«Entri pure il Tempo, entrino con lui la Memoria, la Morte»: Bufalino e la “Favola del Castello senza Tempo”

Autore di Maria Panetta

Nell’ambito della vasta produzione bufaliniana, un testo più “marginale” e meno trattato di altri dalla critica è la Favola del Castello senza Tempo, della quale nello scorso settembre, in occasione delle celebrazioni per i cento anni dalla nascita dell’autore[1], è uscita una pregevole edizione, con illustrazioni di Lucia Scuderi, per l’editore Bompiani. Edizione di lusso, molto piacevole da maneggiare: con copertina rigida e sovraccoperta di un verde militare che fa comprendere subito al lettore che non si tratta di un semplice libro per bambini, ma di un testo rivolto a un pubblico di tutte le età[2].

La favola, notoriamente adattamento piuttosto fedele[3] del capitolo Come Guerrino sognò il castello senza tempo del precedente Il Guerrin Meschino. Frammento di un’opra dei pupi (1991), vide la luce su richiesta del regista Giorgio Tabanelli, curatore della quasi omonima collana per ragazzi («Racconti del Castello senza Tempo») dell’editore Cartedit di Monte Cremasco; era indirizzata a bambini dai 9 anni in su e venne edita nel 1998 con le illustrazioni della moglie dello stesso Tabanelli, Maria Letizia La Monica.

Sfogliando il volumetto appena uscito, si nota subito che le illustrazioni della Scuderi non presentano colori sgargianti e tonalità chiassose, ma sono, piuttosto, realizzate privilegiando i toni del grigio, del blu, del marrone, del verde scuro, con dei contrasti che talora fanno emergere – da uno sfondo tetro – forme e figure color avorio, bianco sporco, un tenue beige. In un paio di immagini viene effigiata la stessa Comiso, arroccata su un’altura brulla, e alcuni gialli ricordano la campagna siciliana riarsa dal sole estivo.

Lucia Scuderi, l’illustratrice, vive e lavora a Catania, e ha collaborato con varie case editrici italiane quali Rizzoli, Laterza, Giunti, Treccani, Fatatrac etc.; da anni si occupa di libri per bambini e ragazzi, ma non è caduta nel tranello di adeguare i toni di questo volume a un pubblico esclusivamente infantile: si comprende bene, infatti, anche solo sfogliando il libriccino, che si tratta di una “favola nera” e che la pubblicazione è degna di figurare nella biblioteca del più serio studioso di Bufalino, al pari degli altri suoi romanzi e scritti saggistici.

Nella propria Introduzione al volumetto, la scrittrice messinese Nadia Terranova esordisce ricordando uno degli aforismi del Malpensante, ovvero «I fatti sono cocciuti, la morte è il più cocciuto dei fatti», per affermare che

Sostare sulla soglia della vita e della morte, della luce e del lutto, è la cifra della prosa bufaliniana: non la quiete di una sosta crepuscolare, ma una lunga attesa – l’esistenza – fatta di paradossi e visioni, di illuminazioni estreme e notturni sontuosi, di una luce ingannatrice mentre l’avanzata bisbigliante dell’ombra dice la verità[4].

Come nota Terranova, la morte è, per l’ex ospite del Sanatorio “la Rocca” e per l’autore della Diceria dell’untore, un’«interlocutrice di lunga data»[5] e anche la Favola del Castello senza Tempo, benché indirizzata ai bambini, racconta ancora una volta «il crinale fra la vita e la morte»[6] con «una grazia speciale, incedendo nel racconto con passo onirico, attraversando prismatici paesaggi, sfiorando o spalancando una molteplicità di simboli»[7].

Come tutte le favole, esordisce con «Una volta»[8] e, forse con allusione dantesca, è ambientata in un «bosco nero»[9]: sorprende, appunto, un ragazzo di nome Dino all’ingresso di una tetra selva.

Come precisa anche Terranova, Dino era il diminutivo di Gesualdino, con il quale Bufalino veniva chiamato e che adoperava, ad esempio, nello scrivere lettere a Sciascia. Mi piace pensare, però, che una fortuita e fortunata coincidenza permetta di instaurare anche un rapporto fra la scelta di questo nome e il riferimento a un grande scrittore esperto anche del mondo infantile, ovvero Dino Buzzati, specie nella sua predilezione per i racconti noir.

Dino viene adescato da una farfalla crepuscolare, l’Acherontia atropus (o atropos), una falena diffusa in Eurasia e Africa nota anche come atropo oppure come “sfinge testa di morto”, a causa della macchia biancastra, con due puntini neri, che ricorda la forma di un teschio, che essa presenta sul lato dorsale del torace. Il suo nome scientifico rimanda ad altri riferimenti letterari: ovviamente, il fiume infernale Acheronte, che nella mitologia greca è passaggio obbligato per accedere al regno dei morti, e la moira Atropo, quella delle tre che recideva il filo della vita. Secondo varie superstizioni, questa farfalla è messaggera di guerra o di pestilenza e preannuncia gravi disgrazie nelle case nelle quali s’introduce.

La ritraggono un dipinto del 1851, realizzato dal pittore preraffaellita inglese William Holman Hunt, dal titolo The Hireling Shepherd (custodito nella Manchester Art Gallery), e anche quello di Van Gogh intitolato Green Peacock Moth del 1889 (ora ad Amsterdam, al Van Gogh Museum), che fa parte di un ciclo dedicato dal grande pittore olandese a farfalle e falene nel biennio 1889-1890.

Pure in letteratura ritroviamo la falena protagonista, ad esempio, del sonetto XIX del Canzoniere di Petrarca (il topos della fiamma che attira e brucia la farfalla si ritrova nell’Orlando innamorato del Boiardo, negli Asolani di Bembo, negli Eroici furori di Bruno, nel Don Giovanni di Byron, nell’Inno alla bellezza dei Fiori del male di Baudelaire etc.), del racconto di Edgar Allan Poe intitolato La sfinge (The Sphinx) del 1846; è, poi, citata nei romanzi Dracula (1897) dello scrittore irlandese Bram Stoker, I’m the King of the Castle (1970) della scrittrice britannica Susan Hill, Marina (1999) dello spagnolo Carlos Ruiz Zafón, Le intermittenze della morte (2005) di José Saramago.

Com’è noto, Guido Gozzano le ha dedicato un componimento delle sue Farfalle. Epistole entomologiche:

D’estate, in un sentiero di campagna,
v’occorse certo d’incontrare un bruco
enorme e glabro, verde e giallo, ornato
di sette zone oblique turchinicce.
Il bruco errava in cerca della terra
dove affondare e trasmutarsi in ninfa;
e dalla gaia larva, a smalti chiari,
nasceva  nell’autunno la più tetra
delle farfalle: l’Acherontia Atropos.

Certo vi è nota questa cupa sfinge
favoleggiata, dal massiccio addome,
dal corsaletto folto, con impresso
in giallo d’ocra il segno spaventoso.

Natura, che dispensa alle Dïurne
i colori dei fiori e delle gemme,
Natura volle l’Acherontia Atropos
simbolo della Notte e della Morte,
messaggiera del Buio e del Mistero,
e la segnò con la divisa fosca
e d’un sinistro canto. […][10].

La cita, inoltre, nei Colloqui, in La Signorina Felicita ovvero la Felicità:

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena

e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto: […][11].

La Torino della seconda metà dell’Ottocento, sulla scia di Lombroso, ricercava, infatti, punti di contatto fra arte e scienza, e Gozzano, appassionandosi alle farfalle anche in qualità di entomologo, ben esemplifica l’incontro allora avvenuto fra il mondo scientifico e l’universo della letteratura.

Anche nella storia del cinema ritroviamo la farfalla in varie pellicole: Un chien andalou (Un cane andaluso, 1929), noto cortometraggio surrealista prodotto e interpretato da Luis Buñuel e Salvator Dalí, e diretto dal solo Buñuel; nel 1968 essa diventa protagonista del film horror The Blood Beast Terror (Il mostro di sangue), del regista Vernon Sewell, e nel 1991 compare la citazione della cugina asiatica del lepidottero, ovvero l’Acherontia styx, nel celeberrimo The Silence of the Lambs (Il silenzio degli innocenti), diretto da Jonathan Demme. Ancora, nel 2002 Mark Pellington fa riferimento alla sfinge testa di morto nella pellicola The Mothman Prophecies (Voci dall’ombra), tratto dall’omonimo romanzo del 1975 di John Keel ispirato alla leggenda dell’uomo-falena.

Aggiungerei, però, a questo elenco, trattandosi di farfalle, almeno un cenno alla Farfalla di Dinard, celebre raccolta di racconti di Montale (cui fanno eco i Cantos di Pound e L’angelo nero di Tabucchi), senza dimenticare che, come ha notato Giovanni Palmieri, per Montale la figura di Annetta rappresenta «la farfalla dal teschio umano e dalle ali pazze che alla luce si brucia»[12] (ritroviamo farfalle anche in Barche sulla Marna, Crisalide, L’Estate, La primavera hitleriana, Riviere, Tentava la vostra mano la tastiera, Vecchi versi, Voce giunta con le folaghe etc.). Da rammentare, infine, la passione per l’entomologia di Nabokov (si ritrovano Lepidotteri in Natale, Il dono, Lolita).

È probabile che alcune delle suggestioni appena evocate (almeno quelle meno recenti) abbiano quantomeno interferito con l’elaborazione del capitolo del Guerrin Meschino e della successiva favola di Bufalino, lettore notoriamente coltissimo e scrittore che amava impreziosire i propri testi con raffinate citazioni più o meno esplicite, chiamando in causa la memoria letteraria: in ogni caso, Bufalino riesce a ideare una storia comunque originale (anche, in parte, rispetto al testo di partenza tratto dal Guerrin) in cui il giovane Dino, dotato di giovinezza, coraggio e innocenza, incitato dall’insetto fatato, giunge a rompere un sortilegio che impedisce agli abitanti di un misterioso Castello, gli Immortali, sia di invecchiare sia di morire.

Utilizzerà, come in ogni fiaba o favola che si rispetti, una formula magica («Cugnu, cutugnu, Bacalanzìcula» ovvero ‘cuneo’, ‘melo cotogno’ o ‘mela cotogna’ e ‘altalena’, omaggio dell’autore alla forza evocativa del dialetto) e farà in modo che il Tempo, il carceriere degli Immortali, faccia il proprio ingresso nel sinistro maniero e che la mortifera farfalla (da non dimenticare che già Ovidio nelle Metamorfosi parlava di ‘funeree farfalle’)[13], sfiorandoli, possa liberarli uno ad uno dalla schiavitù dell’eternità e dell’impossibilità di percepire persino fame e sete.

La farfalla si presenta subito come un’ammaliante insidia, attraendo l’ignaro Dino con la «lusinga dei suoi colori»[14]. Bufalino scrive che il ragazzo «Se ne innamorò sull’istante»[15] e iniziò a seguirla, «inoltrandosi fra le ombre»[16] – altra suggestione dantesca –, nel bosco, e tentando di catturarla, come fosse un’Angelica in fuga tra le radure.

La sua lunga corsa avviene mentre la «luce si faceva via via più fioca e più difficile il sentiero, tanto da metter paura»[17]: subito siamo introdotti nell’atmosfera noir della favola. Il narratore aggiunge che «per buona ventura»[18] Dino si ritrova, a un tratto, a ghermire la «piccola frenetica preda»[19], ma al lettore sorge subito il sospetto che sia stata la farfalla a condurre il gioco, a farlo addentrare nel folto della boscaglia mentre sopraggiunge l’oscurità e a lasciarsi catturare solo dopo aver acquisito la certezza di averlo in pugno.

Mentre il ragazzo sta per riporla nella propria scatoletta da collezionista, irrompe il fantastico sotto forma di sensazione uditiva: «una voce s’udì»[20]. Dino si guarda intorno e, non vedendo anima viva, comprende subito che è stata la farfalla a parlare con una voce «agra e lamentosa di donna»[21]. Da notare che, in omaggio a una lunga tradizione che parte almeno da Pitagora e Platone, il suo «corpicciuolo d’insetto»[22] viene definito «carcere»[23], segnato da uno «stemma di morte»[24]. La farfalla intavola un discorso commovente sulla libertà e il libero arbitrio, che sembra alludere anche alla “seconda morte” di dantesca memoria: si lamenta del fatto che le sue catene oramai siano doppie, consistendo sia nel corpo sia nella scatola in cui verrà rinchiusa e, così, privata della possibilità di volare a piacimento, del calore del sole, del profumo dei fiori, della dolcezza del polline, che chiama «miele» (un “amaro miele”?).

Un ironico commento sull’influenza delle «savie letture»[25] di cui si è nutrito il ragazzo sembra tirare in ballo certa letteratura per l’infanzia che educava a «tutte le delizie della pietà»[26]: come non pensare, ad esempio, al libro Cuore? E come non dedurne che, da docente ed educatore qual era, Bufalino desiderasse, in questo passaggio sottolineare l’importanza, per la crescita dei fanciulli, di un allenamento alla lettura di testi anche più complessi e più controversi, più ricchi di sfumature e non solo infarciti di morale, testi che aiutassero a sviluppare la fantasia ma anche il senso critico, a trasmettere il messaggio che la vita è compresenza di luci e ombre, e che la Morte ne è parte integrante e indispensabile coronamento?

La favola è latrice anche d’ironia: la farfalla, infatti, approfittando del momento di “commozione” e smarrimento di Dino, è volata via, e lo deride con una «risata di scherno»[27], che suscita la sua irritazione. Sentitosi preso in giro, ne insulta le «membra così meschine»[28], chiedendole se sia una fata o una strega e suscitando una seconda risata «dolorosa»[29].

Ecco finalmente il disvelamento della verità: Atropo si presenta e indica il suo reame – shakespearianamente – come quello delle «contrade della Notte»[30]. Si dichiara «Onnipotente»[31] e «terribile all’intero universo»[32], «Sovrana dovunque»[33], ma respinta da un solo luogo, il Castello senza tempo, come fosse una «lebbrosa»[34]. Torna, dunque, il tema portante della malattia in Bufalino, con un richiamo forse manzoniano, ma forse anche alla Diceria stessa e al motivo del contagio (così tristemente attuale, oggi).

Dino chiede spiegazioni su quel luogo che ha bandito la Morte: si tratta del «palazzo degl’Immortali, dove vivono i più antichi uomini scampati al diluvio»[35], una specie di Olimpo triste.

I suoi abitanti sono stati creati «quando ancora non c’era il tempo»[36] e, dunque, «vivono senza tempo»[37], non invecchiando e non corrompendosi mai, ma annoiandosi nel ripetere all’infinito gesti già compiuti e parole già dette, ri-giocando a dadi, a due a due, la stessa partita (forse, anche una metafora del rapporto di coppia). Alla ciclicità del Tempo/nonTempo dell’Eternità Bufalino contrappone la linearità del Tempo della Storia, l’unica capace di scongiurare il male peggiore ovvero la sartriana “noia”.

Gli Immortali non possono uscire dal Palazzo, sebbene lo desiderino, perché un «portiere e servo»[38], Rutilio, proibisce loro la fuga e li difende dai forestieri, che, novello Circe, trasforma in ragno, in verme o in topo al solo tocco di una bacchetta (si perdono nuovamente i confini fra la positività della fata e la negatività della strega, protagoniste di tanta letteratura per l’infanzia, anche in questo passo). Pure Atropo racconta di essere stata trasformata in un essere vivente “meno immondo” dei precedenti, con una – kafkiana – «metamorfosi»[39], che cesserà solo quando qualcuno verrà a salvarla, sciogliendo gli incantesimi, come fosse un novello Edipo al cospetto degli enigmi della Sfinge o un Principe Calaf davanti alla spietata Turandot.

Come nelle migliori fiabe, l’eletto capace di condurre a termine la missione della liberazione degli schiavi deve possedere alcune qualità: «giovinezza, coraggio e innocenza»[40]. Oltre che conoscere la formula magica utile a eludere la sorveglianza della sentinella. Dino comprende di essere il prescelto e prova orgoglio e insieme paura all’idea di essere stato investito dell’arduo compito: Bufalino commenta che – sempre shakespearianamente – gli sembrava di volare come in sogno.

Con la spavalderia della gioventù il ragazzo si offre di compiere l’impresa e Atropo lo invita a entrare e a incoraggiare i prigionieri all’evasione. Riprende la loro corsa, fino a che non intravedono un «immenso edificio d’oro»[41] che ricorda la cittadella dello sciasciano Il Cavaliere e la morte.

Un’altra tipica formula delle fiabe, «Cammina cammina»[42], e Dino giunge ai piedi di una gran torre e, grazie alle tre parole magiche, riesce a superare il «gigantesco guardiano»[43]. S’introduce, dunque, nel castello, che appare, a una prima occhiata, deserto, ma che è arredato con un gusto barocco da horror vacui che affastella tutti gli arredi tipici delle fiabe, ma con qualcosa di «bizzarro»[44]: «divani sbilenchi, letti a baldacchino pendenti da un fianco, armadi zeppi di cianfrusaglie, specchi torbidi come stagni… E quadri»[45], ma quadri che raffigurano tutti lo stesso viso «mostruoso e tuttavia triste, d’una nobile tristezza»[46], quasi come nel Ritratto di Dorian Gray.

Dino sale e scende per le scale del Castello – forse anche metafora dell’esistenza – e raggiunge il «giardino pensile»[47] sulla sommità, che potrebbe ricordare il mito delle meraviglie di Babilonia oppure certe immagini di loci amoeni del Roman de la Rose (XIII secolo), specie nello «zampillo improvviso dalle fontane»[48]. Di certo, il giardino è traslato dell’olimpica staticità della vita degli Immortali: «Qui nessun soffio di vento giungeva a muover foglia, né, se si alzavano gli occhi al cielo, si scorgeva altro che una turchina, immobile incandescenza»[49]. Appare come una sorta di Paradiso, caratterizzato da «quiete, silenzio, eternità luminosa»[50].

Gli abitanti, come anime dantesche, si palesano all’improvviso in processione, «creature di straordinaria statura, vestite tutte di bianco»[51]. A Dino, però, appaiono come «una truppa di larve»[52], tanto per restare sulla metafora entomologica, perché sono «Giovani nell’aspetto ma cerei, cinerei»[53] e hanno un agghiacciante sguardo d’«ineffabile desolazione»[54].

Lo apostrofano in coro, come fossero appunto creature dantesche che hanno perduto la propria individualità, e gli rivelano che l’interdetto è scaduto e che il loro «padrone e re»[55], «chissà se per misericordia o fastidio»[56], ha deciso di non fare più la guerra agli intrusi: l’ennesimo inganno di Atropo è svelato (la favola si configura anche quale percorso iniziatico e come una sorta di “romanzo di formazione”), poiché gli Immortali rivelano a Dino che a nulla varebbero le sue paroline magiche, senza il consenso del loro padrone.

Gli spiegano di aver sofferto la loro «esangue, immutabile beatitudine»[57] e di essere stati condannati a non morire da un «signore invisibile»[58], un «dio carceriere, architetto di tutto»[59] (con allusione alla simbologia massonica), che li ha voluti eterni per puro egoismo, per non rimanere solo nella propria «sterile eternità»[60]. Un dio «la cui voce ogni mattino ci chiama da un buio crepaccio per prescrivere o proibire»[61] (Foucault avrebbe detto: per Sorvegliare e punire, e non si può neanche non pensare al Panopticon – 1791 – di Jeremy Bentham): da non dimenticare al riguardo che, commentando le Scritture (in particolare, l’incontro fra Gesù e la Samaritana al pozzo, nel Vangelo di Giovanni 4, 5-42), Kierkegaard asseriva che il nostro cuore è un “crepaccio assetato di Infinito”.

Gli Immortali si lamentano della loro condizione in cui «Fame e sete ci sono negate, non conosciamo né riso né lacrime»[62] e confessano di desiderare persino «una spina di passione, un amore, un odio, uno strazio, una malattia»[63]; anelano, dunque, anche al Male e sono alla ricerca di cristalli che riflettano la loro effigie e di un’identità che si limitano a spiare nell’ombra che la luna piena disegna sui pavimenti.

Qualcosa è, però, improvvisamente cambiato: per la terza volta fa il proprio ingresso nella narrazione la metafora del gioco. Il padrone si è stancato del proprio «inerte giocattolo»[64] e ha spalancato le porte del Castello all’esterno. Ed ecco finalmente il “sugo” della storia: «Entri pure il Tempo, entrino con lui la Memoria, la Morte»[65], tutti e tre rigorosamente con iniziale maiuscola. All’improvviso, i visi degli Immortali si riempiono di cicatrici ed essi si afflosciano al suolo – con immagine teatrale – «come fantocci di pezza»[66], dopo aver ringraziato Dino per aver regalato loro «l’epilogo giusto»[67].

L’“epilogo giusto” è, dunque, la morte (spesso, anche dal punto di vista narratologico), e la pagina si chiude sull’immagine di mille pendole che iniziano a battere il tempo, con dettagli che richiamano alla memoria la meccanica dei più importanti orologi astronomici del mondo, primo fra tutti quello del campanile del Duomo di Messina, il più grande del pianeta, specie nel particolare finale del gallo, che rammenta la sconfitta di Carlo d’Angiò da parte dei siciliani («dodici colpi vibrò contro uno scudo il pugno di bronzo d’un Moro sulla cornice d’un campanile, un filo di sabbia prese a scorrere nella clessidra, un gallo disse chicchirichì»).

Atropo riporta, dunque, il Tempo nel Castello, e il gallo del campanile, che rappresenta il risveglio della coscienza, riporta Dino alla realtà di una sveglia tedesca che, immancabilmente, suona per ricordare al ragazzo che deve alzarsi, vestirsi e correre a scuola, prima che il bidello Rutilio (non a caso omonimo del custode del Castello) chiuda il cancello davanti ai ritardatari.

Dino si precipita per le scale di casa e tutto sembra essere tornato nei ranghi, ma dal libro di Scienze, rimasto aperto sul tavolo, si è dileguata proprio l’immagine della farfalla Acherontia atropos. Come nel migliore dei racconti del mistero, la favola si chiude nel segno dell’ambiguità, ma il messaggio che manda è molto chiaro ed è connesso a tutta la poetica bufaliniana: non si può che vivere nella Storia, accettando lo scorrere del Tempo e, dunque, anche il necessario explicit della Morte, perché, senza la dimensione tipicamente umana del Tempo, non si dà Memoria. E senza Memoria è impossibile costruirsi un’identità («Memini ergo sum, mi piace ripetere»[68]). Dunque, si può essere solo “nel Tempo”. E si può ri-essere solo nella Scrittura.

  1. Cfr. F. M. Adonia, Gesualdo Bufalino e la “Favola del Castello senza Tempo”, in «Sicilialive.it», 24 ottobre 2020; cfr. l’URL: https://livesicilia.it/2020/10/24/gesualdo-bufalino-e-la-favola-del-castello-senza-tempo/?refresh_ce.
  2. Si propone il testo dell’intervento che verrà proposto il 24 novembre prossimo al Seminario organizzato dall’Università di Palermo e dall’Associazione RUM, e introdotto e coordinato da Claudia Carmina, dal titolo «Riessere, è questo il problema». Memoria e scrittura in Gesualdo Bufalino: interventi di Nunzio Zago, Roberto Deidier, Maria Panetta, Alessandro Cinquegrani, Giulia Cacciatore, Davide Savio.
  3. In altra sede si evidenzieranno le differenze fra i due testi, riscontrabili soprattutto nel finale. Cfr. F. Caputo, Introduzione a G. Bufalino, Opere/2 1989.1996, a cura e con Introduzione di F. Caputo, Milano, Bompiani, 2007, pp. VII-XLV, specie alla p. XVIII.
  4. N. Terranova, Il più cocciuto di tutti i fatti, in G. Bufalino, Favola del Castello senza Tempo, illustrazioni di L. Scuderi, Milano, Bompiani, 2020, pp. 7-16, cit. a p. 7.
  5. Ivi, p. 8.
  6. Ivi, p. 10.
  7. Ibidem.
  8. Ivi, p. 19.
  9. Ibidem.
  10. G. Gozzano, Della testa di morto (Acherontia atropos), in Id., Le farfalle. Epistole entomologiche, 1908-1911, IV, vv. 9-20.
  11. G. Gozzano, I colloqui, Milano, Fratelli Treves, 1917, pp. 57-86, cit. alle pp. 70-71, vv. 79-88.
  12. G. Palmieri, Il punto fuori dalla pagina. Agiografia scientifica di Annetta, prima musa di Montale, in «Diacritica», a. V (2020), n. 35.
  13. Ovidio, Metamorfosi, a cura di P. Bernardini Marzolla, con uno scritto di I. Calvino, Torino, Einaudi, 1994, p. 622, XV, vv. 372-374: «[…] quaeque solent canis frondes intexere filis/ agrestes tineae (res observata colonis)/ ferali mutant cum papilione figuram».
  14. G. Bufalino, Favola del Castello senza Tempo, op. cit., p. 19.
  15. Ibidem.
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 20.
  18. Ibidem.
  19. Ibidem.
  20. Ibidem.
  21. Ibidem.
  22. Ibidem.
  23. Ibidem.
  24. Ibidem.
  25. Ivi, p. 21.
  26. Ibidem.
  27. Ibidem.
  28. Ibidem.
  29. Ibidem.
  30. Ibidem.
  31. Ibidem.
  32. Ibidem.
  33. Ivi, p. 24.
  34. Ibidem.
  35. Ibidem.
  36. Ibidem.
  37. Ibidem.
  38. Ivi, p. 24.
  39. Ivi, p. 27.
  40. Ibidem.
  41. Ivi, p. 31.
  42. Ibidem.
  43. Ibidem.
  44. Ivi, p. 33.
  45. Ibidem.
  46. Ibidem.
  47. Ivi, p. 37.
  48. Ibidem.
  49. Ibidem.
  50. Ibidem.
  51. Ivi, p. 40.
  52. Ibidem.
  53. Ibidem.
  54. Ibidem.
  55. Ivi, p. 43.
  56. Ibidem.
  57. Ivi, p. 45.
  58. Ivi, p. 46.
  59. Ibidem.
  60. Ibidem.
  61. Ibidem.
  62. Ivi, p. 46.
  63. Ibidem.
  64. Ibidem.
  65. Ibidem.
  66. Ivi, p. 53.
  67. Ibidem.
  68. G. Bufalino, Lanterna cieca, in Id., Cere perse, in Id., Opere/1 1981.1988, a cura di M. Corti e F. Caputo, introduzione di M. Corti, Milano, Bompiani, 2006, pp. 1019-22, cit. a p. 1021.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)