Galileo, Copernico e la Rivoluzione scientifica: considerazioni a margine del quadricentenario della pubblicazione del “Saggiatore”

Author di Nunzio Allocca

Di grande rilievo per la storia delle scienze, l’anno in corso, nel quale si celebrano il 550° anniversario della nascita di Copernico (1473) e il 480° della pubblicazione del De revolutionibus orbium caelestium (1543) nonché il quadricentenario della travagliata pubblicazione del Saggiatore (1623), il libro con il quale Galileo Galilei riapparve da protagonista sulla scena culturale europea, dopo il monito del 1616 che gli vietava di professare o divulgare l’eliocentrismo[1]. Il Saggiatore interveniva nell’ampia e serrata polemica riguardante la spiegazione dei fenomeni relativi al prodigioso spettacolo offerto dalla grande cometa (la maggiore delle tre apparse a partire dall’agosto del 1618) chiaramente visibile sino a gennaio del 1619, accreditandosi come punto di riferimento di una nuova e rivoluzionaria concezione della natura, emergente dalle sensazionali e dirompenti scoperte telescopiche riportate tredici anni prima da Galileo nel Sidereus Nuncius, il «messaggero celeste» che aveva sferrato il colpo a molti apparso decisivo contro il sistema tolemaico del mondo, già vacillante sotto quelli inferti sul piano astronomico tanto da Tycho Brahe nel De mundi aetherei recentioribus phaenomenis quanto nell’Astronomia nova seu physica caelestis del suo allievo Johannes Kepler.

Il primo, pubblicato nel 1588, dedicato all’analisi della posizione e del moto dei nuovi oggetti luminosi visibili nel firmamento tra il 1572 e il 1577, aveva mostrato la loro inequivocabile collocazione al di sopra della Luna, fornendo la prova osservativa dell’inconsistenza del dogma aristotelico-scolastico dell’immutabilità dei cieli e dell’inesistenza di sfere cristalline concentriche e imponderabili ritenute responsabili del moto di rivoluzione intorno alla Terra (immobile) dei pianeti in essi immaginati incastonati. Nel secondo, corposo trattato copernicano di quasi 400 pagine in-folio stampato a Praga nel 1609, irto di tabelle, diagrammi e calcoli ad uso degli addetti ai lavori (i matematici e gli astronomi), e dunque inaccessibili al largo pubblico, per la prima volta era abbandonata la millenaria convinzione del carattere perfettamente circolare e uniforme del moto dei corpi celesti, le orbite dei pianeti (Terra inclusa) venendo ridefinite come ellissi, con il Sole in uno dei due fuochi.

Proprio dal maggio o giugno del 1609, anno senz’altro del destino per le sorti della causa eliocentrica, Galileo, da tempo convinto copernicano[2], come è noto venne a conoscenza della recentissima costruzione ad opera di artigiani olandesi dei primi cannocchiali, da agosto iniziò a ricostruirli con l’aiuto dei maestri vetrai di Venezia perfezionandone progressivamente il potere d’ingrandimento, tanto da poterli impiegare, dai primi di dicembre, per l’osservazione astronomica sistematica, a partire dall’esame ottico della superficie lunare. I risultati furono stupefacenti. Nel Sidereus nuncius, volume di sole 56 pagine, pubblicato in gran fretta nel marzo 1610 in 550 copie andate immediatamente esaurite, in un linguaggio piano e descrittivo alla portata di qualsiasi lettore colto, Galileo svelò a tutta Europa la presenza di alte montagne e di crateri sulla superficie della Luna, concepita nel sistema tolemaico come un corpo perfettamente liscio e sferico, nonché l’esistenza nella Via Lattea e in alcune Nebulose di una miriade di Stelle invisibili a occhio nudo, oltre a quella di quattro corpi celesti in orbita intorno a Giove, che battezzò Pianeti Medicei in onore del Granduca di Toscana Cosimo II.

Altre inaudite scoperte astronomiche a stretto giro di posta si susseguirono grazie all’osservazione telescopica della volta celeste. Nei mesi seguenti Galileo rilevò in Venere un ciclo completo di fasi direttamente legate alle posizioni successive assunte dal pianeta in rapporto al Sole, come previsto nel sistema eliocentrico di Copernico.

Passando all’analisi telescopica di Saturno, Galileo ne distinse due protuberanze nella sagoma oblunga, dall’apparente aspetto come «tricorporeo», non riuscendo a distinguerne gli anelli.

Nel corso dell’osservazione strumentale del Sole, infine, Galileo rilevò la presenza sulla sua superficie di scure macchie in continuo movimento, il cui studio lo condusse, con argomenti di tipo ottico-prospettico, a una conclusione forse ancora più sorprendente di quella della scoperta della superficie scabra e tellurica della Luna: le macchie solari sono formazioni materiali che dimostrano la presenza di incessanti fenomeni di generazione e corruzione nel corpo celeste tradizionalmente simbolo di purezza, fonte di luce e di vita[3]. Ne risultava frantumata l’immagine antico-medievale del mondo, fondata sulla distinzione aristotelico-tolemaica e scolastica tra fisica celeste e fisica terrestre, che derivava dalla divisione del Cosmo in due sfere ontologicamente e gerarchicamente distinte: la prima, quella della regione sopralunare, perfetta e incorruttibile; la seconda, quella sublunare, imperfetta e soggetta al divenire del moto rettilineo dei quattro elementi, governato dall’opposizione tra moti naturali e moti violenti[4].

Il contesto scientifico e dottrinario, assai complesso e aspramente polemico, che ha segnato la faticosa elaborazione e la stampa del Saggiatore nonché la portata epistemologica di quest’ultimo sono magistralmente ricostruiti da Michele Camerota e Franco Giudice nella loro edizione del volume di Galileo in occasione del quadricentenario, con un ricco e puntuale apparato di note[5], che fa seguito all’edizione critica con commento pubblicata nel 2005 a cura di Ottavio Besomi e Mario Helbing[6]. In questo mio intervento prenderò in esame un aspetto riguardante lo sfondo teorico del Saggiatore, quello della necessità dell’elaborazione di un quadro cosmologico geocinetico unificato e materialmente omogeneo, tra quelli implicati nell’accesissima polemica che vide contrapposto Galileo al gesuita Orazio Grassi, professore di matematica al Collegio Romano, oltreché astronomo, studioso di ottica e valente architetto, autore dell’anonimo opuscolo De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, andato in tipografia nel febbraio 1619.

La comparsa della maggiore delle comete del 1618 fornì sul finire dell’anno al Collegio Romano, la più prestigiosa istituzione culturale della Compagnia di Gesù, l’occasione di organizzare un ciclo di lezioni sui problemi posti dalla nuova astronomia osservativa.

Nella Disputatio astronomica, che riporta la lezione di Grassi, si sosteneva innanzitutto che l’apparire delle comete non dovesse essere interpretato quale segno premonitore di sciagure o castighi divini, come ritenuto sin dai tempi più remoti dalla credenza popolare, e temuto dai molti che notavano la quasi coincidenza della loro apparizione con l’inizio di un nuovo sanguinoso conflitto religioso, scoppiato a seguito della defenestrazione di Praga del 23 maggio 1618, conflitto armato che avrebbe trascinato il continente europeo nella devastante Guerra dei trent’anni.

Grassi, allo stesso tempo, prendeva senza mezzi termini posizione contro l’opinione aristotelica comunemente accolta secondo cui le comete sarebbero fenomeni riferibili alla combustione per attrito di esalazioni terrestri al di sotto della sfera della Luna. Al lettore era suggerito, senza farvi diretto riferimento, che la corretta teoria delle comete fosse quella formulata da Tycho Brahe, il cui sistema del mondo si presentava geostatico al pari di quello aristotelico-tolemaico, ma con la Terra al centro unicamente delle orbite della Luna e del Sole, e quest’ultimo al centro di quelle degli altri cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Giove e Saturno). L’osservazione telescopica (la prima mai sino ad allora effettuata) delle tre comete apparse nel 1618 ‒ si legge nella Disputatio astronomica ‒ confermava che esse sono corpi celesti reali, al pari dei pianeti, con traiettorie altrettanto circolari aventi luogo nella regione compresa tra la Luna e il Sole.

L’opuscolo di Grassi mostrava in maniera brillante con quanta rapidità il sistema ticonico, compatibile con la decisiva scoperta galileiana delle fasi di Venere, si stesse allora affermando tra i Gesuiti come capace di sostituirsi a quello tolemaico, ormai compromesso sul piano cosmologico dalle «novità celesti», senza entrare in conflitto con il testo delle Sacre Scritture, dal momento che lasciava la Terra immobile al centro dell’universo, ritenendo Tycho Brahe insostenibile sul piano fisico e matematico l’ipotesi geocinetica copernicana. La sezione della splendida tavola con cui si apre il volumetto illustra su un planisferio della sfera celeste, ricavato per proiezione gnomonica, il maestoso «incedere della cometa» più risplendente di esse, nel suo percorso siderale rilevato dal 29 novembre a fine 1618 in diversi collegi della Compagnia dislocati in Europa. In esso è riportato in didascalia il verso dell’Eneide «incessu patuit dea»[7]. Rimarca Grassi a questo proposito:

E invero non favoleggiarono forse una volta i poeti, che segno di riconoscimento degli Dei di fama fosse il loro incedere e il loro moto, e che chi incedesse come uno degli Dei, sarebbe considerato un Dio? Da quell’indizio, si legge in Virgilio, che Enea avesse riconosciuto chiaramente sua madre Venere. E questa luce non si manifestò, invero, anch’essa con un venerabile e augusto incedere da Dea? Non fu dunque luce accesa nell’aria prodotte dalle sozze di questa terra, ma destinata ad una sede tra i lumi celesti, dove, con comportamento palesemente non indegno, benché di fulgore breve e caduto, risplendette; e tuttavia, mentre visse, mai si mostrò prole degenere di quello stesso cielo, dal quale attinse la sua indole di essere celeste[8].

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[O. GRASSI], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619.

La Disputatio, resoconto scientifico che testimoniava il grado di eccellenza garantito in campo astronomico della Compagnia di Gesù, non mancava di salace vis polemica. La cometa costituiva la prima novità astronomica dal tempo di quelle annunciate dal «messaggero celeste»: rigettata senza indugi la tesi aristotelica delle comete come ardenti esalazioni prodotte nel mondo sublunare, perché al pari delle stelle del firmamento quella del 1618 non presentava significativi spostamenti angolari quando osservata da due luoghi diversi, Grassi tacque il nome di Galileo. Né si limitò a questo. La cometa mostrava alla lente del cannocchiale un ingrandimento nullo o molto ridotto rispetto a quando era vista a occhio nudo, effetto che doveva ritenersi ulteriore prova ‒ sentenziava Grassi in beffardo riferimento indiretto all’autore del Sidereus Nuncius (accolto sin dal 1611 nell’istituzione considerata rivale, l’Accademia dei Lincei) ‒ della sua grande distanza dalla Terra: chi si rifiutava di accettare questa spiegazione si dimostrava ignaro dei principi dell’ottica telescopica[9].

Dopo il forzato silenzio seguito al drammatico monito anticopernicano del 1616, Galileo non si lasciò sfuggire l’occasione di replicare a Grassi intervenendo nel concitato dibattito cometario che in quei mesi lasciava con il fiato sospeso l’intero continente europeo, e che segnava un’ulteriore possibile decisiva tappa a sostegno della teoria eliocentrica: lo fece dapprima attraverso il suo allievo Mario Guiducci, poi in prima persona nel Saggiatore. Galileo, occorre ricordare, non aveva potuto osservare direttamente gli straordinari fenomeni cometari, causa l’aggravarsi dei dolori reumatici che lo affliggevano da tempo, come riferirà nel Saggiatore[10]. Nel Discorso delle comete, pubblicato nel giugno del 1619 a nome di Guiducci, Galileo contestava l’inadeguatezza epistemica della concezione ticonica delle comete quali oggetti celesti effimeri di natura divina, come abbiamo visto non esplicitata ma sottostante alle analisi di Grassi nella Disputatio astronomica:

Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette e quasi scherzi della natura e trastulli delle vere stelle, ma però, benché caduche, d’indole ad ogni modo e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina; ha tanto più della piacevolezza poetica che della fermezza e severità filosofica, che non merita che vi si ponga considerazione alcuna, perché la natura non si diletta di poesie[11].

Sostenendo la tesi della traiettoria rettilinea uniforme e perpendicolare alla superficie della Terra del movimento delle comete, secondo una prospettiva cosmologica prefigurante in chiave insieme antiaristotelica e anticonica l’unificazione della regione celeste e di quella sublunare in uno spazio cosmico materialmente omogeneo, Galileo ipotizzava che esse, piuttosto che oggetti «veri, reali, uni e permanenti» procedenti in circolo, come affermato da Grassi[12], fossero viceversa «apparenze, riflessioni di lumi, immagini e simulacri vaganti», derivate da esalazioni illuminate dal Sole innalzatesi perpendicolarmente nella regione celeste dalla superficie terrestre:

A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà, tra gli elementi e i cieli, niun fastidio o difficultà arreca che la materia in cui si è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi avesse sormontato l’aria e quello che oltre di quella si diffonde per gli immensi spazi dell’universo[13].

È questa un’affermazione controversa, ma di grande rilievo, su cui, nei sopraggiunti limiti di questo saggio, vorrei qui in breve soffermarmi. Molto giustamente Michele Camerota e Franco Giudice denunciano le ricostruzioni anacronistiche dei molti che hanno rimproverato a Galileo l’aver prospettato una teoria cometaria palesemente erronea, niente affatto all’altezza di quella elaborata dall’odiato avversario gesuita Grassi[14]. Da Kepler in poi, per la maggior parte degli astronomi copernicani del XVII secolo, inizialmente Newton incluso, le comete saranno ritenute procedere lungo traiettorie semi o interamente rettilinee[15]. Grassi stigmatizzerà nella Libra astronomica ac philosophica ‒ la risentita e virulenta replica al Discorso delle comete, pubblicata nell’ottobre 1619, il cui testo è inglobato e sottoposto, punto per punto, a critiche demolitrici nel Saggiatore ‒ lo fondo geocinetico, e perciò eretico per i cattolici, della spiegazione del moto delle comete da parte di Galileo[16], il quale in questi termini allusivi si era espresso in merito:

Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere che quando la materia in cui si forma la cometa non avesse altro movimento che ’l retto e perpendicolare alla superficie del globo terrestre, cioè al centro verso ’l cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato, precisamente verso il nostro vertice e zenit; il che non avendo ella fatto, ma declinato verso settentrione, ci costringe a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s’assesti all’apparenze, o vero, ritenendole, aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione. Io né l’uno saprei, né l’altro ardirei di fare[17].

«Aggiunger qualch’altra cagione di tale apparente deviazione», che il monito anticopernicano del 1616 aveva impedito di esplicitare: la teorica cometaria delineata da Galileo, formulata come un’ipotesi «conforme alle apparenze» ‒ in grado di spiegare nel segno della probabilità, non della certezza, i dati rilevati nelle osservazioni del 1618[18] ‒, si inseriva, mi preme qui sottolinearlo, con coerenza nell’immagine della natura fisica radicalmente trasformata dall’estensione telescopica delle frontiere del visibile, che minava la fisica sostanzialistica delle qualità alla base dell’opposizione, di matrice aristotelica, tra l’immutabile perfezione dell’etereo mondo celeste e i fenomeni di generazione e corruzione determinati entro il mondo sublunare dalle reciproche trasformazioni dei quattro elementi.

Nata in un quadro concettuale intriso d’influssi platonici, pitagorici ed ermetici, la cosmologia elaborata nel De revolutionibus da Copernico non aveva di per sé affatto rinnegato, in realtà, il postulato classico della perfezione della figura sferica e del moto circolare dei corpi celesti, aspirando a una maggiore semplicità e armonia rispetto al sistema del mondo aristotelico-tolemaico nel riferire le apparenti irregolarità osservabili a occhio nudo del moto orbitale dei pianeti al continuo mutamento di punto di vista dell’osservatore posto sulla Terra in moto. Maggiore semplicità, quella della cosmologia copernicana, che tuttavia non poggiava, a garanzia del suo paradossale statuto fisico, su una elaborata teoria del movimento alternativa a quella di Aristotele, con la quale era incompatibile. Né, sul piano fisico, il geocinetismo del De revolutionibus aveva posto in discussione la natura materiale, solida degli orbi celesti, nei quali corpi celesti erano incastonati e dai quali erano trasportati nel loro moto di rivoluzione. Copernico sosteneva l’impossibilità, da un punto di vista ottico, di stabilire se è in movimento l’osservatore o l’osservato. Ma tale relatività del punto di vista, ammessa sin dall’antichità, non era affatto conclusiva: come poter decidere in favore del moto reale della Terra? Quali spiegazioni “fisiche” a suo sostegno? Nel 1619, a distanza di decenni, Kepler, un quarto di secolo prima autore del Mysterium Cosmographicum, il cui progetto di radicale rinnovamento dell’astronomia aveva tratto origine da un terreno ugualmente platonico, pitagorico ed ermetico, chiudeva il suo De cometis libelli tres con queste trionfali parole: «quante sono le comete in cielo, tante sono le prove (oltre quelle che si deducono dai moti dei pianeti) che la Terra si muove con moto annuo intorno al Sole»[19].

Il copernicanesimo di Galileo aveva un’altra impronta[20]. Il Sidereus Nuncius e l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari avevano mostrato i corpi celesti esser del tutto simili alla Terra, la superficie della Luna rocciosa e irregolare, quella del Sole attraversata da nuvole intermittenti, la superficie di Venere esser opaca al pari di quella lunare, Giove al centro del moto di rivoluzione di ben quattro satelliti, e Saturno dall’aspetto deforme, oltre alle migliaia di stelle invisibili a occhio nudo portate alla luce dal telescopio, disseminate nelle costellazioni. Nel contesto di questo rivoluzionario terreno osservativo e sperimentale va letto il celeberrimo brano del Saggiatore sul «grandissimo libro» della natura, «che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi», libro «scritto in lingua matematica», senza la cui conoscenza «è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto»[21], così come la teoria della materia enunciata da Galilei nel § 48, dalle lontane origini atomistiche, che riconosceva come sue uniche proprietà oggettive quelle geometrico-meccaniche (grandezza, forma posizione moto ecc.), suscettibili di misura, ribaltando la gnoseologia aristotelico-scolastica nella spiegazione delle qualità sensibili, ricondotte a «puri nomi» esprimenti le unicamente nostre sensazioni[22].

È lungo questa via maestra, destinata nel lungo periodo a segnare la Rivoluzione scientifica, come ben mostra l’edizione del Saggiatore curata da Michele Camerota e Franco Giudice, che si spalancava un nuovo universo, ben diverso dal mondo finito, concluso e ordinato in cui si rifletteva una scala assoluta di valori secondo la gerarchia fissata dalla cosmologia e dall’immagine premoderna della natura.

  1. Il 24 febbraio del 1616 i consultori del Sant’Uffizio, dopo cinque giorni di camera di consiglio, dichiararono la teoria eliocentrica «formalmente eretica», perché contraddicente il senso del testo delle Sacre Scritture e la comune interpretazione e comprensione dei Santi Padri e dei teologi. Il 26 febbraio il cardinale Bellarmino, su ordine del papa Paolo V, convocò Galileo per «ammonirlo ad abbandonare» la tesi eliocentrica. Il 5 marzo, infine, la Congregazione dell’Indice sospendeva per decreto il De revolutionibus orbium caelestium (1543) di Copernico «fino alla sua correzione». Su ciò cfr. in part. M. Camerota, Galileo Galilei e la cultura scientifica nell’età della controriforma, Roma, Salerno Editrice, 2004, pp. 3017-21 e M.-P. Lerner, Copernic suspendu et corrigé: sur deux décrets de la Congregation romaine de l’Index (1616-1620), in «Galilaeana», I, 2004, pp. 21-89.
  2. «Già da molti anni ho aderito alla dottrina di Copernico», scriveva Galileo in una nota lettera a Kepler del 4 agosto 1597 (in G. Galilei, Opere, Edizione nazionale a cura di A. Favaro, 20 voll., Firenze, Barbera, 1890-1909, vol. X, p. 68).
  3. G. Galilei, Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, Roma, G. Mascardi, 1613.
  4. Per un’appassionante e dettagliata ricostruzione delle straordinarie scoperte astronomiche galileiane e dei dibattiti suscitati dal Sidereus Nuncius cfr. M. Bucciantini, M. Camerota, F. Giudice, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, Torino, Einaudi, 2012.
  5. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata, a cura di M. Camerota e F. Giudice, Milano, Hoepli, 2023.
  6. G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Roma-Padova, Editrice Antenore, 2005.
  7. Il riferimento è a Eneide I, 401-405: Dixit et avertens rosea cervicere fulsit / ambrosiaeque comae divinum vertice odorem / spiravere; pedes vestis defluxit ad imos; / et vera incessu patuit dea. Ille ubi matrem / adgnovit […]».
  8. [O. Grassi], De tribus cometis anni M. D.C. XVIII disputatio astronomica, Roma 1619, trad. it. in G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, Edizione critica e commento a cura di O. Besomi e M. Helbing, Padova, Antenore, 2002, p. 283.
  9. «In terzo luogo, il seguente argomento conferma tale conclusione: la cometa, osservata con il telescopio, non presenta appena un ingrandimento, è stato tuttavia appurato da duratura esperienza e provato con motivi ottici, che tutti gli oggetti visti con questo strumento, appaiono maggiori di quelli osservati ad occhio nudo, in conformità tuttavia alla legge, per cui gli oggetti dicevano da esso telescopio ingrandimento vieppiù minore, quanto sono più lontani dall’occhio. Ed è in conformità a questa legge che le stelle fisse, la cui distanza da noi è superiore a quella di tutti gli altri oggetti celesti, non acquisiscono tramite telescopio ingrandimento sensibile. Poiché dunque si è osservato che la cometa mostrava solo un debole ingrandimento, dovremmo dire che ad una distanza maggiore di quella a cui si trova la luna, apparendo quest’ultima al telescopio molto più grande di [quanto appaia a occhio nudo]. So che, per taluni, questo argomento è di scarsa portata; ma costoro forse prendono pochi esami i principi dell’ottica, dai quali risulta necessariamente l’efficacia di questo argomento per confermare ciò che trattiamo»: ivi, p. 283. Rispetto a ciò Galileo, nel Saggiatore, confermerà quanto sostenuto nel Discorso delle comete, ovvero che «l’argomento preso dal minimo ingrandimento degli oggetti remotissimi non val nulla, perché falso», il telescopio ingrandendo tutti gli oggetti visibili secondo la medesima proporzione, indipendentemente dalla distanza.
  10. «Per tutto il tempo che si vide la cometa, io mi ritrovai in letto indisposto, dove, sendo frequentemente visitato da amici, cadde più volte il ragionamento sulle comete, onde m’occorse dire alcuno de’ miei pensieri, che rendevano piena di dubbi la dottrina datane sin qui»: G. Galilei, Il Saggiatore, Edizione commentata a cura di M. Camerota e F. Giudice, op. cit., § 35, p. 35 [a questa edizione farò riferimento nelle note che seguono].
  11. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 177.
  12. La continuazione del moto cometario oltre lo zenit declinando verso settentrione costituiva infatti per Grassi la prova schiacciante del loro muoversi in circolo: cfr. [O. Grassi], De tribus cometis, op. cit.
  13. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., § 195.
  14. Cfr. M. Camerota, F. Giudice, «La strada al ritrovamento del vero». Il Saggiatore come manifesto del nuovo sapere, Introduzione a G. Galileo, Il Saggiatore, op. cit., p. XXXV.
  15. Nell’autunno del 1619, dando alle stampe il De cometis libelli tres, Kepler riaffermava la realtà del movimento di rotazione e rivoluzione della Terra, ribadendo che i corpi celesti apparsi nel 1618 si muovevano in linea retta nello spazio cosmico, in accordo con la teoria cometaria per primo da lui enunciata nel 1604 nell’Appendix de motu cometarum del decimo capitolo dell’Astronomia pars optica, parte seconda del monumentale Ad Vitellionem Paralipomena (Ad Vitellionem Paralipomena, quibus Astronomiae pars optica traditur, Frankfurt, Claudium Marnium & haeredes Ioannis Aubrii,1604, in Id., Gesammelte Werke, a cura di W. Von Dick, M. Caspar, München, C. H. Beck, 1937-2017, 22 voll., vol. II).
  16. «Ma a questo punto odo un non so chi sussurrarmi all’orecchio, di nascosto e con timore: il moto della Terra. Lungi da me questa espressione, falsa e sgradita a orecchie pie. Certo, la hai bisbigliata con prudenza e a bassa voce, ma se così fosse, risulterebbe un fatto conclamato che l’opinione di Galileo non si baserebbe che su questo falso movimento. Se infatti la Terra non si muove, tale moto rettilineo non si accorda con le osservazioni della cometa; ma è certo per i cattolici che la Terra non si muove; sarà dunque altrettanto certo che questo moto rettilineo non si concilia con le osservazioni cometarie e perciò deve stimarsi non adatto al nostro caso. Non ritengo però che ciò sia mai venuto in mente a Galileo, che conobbi sempre per persona Pia e devota»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 29, p. 166.
  17. G. Galilei e M. Guiducci, Discorso delle comete, op. cit., §§ 209-10.
  18. «[…] noi non ci allontaniamo dal nostro costume, ch’è di non affermar per certe se non le cose che noi sappiamo indebitamente, ché così c’insegna la nostra filosofia e le nostre matematiche»: G. Galilei, Il Saggiatore, op. cit., § 20, p. 123.
  19. J. Kepler, Gesammelte Werke, op. cit., vol. VIII, p. 220.
  20. Per un confronto, anche riguardo alla componente platonica del pensiero galileiano, cfr. M. Bucciantini, Galileo e Keplero. Filosofia, cosmologia e teologia nell’Età della Controriforma, Torino, Einaudi, 2003.
  21. G. Galilei, Il Saggiatore, § 6, pp. 46-47.
  22. Ivi, pp. 246-53.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)