Einstein e Croce: la libertà, la guerra, l’olocausto nucleare

Author di Nunzio Allocca

La guerra è la guerra, e non ubbidisce ad altro principio che al suo proprio, e anche le più nobili ideologie sono per essa mezzi di guerra, come ogni conoscitore di storia sa e ogni uomo sagace intende. La lotta interna per la civiltà e la libertà si svolgerà poi, a guerra finita, nei paesi vincitori non meno che vinti, tutti sconvolti dalla guerra sostenuta, tutti dal più al meno disabituati alla libertà; e durerà per anni e sarà assai travagliosa e assai perigliosa. Ma poiché le guerre mirano, come a naturale loro effetto, a un assetto di pace, è da augurare e raccomandare che gli uomini di Stato, che oggi la dirigono, pensino sin d’ora a non preparare nei vari paesi condizioni tali che renderebbero impossibile una solida pace e, danneggiando la causa stessa della libertà, preparerebbero una nuova guerra, la quale non potrà mai essere impedita dalla semplice coercizione, ma richiede la disposizione degli animi alla pace, alla concordia e alla dignità del lavoro.

Guerra, lotta per la libertà e disposizione degli animi alla pace: di ciò il 28 luglio 1944 da Sorrento scriveva Benedetto Croce in risposta alla lettera inviatagli da Albert Einstein il 7 giugno dello stesso anno[1], l’anno che, come è noto, rappresentò il punto di svolta per le sorti della Seconda guerra mondiale. Lo Sbarco di Anzio, il 22 gennaio, precedette sul fronte italiano di alcuni mesi quello degli Alleati in Normandia, il 6 giugno. La V Armata americana, comandata dal Generale Mark Wayne Clark, entrò tra il 4 e il 5 giugno in una Roma ancora sconvolta dall’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo. La Werhmacht, dopo aver abbandonato Cassino ridotta in macerie, stava ripiegando a nord di Firenze sulla Linea Gotica per ordine del feldmaresciallo Albert Kesselring. Un nuovo sanguinoso capitolo si apriva per la Resistenza in Italia.

All’indomani della liberazione della Capitale, il padre della Teoria della relatività, dall’Institute for Advanced Studies di Princeton, ritenne un obbligo morale il rivolgersi a Croce, conosciuto a Berlino nel 1931, con il quale aveva condiviso i medesimi sentimenti di timore per l’oscuro futuro che incombeva allora sull’Europa. I memorabili discorsi di Croce in Senato, a seguito del delitto Matteotti, avevano dato potente voce al dissenso antifascista, erano divenuti simbolo della resistenza morale e culturale ai dispotismi sia in Italia che all’estero. Tra il luglio 1943 e il giugno 1944, nel Mezzogiorno già liberato, Croce non aveva fatto mancare il proprio fondamentale contributo al dibattito sulla riorganizzazione della vita pubblica nella Penisola, alla soluzione degli urgenti problemi inerenti alle relazioni da stabilire con l’istituto monarchico, alla costituzione di un’Assemblea Costituente e ai rapporti dell’Italia con le Potenze alleate.

Il pensare è un fare, un agire, ripeteva Croce, e in quel fatidico 1944 il settantottenne filosofo non si tirò certo indietro. Aveva insistito pochi anni prima, nella Storia come pensiero e come azione (1938), che la storia è storia della libertà. La libertà è il principio motore dell’umanità:

se la storia non è punto un idillio, non è neppure una tragedia degli orrori, ma è un dramma in cui tutte le azioni, tutti i personaggi, tutti i componenti del coro sono, nel senso aristotelico, mediocri, colpevoli-incolpevoli, misti di bene e di male e tuttavia il pensiero direttivo è in essa sempre il bene, a cui il male finisce di servire da stimolo, l’opera è della libertà che sempre si sforza di ristabilire, e sempre ristabilisce, le condizioni sociali e politiche di una più intensa libertà[2].

Non completamente determinato, il volere umano non è nemmeno completamente libero: la lotta per la libertà indirizza la storia all’interno del continuo svolgersi della complessità contraddittoria e tragica dell’esistenza umana. La libertà è un valore che si realizza secondo uno sviluppo non predeterminabile, si legge anche nel saggio crociano del 1940 The Roots of Liberty, nel volume a cura di Ruth Anshen Freedom. It’s Meaning, pubblicato a guerra già in corso e ormai divenuta conflitto mondiale[3]. Sull’idea che la libertà si compia in un procedere non automatico degli atti che la costituiscono concordava lo stesso Albert Einstein, che contribuì al volume curato dalla Anshen con Freedom and Science, saggio nel quale lo sforzo della conoscenza scientifica è dichiarato esser «un tutto naturale le cui parti si sostengono mutuamente in un modo che, di fatto, nessuno può prevedere»[4].

La lettera che, nel vivo di eventi storici così cruciali, partiva da Princeton il 7 giugno 1944 verso l’Italia non era, dunque, indirizzata ad un destinatario tra gli altri. Einstein testimoniava aperta stima per Croce, e lo incoraggiava nell’importante ruolo che il filosofo stava ricoprendo nella ricostruzione della cultura democratica nella Penisola. «Mi consolo», scriveva il grande fisico, che aveva sempre conservato nostalgici ricordi dei periodi della propria gioventù trascorsi in Italia,

nel pensiero che Ella è ora presa da occupazioni e sentimenti incomparabilmente più importanti, e particolarmente dalla speranza che la sua bella patria sia presto liberata dai malvagi oppressori di fuori e di dentro. In questo tempo di generale sconvolgimento possa a Lei essere concesso di rendere al suo paese un servigio oltremodo prezioso, perché Ella è dei pochi che, stando al di sopra dei partiti, hanno la fiducia di tutti. Se l’antico Platone potesse in qualche guisa vedere quello che ora accade, si sentirebbe a casa sua, perché, dopo lungo corso di secoli, vedrebbe ciò che di rado aveva visto, che si viene adempiendo in certo modo il suo sogno di un governo retto da filosofi; ma vedrebbe altresì, e con maggiore orgoglio che soddisfazione, che la sua idea di circolo delle forme di governo è sempre in atto[5].

Il richiamo einsteiniano all’immagine platonica di un governo retto da filosofi non vuole essere un generico omaggio al proprio illustre interlocutore. Einstein aveva vissuto sulla propria pelle la persecuzione politica e quella razziale. Di radicate convinzioni pacifiste, al termine della Prima guerra mondiale si era fatto sostenitore della creazione di strutture sovranazionali garanti del disarmo universale e totale, divenendo perciò uno dei bersagli preferiti del montante sciovinismo in Germania[6]. Lo stesso giorno in cui Hitler varò le prime leggi razziali, il primo aprile 1933, la prestigiosa Accademia delle Scienze di Prussia, per la quale tanto Einstein si era prodigato, attaccò il più famoso scienziato esule ebreo, dichiarando in una nota ufficiale di non avere motivo di rifiutare le dimissioni annunciate dal padre della Teoria della relatività, nel frattempo rifugiato con la moglie sulla costa belga, sotto la protezione di due guardie del corpo assegnate loro dai sovrani. Non sorprende, dunque, che Einstein scriva a Croce che

la filosofia e la ragione medesima sono ben lungi, per un tempo prevedibile, dal diventare guide degli uomini, ed esse resteranno il più bel rifugio degli spiriti eletti; l’unica vera aristocrazia, che non opprime nessuno e in nessuno muove invidia, e di cui anzi quelli che non vi appartengono non riescono neppure a riconoscere l’esistenza[7].

L’epurazione sotto il Nazismo, così come sotto il Fascismo, di studiosi e ricercatori ebrei, giustificata con deliranti argomenti antisemiti e razzisti, non trovò forte opposizione in ambito accademico, a drammatica dimostrazione di quanto l’ottundimento della ragione umana potesse partorire mostruosità intellettuali[8]. Non sorprende qui neanche che, nel rispondere alle osservazioni di Einstein sull’immagine platonica del governo dei filosofi e sull’idea di circolo delle forme di governo Croce, il filosofo della libertà, si esprima con particolare calore ed empatia:

La sua lettera mi è stata carissima, perché ho avuto sempre nel ricordo la lunga conversazione che facemmo in Berlino nel 1931, quando ci accumunammo nello stesso sentimento ansioso sul pericolo in cui versava la libertà in Europa: comunanza di sentimento e di propositi che vidi confermata allorché mi trovai a collaborare con Lei – fatta esule dalla sua patria per l’inferocita lotta contro la libertà (Freedom), preparato, or son quattro anni, in New York. Delle due teorie di Platone, che Ella richiama, non è stata, in verità, ricevuta, anzi è stata respinta, dal pensiero moderno, quella della Repubblica perfetta, costruita e governata dalla ragione e dai filosofi, ma l’altra è stata serbata, che a lui non era particolare, del circolo delle forme, ossia delle forme necessarie in cui si muove perpetuamente la storia: con questo di più, che quel circolo è stato rischiarato dall’idea complementare del perpetuo avanzamento ed elevamento dell’umanità attraverso quel percorso necessario, o, secondo l’immagine che piacque al vostro Goethe, del suo corso a spirale. Questa idea è il fondamento della nostra fede nella ragione, nella vita e nella realtà. Quanto alla filosofia, essa non è severa filosofia se non conosce, con l’ufficio suo, il suo limite, che è nell’apportare all’elevamento dell’umanità la chiarezza dei concetti, la luce del vero. È un’azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare[9].

Se la politica è il regno delle passioni, la libertà è vittoria sugli istinti, sugli automatismi emotivi che alimentano gli irrazionalismi, temibili armi in mano a quei «dissennati» e «violenti» che, grazie al collasso prodottosi con i disastri della Prima guerra mondiale, si impadronirono «dei poteri dello Stato non senza il gran plauso e la larga ammirazione del mondo intero»[10]. Comprendere le cause di un conflitto armato rende possibile prevenire nuove guerre, preparando le condizioni di una solida pace; comprendere il perché dell’avvento di una dittatura rende capaci di combattere l’avvento di nuove dittature. Nel circolo crociano di pensiero e azione, come efficacemente sottolineava Ernesto Paolozzi, «la storia è sempre storia del positivo, ossia della valenza categoriale che si conferisce all’accadimento il quale, per brutale che sia, ha un senso, un significato nella complessa tela che lega i tanti avvenimenti»[11].

L’inaudito evento del 6 agosto 1945, il lancio su Hiroshima della prima bomba atomica, seguito il 9 agosto da quello su Nagasaki, segnò la fine della Seconda guerra mondiale, e di lì a poco l’inizio della Guerra fredda, guerra globale che ancor oggi si combatte, dominata dalla minaccia dell’olocausto nucleare. Il 10 agosto Croce consegnò alla stampa un articolo, pubblicato il giorno seguente nelle pagine del «Risorgimento» di Napoli, sullo sgomento suscitato dalle notizie giunte dal Giappone, dal titolo La disgregazione dell’atomo e la vita dell’uomo, articolo che così comincia: «L’ottenuta disgregazione dell’atomo non è stata salutata con giubilo universale, ma accolta, se non generalmente, da larghe correnti del pubblico sentimento, con inquietudine e tristezza, perfino con orrore»[12]. Si aveva tremenda conferma della potenza distruttiva delle nuove tecnologie, con la scissione dell’uranio la fisica atomica faceva entrare l’umanità in una nuova Era.

Le scoperte della scienza e le innovazioni tecnologiche non vanno giudicate secondo il criterio della verità o della falsità, aveva da tempo sostenuto Croce, ma secondo quello dell’utilità; esse non si contrappongono alla filosofia, all’arte o alla religione, ma vi si affiancano nell’immenso fluire non predeterminato della storia umana. Più che ostilità nei confronti della scienza e delle tecniche, tante volte rimproveratagli, quella di Croce era una polemica indirizzata contro il contrabbando dell’esattezza per la verità, la negazione della complessità del conoscere, l’ambizione di occupazione monopolistica e riduzionistica del sapere pretesa dal metodo scientifico di marca positivista[13].

Non è qui il luogo per approfondire lo sfondo epistemologico convenzionalista o empiriocriticista della riflessione crociana sulle scienze, né per discettare sul “dilettantismo” delle competenze scientifiche di Croce, e neppure sulla sua “nefasta” responsabilità nell’arretratezza della scienza in Italia[14]. Quando scrive, nell’articolo La disgregazione dell’atomo e la vita dell’uomo, che «le scoperte della scienza non sono luci di verità», piuttosto che svalutare la conoscenza scientifica, Croce intende rivendicare, nel solco di una tradizione culturale dalle profonde radici classiche, la preminenza dei valori della vita morale[15]. Afferma Croce:

Le scoperte delle scienze naturali accrescono, come Bacone voleva, il dominio dell’uomo sulle cose, cioè la potenza delle mani e non dell’anima dell’uomo, e l’animale sapiens armano sempre più di sapienza, grande ma altrettanto pericolosa. A parare il pericolo, e a trarre dalle scoperte scientifiche il bene che possono dare, si richiede non solo un proporzionato ma superiore avanzamento dell’intelletto, della immaginazione, della fede morale, dello spirito religioso, e, in una parola, dell’anima umana. Se ciò ora non accadesse, meglio varrebbe che la disintegrazione dell’atomo, al pari del tesoro dei Nibelunghi, fosse sommersa nel Reno, ‒ o piuttosto, questa volta nel Missisipì; ‒ e invano le genti gareggiassero tra loro per recuperarla[16].

La posizione espressa in questo breve testo sarà approfondita da Croce nel saggio Progresso tecnico e progresso morale, composto per la giornata inaugurale delle Rencontres internationales di Ginevra (3 settembre 1947) e pubblicato nel «Nuovo Corriere della Sera» il 21 settembre[17]. L’umanità etica è quella che sa dominare le tendenze distruttive insite nelle contraddizioni della vita: «tutta la vita, tutta la realtà si muove per contrasti, e il mondo non perisce per questo, e anzi ha vita dai contrasti che risolve di continuo in armonia»[18]. Nonostante la storia sia concepita da Croce come storia di progressi, giacché nei tempi di decadenza o di catastrofi «si prepara, con vario travaglio e molteplici prove e tentativi, nuova materia di vita per nuove opere, e cioè nuovi progressi, non attingibili e non concepibili senza quell’intermedio, che per sé non è soggetto di storia, ma nota di cronaca dolorosa o vergognosa»[19], la tecnica non è di per sé progressiva, essa è esposta agli abusi, al pari della filosofia, dell’arte, della religione. Immaginare di impedire gli abusi della tecnica, infatti,

col restringerne o impedirne l’opera necessaria e benefica val quanto, per aborrimento dell’intellettualismo, pretendere di diminuire l’intelletto o chiederne l’abolizione a vantaggio del sentimento; o per aborrimento dell’estetismo, osteggiare poesia, pittura e musica; o per aborrimento dell’odioso moralismo, professare l’immoralismo. L’unico rimedio che lo spirito umano possiede e al quale si rivolge spontaneo è di mantenere e rinvigorire in sé il principio armonizzatore, la vita morale[20].

Si tratta di una «lotta», scrive Croce, che può portare il mondo anche a una lunga decadenza, «e tuttavia quali che siano per essere gli incidenti e le vicende di questa lotta, il principio, intrinsecamente invincibile, che è la creatrice azione morale dell’uomo, ripiglierà il suo dominio e il suo corso, perché vive in fondo alle coscienze degli stessi feroci avversari»[21]. Questo convincimento tragico ma irriducibilmente ottimistico, quello di chi come Croce è “sopravvissuto” a sepolture e rinascite[22], credo fosse soltanto parzialmente condiviso in quegli anni da Einstein. Il saggio del 1940 Freedom and Science, sopra citato, esordisce in questi termini inequivocabili: «So che è un’impresa disperata intraprendere una discussione intorno ai giudizi di valore fondamentali. Per esempio, se qualcuno approva, come obiettivo, l’eliminazione della razza umana dalla faccia della terra, non si può confutare un tale punto di vista su base razionale»[23]. L’anno precedente, il 2 agosto 1939, otto mesi dopo il rivoluzionario esperimento di fissione nucleare condotto dai fisici tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann, che dimostrava la presenza di bario radioattivo tra i prodotti del bombardamento neutronico dell’uranio, il pacifista Einstein, consapevole degli inauditi effetti di una reazione nucleare a catena, capace di generare enormi quantità di energia distruttiva ‒ aveva scritto Roosevelt, assumendosi tremende responsabilità ‒, chiese al presidente della più grande democrazia mondiale di concentrare gli sforzi scientifici per dotarsi dell’arma più potente che l’uomo avesse mai costruito, un’arma di sterminio di massa, prima che vi giungessero gli scienziati di Hitler.

Einstein, che informò Roosevelt dell’importanza delle ricerche sull’uranio svolte da Enrico Fermi e Leo Szilárd in terra americana, utili a battere sul tempo gli scienziati nazisti, non partecipò di fatto alla costruzione della bomba atomica. Nell’ultimo decennio della sua vita il Padre della teoria della relatività tornò insistentemente sugli obblighi morali dello scienziato riguardo al futuro del mondo, rimpiangendo di aver contribuito all’apertura del vaso di Pandora del nucleare, che rischiava di divenire potenza distruttiva incontrollata. «Si è conquistata la vittoria, non la pace», scrisse profeticamente il 10 dicembre 1945, con parole, che qui cito in conclusione, a mio avviso di straordinaria attualità, al pari di quelle di Croce sulla libertà e sulla pace:

I fisici si trovano in una situazione non dissimile da quella di Alfred Nobel. Alfred Nobel inventò l’esplosivo più potente mai conosciuto fino ai suoi tempi, uno strumento di distruzione per eccellenza. Oggi, i fisici che hanno contribuito a costruire l’arma più formidabile e pericolosa di tutti i tempi sono tormentati da un uguale senso di responsabilità, per non dire di colpa. E noi non possiamo desistere dal mettere in guardia continuamente, non possiamo né dovremmo diminuire i nostri sforzi per rendere consapevoli le nazioni del mondo, e specialmente i loro governi, dell’indicibile disastro che certamente provocheranno a meno che essi non cambino il loro atteggiamento reciproco e nei confronti del dovere di forgiare il futuro[24].

Nell’ultimo decennio di vita, assai tormentato per problemi di salute, Einstein moltiplicò i propri sforzi a sostegno del pacifismo e del disarmo nucleare. Einstein avrà certamente ricordato quanto scritto a Croce sulla necessità dell’impegno politico quando nel novembre 1952, alla morte del primo presidente di Israele, Chaim Weizmann, decise di rifiutare la presidenza che gli veniva offerta dal governo di Tel Aviv. L’aneurisma che lo avrebbe portato alla morte di lì a poco non lasciava scampo. La fine sopraggiunse il 18 aprile 1955, due anni e mezzo dopo la scomparsa di Croce. L’11 aprile Einstein sottoscrisse per l’ultima volta un manifesto pacifista, quello redatto da Bertrand Russell[25], che così esordisce: «Nella tragica situazione che l’umanità si trova ad affrontare, riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi per valutare i pericoli sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa».

E ancora:

Metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra? […] In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obbiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie.

Il mattino del 13 aprile 1955, nel ricevere la visita del console di Israele, Einstein affidò a un foglio un testo, rimasto incompiuto, recante traccia di un messaggio che intendeva trasmettere alla radio e in televisione per l’imminente anniversario dell’indipendenza di Israele, testo d’amara attualità, che così si conclude:

Nessun uomo di stato che occupasse posizione di responsabilità ha osato intraprendere l’unica rotta promettente [ai fini di una pace stabile], che è quella della sicurezza sovranazionale[26].

  1. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), 2 voll., Bari, Laterza, 1963, vol. II, sez. IV (§ XVII, Due Lettere: Einstein a Croce-Croce a Einstein), pp. 83-84. Lo scambio di lettere Einstein-Croce fu pubblicato in «Risorgimento liberale», a. II (3 agosto 1944), n. 55, rist. in «La Libertà», a. I (3 agosto 1944), n. 22; e da Laterza in opuscolo nel 1944. Sulle successive edizioni cfr. M. Panetta, Croce editore, Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, 2 tomi, Napoli, Bibliopolis, 2006, tomo II, p. 616.
  2. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938, ried. 1973, pp. 50-51.
  3. B. Croce, The roots of liberty, in Freedom. It’s Meaning, a cura di R. N. Anshen, New York, Harcourt Brace and Co., 1940, pp. 24-41. Tra i numerosi testi raccolti nel volume spiccano quelli di Bertrand Russell, Henri Bergson, Alfred North Whitehead, John Dewey, Gaetano Salvemini, Jacques Maritain, Franz Boas, Max Wertheimer.
  4. A. Einstein, Freedom and Science, in Freedom. It’s Meaning, a cura di R. N. Anshen, op. cit., p. 38, trad. it. in A. Einstein, Pensieri degli anni difficili, Torino, Boringhieri, 1965, p. 128.
  5. Einstein a Croce, in B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, pp. 80-81. Sui profondi rapporti di Einstein con il Bel Paese, e sul dibattito scientifico, filosofico e politico che lo vide coinvolto cfr. R. Maiocchi, Einstein in Italia. La scienza e la filosofia italiane di fronte alla teoria della relatività, Milano, Franco Angeli, 1985; S. Linguerri, R. Simili, Einstein parla italiano. Itinerari e polemiche, Bologna, Pendragon, 2008.
  6. A. Pais, «Sottile è il Signore…». La scienza e la vita di A. Einstein, Torino, Bollati Boringhieri, 1986, pp. 336-37.
  7. Einstein a Croce, in B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, p. 81.
  8. «La fisica moderna è uno strumento del giudaismo mondiale per la distruzione della scienza nordica»: così scriveva nel 1934 Rudolph Tomaschek, direttore dell’Istituto di Fisica nei Politecnici di Dresda, unendosi al coro dei premi Nobel di aperta fede nazista Johannes Stark e Philipp Lenard, il quale festeggiò con cinismo l’emigrazione dalla Germania in massa dei fisici ebrei, dichiarando che «spontaneamente, lo spirito straniero sta già lasciando le università, anzi il Paese» (P. Greco, Einstein. Lo scienziato e il personaggio, dalla relatività speciale alla ricerca dell’unificazione della fisica, Milano, Alpha Test, 2004, p. 141). In Italia già nel 1922, sulla rivista «Gerarchia», Ardengo Soffici aveva scritto allarmato riguardo ad Einstein che dalla Germania era stata sferrata «un’offensiva che chiameremo filosofica», destinata a colpire profondamente «gli ex nemici, ove non si corra per questi con prontezza ai ripari! Intendo parlare dell’introduzione che è stata fatta tra noi e dalla diffusione rapida a cui assistiamo della dottrina detta del relativismo, fondata da un gruppo di tedeschi e d’ebrei, o d’ebrei tedeschi, con a capo Einstein». Sul nesso tra razzismo, fascismo e cultura scientifica in Italia come risultato di un processo di lunga durata, precedente la legislazione in «difesa della razza» del 1938, cfr. in particolare R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1998 e G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998.
  9. Croce a Einstein, in B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, pp. 81-82. Sul proprio impegno politico così continua Croce: «Anch’io pratico la compagnia, della quale Ella parla con così nobili parole, di coloro che già vissero sulla terra e lasciarono le opere loro di pensiero e di poesia, e mi rassereno e ritempero in essa: di volta in volta mi immergo in questo bagno spirituale, che è quasi la mia pratica religiosa. Ma in quel bagno non è dato restare, e da esso bisogna uscire per sottoporsi agli umili e spesso ingrati doveri che ci aspettano sull’uscio. Perciò mi sento oggi conforme ai miei convincimenti e ai miei ideali, impegnato nella politica del mio paese; e vorrei, ahimè, possedere per essa a dovizia le forze che le sono più direttamente necessarie, ma tuttavia le do quelle, quali che siano, che mi riesce di raccogliere in me, sia pure con qualche stento»: ivi, pp. 82-83.
  10. Ivi, p. 83.
  11. E. Paolozzi, Benedetto Croce. Logica del reale e il dovere della libertà, Napoli, Cassitto, 1998, p. 83.
  12. Pubblicato sotto il titolo Pensiero sulla bomba atomica in «Il Risorgimento, III, 11 agosto 1945, e ripreso da vari giornali, fu incluso in B. Croce, Pensiero politico e politica attuale, Bari, Laterza 1946, pp. 58-59 e quindi in Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, pp. 188-89.
  13. Così in proposito scrive Croce nell’Avvertenza del 1916 alla seconda edizione della Logica come scienza del concetto puro: «Quando questo libro fu la prima volta pubblicato, parve a molti che esso fosse in guisa precipua una assai vivace requisitoria contro la Scienza; e pochi vi scorsero ciò che soprattutto era: una rivendicazione della serietà del pensiero logico, di fronte non solo all’empirismo e all’astrattismo, ma anche delle dottrine intuizionistiche, mistiche e prammatistiche, e a tutte le altre, allora assai poderose, che travolgevano col positivismo, a giusta ragione avversato, ogni forma di logicità. Né, a dir vero, la stessa critica che esso faceva della Scienza favoriva una filosofia, come si suol chiamarla, “aborrente dai fatti”: anzi il motivo di quella critica era il rispetto meticoloso dei fatti, non osservato né osservabile nelle costruzioni empiriche ed astratte, e nelle congiunte mitologie del naturalismo […]. E il distacco che vi si compie della filosofia dalla scienza non è il distacco da ciò che nella scienza è verace conoscere, ossia dagli elementi storici e reali della scienza, ma solo dalla forma schematica, nella quale questi elementi vengono compressi, mutilati e alterati; e perciò è, nel tempo stesso, un ricongiungimento con quanto ha di vivo, di concreto e di progressivo nelle scienze». Sui rapporti tra filosofia e scienze in Croce rinvio, oltre che ai saggi di Giuseppe Gembillo e Giuseppe Giordano apparsi sinora su «Diacritica», ai numerosi lavori sul tema dedicati in particolare da Giuseppe Gembillo, che aprono nuovi scenari di possibili consonanze con il dibattito epistemologico contemporaneo (cfr. in part. G. Gembillo, Benedetto Croce filosofo della complessità, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, oltre a G. Gembillo, Filosofia e scienze nel pensiero di Croce. Genesi di una distinzione, Napoli, Giannini Editore, 1984, e Id., Croce e il problema del metodo, Napoli, Flavio Pagano Editore, 1991).
  14. Chiedere a Croce, scrive icasticamente Paolo D’angelo, «una teoria della scienza che ci soddisfi è un po’ come chiedere a un’ape di fare il latte, o a una vacca il miele. Croce non era Cassirer, e non era Popper. Non era questo il genio di Croce. Ma, a parte il fatto che anche in questo caso, lette nel contesto storico che le ha prodotte, e proiettate sulle teorie dei convenzionalisti e degli empiriocriticisti di fine Ottocento, perfino le idee di Croce sulla scienza sembreranno meno campate per aria, il punto non è questo. Il punto è che, in un Paese che dedica alla ricerca scientifica più o meno il terzo dei fondi che le dedicano i paesi avanzati, dare la colpa a Croce sulla situazione della scienza in Italia è abbastanza grottesco, anche perché basta dare un’occhiata alla situazione di beni culturali e a quello che spendiamo per le soprintendenze per capire che qui il privilegio degli studi umanistici su quelli scientifici non c’entra nulla»: P. D’Angelo, Il problema Croce, Macerata, Quodlibet, 2015, p. 11.
  15. Sull’«agostinismo» del maturo Croce cfr. W. Maturi, Gli studi di storia moderna e contemporanea, in Cinquant’anni di vita intellettuale italiana. Scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo compleanno, a cura di C. Antoni e R. Mattioli, II ed., Napoli, ESI, 1966, p. 302, e le considerazioni di G. Galasso, Nota del curatore, in B. Croce, Dal libro dei pensieri, Milano, Adelphi, 2002, pp. 221-22.
  16. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, p. 189. Per un’analisi di questo testo rinvio a G. Giordano, Il filosofo e la catastrofe: Benedetto Croce e la bomba atomica, in «Archivio di Storia della Cultura», XXXI, 2018, pp. 327-32. Sul primato crociano dell’etica in quanto “sapienza” morale, a cui ogni forma di attività umana, anche quella scientifico-tecnica, va subordinata, cfr. M. Ciardo, L’infinito e la storia in Benedetto Croce, Napoli, Guida, 1994, e G. Cotroneo, Questioni crociane e post-crociane, Napoli, ESI, 1994.
  17. Il saggio è incluso in B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, pp. 432-35.
  18. Ivi, p. 432.
  19. B. Croce, Il progresso come stato d’animo e il progresso come concetto filosofico [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, p. 325. Su progresso e catastrofe in Croce cfr. M. Panetta, Croce e la catastrofe. Gli scenari apocalittici dei terremoti di Casamicciola e Reggio, in Apocalissi e letteratura, n. 15 di «Studi (e testi) italiani», a cura di I. De Michelis, 2005, pp. 155-71; poi in «Diacritica», 25, 25 febbraio 2019.
  20. B. Croce, Progresso tecnico e progresso morale, in Id., Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, p. 433.
  21. Ivi, p. 435.
  22. Nel bel saggio Croce: la difesa della filosofia della storia nel mondo ironico, Hyden White ha sottolineato come Croce sia «passato attraverso numerose sepolture e rinascite: primo, come successore di un bambino che portava il suo nome e che era morto prima che lui nascesse; secondo, come scampato alla sepoltura sotto le rovine di un terremoto; poi, come prigioniero della malinconia da cui era stato liberato dal giovane filosofo Labriola a Roma, e, infine, come prigioniero dei “sotterranei” degli archivi di Napoli da cui era emerso alla luce della filosofia» (H. White, Retorica e storia, vol. II, Napoli, Guida, 1978, pp. 216-17). E con acume osserva Maria Panetta in proposito: «Fu appunto attraverso la tensione alla “chiarità” della filosofia che egli riuscì a neutralizzare, seppur con impegno costante e sofferto, quell’angoscia cupa che continuamente minacciava di tornare ad assalirlo; e pertanto, ammesso che di Apocalissi si possa parlare, nel caso di Croce può trattarsi solo di un’Apocalissi “addomesticata”» (M. Panetta, Croce e la catastrofe, op. cit.).
  23. Trad. it. in A. Einstein, Pensieri degli anni difficili, op. cit., p. 127.
  24. Ivi, pp. 161-62.
  25. In O. Nathan, M. Norden, Einstein on Peace, New York, Schoken, 1968, p. 631.
  26. In A. Pais, op. cit., p. 505.

(fasc. 43, 25 febbraio 2022)