ma, aggiungo, è un’operazione che può anche fallire, nel senso che tirar fuori una cultura intera non conduce automaticamente alla sua rinascita: «No, non succede in maniera meccanica è vero ˗ risponde Galeano ˗, ma il recupero della memoria è un diritto umano, e una parte sostanziale del recupero dell’identità culturale. Il significato dello scrivere risiede nel riscatto della memoria collettiva, falsificata, mutilata, perché il passato rivela chi siamo molto di più di quel che crediamo di essere. Nessuno nasce sotto un cavolo. Il fatto è che l’immensa maggioranza dell’umanità è stata condannata all’oblio obbligatorio. Il sistema universale del potere le proibisce di ricordare, perché le proibisce di essere».

Negli anni trascorsi in Spagna Galeano si guadagnava da vivere facendo diversi lavori che gli permettevano però di dedicarsi alla scrittura; per una radio tedesca compilava delle note per un programma culturale, e faceva il lettore per una casa editrice catalana: «Lavoravo per una radio tedesca, su cose fondamentalmente culturali e letterarie; facevo delle letture a Barcellona per una casa editrice, letture di libri in inglese, francese, portoghese, non per la traduzione ma per la selezione, consigliavo libri, questo si può pubblicare questo no, quali sono le limitazioni, quali sono i meriti; mi convertii un poco in un critico letterario, era inevitabile, e questo lavoro a quel tempo si pagava abbastanza bene. Poi collaboravo anche con un canale televisivo di informazione messicano, ed io informavo delle cose che succedevano. Lavoravo molto ma la sorte mi fu buona e d’altra parte ebbi il tempo di fare quel lavoro enorme che necessitava un libro come Memoria del fuoco». Solo nel 1985, una volta caduta la dittatura, poté fare ritorno a Montevideo. «Una cosa che ho appreso nella mia vita di pellegrino, e che è stata fondamentale per me, è l’esistenza dell’arcobaleno umano, bellissimo e con molti più colori di quello che conosciamo e vediamo tra il sole e la pioggia, però mutilato dal razzismo, dal maschilismo, dal militarismo e dagli altri “ismi” che ci impediscono di vedere la totalità dell’esistenza umana. La verità è che io sento il piacere, la gioia di scrivere, cercando di recuperare le esistenze perdute, la memoria collettiva che sta nella bocca che ascoltiamo». I suoi libri, maledetti da dittatori e tiranni, sono il risultato di un lavoro di lima ossessivo e compulsivo: «Il libro che sto scrivendo ora, e di cui non ti parlo perché porta sfortuna, l’ho iniziato quattro anni fa e l’ho riscritto completamente almeno cinque volte. Sono lento e scrupoloso, forse perché sono nato nel segno della Vergine, tutti maniaci perfezionisti. La notte penso a un aggettivo da cambiare poi alla mattina me lo sono dimenticato e mi dispero».

Nel chiuso del sotterraneo Galeano ci tiene a rendermi chiaro un aspetto del suo lavoro di scrittore a cui le altre volte aveva solo accennato e che riguarda la gelosa conservazione della propria indipendenza creativa: «Vedi, al contrario del giornalismo, il libro non ha doveri nei confronti del tempo o dello spazio, salvo quando firmi un contratto che ti obbliga a terminare il tuo scritto in un periodo determinato, cosa che io non ho mai fatto. Nunca, nunca – ripete più volte –; e mi pare che sia stato un errore grave quello commesso dal mio grande amico Osvaldo Soriano che mise la sua firma su un contratto con un editore vincolandosi per sempre: in questo modo convertì l’atto di scrivere in un supplizio perché era costretto a finire entro un lasso di tempo deciso da altri e doveva anche cancellare pagine e pagine perché sul contratto gli intimavano che non dovevano essere più di cento ecc.». Sul fatto che forse essere costretti da un contratto era l’unico modo per Soriano di mettersi alla scrivania, Galeano non concorda: «No, fu un errore: avere un contratto fisso per un lato l’obbligava a scrivere ma era nemico del piacere di scrivere, come nel calcio: una cosa è giocare per il piacere di giocare e un’altra per il dovere di guadagnare e, quando hai un contratto, il piacere di scrivere è molto limitato. Il Gordo era un tipo a cui piaceva stare con gli amici, e raccontare loro storie, e invece finiva per essere prigioniero del contratto che firmava. Io non l’ho mai fatto proprio per preservare la mia libertà, e il libro stesso mi dirà quando vuole essere pubblicato, io non posso dar ordini ad un libro, non posso decidere militarmente “ora finiamo perché devo pubblicare”, no non funziona così, il libro deve crescere come una creatura, come un bambino».

Negli anni s’è accentuata la sinteticità delle sue narrazioni, come anche la ricerca di conclusioni fulminanti e l’ideale della nitidezza: la semplicità e l’acutezza del pensiero non necessitano più di tanti giri di parole o della massa di dati e informazioni: Le labbra del tempo12, che è del 2004, o nel precedente Il libro degli abbracci13, o ne La parola andante14, ad esempio, «sono mosaici di brevi storie multicolori, la cui unità è un fiume sotterraneo, un fiume segreto che scorre sotto la superficie», metaforizza Galeano. «Tutti insieme formano un gran mural, ma ciascun pezzo conserva un’esistenza propria, indipendente. Sono micro-racconti, sempre più brevi, e, mano a mano che il tempo scorre», dice, passandosi una mano sulla coccia pelata e da questa ai radi capelli bianchi sui lati, come a verificarne ancora la presenza, «tendo sempre più ad assomigliare a uno dei miei maestri, Juan Carlos Onetti, che mi aiutò moltissimo».

Gli domando come e dove lo incontrò per la prima volta: «Lo conobbi quando ero ancora molto giovane, avevo diciassette anni e ancora pensavo che era necessario scrivere cronache. Lui era più grande di me, essendo nato nel 1909 – è morto da tempo, nel 1994 -, e aveva un carattere estremamente difficile. Un falso riccio, in realtà, perché era solo timido. Potevo avere con lui delle conversazioni molto belle e poi se ne stava in silenzio per cinque ore, sempre nella sua camera da letto. Andavo a trovarlo nella sua casa di Gonzalo Ramírez, vicino al Parco Rodò. Mi offriva un vino che causava una cirrosi istantanea e mi impastava la bocca, sicché mi chetavo subito. Fumava come un turco e per dare lustro alle sue parole soleva mentire attribuendole ora ad un proverbio cinese ora ad un detto etrusco o persiano, ma erano tutte sue. Un giorno mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato: “Le uniche parole che meritano di esistere sono quelle migliori del silenzio”. Non solo gli scrittori ma anche i politici dovrebbero imprimersi nella mente questa frase. Il silenzio è un linguaggio così perfetto ed è dura per la parola competere con lui. Per questo riscrivo due tre cinque volte un testo, e lo rileggo per altre venti, finché non sento che è migliore del silenzio». Rammenta che le loro discussioni andavano per le lunghe, e che, quando litigavano, Onetti lo richiamava sempre: «Mi faceva leggere quello che scriveva. Ogni tanto se ne usciva che la storia che stava scrivendo era solo per sé e io, anche se non avrei dovuto dirlo per la differenza di età che c’era tra noi, lo accusavo di essere un bugiardo, perché si scrive per gli altri, quando si è sinceri. Se è così, gli dicevo, imbuca nella cassetta della posta il manoscritto che mi hai dato da leggere e invialo a te stesso, invialo a Juan Carlos Onetti che abita in via Gonzalos Ramírez. Lui si arrabbiava e citava Joyce, che sosteneva di scrivere per un signore che si trovava dall’altro lato del tavolo e si chiamava James Joyce. Un altro bugiardo».

Oltre Onetti, l’altro maestro di Galeano fu lo scrittore messicano Juan Rulfo: entrambi decisivi per la sua formazione letteraria. «Si, mi hanno influenzato moltissimo perché avevamo un sentire comune. Come Onetti anche Rulfo era molto chiuso, tenebroso, a tratti cupo. Durante un congresso di scrittori di lingua spagnola alle isole Canarie mi chiesero, dal momento che ero amico di entrambi, se potevo portarli dall’aeroporto all’albergo e coordinare i giornalisti e i tanti lettori che volevano l’autografo. Lungo tutto il tragitto scese un silenzio irreale, ognuno guardò dalla parte del proprio finestrino, io stavo tra di loro e per quaranta minuti non dissero una parola. Due figure imponenti della letteratura, eppure così timidi. E anche Rulfo mi mentiva». Secondo Galeano Rulfo sapeva di aver dato il meglio di sé nella sua opera maestra La pianura in fiamme ancor più che in Pedro Paramo: «Dopo questi due libri non scrisse praticamente niente, qualche cosa forse ma libri libri no, e per calmare i giornalisti inventava che stava lavorando a qualche opera. Anche quando rivelò che stava terminando La cordigliera, per esempio, era una bugia». «Mentiva anche a se stesso?», chiedo: «No, non scriveva più, era come uno che ha fatto l’amore nella migliore maniera e poi si addormenta nel suo letto. Aveva scritto quello che doveva scrivere e poi si era ammutolito, aveva scelto il silenzio. Era un tipo molto singolare, come Onetti, se uno ha avuto la sorte di conoscere entrambi, ed entrambi sono stati decisivi nella mia formazione letteraria, pur se molto diversi fra loro: Onetti era un uomo ombroso, Rulfo lo era nella stessa maniera, cioè era tenebroso, cupo, ma Onetti praticava una letteratura abbastanza malinconica, profondamente triste, una grande letteratura, mentre Rulfo aveva la consapevolezza di aver dato il meglio di sé nella sua opera maestra La pianura in fiamme, non in Pedro Paramo. Sai, a Rulfo piaceva camminare e parlare, ed io ero giovane quindi ascoltavo, né lo obbligavo a dirmi qualcosa, per cui poteva capitare che passassimo ore in silenzio. Un giorno però, quando eravamo nella sua casa in Messico, mi diede una lezione che non ho mai scordato. Afferrò una lavagna, una di quella a due facce che aveva da un lato un penna e dall’altra un cancellino: si scrive con questa, con el grafo, mi disse indicando la penna, ma soprattutto si scrive con la seconda, con il cancellino. Sono stato un suo buon allievo».

Negli ultimi anni, e con sempre più voga, la sua mano si è votata alla sottrazione, accentuando il carattere ironico e gnomico della scrittura. Il perché abbia scelto questa strada lo spiega così: «Io e il mio stile abbiamo camminato insieme, e siamo cambiati entrambi. Questo cammino condiviso porta alla semplicità. Io agisco al contrario di altri colleghi. Non mi dico: “Dato che non posso essere profondo, sarò complicato”. Al contrario. Se ne è reso conto un vecchio lettore di Orense, in Galizia, che nella mia recente campagna di letture di Specchi, mi ha commentato: “Come deve essere difficile scrivere in modo così facile”. Non è affatto facile, te l’assicuro. Scrivo dieci, venti volte ogni minuscolo racconto, che inizia sempre avendo molte parole di troppo, fino ad arrivare al minimo dei minimi. Sono diversi anni ormai che voglio dire sempre di più con meno, e il mio linguaggio vuole essere, come me, senti-pensante: capace di unire la ragione all’emozione. Il sistema culturale dominante, che ha fatto divorziare il passato dal presente, ha fatto divorziare anche la testa dal cuore». Pubblicato nel 2009, Specchi ha un ordine singolare e un sottotitolo significativo: Una storia quasi universale. Sembra nascere da una domanda: che cos’è, cosa è stata la civilizzazione. Costituito da oltre 500 brani che abbracciano un arco temporale amplissimo, dalla vita nelle caverne alla fine del ventesimo secolo, ha l’ambizione di tracciare un itinerario della storia dell’umanità. Che sia la storia segreta e negata delle Americhe, o quella della civilizzazione e del mondo, che la narrazione proceda per frammenti o brevi racconti, c’è sempre in Galeano una ricerca, una tensione, verso la totalità, l’opera molteplice: «Cerco di guardare l’universo dal buco della serratura. Sono anni che i miei libri viaggiano dal piccolo al grande, e non al contrario, perché è nel piccolo che palpita la grandezza dell’universo e la vita fiorisce». Poi si lancia in un esempio: «Questa mattina stavo passeggiando col mio cane, Morgan, o per meglio dire era lui che portava a passeggio me, e abbiamo incrociato una bimbetta che aveva appena iniziato a camminare, con passettini da orso ubriaco. Lei salutava i prati verdi: “Ciao, erbetta!”, diceva, e ancora “Buon giorno, erbetta!”. A quell’età siamo tutti pagani». Il titolo non è da meno del sottotitolo: Specchi, dunque la superficie che doppia l’immagine, che capovolge il nesso fronte/retro e riproduce un senso della convessità. Secondo Deleuze lo specchio fornisce un frammento di tempo allo stato puro. Per Galeano invece gli specchi «non raddoppiano l’immagine ma la moltiplicano. Per lo meno io la vedo così. Quando mi guardo allo specchio, vedo una moltitudine e una moltitudine mi vede. È questo il senso del titolo del libro. Ho cercato di raccontare storie passate per restituire al tempo presente molte storie non raccontate, o almeno non conosciute, che fanno parte del molteplice arcobaleno terrestre». Alcuni critici hanno messo in dubbio la coerenza interna degli ultimi libri, come se, pur essendo presente talvolta un ordine cronologico o geografico, non ci fosse un canovaccio prestabilito. Il pericolo dell’accumulazione è che può condurre in questa direzione, ma, quando gli si chiede come giunge a dare una forma e a mettere insieme i suoi frammenti, risponde un po’ evasivo: «I libri mi scrivono. Loro mi dettano quello che vogliono essere e si vanno costruendo a modo loro. Man mano che vanno crescendo, mi diventa sempre più difficile imporgli la mia volontà. Un gran numero di racconti, non so quanti, sicuramente più di cento, sono rimasti fuori dalla struttura finale di Specchi. Non è stato facile questo sacrificio. Ognuno di quei minuscoli testi godeva di vita propria, e si rifiutava di andare in esilio. Ma non c’è stato niente da fare, perché il libro ha una struttura peculiare, che non è cronologica, che viaggia dal presente al passato e dal passato al presente e con la stessa libertà va in giro per le geografie del mondo. Ma è stato necessario lavorare molto perché non venisse fuori un garbuglio incomprensibile».

In molte occasioni Galeano ha raccontato che è l’indignazione, il senso di ingiustizia a muovere la sua penna: «scrivo quando la mano comincia a prudermi», conferma anche ora. Della crisi economica che ha investito dal 2009 il mondo dice: «Quel che si sta sgretolando è una potente menzogna. Per molti anni, i governi di Washington ˗   la Casa Bianca, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale ˗   hanno fatto a pezzi il potere pubblico in America Latina e in quasi tutto il Sud del mondo. In nome del Mercato, hanno distrutto lo Stato, l’hanno ridotto alla triste condizione di carceriere e carnefice, e con la proibizione di invischiarsi nel sacro mondo degli affari. Ma il Mercato ragiona così: “Quando io vinco, vinco io. Quando io perdo, siete voi a perdere”. E adesso che è giunto il momento della bancarotta generale, i governi di Washington fanno quel che hanno proibito di fare ai nostri governi: adesso è lo Stato a occuparsi di socializzare le perdite, quando ormai da molti anni il Mercato ha privatizzato i guadagni». In un articolo su «il manifesto» ha scritto che «Nel mondo di oggi (…) il potere si maschera da destino, afferma d’essere eterno e molta gente smonta dalla speranza come fosse un cavallo stanco». Ribadisce ora il concetto, aggiornandolo al tempo della crisi economica e del salvataggio delle banche private che hanno giocato con la pelle viva degli individui: «In questi giorni questo mondo alla rovescia sta dimostrando in modo davvero clamoroso che castiga l’onestà e ricompensa la mancanza di scrupoli. Gli speculatori più potenti del pianeta stanno ricevendo la più grande elemosina di tutta la storia dell’umanità. È una fortuna così immensa che ce ne sarebbe d’avanzo per dare da mangiare per molti anni a tutti gli affamati del mondo, compreso il dessert».

All’inizio di La casa e il vento, l’argentino Hector Tizon ci informa che solo dopo aver finito di scrivere il suo romanzo si è sentito liberato dalla memoria dei morti: gli domando se anche per lui è così e ci tiene a sottolineare che, quando inizia un nuovo libro, «Non ci penso molto. So solo che scrivo parole che nascono dalla necessità di dire. Ma sono molti anni ormai che non scrivo romanzi, né nessuna forma di finzione. Racconto cose che sono accadute e cose che accadono. Io cerco di ascoltare e tradurre le voci della realtà. La realtà è una signora molto matta e molto poetica, con un gran senso dell’horror e un gran senso dello humour. Vale la pena di ascoltarla». Le sue opere sono spesso composte anche da prestiti di altri suoi libri o articoli precedenti, così come anche alcuni temi ritornano senza sosta. Quello che non sembra mancare mai è una specie di archetipo continuamente ricercato e riprodotto dall’immaginario letterario latinoamericano: l’essere che si moltiplica senza per questo smettere di morire, come nella meravigliosa poesia di César Vallejo, Masa, amata moltissimo anche da Roberto Bolaño. «In quasi tutte le lingue – prosegue nel suo ragionamento, stringendosi un po’ nella giacca perché ormai oltre al buio ci ha avvolti anche il freddo ˗ c’è questo detto: dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, come se quest’ultima fosse un supporto di qualcuno, come se quella fosse la sua unica funzione. Si presuppone che sia un omaggio e invece è profondamente maschilista». Sulla copertina dell’edizione italiana di Specchi compare l’immagine di una bellissima donna, una scultura nigeriana, simbolo del riscatto di una cultura disprezzata, così come lo è quella indigena dell’America Latina. Quando gli ho chiesto come e perché l’abbia scelta, mi ha risposto che la scoperta di questa scultura di donne era fortemente simbolica: «Venne trovata a Ife, nello stato di Osun, in Nigeria, da un europeo, Leo Frobenius, che, pur conoscendo molto bene la cultura africana, pensò che i neri non potevano essere capaci di tanto incanto e armonia, così l’attribuì agli antichi greci o alla perduta Atlantide. Questo è assai rivelatore di una mentalità eurocentrica stupidamente ottusa». Al saccheggio delle materie prime del continente africano, come l’oro, l’avorio e l’argento è corrisposto, ricorda Galeano, anche quello dell’arte africana, «a cui non venne concesso l’onore di stare in un museo vero, con le altre opere pittoriche e le altre sculture, bensì in uno minore, di secondo grado, d’Antropologia, perché le opere d’arte africane venivano considerati oggetti folkloristici, interessanti come argomenti di studio per gli accademici, ma senza la dignità di capolavori: eppure c’era chi li imitava. La figura principale delle Madamoiselle d’Avignon, il quadro che fondò il cubismo, è una copia, è esattamente uguale ad un’immagine, ad una maschera africana e Picasso lo dichiarò apertamente. Tra l’altro il titolo era in origine Las signoritas de las casa d’Avinyo, nome di un bordello di Barcellona». L’immagine di questa scultura nigeriana ha una valenza profonda per lui: «L’ho messa in copertina perché è il simbolo del riscatto di una cultura disprezzata, allo stesso modo della cultura indigena dell’America Latina. Dell’Africa per lungo tempo abbiamo saputo solo quello che ci veniva raccontato dai professori come Frobenius e in modo non dissimile è accaduto con la civiltà indigena dell’America del Nord e del Sud, dove poi si sono incontrate tutte le culture del globo».

Nei suoi libri lo scrittore montevideano ha raccontato le umiliazioni che le donne hanno subito nel corso della storia, ne ha cercato di testimoniarne l’esistenza sottraendole all’invisibilità imposta da una società fortemente maschilista (a tutte le latitudini), e le cui voci sono spesso state messe a tacere «dalla religione certo ma talvolta anche dalle rivoluzioni laiche», precisa, mostrando di non voler far sconti a nessuno: «Nei miei lavori ho spesso cercato di recuperare la voce delle donne, quasi sempre ridotte al silenzio. La Chiesa Cattolica proibì per sette secoli e mezzo, e fino a pochi anni fa, alle donne di cantare nelle chiese, perché le voci delle figlie di Eva sporcavano la purezza dell’aria». Come per compensare, trae subito un altro esempio, ma sul fronte laico: «La rivoluzione francese proclamò i Diritti dell’Uomo e del Cittadino e poi pensò bene di mandare alla ghigliottina Olympe de Gouge che ebbe l’ardire di proporre una Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina. Io riscatto queste storie, e molte altre, per mostrare che i diritti si conquistano, non si regalano, e non perché creda che loro, le donne, siano migliori di noi. È una questione di uguaglianza dei diritti. Non è questione se sono peggiori o migliori degli uomini: le donne sono, come noi, un misto d’immondizia e di meraviglia». E poi aggiunge, ridendo: «Un amico perverso, uno di quelli che abbiamo tutti, mi diceva in questi giorni: “Piantala di rivendicare le donne. Il sistema ti ha già regalato Margaret Thatcher e Condoleeza Rice, e adesso ti offre Sarah Palin”. Questo amico si riferiva, fra l’altro, ai numerosi racconti di Specchi che raccontano le umiliazioni femminili nel corso della storia».

La felicità e la libertà che dà l’essere controcorrente (è questa l’etichetta che i benpensanti gli hanno appiccicato, insieme a quella di anti-yankee) sono impagabili per lui: una volta venne invitato a partecipare a uno dei raduni annuali che uomini potenti organizzano per contarsi, il workshop Ambrosetti a Villa d’Este, in quel di Cernobbio: un’occasione ghiotta per Galeano, che dinanzi ai potenti d’allora, si era nel 1999 all’alba del nuovo millennio, si poneva domande che «un signore ben educato» non avrebbe dovuto fare, partendo dal perché appunto il mondo globalizzato è sempre meno democratico, perché l’Occidente non adempie mai agli accordi che pure si è premurato di firmare, perché la globalizzazione fa pagare di più chi ha pagato già molto di più, e perché la cultura della violenza in questo sistema prospera felicemente: «Il potere – disse in quell’occasione ˗ cancella con il gomito ciò che firma con la mano: scatena guerre che si burlano dei suoi impegni di pace, sottoscrive accordi di libero commercio ma pratica il protezionismo, e avvelena l’aria e l’acqua e la terra mentre giura di proteggere l’ambiente. E il potere, inoltre, formula solenni promesse di aiuto ai Paesi dove abbondano gli altri Vip (Very Indigent Person).

Nel 1974 i Paesi sviluppati s’impegnarono a destinare lo 0,7 per cento del loro Prodotto Interno Lordo agli aiuti ai cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Come dice lo scrittore brasiliano Millor Fernandes, coloro che si mangiano il formaggio sono così generosi da distribuire i buchi. Ma no, nemmeno: gli aiuti promessi dall’Occidente arrivano a mala pena allo 0,2 per cento. Secondo l’economista spagnolo Manuel Iglesia-Caruncho, la differenza fra quanto promesso e quanto dato, considerando solo gli ultimi dodici anni, sarebbe sufficiente per pagare tutto il debito estero del cosiddetto Terzo Mondo». Ecco, Galeano avrebbe potuto essere un leader politico formidabile se la politica puntasse veramente a trasformare la società e la civiltà in qualcosa di decente: ma il mondo procede A testa in giù15, come recita il titolo di un altro suo libro nel quale, tra le altre cose, denuncia la «scuola alla rovescia» che frequentano i bambini poveri, dove imparano presto che la povertà e la diseguaglianza sono leggi di natura.

Questi che stiamo vivendo sono gli anni in cui, sostiene lo scrittore uruguagio, assistiamo ad un «recupero della vera identità degli americani del Nord e del Sud», come anche dell’identità africana, recupero che definisce nei termini di «un riscatto della verità»: «Considera che la vera identità qui è sempre diversa, il territorio latinoamericano è diverso da tutti gli altri perché qui si sono incontrate e si incontrano tutte le culture del mondo, tutti i dolori e i colori del mondo, e in questo rincontro uno incontra fino a che punto il nostro paese latinoamericano, e anche il Nord America, siano stati edificati, siano nati sulla menzogna. Nella prima costituzione degli Stati Uniti stava scritto che un nero equivaleva ai tre/quinti di una persona. Tutte le prime costituzioni dei paesi del Sud America valevano solo per una percentuale minima della popolazione: in Bolivia solo per il 3 o 4 per cento, perché la prima costituzione, che fu redatta niente meno che da Simon Bolivar in persona (da cui il paese prendeva il nome tanto che si chiamava Repubblica di Bolivar prima di diventare Bolivia), quella prima costituzione dava la cittadinanza soltanto a coloro che sapevano scrivere correttamente la lingua castigliana, che erano il tre o quattro per cento; nella prima elezione in Uruguay poté votare solo il 10 per cento della popolazione, in Brasile l’8 per cento. Tutte le costituzioni erano menzognere». Se le fondamenta dell’intero continente hanno poggiato per lungo tempo sulla menzogna, nell’ultimo decennio le cose stanno lentamente cambiando, afferma: «La Bolivia è governata per la prima volta da un presidente indigeno, espressione della maggioranza india, e la nuova costituzione riconosce la pluralità culturale del paese, una generosità che la cultura occidentale e cristiana non ha mai avuto con i nativi». Le recenti rivolte nel mondo arabo e il dissenso espresso contro le politiche economiche e sociali nelle piazze europee, come quella italiana o spagnola, per Galeano fanno parte di un unico movimento, di un’unica energia, che è «importante si manifesti, perché è la prova che il mondo è vivo e si trasforma. La rivolta dei giovani spagnoli alla porta del Sol o in piazza Cataluna è semplice, pulita: mi incantano anche le frasi che si inventano come “se non abbiamo il diritto di sognare lei non avrà il diritto di dormire”; sono dette con molta allegria, con una volontà di cambiamento che nel caso della Spagna non si riconosce granché nei partiti politici, ma questo non è colpa dei giovani ma dei partiti stessi che hanno divorziato dai giovani. Che bello che si chiamano “indignati” i ragazzi che si accampano nelle piazze dell’Occidente, l’indignazione è una cosa molto buona. L’unica frontiera in cui credo è quella che separa gli indegni dagli indignati, gli immeritevoli dai meritevoli».

Rispetto alla generazione che ha fatto il Sessantotto o a quella che ha subito la violenza delle dittature, l’attuale, spiega Galeano, è assai differente (si riferisce qui al cambiamento richiesto dalle masse giovani nelle piazze del mondo arabo e in quelle delle città europee): se le loro richieste nascono come «esplosione di una medesima energia» che ha una certa continuità col passato, è anche vero però, ammonisce, che «la storia non cammina in linea retta: il cammino della storia è complicatissimo, contraddittorio, però l’importante è che l’energia si manifesti e si manifesti in maniera diversa, che ci sia una volontà di cambiamento. La prova che il mondo sta vivo risiede nel fatto che il mondo cambia e cambia contraddittoriamente, perché il motore della vita è la contraddizione. E in questo sì che Marx non si è sbagliato, il motore della storia – come della vita – è la contraddizione, ma dopo di lui si è volutamente confuso tutto, e in molti si sono sbagliati, tragicamente: l’esperienza del comunismo, del socialismo, del marxismo o di quello che era, ha visto negata la contraddizione, ha confuso in modo deliberato, intenzionale, la contraddizione con l’eresia, ossia con una concezione dogmatica del socialismo che nega la sua essenza. Perché la vera espressione della vita è che essa è contraddittoria e diversa, il meglio del mondo sta nella quantità di mondi che questo possiede, nei tanti mondi che ci sono dentro il mondo. Quando vengono applicate concezioni dogmatiche, che possono essere quelle tradizionaliste, cioè di destra, o quando la sinistra, in una sua assurda versione deformata, nega la diversità, nega questa perpetua contraddizione, mentre la contraddizione è l’emblema del fatto che la vita è viva, è così che si commette una tradimento contro il meglio che il mondo contiene».

Il buio è sceso su di noi, l’unica luce ancora accesa è una lampada da terra tutta impolverata, il pacchetto di sigarette è improvvisamente vuoto. Prima di alzarsi Galeano ricorda quando giunse in un villaggio boliviano, Llallagua. Si interrompe e mi porge un foglio A4, è una delle sua brevi storie, condensate, dalle frasi graficamente spezzate come alla ricerca di lirismo, il testo è in italiano e si intitola La sfida, le parole sono buffamente accentate come fosse uno spartito musicale: «Gli accenti li ho messi io stesso, perché altrimenti non saprei leggerlo nella tua lingua, lo spagnolo è molto diverso. Lo so, così sembra uno strano sistema criptografico. Dovrei pulire ancora un po’ l’originale. Dimmi se va bene». Poi si mette a scandire le parole, io e lui soli in questa stanza che sembra abbandonata da tempo (è il pezzo che declamerà una sera al pubblico del festival di Asti): «All’interno dei cunicoli, nelle viscere della montagna, i minatori inseguivano le vene di stagno e in quella caccia perdevano, in pochi anni, i polmoni e la vita. Avevo passato del tempo là e mi ero fatto alcuni amici. Ad un certo punto è giunta l’ora di partire. Passammo tutta la notte a bere, io e i minatori, cantando con tristezza e raccontando barzellette, l’una e l’altra cosa nel peggiore dei modi. Quando ormai eravamo vicini all’alba, quando ormai mancava poco al grido della sirena che li richiamava al lavoro, i miei amici si azzittirono tutti insieme, e uno domandò, o chiese, o ordinò: – E adesso, fratellino, dicci com’è il mare. Io rimasi ammutolito. Insistettero: Dai, raccontaci com’è il mare. Questa è la prima sfida nel mestiere di raccontare. Perché nessuno di quegli operai aveva mai visto il mare, mai nessuno sarebbe andato a vederlo, condannati come sono a morire presto, e io non potei far altro che portargli davvero il mare, il mare che era lontanissimo, e trovare le parole che fossero capaci di bagnarli». Ecco. Poi ripiega il foglio e alzandosi dalla sedia mi dice: «Sono un poco frito ora, che ne dici se ce ne saliamo di sopra?».

  1. 12 Angry Men (La parola ai giurati), film del 1957 diretto da Sidney Lumet con la fotografia di Boris Kaufman, sceneggiatura di Reginald Rose, 96 min, B/N, prodotto dalla United Artists.
  2. E. Galeano, Memoria del fuoco, 3 voll., Firenze, Sansoni, 1989 (poi con traduzione di M. A. Peccianti, Milano, Rizzoli, 2005).
  3. E. Galeano, Specchi. Una storia quasi universale, traduzione di M. Trambaioli, Milano, Sperling & Kupfer, 2008.
  4. E. Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, prefazione di I. Allende, Milano, Sperling & Kupfer, 1997 (la prima edizione uscì con questo titolo: Il saccheggio dell’America Latina. Ieri e oggi, Torino, Einaudi, 1976).
  5. E. Galeano, Le labbra del tempo, Milano, Sperling & Kupfer, 2004.
  6. E. Galeano, China. Crónica de un desafío, Buenos Aires, J. Alvarez, 1964.
  7. E. Galeano, Guatemala. Una rivoluzione in lingua maya, Bari, Laterza, 1968.
  8. E. Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Milano, Sperling & Kupfer, 1997.
  9. E. Galeano, Un’industria cannibale, in «Le Monde Diplomatique», uscito in italiano nel settembre 2003.
  10. E. Galeano, Giorni e notti d’amore e di guerra, Roma, Edizioni Associate, 1987.
  11. W. Krysinski, Il romanzo e la modernità, trad. di M. Manganelli, Roma, Armando Editore, 2003, p. 265.
  12. E. Galeano, Le labbra del tempo, Milano, Sperling & Kupfer, 2004.
  13. E. Galeano, Il libro degli abbracci, Firenze, Sansoni, 1992 (poi Milano, Sperling & Kupfer, 2004).
  14. E. Galeano, La parola andante, Milano, Mondadori, 1996.
  15. E. Galeano, A testa in giù, Milano, Sperling & Kupfer, 1999.

(fasc. 10, 25 agosto 2016)