Recensione di Cesare Zavattini, “la Pace, Scritti di lotta contro la guerra”, a cura di V. Fortichiari (La nave di Teseo 2021)

Author di Maria Panetta

Com’è noto, Cesare Zavattini nacque a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, il 20 settembre 1902. S’iscrisse alla facoltà di Legge a Parma nel 1921 e nel 1929 svolse il servizio militare a Firenze, entrando in contatto con gli ambienti della rivista di forte indirizzo europeista «Solaria» ‒ com’è noto, nata nel 1926 e invisa al regime, che la chiuse nel 1936 ‒ (e dunque con Vittorini, Bonsanti, Ferrata, Carocci, Montale, Ungaretti, Borgese etc.).

Intellettuale poliedrico e controcorrente, dallo spirito antiretorico e militante, Zavattini si caratterizza anche per la padronanza di diversi linguaggi (scrittura, cinema, poesia, fumetti, pittura, teatro), associata a una spiccata attitudine alla sperimentazione, che lo ha condotto sempre a posizioni di avanguardia.

Iniziata a Parma nel 1926 la carriera letteraria, nel 1931 pubblicò il suo primo volume, Parliamo tanto di me, che riscosse un grande successo. Proseguì con il romanzo I poveri sono matti (1937), con Io sono il diavolo (1941) e Totò il buono (1943); tra gli altri, da ricordare: Straparole (1967; Premio Strega nel 1968), Non libro più disco (1970); e, infine, La Notte che ho dato uno schiaffo a Mussolini (1976), in cui lo accusa di aver «immerdato con me tutta l’umanità» e nel quale «svolge il tema della sopraffazione insito nell’ideologia fascista, e nello stesso tempo della capacità di assuefazione inerte della società che consente il “mostruoso”» (si cita dall’Introduzione di V. Fortichiari, pp. 11-31: 12).

Seguirono tre libri di cinema del 1979: Diario cinematograficoNeorealismo ecc.Basta coi soggetti. Nel 1967 pubblicò un ritratto in versi liberi del pittore Antonio Ligabue, mentre nel 1973 diede alle stampe una silloge di poesie in dialetto, Stricarm’ in d’na parola (‘Stringermi in una parola’), definito da Pasolini un «libro bello in assoluto».

Fin dal 1930 Zavattini svolse un’intensa attività editoriale a Milano, prima presso Rizzoli (1930-1935) e successivamente alla Mondadori, dove nel 1936 divenne direttore editoriale dei periodici (fino al 1939). Nello stesso anno iniziò a occuparsi di soggetti per giornalini a fumetti per ragazzi. A partire dal 1936 diede vita a Saturno contro la Terra (in quattro serie, 1936-1937), il primo fumetto italiano di fantascienza apprezzato anche all’estero (in particolare, negli Stati Uniti, in Francia e in Portogallo). Seguirono fumetti a contenuto sociale come Zorro della metropoli (1937-1938), La primula rossa del Risorgimento (1938-1939) e La compagnia dei sette (1938; 1946): ad analizzarli con attenzione, pure questi volumi sono sottilmente innervati da tematiche pacifiste e da inviti alla collaborazione fra popoli.

In campo giornalistico, dopo le prime esperienze alla «Gazzetta di Parma» e in riviste come «L’Illustrazione», la già nominata «Solaria», «Il Tevere», all’inizio degli anni Trenta scriveva su «Piccola», «Novella», «Secolo illustrato», «Cinema illustrazione» e, dal 1937, collaborò al «Marc’Aurelio». Sempre nel 1937 progettò «Il giornale delle meraviglie» (1937-1939) e assunse la direzione del quindicinale «Le grandi firme» per trasformarlo con successo in un settimanale spregiudicato, soppresso dalla censura fascista nel 1938. Varò, in seguito, il periodico «Il Milione» e nel maggio del 1938 prese a dirigere, assieme ad Achille Campanile, il settimanale umoristico «Il Settebello».

Nel frattempo dal 1935, ma specialmente dopo il 1940 quando si trasferì a Roma, Zavattini si dedicò con assiduità al cinema. Soggettista e sceneggiatore, diede un contributo fondamentale alla cinematografia del proprio tempo. Con Vittorio De Sica instaurò un fecondo sodalizio professionale che avrebbe portato sugli schermi capolavori del Neorealismo cinematografico come Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1951) e Umberto D. (1952). Da non dimenticare neanche Roma città aperta (1944-45) e Paisà (1947), con Rossellini. L’avventura cinematografica di Zavattini si chiuse nel 1982 con La veritàaaa, la prima e unica opera in cui figura, oltre che come soggettista e sceneggiatore, anche come regista e attore.

La creatività zavattiniana si esprime anche nella scrittura teatrale: per esempio, del 1959 è la commedia Come nasce un soggetto cinematografico, messa in scena al teatro “La Fenice” di Venezia. Tra i molteplici riconoscimenti conseguiti, oltre ai due premi Oscar per le sceneggiature nel 1948 (per Sciuscià) e nel 1950 (per Ladri di biciclette) e a quello del 1957 per il miglior soggetto (Umberto D.), si segnalano nel 1955 il Premio mondiale per la Pace e nel 1977 il “Writers Guild of America Medaillon”, premio dell’Associazione Scrittori di cinema americani, onorificenza concessa in precedenza solo a Charlie Chaplin.

Zavattini morì a Roma il 13 ottobre 1989, ma è sepolto a Luzzara.

Gli Scritti di lotta contro la guerra

Il volume di Scritti di lotta contro la guerra uscito nel 2021 per La nave di Teseo racchiude tutta una serie di interventi di Zavattini in favore della pace: si tratta di sceneggiature, idee per film, articoli giornalistici e interviste, lettere pubbliche, appelli all’umanità e annotazioni diaristiche, interventi radiofonici e fumetti. Tutti questi contributi sono stati raccolti per la prima volta da Valentina Fortichiari, fine studiosa nonché nipote dello stesso Zavattini, in questa pubblicazione, che dà conto di un impegno militante lucido e appassionato contro la guerra, protrattosi ostinatamente per quarant’anni.

Nella sua densa Introduzione la curatrice sottolinea che per Zavattini quello della pace è stato “il tema dei temi”, il tema “politico” per eccellenza; e che forse ciò non era affatto casuale, vista la sua frequentazione assidua di vari classici dell’Illuminismo come il Trattato sulla tolleranza di Voltaire (1763) oppure lo scritto Per la pace perpetua di Kant (1795).

Come avremo modo di appurare, nei quattro decenni di difesa strenua della pace Zavattini «si indigna, si spende, si espone, polemico e feroce contro la collettività inerte di intellettuali rintanati nel proprio io, e della gente comune spesso incapace di prestare ascolto, parlare, indignarsi, agire» (p. 12). Come si legge in una sua lettera all’editore Valentino Bompiani del luglio 1941, per lui «Scrivere vuol dire raccontare storie di uomini nel loro inevitabile travaglio spirituale» (citata a p. 13 dell’Introduzione cit.). La curatrice ribadisce anche che «sul valore della Parola ‒ ovvero sull’impegno etico quanto filologico che alla luce dei principi fondanti di un umanesimo civile assegna il giusto nome alle cose ‒ […] sul lessico dell’autenticità […] si è giocata, insieme all’avventura cinematografica, la partita di Zavattini […] per gli adulti che sanno essere ancora bambini (Totò il buono, ovvero Miracolo a Milano), e per la fanciullezza matura che in un lampo afferra la vita (Bruno/Enzo Staiola in Ladri di biciclette)» (ibidem) del 1948.

Fortichiari sottolinea più volte l’«attenzione [dello zio] per la fanciullezza» (p. 13), ricordando anche la «percettività fuori dell’ordinario» (ibidem) del fanciullo Zavattini, che lo avrebbe condotto a scrivere, in Alcune idee sul cinema (1953), che «Ogni momento è infinitamente ricco. Il banale non esiste. Basta scavare e ogni piccolo fatto diventa una miniera» (cit. a p. 14 dell’Introduzione). Infatti, gli stessi bambini, «i poveri, i vecchi, proprio in quanto puri, indifesi, innocenti, animano le sequenze dei film migliori della coppia De Sica/Zavattini del periodo neorealista» (p. 14), quelle pellicole che hanno innescato una vera e propria rivoluzione cinematografica, facendo emergere la «straordinaria meravigliosità e uguaglianza di ogni essere umano nell’umile quotidianità» (ibidem).

Dunque, Zavattini era allo stesso tempo scrittore e pittore, poeta e visionario; sapeva come coniugare immagine e parola. Egli ha sempre attribuito alla pace un «valore sublime, quasi essa fosse l’unico antidoto efficace contro ogni forma di violenza, razzismo, sopraffazione politica o religiosa: l’arma unica contro ogni ritorno della guerra, della ferocia, contro ogni reiterazione ‒ nella storia ‒ di crimini e atti contro l’umanità» (p. 15). Nel suo diario di guerra, fra il 1941 e il 1945, intitolato Riandando, si leggono pagine drammatiche relative alle traumatiche esperienze da lui vissute durante la guerra.

Zavattini, lungi dall’ostentare un atteggiamento da intellettuale impegnato, si è comunque sempre schierato su posizioni antifasciste, mirando a incidere con la politica «sull’organismo vivo della società reale» (p. 17) e cercando di ricomporre la frattura sociale che era stata provocata dalla fine del regime fascista tramite frequenti inviti all’unità.

Un altro concetto su cui amava tornare era quello di “popolare”: «popolare significa ‘gli altri’, cioè andare verso gli altri; […] la letteratura popolare è un atto d’amore» (ibidem); il che fa riflettere su quanto oggi tutto ciò che è “popolare” venga demonizzato.

I testi

Entrando più precisamente nel merito dei testi raccolti in questa antologia, un blocco consistente (intitolato, appunto, Testi) ruota intorno alla contrapposizione fra guerra e pace: una narrazione drammatica dal titolo La guerra (del 1946), i cui protagonisti sono Antonio e Maria, due giovani troppo ingenui ed entusiasti che desiderano e s’illudono addirittura di potersi sposare in tempo di guerra; un racconto intitolato La bomba (1965), due soggetti diversi (del 1954 e del 1959) col medesimo titolo La guerra; una sceneggiatura per cinema e televisione sempre intitolata La bomba, datata 1985; e un film documentario in b/n del 1948, Guerra alla guerra, in cui Zavattini compare come soggettista e sceneggiatore.

La seconda parte del volume è dedicata, invece, a numerosi Interventi: il primo è una Lettera agli amici di Helsinki. Roma, 18 giugno 1955, in occasione del relativo Congresso mondiale della pace (pp. 149-50), in cui Zavattini si dice lieto di poter affermare finalmente che «la guerra non è fatale come il giro del sole e tanto più breve sta diventando il gesto di sganciare una bomba, breve come lo scatto di un accendisigaro, tanto più lungo diventa il nostro odio per quel gesto e più ragionato cosicché ciascuno finirà col rifiutarsi di compierlo in qualsiasi circostanza» (p. 149). Egli reputa che quel Congresso voglia dire rinnovata «fiducia nell’uomo. Significa anche coerenza dell’uomo. Quello che è vero nel suo animo l’uomo vuole che diventi vero anche nei suoi atti. Vuole che la pace non sia soltanto un desiderio intermittente, un impulso nel corso della sua contraddittoria giornata, ma la dura ricerca in tal senso di un metodo comune, addirittura una scienza» (p. 150). Inoltre, quanto al cinema, Zavattini non perde occasione di ribadire che «più potente e sorprendente diventerà il mezzo, più preciso e consapevole dovrà diventare l’uso di questo mezzo ai fini della pace» (p. 150).

Nel contributo dal titolo Comitato nazionale dei partigiani della pace. Roma, 1955 (pp. 151-54), invece, Zavattini sostiene chiaramente che gli intellettuali hanno il «dovere di partecipare in un modo esplicito e tempestivo a questo processo di formazione del cittadino» (p. 151). Egli lamenta che «non si interviene ancora abbastanza da parte degli intellettuali nei grossi fatti popolari di cultura che sono la scuola, il cinema, la radio, la televisione» (ibidem); aggiunge provocatoriamente: «Facciano un elzeviro di meno, una poesia di meno, un quadro di meno, e intervengano, oppure facciano tutti gli elzeviri che vogliono e intervengano lo stesso» (p. 152). Nel proprio appello Zavattini fa anche dei nomi: «Calogero, Flora, Levi, Jemolo, Antonicelli, Emanuelli, Sacchi, Repaci, Debenedetti, Fiore» (ibidem). E puntualizzo che Calogero è Guido Calogero, suo coetaneo (1904-86), ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza, antifascista sebbene amico di Gentile e autore, assieme ad Aldo Capitini, del Manifesto del liberalsocialismo (1940).

Nel citato intervento Za (così amava farsi chiamare dagli amici) si augura anche che la nuova televisione sia «lo specchio del nostro tempo» (p. 152) e che si possano inaugurare dei «circoli della televisione [cui partecipino gli intellettuali] che, come i circoli del cinema, spingano dal basso verso una produzione di qualità democratica» (ibidem). Auspica pure la «fine della mafia censoria» (p. 153) grazie all’intervento degli intellettuali, «perché nel buon cinema si difende la cultura popolare» (ibidem).

Lo scritto si chiude con un accorato appello ai poeti, capaci di «arrivare al cuore delle cose» (p. 161), perché partecipino alla «diffusione della cultura nel […] paese» (p. 154); oltre a Sibilla Aleramo, Bassani e Pasolini, egli fa nomi e cognomi di una serie di voci (nominate esplicitamente nell’intervento che segue, alle pp. 160-61: Betocchi, Cardarelli, Jahier, Govoni, Gatto, Montale, Saba, Ungaretti, Sinisgalli, De Libero, Quasimodo, Parronchi, Palazzeschi, Valeri, Grande, Pavolini, Sereni, Bellintani, Clemente Rebora) affinché contribuiscano alla stesura di un libro per le scuole, ma anche per operai, impiegati, borghesi; un «libretto nel quale siano spiegate le voci corrette della vita civile odierna» (ibidem) quali “patria”, “pace” (la seconda voce!), “democrazia”, “civiltà”; “libertà”, “dignità”, “carattere”; “storia”, “stato”, “nazione”, “progresso”, “uomo”, “cittadino”: «queste vecchie, logore parole con le quali si commettono ancora enormi delitti, vogliamo vederle aperte, spiegate al popolo, rinfrescate, fatte nascere come fiori» (ibidem), scrive.

Come si è visto, la cultura popolare è un altro tema che gli sta molto a cuore: lo ribadisce nell’intervento al Congresso della cultura popolare. Livorno, 8 gennaio 1956 (pp. 155-62), anche da lui promosso. Vi definisce la pace come «il mare nel quale confluiscono tutte le positive risoluzioni dei nostri problemi» (p. 155) e sottolinea l’interdipendenza fra i termini “pace” e “cultura popolare”, ribadendo che l’immagine più «confortante» (p. 155) del decennio 1945-55 è stata quella dell’«intellettuale con la valigia», ovvero un «artista o scienziato o filosofo che corre da una parte all’altra del proprio paese o addirittura del mondo per avere dei contatti diretti, immediati con gli altri, stare dentro ai fatti veri e propri, toccare con mano […] le molteplici realtà geografiche per riconoscerne il motivo unificatore, per sentirsi partecipi di questa nuova espansione unificatrice dello spirito» (ibidem). E aggiunge: «O l’intellettuale si serve in questo senso dei suoi scontrini da viaggio, o appartiene a un mondo morto» (ibidem), perché «cultura non può oramai che significare crescere insieme, cioè il modo di essere di un popolo […] come coro» (p. 156, laddove l’immagine del popolo come coro si rivela di grande suggestione).

Contrariamente a quanto affermano ancora oggi alcuni estimatori del criptico, dell’elitario, dell’oscuro, Zavattini afferma perentoriamente che «La cultura, per essere tale, deve perdere tutto il suo mistero» (p. 156) e che l’intellettuale che non sia già morto come uomo deve dedicare anche una minima parte del proprio tempo a «un servizio civico, la collaborazione, diretta e immediata, alla popolarizzazione di quei principi, di quelle scoperte che sono il segno del tempo» (p. 156). Potremmo dire che si tratti di “divulgazione” («questa tanto temuta parola», commenta lo stesso Zavattini a p. 157), divulgazione che parte dal presupposto della «capacità chiarificatrice» (p. 157) che dovrebbe essere propria di ogni intellettuale «per sua stessa definizione» (ibidem). «Già nel prendere il treno, nel compiere questi atti di contatto, si compie un atto di nuova cultura» (ibidem), scrive Za; «bisogna segnare all’attivo di questi intellettuali la loro partecipazione attribuendole lo stesso valore di un libro, di una di quelle opere costruite dentro la torre d’avorio» (p. 157).

Da ultimo, in questo scritto del 1956 sono evocati gli insegnanti di qualsiasi ordine e grado: Zavattini sottolinea la loro difficoltà di interagire con gli studenti tramite libri di testo dai linguaggi ormai obsoleti e invita alla lettura del giornale in classe. La conclusione malinconica, ma speranzosa è la seguente: «Noi non abbiamo più fiducia nelle parole, ci possono aiutare a riacquistare questa fiducia proprio gli intellettuali che le rimettano a nuovo nella loro officina e i poeti più di tutti» (p. 162).

Passando all’Appello agli uomini di cultura nel decennale della Costituzione. Roma, 1957 (pp. 163-66), Zavattini legge quella celebrazione come un «premio dato alla Resistenza intellettuale, a quella Resistenza che, in forme aperte o frenate, mantenne la sua irriducibilità contro la degradazione ideologica e morale imposta dalla dittatura» (p. 163): una resistenza (definita «secondo Risorgimento» a p. 164) mai interrotta «non solo per vigilare contro i residui nostalgici che ancora infettano la nostra vita politica con i loro intrighi e le loro alleanze, ma per imporre il rispetto di quella Costituzione nata dalla lotta armata di tutto il popolo per la libertà del popolo stesso, una libertà non chiusa nella sua formulazione politica, ma capace di arricchirsi di moderni contenuti sociali» (p. 164).

Zavattini ribadisce: «La lotta contro tutto ciò che ostacola il cammino, il confronto e la circolazione delle idee; il rifiuto di qualunque dogmatismo, di qualunque conformismo, di qualunque acquiescenza che la ragione respinga; il bisogno di rinnovare le strutture su cui si reggono la scuola, la ricerca scientifica e la diffusione della cultura: tutto questo è già Resistenza. Resistenza a ciò che degrada, a ciò che degenera, a ciò che opprime, a ciò che corrompe. Ecco una Resistenza che si trasferisce dal terreno politico a quello intellettuale e morale per combattere una battaglia decisiva per la nostra cultura» (pp. 164-65). Infatti, a suo onore e merito va ricordato che non fa mai riferimento a una ben definita parte politica, quando parla di “impegno intellettuale”.

Anche nel discorso al Primo Congresso nazionale della pace. Roma, dicembre 1957 (pp. 167-69) Zavattini riprende temi a lui cari, introducendo la suggestiva metafora dell’intellettuale visto come fosse il pianeta Terra: «l’uomo di cultura compia pure il suo giro intorno a se stesso, come la terra, ma contemporaneamente compia l’altro movimento che riguarda appunto la sua continua presenza nei confronti della collettività» (p. 167), perché è dal raccordo di questi due movimenti che nasce l’«uomo sociale» (ibidem). In questo intervento Zavattini afferma esplicitamente una delle sue convinzioni più radicate, ovvero che «il problema della educazione, il problema della scuola sono tipicamente problemi di pace; cioè tutti i problemi basilari della vita nazionale finiscono col confluire dentro al problema della pace» (p. 168). La questione della pace, dunque, per lui non è mai scissa dai principali temi della vita civile: la battaglia per la pace non può essere disgiunta da quelle per l’educazione, per la libertà, per la democrazia. In questo senso, per Za il tema della pace è “il tema dei temi”.

Dunque, per evitare che quella verso la pace sia solo una «generica aspirazione» (p. 168) per Zavattini è necessario che non burocrati né pedagoghi, ma filosofi e letterati e poeti, illustrino e divulghino il significato più profondo della parola “democrazia”, in modo da condurre l’italiano a una «presa di possesso della funzione di cittadino che è e sarà sempre il modo effettivo per militare sistematicamente a favore della pace» (p. 169; si noti la scelta non casuale del verbo “militare”). In sintesi, per Zavattini non può esserci pax senza civis (e ricordiamo che proprio da civis viene sia la parola “cittadinanza” sia il termine “civiltà”).

Questo concetto viene ribadito con forza anche nel discorso alla Conferenza nazionale per la pace. Firenze, febbraio 1958 (pp. 170-74), nel quale i toni si fanno più drammatici e il ragionamento si allarga agli armamenti.

Zavattini non ha dubbi: «siamo ancora qui a ripetere che l’esercito è il baluardo della pace. Non è vero. Per la verità sarebbe strano e troppo poetico che un ministro della guerra dicesse il contrario, oppure che di nascosto, […] sottobanco, passasse buona parte dei miliardi del suo bilancio al ministro dell’istruzione. Appunto perché il ministro dell’istruzione abbia finalmente i mezzi per formare un cittadino naturalmente nemico della retorica» (p. 171), parole durissime e tristemente attuali. Di fronte al tema della pace per Zavattini cade la distinzione fra cultura e non cultura: pertanto, anche il cosiddetto “uomo della strada” ha il diritto ‒ e il dovere ‒ di parlarne. Nonostante ciò, egli rivolge alla cultura italiana l’invito a cooperare per «trovare il linguaggio per esprimere questo desiderio di pace, a riproporlo come una scoperta» (p. 172); a rinnovarlo, dunque, a salvarlo dalla sua consunzione. Infatti, dichiara di ambire a una cultura che «influenzi la politica, che diventi politica essa stessa» (p. 173) in quel senso di “partecipazione” che abbiamo visto in precedenza e che si ritrova anche nell’intervento per Il Congresso mondiale della pace. Luglio 1958 (pp. 175-76).

L’idea, cui si accennava in precedenza, del Cinegiornale viene riproposta in Il “Cinegiornale della pace”. 1962 (pp. 177-79), un «appello ai cineasti di tutto il mondo» (p. 177) perché raccontino la pace con gli occhi dei giovani, rinverdendo quello che «dovrebbe essere il tema dei temi» (ibidem) e al fine di sondare quale rapporto sussista fra l’angoscia esistenziale, l’alienazione, le «supposte solitudini» (p. 179) dei giovani e quello che egli definisce il «lungo cammino da percorrere verso la non solitudine che è certo uno dei più ovvi sinonimi della pace» (p. 179). Pace, dunque, come “non solitudine”: altro accostamento assai vivido e pregno di conseguenze. La chiusa è da citare: «Si è fatta la guerra, qualcuno ha detto, per liberarci dalla paura. […] Purtroppo la paura domina ancora il mondo» (p. 179). La guerra, dunque, sembra non risolvere il problema della paura, sia per quanto concerne gli Stati sia per quanto riguarda le anime degli uomini.

Le medesime argomentazioni, come accade sovente in Zavattini, vengono riprese e ampliate in la pace la pace la pace. 1962 (pp. 180-83), in cui si delinea il proposito di coinvolgere nel suddetto progetto della rivista «Rinascita» una serie di giovani di altri paesi che, magari, risultino estromessi dalle filmografie ufficiali. L’anno seguente (1963) si fa cenno al Cinegiornale anche in Cesare Zavattini per “Sovetskaja Kultura” (pp. 184-85), intervento nel quale il grande sceneggiatore ribadisce ancora una volta che «il ritmo della politica e il ritmo della cultura debbono camminare di pari passo e identificarsi» (p. 184).

Un altro scritto di grande rilevanza è l’Intervista sulla pace di Valentino M. Malyscev della Tass. 1976 (pp. 186-89), in cui ancora si fa cenno al tema del disarmo. Zavattini osserva: «Sino a questo momento noi abbiamo avuto l’uomo della guerra. Perché veramente si formi l’uomo della pace il processo si deve compiere in una osmosi continua fra chi dirige un popolo e il popolo stesso, in ogni parte del mondo. Il compito di chi dirige un popolo è quello di offrire degli strumenti di educazione, di rinnovamento quindi culturale, affinché l’ingresso nella dialettica della pace sia un ingresso sempre più ampio, sempre più numeroso, sempre più dal basso. Penso quindi, ancora una volta, che gli strumenti di comunicazione: i mass media, il cinema, il libro, dovrebbero essere diretti tutti a creare questo uomo della pace» (p. 187). Ecco il grande tema: per Zavattini nel 1976 è ancora possibile costruire una “cultura della pace”, una cultura «spesso in contrasto con tutte le forme che noi viviamo, e nelle quali noi siamo interessati, cointeressati, individualisticamente, egoisticamente e nazionalisticamente» (p. 188). Però, egli è ben consapevole che per riuscire nell’intento è necessaria una buona dose di coraggio, perché questa nuova cultura richiede non una correzione, ma una vera e propria «inversione di rotta».

Zavattini dichiara esplicitamente di essere pessimista al riguardo: in Sapere la pace. 1980-1982 (pp. 190-92) afferma addirittura che, secondo lui, la pace è «impossibile, poiché dovrebbe essere il vertice della comprensione dello status dell’uomo moderno, quando invece l’uomo non solo ha pochi strumenti per approfondire e rinnovare la propria conoscenza ma impedisce […] che la maggioranza sia in grado di assumerli» (p. 191). Za è convinto che non si possa «ottenere ciò che non si conosce» (p. 190), e che, nella dilagante «approssimazione concettuale» (p. 196) dell’epoca contemporanea (cfr. La pace è impossibile. 1982, pp. 196-97), nell’opacità linguistica dell’oggi e a causa della tragica mancanza di corrispondenza fra parole e cose, dell’assenza di autentico Pensiero, la pace finisca per essere una delle «parole morali» (p. 190), uno dei “principi costanti” di cui sappiamo di meno. A tal fine sono dirette anche varie delle sue iniziative pensate per le scuole e per le università (documentate soprattutto nella sezione finale del volume): ad esempio, la proposta dell’«Ora della pace» (se ne parla in Lettera appunto per un incontro a Torino. 1982, pp. 193-95).

Lo scopo è quello di creare e valorizzare quella che egli definisce una “rete” “dei nessi”: dell’uomo con l’uomo, e dell’uomo con i fatti. La soluzione risiede, quindi, nella creazione di una “cultura dei nessi”, che non sia più slegata dalla realtà: una cultura in cui, a tutto tondo ‒ con trasparenza, lealtà e onestà intellettuale ‒, pensieri, parole e azioni finalmente si corrispondano.

La proposta di pace di Zavattini si inserisce, dunque, nell’ambito di un più ampio e visionario progetto di nuovo Umanesimo[1] che oggi sarebbe utile e sensato tornare ad avere come riferimento ideale.

  1. Il volume verrà presentato a Roma, presso la Biblioteca “Nelson Mandela” di Via La Spezia 21, il 13 marzo prossimo, nell’ambito di un ciclo di incontri dal titolo Costruire la cultura della pace: letture e dialoghi in Biblioteca, organizzato dal Dipartimento SARAS (Storia Antropologia Religioni Arte e Spettacolo) dell’Università “La Sapienza” (progetto di Terza missione “Pace e Conflitto nel Terzo Millennio. Viaggio ai confini d’Europa”, di cui è responsabile il Prof. Alessandro Saggioro). Comitato organizzativo: Fulvio Bertuccelli, Fernanda Fischione, Bernadette Fraioli, Arturo Monaco, Maria Panetta, Alessandra Vitullo.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Come Croce arrivò al manifesto degli intellettuali antifascisti

Author di Paolo D'Angelo

Abstract: Per gentile concessione dell’editore Il Mulino, pubblichiamo un’anticipazione dal secondo volume di Benedetto Croce. La biografia, di Paolo D’Angelo, in preparazione. Vi si ricostruiscono gli eventi che condussero alla stesura del cosiddetto “Manifesto degli intellettuali antifascisti” e vi si illustra l’atteggiamento di Benedetto Croce nei riguardi del Fascismo fra 1924 e 1925.

Abstract: Courtesy of the publisher Il Mulino, we publish a preview from the second volume of Benedetto Croce. La biografia, by Paolo D’Angelo, in preparation. It reconstructs the events that led to the drafting of the so-called “Manifesto of anti-fascist intellectuals” and illustrates Benedetto Croce’s attitude towards Fascism between 1924 and 1925.

Ottenuta l’approvazione della legge maggioritaria, Mussolini si diede rapidamente a preparare le elezioni politiche che si sarebbero tenute il 6 aprile del 1924. Mentre cercava di apparire moderato e rispettoso delle libertà costituzionali, rinunciando a chiedere la proroga dei pieni poteri e accreditandosi come garante dell’ordine, facendo mostra di isolare i più intransigenti della sua parte, e mentre cercava di conquistarsi il favore degli industriali e del Vaticano, metteva in opera un’azione di indebolimento delle forze politiche altre rispetto al fascismo. I popolari, sulla carta l’ostacolo più grosso, erano ormai divisi tra coloro che si sentivano vicini a Mussolini e quelli che continuavano a seguire la linea di Sturzo. I nittiani erano oggettivamente indeboliti, presentandosi da un lato come avversari, dall’altro come sostenitori del governo in carica. A sinistra c’erano ormai tre partiti in competizione e reciprocamente diffidenti: unitari riformisti, massimalisti e comunisti. Non era difficile pensare che molti moderati sarebbero stati tentati di entrare nella lista “ministeriale”, meglio nota come “listone”, accanto ai fascisti. Il meccanismo maggioritario garantiva facilmente a Mussolini di ottenere tutti i 357 seggi riservati alla lista che avesse raggiunto la percentuale prevista; e moltissimi esponenti liberali accorsero a candidarsi con lui: Salandra e V. E. Orlando, ma anche A. Giovannini, presidente del partito liberale, e pure Enrico De Nicola, futuro presidente della Repubblica (che, però, poi decise di ritirarsi dalla competizione e dalla politica). Giolitti preferì presentare una lista propria, pur chiarendo che ciò non costituiva un gesto di opposizione.

Il 25 gennaio venne sciolta la Camera. La campagna elettorale fu funestata da parecchie violenze, di cui fecero le spese popolari, democratico-sociali e socialisti. Un prodromo era stata l’aggressione ad Amendola nel dicembre 1923. A Reggio Emilia venne ucciso un deputato massimalista. In molti luoghi furono assaltate sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. L’affluenza alle urne, tuttavia, fu più alta di quella registrata nelle precedenti elezioni del 1921. Il partito popolare e i democratico-sociali ebbero un tracollo; anche i socialisti complessivamente videro più che dimezzati i loro voti: tennero, relativamente, i riformisti del PSU; peggio andò ai massimalisti. Lievissimi incrementi registrarono comunisti e repubblicani. Per il “listone”, prevedibilmente, fu un trionfo: risultarono eletti tutti i candidati, e diversi anche nelle liste fiancheggiatrici. Il risultato fu positivo soprattutto al Sud, meno netto al Nord (esclusa l’Emilia, roccaforte fascista). L’opposizione era ormai collocata quasi solo a sinistra.

Il 30 maggio il deputato del PSU Giacomo Matteotti fece un discorso molto duro, segnalando i brogli e le violenze che avevano accompagnato le elezioni, e preannunciando un’opposizione risoluta. Dieci giorni dopo, il 10 giugno 1924, il deputato socialista fu rapito da una banda della cosiddetta Ceka fascista, capitanata da Arrigo Dumini. Costretto a forza a salire su di un’auto (prestata dal direttore del «Corriere Italiano», un quotidiano nato per sostenere Mussolini), Matteotti venne pestato e ucciso. I sicari, dopo aver vagato a lungo, scaricarono il cadavere in un bosco a nord di Roma, sulla via Flaminia. La notizia del rapimento del deputato cominciò a circolare due giorni dopo, e fu subito chiaro che era stato ammazzato, anche se il corpo venne ritrovato solo nell’agosto. Mussolini, alla camera, abbozzò una risposta di circostanza. Il 13 giugno, quando ormai erano evidenti le responsabilità fasciste, Mussolini sostenne che il delitto poteva essere stato ordito solo da suoi nemici.

L’impressione, nel Paese, fu enorme. Tutta la costruzione messa in atto per dare una parvenza di legalità e di costituzionalità al fascismo (ribadita da Mussolini nel discorso che aveva tenuto alla camera il 7 giugno) stava crollando. In qualche modo, quel delitto faceva vedere in una luce diversa le violenze dalle quali era stata accompagnata l’ascesa del fascismo, e rendeva più difficile scusarle ritenendole non determinanti per l’esito elettorale.

Anche nelle file fasciste lo sconcerto fu grande. Quattro ministri del governo in carica si dimisero. Tra essi anche Gentile. Il senso delle dimissioni, tuttavia, non deve essere frainteso: come dimostrò il comportamento successivo di Gentile, questi ritenne, assieme ai ministri De Stefani, Oviglio e Federzoni, che le dimissioni potessero alleggerire la posizione di Mussolini (e ovviamente quella propria). Ma se l’eco nell’opinione pubblica fu sul punto di far pensare imminente la caduta del governo, e aperta la strada per un ritorno di Giolitti al potere, la realtà degli equilibri politici era diversa. I partiti erano in grave crisi dopo l’esito delle elezioni. Non era chiaro da chi potesse venire un’azione risoluta, che ristabilisse la legalità senza precipitare il paese nel caos. Le forze liberali temevano, come prima della marcia su Roma, il ritorno all’incertezza del “biennio rosso”; popolari e demosociali decisero di disertare i lavori parlamentari ritirandosi sul metaforico, celebre “Aventino”, con ciò però precludendosi una saldatura con le altre forze politiche in funzione antimussoliniana; i comunisti, anch’essi in un primo tempo aventiniani, continuavano a considerare gli altri oppositori, Amendola, Sturzo, Turati, dei “semifascisti”.

Fu in questo clima che maturò la scelta di Croce di votare, comunque, la fiducia al governo Mussolini, compiendo così forse l’atto più compromettente, e certo il meno lungimirante, di tutti quelli compiuti in questi anni di ascesa del fascismo. Il 26 giugno del 1924, giovedì, il Senato vota la fiducia al governo presieduto da Mussolini. Questi, ormai sicuro di avere ancora una volta dalla sua parte l’appoggio della Corona, il giorno 24 ha tenuto alla camera regia appena riaperta un discorso volto a rassicurare che sul delitto Matteotti si sarebbe fatta giustizia “inflessibilmente”, ma si è opposto a ogni richiesta di sciogliere la Milizia popolare. I voti a favore sono 225, 21 i contrari e una manciata gli astenuti. Tra i contrari figurano esponenti di spicco del modo liberale: Albertini, Bergamini, Ruffini, Sforza e Volterra, oltre all’ex nittiano Abbiate. A favore, oltre a Salandra e Orlando, e ai liberali conservatori, c’è Croce. Questi ha ottenuto che nell’ordine del giorno preparato dal vecchissimo senatore Nicola Melodia, che era stato garibaldino, venisse inserito un passaggio con un esplicito riferimento al ristabilimento della legalità. Ed ha scelto di votare a favore. Contemporaneamente, però, rifiuta di entrare nel Governo in sostituzione del dimissionario Gentile, e suggerisce, d’accordo con Gentile, il nome dell’amico Alessandro Casati.

Possiamo ricostruire le motivazioni del voto favorevole dato da Croce grazie a diverse fonti che si integrano tra loro. I Taccuini di lavoro, alle date dal 24 al 26 giugno registrano un Croce che, insolitamente, passa quasi tutto il suo tempo in Senato, in conversazioni politiche. «Giovedì abbiamo dato il voto di fiducia al governo: ahi, con quanta lotta interiore, mia e della più parte dei votanti. Ma gli stessi oppositori, nelle loro critiche, avevano deprecato, ora, una crisi»[1]. Possediamo poi notizie dettagliate delle ragioni addotte da Croce nel corso di un colloquio avuto il giorno prima del voto con Giorgio Levi della Vida, che aveva avuto l’incarico da parte della «Stampa» di sondare la posizione di alcuni politici eminenti. Orientalista, arabista, docente di lingue semitiche all’Università la Sapienza, Levi della Vida era dunque collega di Gentile, ma da tempo su posizioni antifasciste. Tanto vero che nei giorni della marcia su Roma era stato vittima di una squadraccia, che gli aveva fatto bere l’olio di ricino. Levi della Vida aveva scritto indignato a Gentile, appena divenuto ministro, chiedendo protezione, ma non ne aveva avuto risposta alcuna.

Croce, incontrandosi con Levi della Vida in Senato, sostenne che la scelta dell’appoggio al governo, ormai decisa, era frutto di un lungo confronto nel gruppo liberale, ed era comunque una fiducia condizionata, concessa a patto che Mussolini restaurasse subito legalità e giustizia. La convinzione, quanto mai azzardata, era che in tal modo Mussolini sarebbe stato “prigioniero”, potendo il voto favorevole trasformarsi in qualsiasi momento successivo in un ritiro della fiducia. A queste parole Croce avrebbe aggiunto: «il fascismo è stato un bene; adesso è divenuto un male, e bisogna che se ne vada. Ma deve andarsene senza scosse, al momento opportuno, e questo momento potremo sceglierlo noi, giacché la permanenza di Mussolini al potere è condizionala al nostro beneplacito»[2].

La testimonianza di Levi della Vida è lontana dai fatti, i suoi ricordi essendo stati redatti oltre quarant’anni dopo, ma appare sostanzialmente degna di fede, anche perché collima con le dichiarazioni, queste invece sincrone, di Croce. A Luigi Ambrosini, giornalista antifascista della «Stampa», egli scrisse che il voto a favore non era segno di un suo cambiamento di indirizzo, e che era frutto di carità di patria. Votare contro, aggiungeva, avrebbe soddisfatto il suo amor proprio, ma non sarebbe stato segno di devozione al paese. «Votare contro significava richiedere una crisi immediata, determinare un conflitto tra Parlamento e Governo, eccitare il paese; e quali erano le forze pronte per questa lotta? Le situazioni politiche non si improvvisano»[3].

Erano considerazioni simili a quelle che Croce aveva espresso più ampiamente solo pochissimi giorni prima in un’intervista al «Giornale d’Italia». Croce, in quel caso, era partito ribadendo la sua convinzione che il fascismo fosse un movimento «sterile di nuove istituzioni» e che dunque esso «non poteva e non doveva esser altro che un ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale, nel quadro di uno Stato più forte». L’assassinio di Matteotti è stato un «orribile delitto» che ha fatto precipitare le cose, dimostrando che il fascismo, non sapendo creare un nuovo assetto istituzionale, rimaneva costretto «a reggersi con quegli stessi espedienti violenti con cui è sorto». Il fascismo, tuttavia, non poteva cadere d’improvviso, a un tratto. «Ha risposto a seri bisogni e ha fatto molto di buono […] Sicché, per una parte, c’è ora, nello spirito pubblico, il desiderio di non lasciar disperdere i benefici del fascismo […] e dall’altra c’è il sentimento che gl’interessi errati del fascismo, anche quelli non lodevoli e non benefici, sono pure una realtà, e non si può dissiparla soffiandoci sopra». Il voto «prudente e patriottico», di “dovere” e non di “entusiasmo”, doveva appunto servire a guadagnare tempo, permettendo al fascismo di trasformarsi. Croce, infatti, manteneva il convincimento che il ritorno al pieno regime liberale fosse “ineluttabile”, e che in esso avrebbe potuto esserci posto per un fascismo che avesse abbandonato il suo volto dittatorio[4].

Può apparirci singolare che Croce non si avvedesse di star facendo il contrario di quello che riteneva di fare, e cioè stesse concedendo al fascismo, che appariva improvvisamente destabilizzato, il tempo e l’opportunità di riorganizzarsi e di riprendersi. Va detto, comunque, che questa singolare miopia era condivisa da molti, e non solo nelle file liberali. Lo stesso Levi della Vida riporta, accanto alle parole di Croce, quelle di Emilio Treves, socialista unitario, aventiniano, che nella sostanza fanno emergere una valutazione molto simile a quella crociana. D’altra parte, per comprendere il clima del momento, non bisogna neppure trascurare il fatto che l’intervista di Croce, che a noi posteri sembra un cedimento e un endorsement, da parte fascista suscitò una dura replica, forse ispirata dallo stesso Mussolini, sul «Popolo d’Italia» del 10 luglio, intitolata sintomaticamente Il fu Benedetto Croce. Indispettito per la profezia di una dissoluzione o trasformazione prossima del fascismo, l’articolista rovesciava su Croce la prognosi mortale: «Non era morto costui? Ad ogni modo, è certo che nessuno se lo ricordava più. Ma il ruminatore di filosofie straniere si fa riesumare e pronuncia condanne contro il Fascismo […] Il Fascismo, egregio Benedetto, è il presente e l’avvenire. Voi siete una voce del passato. Persuadetevene e tacete»[5]. Sul quotidiano «L’impero» Mario Carli, ex-ardito, futurista, fascista, dedica a Croce un articolo di cui è sufficiente citare il titolo: Il ninfo egerio dei tonti.

Ad ogni modo, Croce non ci mise molto ad accorgersi di essersi sbagliato nel dare quel voto.

Il passaggio all’antifascismo

Una volta superato lo sbandamento seguito al delitto Matteotti, Mussolini non impiegò molto tempo a rimangiarsi le aperture fatte balenare nel momento di crisi. Un primo fatto molto grave fu la decisione di dare attuazione al decreto per il controllo della stampa. Il decreto era stato emanato molto prima, il 12 luglio 1923, ma non gli era stato dato corso, in modo tale che la stampa moderata era stata rispettata anche quando prendeva posizioni antimussoliniane. Ora, però, fu dato un giro di vite e, come notò Giolitti, fu compiuto un passo gravido di conseguenze, dato che un prefetto, ossia un’emanazione dell’esecutivo, poteva di fatto sospendere una libertà costituzionale.

Di segno apparentemente opposto apparve la decisione di inquadrare la Milizia fascista nell’esercito, ma il provvedimento in effetti non significò molto sul piano pratico, anche perché nel Paese si assistette a una recrudescenza delle azioni squadristiche. L’assassinio a Roma di un deputato fascista, Armando Casalini, diede il via a una serie di ritorsioni e coloro che avevano votato contro Mussolini vennero dipinti come i “mandanti morali” dell’assassinio. Dopo qualche settimana in cui Mussolini sembrò barcamenarsi tra “normalizzatori” e violenti, fu chiaro che si era schierato dalla parte di questi ultimi. «Il regime non si processa», disse all’inizio di agosto, e aggiunse che la vera rivoluzione fascista non era ancora avvenuta.

In questo clima la partecipazione al governo dei ministri liberali si faceva difficile. Se all’inizio essi poterono essere visti, dai moderati, come garanti dell’operato del governo in senso legalitario, col passare dei mesi assunsero sempre più lo scomodo ruolo di avallo alle sue malefatte. La nomina di Casati, come abbiamo visto, era stata caldeggiata anche da Croce, oltre che da Gentile, che lo aveva fatto diventare senatore nel 1923. È probabile che Croce vedesse in Casati, considerata appunto l’amicizia che lo legava a lui e a Gentile, un’assicurazione sul mantenimento della riforma della scuola, oltre che un elemento di equilibrio nell’esecutivo. Preoccupazioni per le sorti della riforma Croce esprime già in una lettera di poco successiva alla nomina a ministro dell’istruzione di Casati, aggiungendo però che adesso egli, Croce, non avrebbe potuto intervenire pubblicamente come aveva fatto per salvare la riforma ai tempi di Gentile, perché anzi un suo intervento sarebbe stato nocivo (ma poi invece lo fece sulla «Stampa» del 15 agosto). Nella stessa lettera Croce critica duramente il “riallineamento” di Gentile al regime, che smaschera definitivamente il senso delle dimissioni da lui presentate. «Che cosa sono codeste dichiarazioni che fanno il giro dei giornali, di essere egli uscito dal ministero? Che egli è il filosofo del fascismo? perché il fascismo minacciava di rimettere la sua intransigenza? […] Quell’ineffabile Spirito [Ugo Spirito] lo preannunzia persino futuro presidente fascistico». Nella stessa lettera Croce fa riferimento al fatto che Mussolini considera i quattro ministri non fascisti del suo governo come dei “convertiti” al fascismo: «è un modo di battezzare a forza, come facevano i Turchi!»[6].

Molto significativa è anche la lettera che Croce scrive sempre a Casati il 4 agosto, segnalandogli i casi ormai frequenti di provvedimenti che vanno a colpire insegnanti antifascisti: «A Torino ho trovato molto scandalo tra i professori pel trattamento fatto a Mondolfi [Uberto Mondolfi, già sindaco socialista di Livorno, cacciato dai fascisti nel 1922, verrà destituito dall’insegnamento]. Tu sai che io giudico odiosi questi provvedimenti. […] Sarebbe bene che tu guardassi tutta questa materia degli esoneri per ragioni politiche»[7]. Sull’argomento Croce torna in una lettera del 20 agosto, questa volta in difesa di Giovanni Sanna, un professore comunista che era stato destituito da Gentile nel 1923.

Fammi il favore: guarda l’incartamento del Sanna. Bada che lo conosco appena, che non ha insistito presso di me, che ignoro persino il suo indirizzo. I suoi colleghi di Napoli ne dicono bene come insegnante. Ma io sono sicuro che questi socialisti cacciati via torneranno trionfanti alle loro cattedre. Non sarebbe più politico che lo richiamassi tu, liberale in regime fascistico? […] Il Sanna e il Terzaghi erano entrambi socialisti, facevano entrambi un giornale socialistico a Napoli. Ma il Terzaghi (che ha un fratello nel fascismo) è diventato un pezzo grosso a Torino e ha creato, con scelta fascistica, un istituto di magistero superiore, di cui si è fatto direttore. E il Sanna, ingenuo, si muore di fame[8].

Ma il più importante passo compiuto da Croce in questi mesi in difesa di intellettuali perseguitati dal fascismo è la lettera con la quale si schierò a protezione di Piero Gobetti, il giovanissimo studioso torinese già fatto oggetto di persecuzione politica per le sue pubblicazioni antifasciste. Gobetti, precocissimo e mobile ingegno, aveva esordito a soli diciassette anni, appena presa la licenza liceale, fondando nell’autunno del 1918 la rivista «Energie nove», e contemporaneamente iscrivendosi alla facoltà di Legge, dove avrebbe avuto maestri, tra gli altri, Luigi Einaudi e Francesco Ruffini. In questo periodo i suoi punti di orientamento sono Gentile, Salvemini e Croce, al quale ultimo rivolge diversi inviti di collaborazione. In uno dei primi numeri della rivista Gobetti difende Croce dalle accuse che gli erano state rivolte per il suo neutralismo, e dalle lettere che si scambia con la futura moglie Ada Prospero (che resterà poi sempre in amicizia col filosofo) emerge tutto il suo appassionamento per Croce, che si accompagna al ridimensionamento e poi al rifiuto di Gentile, man mano che questi si avvicina al fascismo. Piero e Ada, sposatisi nel 1923, andranno a far visita a Croce durante il loro viaggio di nozze[9]. Terminata l’esperienza di «Energie nove», Gobetti si avvicina all’«Ordine Nuovo» di Gramsci, per il quale tiene una rubrica teatrale. Molti anni dopo Croce ricorderà di averlo incontrato la prima volta proprio nella sede del giornale di Gramsci. Gli scritti risultanti, raccolti nel volume La frusta teatrale, furono recensiti da Croce su «La Critica» del 1923. Nel frattempo, Gobetti si è appassionato alla Rivoluzione russa, da lui un po’ avventurosamente interpretata come recuperabile al liberalismo, e ha manifestato la sua fiducia che il proletariato possa attuare gli ideali liberali. All’inizio del 1922 appare il secondo periodico da lui fondato, intitolato appunto «La rivoluzione liberale», sulla quale prende nette posizioni contro il fascismo («La “rivoluzione fascista” non è una rivoluzione, ma un colpo di Stato»). Nel febbraio del 1923 Gobetti viene arrestato una prima volta, e resta in carcere qualche giorno. Fonda anche una casa editrice, che pubblica le prime poesie di Eugenio Montale. È possibile che Croce incontrasse di nuovo Gobetti nelle sue soste a Torino, certamente tra i due c’erano amicizie in comune. Gobetti seguitava a chiedere collaborazioni, Croce talvolta rispondeva con cortesi ma laconici biglietti.

Nel settembre del 1924 Gobetti scrive un articolo, Come combattere il fascismo, nel quale compare una frase che suscita immediatamente scalpore: «Nessuna illusione di liquidare il fascismo con giochetti parlamentari, con le combinazioni della maggioranza, con lo Stato Maggiore, con la rivolta dei vari Delcroix e simili aborti morali»[10]. Occorre sapere che Carlo Delcroix era un eroe di guerra, rimasto orrendamente mutilato in un’azione di sminamento, medaglia d’argento al valor militare. Aveva appoggiato il fascismo, ma dopo il delitto Matteotti aveva preso qualche posizione critica (poi destinata a rientrare) il che lo rendeva meno inviso anche negli ambienti antifascisti. Si scatena una campagna di stampa, Gobetti viene aggredito e bastonato; gli incendiano la casa dei genitori. Mussolini ne approfitta per inviare subito un telegramma di appoggio a Delcroix. Vittorio Cian, il letterato torinese ormai acquisito al fascismo, è il capofila delle ingiurie a Gobetti.

Dopo aver sfidato a duello Cian, che si è rifiutato di battersi, il giovane chiede la formazione di un giurì d’onore che valuti il senso delle frasi pronunciate. È in questa tempesta che Gobetti decide di ricorrere a Croce.

in questo momento mi pare di non poter ricorrere seriamente che a lei […] in questi giorni si tenta addirittura il mio boicottamento e la mia fucilazione spirituale! […] Ho quindi pensato di designare per la parte [nel giurì d’onore], lei, che oltre tutto di queste cose ha pratica e sa non prestarsi a nessun gioco. Posso avere una risposta telegrafica? Sono confuso di doverle procurare una simile noia[11].

Croce risponde il giorno seguente:

Non conoscevo l’articolo, e, leggendo ora, a mente spregiudicata, il brano in questione, escludo nel modo più reciso che con le parole “aborto morale” Ella abbia inteso qualificare il De La Croix [sic]. La logica del contesto vuole che per “aborti morali” s’intendano semplicemente i tentativi falliti, d’indole morale, di vari che negli ultimi tempi hanno preso la parola sulla situazione politica. […] Tanto più escludo l’odiosa interpretazione in quanto ricordo che, alcune settimane fa, essendomi incontrato con lei nella Biblioteca di Torino, Ella mi parlò dei casi politici e anche dell’opera del De La Croix, senza dir parola che suonasse men che riverente pel glorioso mutilato[12].

La lettera di Croce si concludeva con un generoso «faccia pure l’uso che crede di questa mia», ed è un sintomo importante del mutamento di orientamenti che la posizione politica del filosofo va assumendo. I taccuini di lavoro sono laconici come sempre, ma alla data del 17 agosto registrano «lettura di giornali e spirito turbato»; il 24 agosto si reca a trovare Giolitti; il 16 settembre e il 18 ottobre discute a lungo con Casati. Il congresso del partito liberale, tenutosi a Livorno all’inizio dell’ottobre 1924, ha visto l’affermazione di una linea di fedeltà allo Statuto e di presa di distanza dal fascismo, approvata da due terzi dei partecipanti e da tutti i liberali più vicini a Croce (gli altri daranno vita a una scissione in appoggio del fascismo, come auspicato da Gentile in una lettera a Mussolini).

Quest’ultimo, infatti, si è affrettato a riavvicinarsi al fascismo. Mussolini lo ricompensa nominandolo presidente della cosiddetta Commissione dei Quindici, che dovrebbe riformare lo Statuto Albertino, naturalmente in senso autoritario. La Commissione vedrà, poi, marginalizzato il suo ruolo perché la svolta autoritaria definitiva il Duce la compirà senza aspettare le decisioni della Commissione. E la riforma in senso fascista dello Stato verrà realizzata dal giurista Alfredo Rocco, non dal filosofo Gentile.

In una lettera a Casati del 29 luglio 1924 Croce ironizzava sulle giravolte di Gentile:

intanto, mi pare che il Gentile farebbe bene a mettere un bavaglio a se stesso o ai suoi Spiriti [una chiara allusione ironica a Ugo Spirito, allievo fedele di Gentile]. Che cosa sono codeste dichiarazioni che fanno il giro dei giornali, di essere egli uscito dal Ministero perché il fascismo minacciava di rimettere della sua intransigenza? Che egli è il filosofo del fascismo? Che ora si darà a elaborare e perfezionare i principi del fascismo? Che la riforma sua della scuola è la più fascistica delle riforme?[13]

E così la definitiva rottura dei rapporti tra Croce e Gentile si registra proprio nell’ottobre del 1924, senza strepiti ma irrevocabilmente. Gentile scrive a Croce il 23 ottobre 1924:

Apprendo con dolorosa sorpresa che tu sei già passato per Roma e sei tornato a Napoli. Io speravo che al tuo passaggio in questi giorni ci saremmo visti, e desideravo parlare un po’ a lungo con te a voce. Desideravo soprattutto domandarti se era vero (che mi pare impossibile) ciò che m’aveva, benché alquanto oscuramente, detto Casati, che tu eri tanto scontento di me da volerla rompere; e scontento per motivi d’ordine morale. Ho fatto parecchie volte esami di coscienza […] Ma, tutto sommato, son venuto sempre alla conclusione che nulla ci sia stato da attenuare, nonché spezzare, quel vincolo che ho sempre considerato indissolubile di reciproca stima e d’affetto reciproco che ci lega da trent’anni. Mi inganno?

Si ingannava, perché la lettera con la quale Croce gli rispose era destinata a restare l’ultima del loro lungo, copiosissimo epistolario, nonostante Croce asseverasse di non voler rompere con Gentile:

Veramente, non ricordo di aver fatto quel discorso a Casati, e non potevo farlo perché non risponde al mio sentimento. Certo, noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale, che per altro non era tale da riflettersi nelle nostre relazioni personali. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica, e anzi il primo si è convertito nel secondo; e questo è più aspro. Non c’è che fare. Bisogna che la logica delle situazioni si svolga attraverso gli individui e malgrado gl’individui[14].

Due manifesti

Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò alla Camera un discorso durissimo, tale, nelle sue stesse parole, «da determinare una chiarificazione assoluta». Negò tutto quanto gli era addebitato, o per meglio dire rivendicò la responsabilità di tutti gli atti che il fascismo aveva compiuti, incluso il delitto Matteotti:

Ebbene, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere [omissis], a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato[15].

I fatti seguirono rapidamente le parole. I prefetti vennero allertati per impedire comizi, cortei e proteste. Venne disposta la chiusura di circoli e sedi politicamente sospette, si diede un’ulteriore stretta al decreto sulla stampa. La definitiva trasformazione del regime in un totalitarismo non seguì immediatamente, piuttosto fu attuata nel corso dell’anno, esautorando i direttori di giornale e i giornalisti critici verso il regime, e facendo approvare una serie di leggi liberticide, tra la fine del 1925 e l’inizio del 1926, le cosiddette “leggi fascistissime” che di fatto abolivano partiti e sindacati, stabilivano la responsabilità del capo del governo nei soli confronti del re, e rendevano praticamente nullo il ruolo del parlamento rispetto all’esecutivo. Ma fin dal 3 gennaio fu chiaro che ogni ipotesi di rientro del fascismo nell’ambito della legalità era tramontata, e che di fatto si andava costituendo un regime dittatoriale. Era la fine di ogni illusione, un brusco risveglio per chi aveva creduto possibile un ritorno alla normalità.

Tra di loro, Croce. Che subito scrisse a Casati: «non so augurarti di restare in un momento così vergognoso della vita italiana; e pure, per un altro verso desidererei che tu restassi, perché non potresti che fare del bene: ma forse questo bene porterebbe un troppo grave sacrificio, di quelli che un uomo non può tollerare»[16].

Era evidentemente, una sollecitazione a dimettersi («aspetto di sapere qualche cosa», aggiungeva Croce), e infatti Casati si dimette immediatamente, ricevendo subito il plauso di Croce. I Taccuini di lavoro, alle date del 6 e 7 gennaio, annotano «Nervosità. Specie per cause politiche». Passando per Roma al rientro dai funerali della suocera, Croce incontra Giolitti. In questo periodo è spesso al Senato, a gennaio, a febbraio per più giorni, a marzo.

Il contraccolpo del discorso del 3 gennaio per le opposizioni fu durissimo, e ancora una volta esse non seppero organizzare una resistenza efficace. Molto attivo in questa fase fu Giovanni Amendola, che cercò l’appoggio di Croce per creare un Comitato di senatori di opposizione «che si assumesse l’incarico di vigliare e di controllare in tutto il Paese, e che concorresse con tutti noialtri nell’impostazione della lotta»[17]. Croce, pur dicendosi pronto a far parte del comitato, rispose di non sentirsi in grado di prendere l’iniziativa per costituirlo e guidarlo. Il 12 marzo 1925 il «Giornale d’Italia» pubblica un suo articolo che è una difesa del Liberalismo. Attaccato su due fronti, dal Socialismo da un lato e dal «reazionarismo, o nazionalismo o fascismo», dall’altro, non per questo il liberalismo ha cessato di esprimere un bisogno necessario delle società umane: «quello della necessità di lasciare, quanto più è possibile, libero giuoco alle forze spontanee e inventive degli individui e dei gruppi sociali, perché solo da queste forze si può aspettare il progresso mentale, morale ed economico, e solo nel libero giuoco si disegna il cammino che la storia deve percorrere». Croce, di contro alle accuse all’Italia umbertina correnti da parte fascista («è di moda ora vituperare la vita italiana dei decenni che precessero la guerra»), notava invece che «tutto ciò che abbiamo ancora di buono è stato prodotto o preparato in quel tempo di libertà», riaffermava il liberalismo come «partito della cultura», attaccava il nazionalismo, negava ancora che il fascismo potesse essere capace di creare una forma nuova di Stato, se non lo Stato liberale stesso, «governato e talvolta violentato da un partito politico». Il liberalismo, concludeva Croce, è tutt’altro che tramontato, ed è piuttosto il fascismo e l’autoritarismo ad avere carattere «transitorio e provvisorio», e ripeteva il ritornello di De Sanctis, prigioniero a Castel dell’Ovo, sulla libertà: «Sempre vince, sempre vince e perdendo vince ancor»[18].

Il 15 marzo Croce teneva a Milano una conferenza al Circolo filologico, al termine della quale veniva scortato fino alla Galleria da un corteo plaudente, «certo anche per simpatia politica per le polemiche di questi giorni», annotava l’interessato[19]. Il quale, frattanto, si decideva a prendere la tessera del partito liberale, all’inizio di aprile del 1925.

Nel frattempo, a Bologna si è tenuto, il 29 e 30 marzo, il convegno per la Cultura Fascista organizzato da Franco Ciarlantini, nel quale Gentile ha avuto un ruolo dominante. È stata una grande adunata, voluta per dimostrare, secondo l’espressione involontariamente comica di Farinacci, che il fascismo non aveva solo muscoli ma anche cervello, e vi hanno partecipato intellettuali importanti: non solo i Futuristi, ma anche Ojetti, Pirandello (non presente fisicamente, ma entusiasta dell’iniziativa), Soffici, lo storico dell’arte Lionello Venturi, il germanista Vittorio Santoli, e naturalmente Bottai. Al termine, si è deciso di redigere un Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le nazioni, e la stesura è stata affidata a Gentile. Venne pubblicato su numerosi quotidiani il 21 aprile, giorno in cui si celebra il Natale di Roma, e tra i firmatari, oltre ai partecipanti al convegno, altri nomi ancora oggi noti: Ungaretti, Curzio Malaparte, Margherita Sarfatti. Tra i filosofi, gli allievi di Gentile Spirito e Licitra, Ernesto Codignola, Augusto Guzzo. Tra gli amici stretti di Croce, firmano anche Corrado Ricci e Salvatore Di Giacomo.

Il Manifesto, per essere un manifesto, era piuttosto lungo e verboso. Gentile rifaceva la storia dell’affermazione del fascismo, inclusa un’apologia dello squadrismo («giovani risoluti, armati, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per rifondare lo Stato», proclamava il carattere “religioso” del fascismo (cioè il fascismo come religione), plaudiva alla compenetrazione di Stato e sindacato attraverso il corporativismo, e infine attaccava l’opposizione, la «piccola opposizione», formata dai «detriti del vecchio politicantismo italiano (democratico, reazionalistico, radicale, massonico)» e destinata inevitabilmente a soccombere[20].

Amendola, ancora una volta, si animò e prese l’iniziativa di rispondere, questa volta trovando subito sponda in Croce:

Avete letto il Manifesto fascista agli intellettuali stranieri? […] Oggi ho incontrato varie persone, le quali pensano che, dopo l’indirizzo fascista, noi abbiamo il diritto di parlare e il dovere di rispondere. Che ne pensate voi? Sareste disposto a firmare un documento di risposta che potesse avere la vostra approvazione? E, in caso, sareste disposto a scriverlo voi?

scrisse a Croce il 20 aprile. E Croce rispose subito: «L’idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta che, a mio parere, dovrebbe essere breve, per non fare dell’accademia e non annoiare la gente. Ma non posso venire a Roma. Potreste voi subito fare una corsa qui?». Amendola accetta e il venerdì successivo, 24 aprile, nel tardo pomeriggio è a casa di Croce, il quale ha subito steso il documento. I giorni successivi sono impegnati nella raccolta delle firme, che inizialmente sembrano poche: Giustino Fortunato, alcuni amici dell’entourage di Croce (Roberto Bracco, Antonino Anile, e anche l’attore Sem Benelli che si è staccato dal fascismo, Vittorio Spinazzola). Bracco e Spinazzola sono del parere che si debba attendere fino a raccogliere parecchi consensi, ma Croce è impaziente. La notizia del contromanifesto si sta diffondendo, e con essa l’aspettativa. Meglio uscire subito e poi raccogliere altre adesioni in un momento successivo.

Quando il testo esce, il primo maggio del 1925, sulle pagine del giornale di Amendola, «Il Mondo», e su parecchi quotidiani, le firme sono già parecchie. Ci sono Emilio Cecchi, Cesare De Lollis, compagno di posizioni antinterventiste; ci sono gentiliani avvicinatisi a Croce, come Guido De Ruggiero; ci sono Luigi Einaudi e Giorgio Levi della Vida. Ma il 10 e il 22 maggio seguiranno molte altre firme, tante di professori universitari, qualcuna di giovani (tra i quali Eugenio Montale e Santino Caramella), alcune di donne (Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Enrichetta Capecelatro). Tra i filosofi non crociani, firmano Antonio Banfi, Rodolfo Mondolfo, Giuseppe Rensi, Adriano Tilgher. Non tutti, nel tempo, resisteranno alle lusinghe del fascismo trionfante: Cecchi e Aleramo, ad esempio, o il filologo classico Giorgio Pasquali, o Arturo Labriola, verranno a compromessi col regime. Pochi tra i firmatari del Manifesto di Gentile, invece, passeranno al fronte antifascista, come Lionello Venturi[21].

Il Manifesto redatto da Croce, che di solito va sotto il nome di “Manifesto degli intellettuali antifascisti” in realtà uscì con il titolo Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti. Lo stile, come spesso in Croce, è sobrio e ironico, e inizia ricordando causticamente il manifesto che gli intellettuali tedeschi avevano rivolto al mondo nel primo anno di guerra. Viene ribadito che se gli intellettuali, come cittadini, hanno il diritto-dovere di difendere le loro opinioni politiche, come studiosi dovrebbero guardarsi dal contaminare politica e letteratura o politica e scienza, specialmente quando lo fanno «per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa». Il testo redatto da Gentile viene definito «un imparaticcio scolastico» nel quale il riferimento al fascismo come religione suona «una lugubre facezia». Contro questa nuova e presunta religione Croce riaffermava il credo liberale, «la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo il progresso». Una fede, questa sì, che aveva sorretto i protagonisti del Risorgimento, a torto ritenuti – ed era una chiara stoccata a Gentile, che aveva inserito nel Pantheon fascista Mazzini ‒ precursori del fascismo. Croce non negava che i liberali avessero guardato con una certa benevolenza al fascismo, ma rivendicava a loro merito lo sforzo di inserire un numero sempre maggiore di cittadini nella vita pubblica attraverso il suffragio universale (maschile) voluto da Giolitti, e chiudeva con l’auspicio che la lotta in corso nel Paese potesse produrre, «per contrasto» un maggiore attaccamento «agli ordinamenti e ai metodi liberali».

Alcuni tra i firmatari trovarono il tono del manifesto crociano troppo brusco; Ruffini chiese che la frase sull’imparaticcio scolastico venisse attenuata. Ma Croce non volle abbassare il registro, e ad Amendola scrisse:

Quanto a ciò che scrivete della impressione troppo forte che ha fatto in alcuni il tono del manifesto, credo che sia preferibile all’altra di troppo debole, che si sarebbe avuta da un eventuale riguardo osservato verso gli autori di quella scrittura ingiuriosa. Del resto, l’amico Ruffini collaboratore dell’Enciclopedia [Gentile aveva già cominciato a raccogliere adesioni per quella che sarà l’Enciclopedia Italiana] non poteva sottoscrivere l’esattissimo giudizio che si dà sul manifesto al compito che il G.[entile] ha eseguito[22].

Nel giugno successivo Croce prese parte alla riunione del Consiglio nazionale del partito liberale, tendendovi un discorso nel quale, dopo aver ricordato che la crisi dei regimi liberali era un fatto europeo, e aver ancora una volta ammesso che il fascismo era apparso, a lui come ad altri, una crisi che si sperava benefica e comunque passeggera, ricordava le parole di Lutero dinanzi alla dieta di Worms: «Qui io sto. Non posso altrimenti. Dio mi assista», e spiegava il senso di questo richiamo: «Noi non dobbiamo almanaccare sui risultati della guerra e sulle probabilità della prossima vittoria, ma mantenere il nostro posto e combattere»[23]. Parole che consuonano con quelle che Croce scriveva al giovane Vittorio Enzo Alfieri, in una lettera del 10 ottobre: «La storia mi metterà tra i vincitori o mi getterà tra i vinti. Ciò non mi riguarda. Io sento che ho quel posto da difendere; che pel bene dell’Italia quel posto deve essere difeso da qualcuno, e tra i qualcuni sono chiamato anch’io a quell’ufficio»[24].

Pochi giorni prima Croce aveva esortato Giovanni Amendola a recedere dall’Aventino. «Mi permettete – gli scrisse il 25 settembre – di ripetervi il mio avviso che bisogna che voi e gli altri liberali e democratici torniate alla Camera? Sapete che io sono sempre stato di questo avviso». Croce si rendeva conto che per Amendola (che tra l’altro era appena reduce da una seconda aggressione fascista che qualche mese dopo l’avrebbe condotto alla morte) si trattava di un passo difficile. In qualche modo, era dare ragione a Giolitti, il quale aveva subito denunciato l’errore politico degli Aventiniani; e Croce sapeva bene, anche perché l’antigiolittismo di Amendola nel periodo del suo Ministero gli aveva causato dissapori con lui, che si trattava di un’ammissione non facile per quest’ultimo. «Comprendo il sacrificio di amor proprio ‒ aggiungeva infatti – ma non sempre le battaglie si vincono, e questa volta la battaglia è stata perduta». E concludeva auspicando una larga alleanza delle forze liberaldemocratiche per fermare l’ascesa del fascismo: «A mio parere, c’è ora la questione elementare della libertà e questo dovrebbe unire in un sol blocco tutti i partiti costituzionali, dai moderati ai democratici ai riformisti»[25].

Nei Taccuini si infittiscono le riflessioni amareggiate sulla situazione politica. Dopo aver incontrato a Torino Alberto Frassati, direttore e proprietario del quotidiano «La Stampa», che di lì a pochi giorni sarebbe stato costretto a lasciare la direzione e a vendere il quotidiano, che aveva mantenuto un atteggiamento critico nei confronti del fascismo, Croce scriveva:

Penoso senso di soffocamento per la soppressa libertà di stampa: ribellione dell’animo a questa ingiustizia violenta e ipocrita insieme. Ho riesaminato ancora una volta per ogni verso la situazione presente; e il riesame mi avrebbe lasciato nella depressione e nella tristezza, se non mi fossi rammentato di cosa che, da filosofo. Ho ragionato, dell’errore cioè di porre i problemi politici in termini estrinseci, scrutando l’Italia e temendo o sperando per lei; laddove l’unico modo di porli è quello personale e morale del quid agendum personale, del proprio dovere[26].

E due mesi dopo: «La sera e parte della notte in dolorosi pensieri. Ormai non è più possibile lotta di opposizione, per la soppressione dei giornali. Al Senato, darò voto contrario alle leggi testé presentate, e sarà tutto»[27]. Mentre rassegna le dimissioni dagli incarichi che ancora ricopriva presso il Ministero della Pubblica Istruzione, Croce si astiene, il 20 novembre, sulla legge contro la Massoneria, spiegando la sua posizione con una dichiarazione di voto nella quale ricordava di avere sempre avversato la Massoneria, ma di averlo fatto

Quando la [sua] polemica contro la Massoneria si svolgeva in condizioni di libertà, ed era mossa da spirito liberale, che sentiva incomportabili le associazioni segrete di qualsiasi sorta. Invece, il presente disegno di legge ci viene innanzi, quando non solo le condizioni delle pubbliche libertà sono assai turbate in Italia, ma si ode proclamare con feroce gioia la distruzione del sistema liberale, e questo disegno di legge è considerato come parte di un unico tutto di leggi antiliberali[28].

Non avrà invece alcuna remora a votare contro la legge che sopprimeva la libertà di stampa, votata in Senato il 16 dicembre. Croce stava confermando quello che aveva scritto Gobetti all’inizio di settembre, quando aveva salutato il passaggio di Croce all’antifascismo come «uno dei fatti più importanti della politica italiana»:

Fino all’autunno scorso [cioè all’autunno del 1924] la posizione di Croce era ispirata a ottimismo e indulgenza; il suo riserbo verso il fascismo era tutto morale e pedagogico e rispecchiava da un lato il suo innato antidannunzianesimo e antifuturismo, dall’altro la sua acuta diffidenza per tutti gli uomini del nazionalismo italiano. […] Nell’adesione al partito liberale, nella disciplina con cui si è messo a servire il partito, Croce pratica un suo ideale giolittismo inteso come abito mentale di moderazione, di fedeltà, di discrezione. [­­­…] Ma l’antifascismo di Croce non è questo soltanto. Accanto ai motivi del conservatore e dell’italiano di buon senso c’è la ribellione dell’europeo e dell’uomo di cultura. […] Bisogna proporre alla considerazione degli italiani quest’antifascismo europeo di Croce. Sia castigo dei loro nervi, dei loro isterismi, delle loro impazienze. Croce ha trovato il giusto tono della ribellione al presente, che sulla presente decadenza lavora per il futuro[29].

 

  1. B. Croce, Taccuini di lavoro, Napoli, Istituto per gli Studi Storici, 1992, vol. II, 1917-1926, p. 373.
  2. G. Levi della Vida, Colloqui di giugno, in Id. Fantasmi ritrovati, nuova ed. a cura di M. G. Amadesi Guzzo e F. Tessitore, Napoli, Liguori, 2004, p. 135.
  3. Lettera di B. Croce a L. Ambrosini del 14 luglio 1924, in B. Croce, Epistolario I, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1967, pp. 101-102.
  4. B. Croce, Intervista al «Giornale d’Italia», 10 luglio 1924, si legge ora in Id., Pagine sparse II, Napoli, Ricciardi, 1943, pp. 482-86.
  5. Il fu Benedetto Croce, Corsivo anonimo sul «Popolo d’Italia» del 10 luglio 1924.
  6. Lettera di B. Croce ad A. Casati, in Id., Epistolario II, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1967, pp. 103-104.
  7. Lettera di B. Croce ad A. Casati del 4 agosto 1924, , in Id., Epistolario II, op. cit., p. 104;
  8. Lettera di B. Croce ad A. Casati del 20 agosto 1924, , in Id., Epistolario II cit., p. 106.
  9. A. Prospero Gobetti, Ascoltar parlare Croce, in Mezzo secolo. Annali di ricerca storica, n. 7 degli «Annali del centro studi Piero Gobetti», 1990, pp. 10-12.
  10. P. Gobetti, Come combattere il fascismo, in «La rivoluzione liberale», II, n. 32, 2 settembre 1924.
  11. Lettera di Gobetti a Croce del 7 settembre 1924, in Croce-Gobetti. Tutto l’epistolario, a cura di P. Craveri, in «Nuova Antologia», aprile-giugno 1994, p. 264.
  12. Lettera di Croce a Gobetti del 8 settembre 1924, in Croce-Gobetti. Tutto l’epistolario, a cura di P. Craveri, op. cit., p. 265.
  13. B. Croce, Epistolario I, op. cit., p. 103.
  14. Lettere di Gentile a Croce del 23 ottobre 1924 e di Croce a Gentile del 24 dello stesso mese, in Croce-Gentile, Carteggio, IV, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2023, pp. 898 e 899.
  15. Discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925.
  16. Lettera di Croce a Casati del 4 gennaio 1925, in Id., Epistolario II, op. cit.
  17. Lettera di Amendola a Croce del 15 febbraio 1925, in Carteggio Croce-Amendola, a cura di R. Pertici, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982, pp. 80-81.
  18. B. Croce, Liberalismo, in «Giornale d’Italia», 12 marzo 1925, poi in Id., Cultura e vita morale, Bari, Laterza, 1955, pp. 283-88.
  19. B. Croce, Taccuini di Lavoro, op. cit., vol. II, p. 411.
  20. Il testo si legge ora, introdotto da Alessandra Tarquini, nel volume Gentile, Manifesto degli intellettuali fascisti – Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti, Milano, RCS, 2023, alle pp. 41-50.
  21. I tre elenchi completi di firmatari si trovano nel volume di E. R. Papa, Storia di due manifesti, Milano, Feltrinelli, 1958.
  22. Lettera di B. Croce a G. Amendola, del 20 aprile 1925, in Carteggio Croce-Amendola, op. cit., p. 89.
  23. Parole pronunciate dal senatore B. Croce nella riunione del Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano in Roma, in «La Critica», XXIII; ora in Id., Pagine sparse II, op. cit., pp. 385-88.
  24. B. Croce, lettera a V. E. Alfieri del 10 ottobre 1925, in B. Croce, Lettere a V.E. Alfieri (1925-1952), Milazzo, Edizioni Spes, 1986, p. 5.
  25. Lettera di Croce ad Amendola del 25 settembre 1925, in Carteggio Croce-Amendola, op. cit., pp. 93-94. Per le tensioni precedenti tra Croce a Amendola si vedano in particolare le lettere alle pp. 73-75.
  26. B. Croce, Taccuini, II, op. cit., p. 441 (6 ottobre 1925).
  27. Ivi, p. 452 (15 dicembre 1925).
  28. B. Croce, Massoneria e libertà, in Id., Pagine sparse II, op. cit., pp. 391-92. Sullo stesso argomento Croce era intervenuto sul «Giornale d’Italia» del 30 luglio 1925, poi in Id., Pagine sparse II, op. cit., pp. 397-98.
  29. P. Gobetti, Croce oppositore, in «La Rivoluzione liberale», 6 settembre 1925.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Anatomia di un dissidio. Filosofia e politica nell’ultimo volume del Carteggio Croce-Gentile (1915-1924)

Author di Rosalia Peluso

Abstract: Nell’ottobre del 1924 il lungo sodalizio e la sincera amicizia che hanno legato Benedetto Croce e Giovanni Gentile si interrompono. L’ultimo volume del loro carteggio aiuta a far luce su questo evento. Il dissidio filosofico, che li aveva visti protagonisti già dal primo decennio del Novecento e che aveva raggiunto il suo apice nella “discussione tra filosofi amici” del 1913, cambia natura: nelle parole di Croce, il dissidio, da “mentale”, diventa pratico-politico. Inevitabile che le loro diverse percezioni della natura del regime incidano su questa sofferta decisione. Una pagina drammatica e decisiva di storia filosofico-culturale e politica su cui riflettere a distanza di un secolo e all’alba della pubblicazione dei due Manifesti del 1925, che collocheranno definitivamente Gentile sul fronte del fascismo e Croce su quello antifascista. Un’occasione per scendere più a fondo nelle ragioni di questo dissidio e per comprendere quanto esso, seppur spesso dissimulato, avesse da sempre scandito le relazioni tra i due filosofi.

Abstract: In October 1924, the relationship between Benedetto Croce and Giovanni Gentile deteriorated to the point of irreparable estrangement, marked by a complete cessation of communication and collaboration. The publication of the final volume of their correspondence in 2024 offers a crucial perspective on this tumultuous period. Croce characterized the philosophical discord, which had persisted for years, as having evolved into a political disagreement. This assessment illuminates the divergent paths that two philosophers might take when confronted with the political challenges posed by fascism. A century has elapsed since the exchange of their final correspondence and the publication of the two Manifestos of 1925. The present moment offers an opportune occasion to revisit this momentous decision, a turning point that stands as a testament to the profound philosophical, cultural, and political ramifications within the context of Italian history.

Il dissidio

Lo scorso anno si è conclusa una benemerita iniziativa editoriale: la pubblicazione congiunta e integrale del carteggio tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile[1]. La curatela, paziente, sobria e rigorosa, si deve a Cinzia Cassani e Cecilia Castellani, che hanno tenuto conto delle precedenti edizioni separate degli epistolari, ma hanno controllato nuovamente ogni singola lettera e talvolta hanno stabilito una datazione differente[2]. Il primo volume, apparso nel 2014, è introdotto da uno scritto di Gennaro Sasso, che, da “prefatore non pedagogico”, anticipa al lettore i principali temi alti del carteggio, lasciando tuttavia, a chi legge e studia le migliaia di lettere, la possibilità di individuare percorsi alternativi, anche secondari, nonché l’occasione di gustare contemporaneamente la qualità umana e letteraria di quello che, senza enfasi, si potrebbe definire il carteggio più importante della storia filosofica italiana del Novecento[3].

L’ultimo volume, che si articola in due tomi, permette di seguire, lettera dopo lettera, le fasi della rottura tra i due filosofi. In realtà le ragioni del “dissidio” – così è definito più volte nel corso degli anni da entrambi i corrispondenti – si stratificano nel tempo e mettono radici in alcune occasioni di contrasto che cominciano a divenire sempre più evidenti a partire dal 1906. Negli ultimi mesi di quest’anno, infatti, nasce quello che, da entrambi i protagonisti, sarà definito un dissidio aspro e doloroso. I motivi del contrasto sono tutti “mentali”, direbbe Croce, riguardano cioè alcuni dissonanti idee relative alla logica, al nesso dei distinti e alla sintesi degli opposti, di cui Croce aveva ragionato nel suo confronto con Hegel e nei Lineamenti di Logica, nonché all’idea che entrambi stanno maturando della relazione tra filosofia e storia (da parte di Croce) o tra filosofia e storia della filosofia (da parte di Gentile)[4].

Un secondo momento fondamentale nell’evoluzione del dissidio filosofico è la nascita dell’attualismo gentiliano nel 1911 e la decisione, da parte di Croce, di rendere pubbliche le sue perplessità e obiezioni con alcuni interventi che appariranno sulla rivista «La Voce» nel 1913: gli scritti saranno poi raccolti da Croce, nel 1918, sotto il titolo Una discussione tra filosofi amici[5].

Nell’ultimo volume del Carteggio compare tuttavia un elemento nuovo, che porta Croce a parlare di un’aggiunta significativamente qualitativa del dissidio filosofico già in corso, se non addirittura di un’autentica metamorfosi del dissidio teoretico in dissidio pratico, vale a dire morale e politico. È pertanto di notevole interesse seguire lo svolgimento di questa evoluzione nelle lettere tra il 1915 e il 1924, anno della rottura definitiva e alba di quel contrasto politico che nel 1925 sarà ufficializzato con la pubblicazione dei due Manifesti: quello degli intellettuali fascisti di Gentile e quello degli intellettuali antifascisti di Croce[6].

Da una complessiva ricostruzione del Carteggio ci si rende conto che il dissidio, nelle varie forme in cui si articola, costituisce l’autentica anima delle lettere e, si potrebbe dire, del rapporto umano, filosofico e politico tra Croce e Gentile. La vera nota alta delle loro relazioni non è il consentire su questioni filosofiche, su battaglie culturali, su giudizi relativi a persone, libri ed eventi, ma è invece nel dissentire, ogni volta dell’uno dalle posizioni dell’altro, sulle grandi questioni della storia, della logica, della natura della filosofia. Verrebbe pertanto da chiedersi se, senza il dissidio o senza le sue articolazioni plurali, questo carteggio avrebbe avuto la stessa importanza che riveste oggi per chi, da differenti prospettive, indaga sull’identità della filosofia italiana. Questa indagine, sia teoretica sia storiografico-filosofica, non può prescindere infatti dalle sue matrici, la prima idealistico-storicistica, la seconda idealistico-attualistica, da cui promanano due diverse soluzioni al problema della natura generale della filosofia: è essa momento categoriale o trasformativo della realtà[7]? Il dissidio che divampa e lacera il tessuto relazionale degli individui coinvolti si chiarisce, dopo circa un secolo, come dissidio tra visioni del mondo che hanno attraversato e scandito le sorti filosofiche e politiche del secolo breve.

Dall’ultima lettera

Il 23 ottobre 1924 Giovanni Gentile indirizza a Benedetto Croce la sua ultima lettera. Scrive di aver appreso con grande dispiacere del suo passaggio per Roma senza aver avuto la possibilità di vedersi: avrebbe voluto parlargli a lungo a voce. Gli sarebbe stata riferita da Alessandro Casati l’intenzione di Croce di «volerla rompere»[8] con lui perché «scontento», «scontento per motivi d’ordine morale». Infine aggiunge:

Ho fatto parecchie volte esami di coscienza; fatto ogni sforzo per frugare e rifrugare nella memoria. Ho trovato che qualche volta forse gli atti miei potevano esserti spiaciuti; come ho trovato che dalla parte tua non c’era stata sempre una grande cura di risparmiarmi ogni dispiacere. Ma, tutto sommato, son venuto sempre alla conclusione che nulla ci sia stato da attenuare, nonché spezzare […] quel vincolo che ho sempre considerato indissolubile, di reciproca stima e d’affetto reciproco che ci lega da trent’anni. M’inganno?

Non ti chiedo una lunga lettera che ti costringa a rimescolare cose che so ad ogni modo dolorose all’animo tuo, come al mio. Ti chiedo soltanto due parole franche e nette, quali esse debbano essere, ma che vengano dal fondo del tuo cuore.

Malgrado tutto, io sarò sempre il tuo Giovanni[9].

Il giorno successivo Croce invia a Gentile la sua ultima lettera. Dice di non ricordare di aver riferito a Casati qualcosa in merito alla loro rottura; dichiara di non essersi fermato a Roma nel suo viaggio di ritorno da Torino a Napoli né di aver avvisato alcuno del suo passaggio. Seguono e chiudono le richieste “parole franche e nette”:

Certo, noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale, che per altro non era tale da riflettersi nelle nostre relazioni personali. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica, e anzi il primo si è convertito nel secondo; e questo è più aspro. Non c’è che fare. Bisogna che la logica delle situazioni si svolga attraverso gl’individui e malgrado gl’individui[10].

Croce invoca quasi un motivo di filosofia della storia per indicare all’antico amico il percorso da intraprendere: lasciar agire la “logica delle situazioni” che procede oltre i destini individuali. Aggiunge che, per parte sua, a rompere non aveva mai pensato, per diverse ragioni: per il suo temperamento bonario; per non darsi in pasto ai comuni nemici; infine, perché ha «fiducia nel tempo»[11]. Spera dunque che, grazie all’azione del tempo, «molte asprezze si spianeranno da sé»[12]. Conclude dicendo di aver risposto con molta «franchezza» e si augura che il suo interlocutore approvi e condivida le ragioni di questo imminente distacco. «Abbimi sempre con molti saluti Tuo Benedetto»[13].

Finisce così, con queste due intense e dolorose testimonianze epistolari, la più che trentennale e intesa collaborazione, che era stata anche amicizia profonda, tra Croce e Gentile. È noto che, dopo il 24 ottobre 1924, il dissidio non si sanerà e si farà addirittura “più aspro”, il tempo non appianerà divergenze, il contrasto assumerà nuove forme e si espliciterà attraverso altri documenti, pubblici e privati[14].

Nell’introduzione al carteggio, Sasso ci invita a riflettere sul fatto che la cosiddetta “rottura” fra i due principali protagonisti dell’Idealismo italiano fu percepita dai contemporanei come un evento che, senza esagerare, si potrebbe definire epocale. Il loro lavoro filosofico, la loro attività culturale, la loro stessa privata amicizia sembravano esprimere «un’unitaria filosofia, e un’unitaria cultura»[15]. Fu così? Il privilegio di poter disporre ora dell’edizione unitaria del loro scambio epistolare aiuta l’interprete anche a meglio chiarire a sé stesso la tenuta, i confini e i limiti di questa unità. Aiuta altresì – ulteriore dato evidenziato da Sasso – a riflettere certamente sulle ragioni della fine di un sodalizio, ma anche sulla nascita di una singolare e irripetibile amicizia umana e filosofica tra due personalità molto eterogenee fra loro per temperamento, origine, provenienza culturale, interessi non sempre convergenti, per non dire poi del variegato campo delle opinioni, a partire da quelle relative alla guerra che silentemente rimbombano in questo carteggio, soprattutto negli anni del conflitto mondiale tra il 1915 e il 1918.

La chiarezza e la franchezza delle finali parole uscite a entrambi dal cuore, anzi da due cuori che evidentemente, da una parte e dall’altra, erano scossi dal dolore di sapersi destinati a imparare a vivere lontani dopo una lunga consuetudine, impongono al lettore una riflessione retrospettiva. L’unitarietà e l’integralità di questo carteggio, finalmente ricostituito dopo un secolo, aiutano a seguire, passo dopo passo, i motivi di un congedo e aiutano a meglio chiarire che non fu la politica più forte della filosofia. Il “dissidio mentale”, come mostrano alcune lettere che saranno di seguito analizzate, non fu mai ricomposto. Un altro, nuovo dissidio si aggiunge al primo e renderà incomponibile anche il precedente. In virtù della sua natura pratica, il sopraggiunto rende intollerabile la coesistenza umana oltre il dissentire nella sfera dei concetti. Anzi, per meglio dire, il dissidio mentale si è ora trasformato, si è specificato, è evoluto in dissidio “pratico e politico”. La sfera pratica diventa allora il banco di prova che specifica e illumina le ragioni di un contrasto che fino a quel momento si era mostrato solo in forma teoretica. Si apre allora un “baratro”, come sentiremo dire da parte di Croce, profondo ed enorme.

Quel che di oscuro c’è tra noi

La prima lettera di Gentile del 1° gennaio 1915 introduce subito nell’atmosfera del “dissidio”. Nel corso del 1913 Croce aveva tratto, anche da un suo personale dolore (la morte di Angelina Zampanelli), il diritto alla franchezza e alla chiarezza. Aveva così deciso di rendere pubbliche alcune divergenze con Gentile relative all’Idealismo attuale. La “discussione tra filosofi amici” affidata alla «Voce» riecheggerà più volte in questi anni. Nella succitata lettera del ’15 Gentile ricorda, abbastanza bonariamente, di esser stato definito da Croce «un mistico»[16]; ringrazia inoltre per il giudizio crociano relativo alla prolusione pisana su L’esperienza pura e la realtà storica[17] (1914) e aggiunge: «ho fiducia che chiarendo sempre meglio le nostre idee finiremo col ritrovarci interamente d’accordo in ciò che è sostanziale. Quanto al giudizio sullo Spaventa e sul Jaja la nostra divergenza mi pare senza importanza. […] Ciò che rimane di oscuro tuttavia in mezzo a noi dovrà pure una volta illuminarsi»[18].

Nella risposta del 2 gennaio Croce ritorna sui giovani attualisti – a suo dire, vero bersaglio polemico e, come avremo modo d’appurare, pomo della discordia – che versano in una «morbosissima condizione d’animo»[19]. Esprime l’augurio che Gentile possa passare «dall’idealismo attuale allo spiritualismo assoluto»[20], trapasso che egli intende provocare con la sua critica.

Nella lettera del 21 febbraio, Croce annuncia un «lavoro […] sul secolo XIX»[21], elemento non trascurabile per chi lavora sugli studi crociani degli anni Venti e Trenta. In un’altra, del 22 giugno, dà notizia del Contributo alla critica di me stesso[22]. Scrive a Gentile, utilizzando un’espressione che comparirà anche nell’autobiografia, che sta realizzando una «compiuta liquidazione del passato»[23], nella quale, oltre alla ricostruzione della sua “vocazione”, rientra anche la sistemazione dei lavori giovanili[24]. Utilizza anche un’altra espressione, «come se guerra non ci fosse», che ricorre in una postilla della «Critica» del 1915[25]. Dopo il tentativo di contribuire con altra più pratica occupazione alle sorti della guerra italiana, Croce si risolve a «continuare alacremente»[26] i suoi studi, a dedicarsi alla «storia del secolo decimono» (di cui Gentile è stato poco prima informato), alla quale vorrebbe attendere nei tre anni successivi (avendo, tra le altre cose, già tutti pronti i fascicoli della «Critica» fino al 1918). A suggello di questo alacre lavoro, fatto anche di autoriflessione e liquidazione, conclude così la lettera: «Vuoi ridere? Ho perfino scritto un mio fascicoletto di memorie, col titolo filosofico di: Contributo alla critica di me stesso[27]. Nella lettera del 2 luglio, Gentile definirà il Contributo un «saggio autobiografico alla Vico»[28], vale a dire un’autobiografia mentale su modello vichiano.

Il 31 maggio 1916 Gentile annuncia a Croce l’invio della prima edizione di Teoria generale dello spirito come atto puro, che nasce dal corso delle lezioni pisane dell’a.a. 1915/16[29]. L’indomani Croce ha già ricevuto e letto il libro. Raccomanda all’amico di continuare a raccogliere altre sue lezioni, ad esempio quelle sulla pedagogia. A proposito della storia letteraria fa un’affermazione importante: raccomanda a Gentile di far fruttare meglio «il principio che ogni storia è storia particolare, cioè storia di un determinato problema: e dissipare l’illusione di una storia universale»[30]. In verità Croce aveva già messo a frutto questo principio in due capitoli di Teoria e storia della storiografia, rispettivamente contro la storia universale e a favore delle storie speciali[31]. Perché, chiede qui a Gentile, non applicare questo stesso principio anche alla storia della filosofia? «Non è anche la vera storia della filosofia storia di un particolare problema?»[32]. Continua: «la vecchia storia generale della filosofia, o che concepisce la totalità dei problemi o un problema fondamentale da cui gli altri derivano, non è qualcosa di astratto, da distruggere come appunto la storia generale della letteratura? […] io insisto che il concreto è la storia, e storia della filosofia, storia dell’arte ecc. sono aspetti singoli della storia, immanente tutta in ciascuna di esse e in ciascuna delle loro manifestazioni»[33]. Nella risposta dell’8 giugno, Gentile si dichiara d’accordo sulle tre questioni sollevate da Croce: la relazione tra storia della filosofia e storia dell’arte, la «particolarità d’ogni storia universale» e l’«universalità d’ogni storia particolare»[34].

Il 27 giugno Gentile apprende dalla «Critica» che l’amico sta preparando un quarto volume della Filosofia dello spirito e si dichiara «interamente con te»[35] relativamente a quanto Croce ha anticipato sulla «Critica» sotto il titolo di Filosofia e metodologia: si tratta, com’è noto, dell’anticipazione della terza appendice a Teoria e storia della storiografia che arricchirà il libro nell’edizione italiana del ’17[36]. Non è possibile in questa sede approfondire meglio i temi sollevati nel carteggio a proposito della storia universale, generale, particolare o speciale e della natura della storia della filosofia: ci si limiterà qui a evidenziare una dichiarata concordia su queste questioni nonché il richiamo crociano, che tornerà pure avanti, all’idea della filosofia come solutrice di problemi da essa stessa posti.

In realtà la concordia su quest’ultimo punto è tutt’altro che raggiunta. Lo dimostra uno scambio epistolare avvenuto tra il 7 e il 10 novembre 1916. Dopo aver letto la memoria pontaniana su Inizio, periodi e caratteri della storia dell’estetica[37], Gentile solleva obiezioni sulla «molteplicità dei problemi estetici, e in generale filosofici»[38], perché «la loro molteplicità è pur sempre lo svolgimento di un unico problema»[39]. Croce risponde così: «La mia repugnanza a considerare come unico il problema dell’Estetica, e in genere della filosofia, viene dal pensare che unico non è il problema ma il problemante (scusa la parola), il pensiero. Se ci fosse il problema estetico, il problema filosofico, o si risolverebbe una volta per tutte, o si aprirebbe un processus ad infinitum. Perciò sono via via pervenuto a quella concezione dell’infinita molteplicità dei problemi che il pensiero pensa, e in ciascuno dei quali è tutto il problema, e non è mai»[40]. Sull’infinità o molteplicità di problemi e sull’unico problema della filosofia esiste una differenza di vedute abbastanza profonda e che risulterà dirimente.

Nell’aprile del 1917 Croce subisce un altro grave lutto: la perdita del figlio Giulio, strappato alla vita a due anni da una polmonite. A fine maggio esce il primo volume del Sistema di logica[41] di Gentile, a luglio l’edizione italiana di Teoria e storia della storiografia, arricchita di tre appendici rispetto a quella tedesca (della terza si è già discusso). Nell’autunno dello stesso anno Gentile è chiamato a Roma a ricoprire la cattedra di Storia della filosofia (a Pisa, dal ’14 aveva insegnato Filosofia teoretica). Sempre nel ’17 Croce sta lavorando su Goethe: nel carteggio di quest’anno non c’è alcun riferimento. Ci sono invece diversi rimandi a «saggi, filosofici e letterari»[42] in cui è impegnato. L’8 agosto Croce dà notizia di voler iniziare sulla «Critica» «una rubrica di Rassegna di letteratura moderna italiana e straniera»: in essa dice che andrà «pubblicando alcuni miei brevi e, spero, succosi saggi, dei quali ho già scritto una ventina. Quando li avrò portati secondo il mio disegno a 60 o 65, avrò tutto il materiale occorrente per una Storia della poesia nel secolo XIX, alla quale mi sono andato da più tempo preparando con molteplici letture»[43]. Questa “storia della poesia” non verrà scritta ma siamo esattamente nel laboratorio da cui usciranno Poesia e non poesia[44], il Goethe[45] nonché il Dante[46], l’Ariosto, Corneille, Shakespeare[47] (di tutti questi autori nell’annata in corso è citato solo Ariosto). Il 13 settembre Croce dichiara di aver terminato «tutto il lavoro letterario […] ho scritto 28 articoli, di varia lunghezza»[48].

Il 10 gennaio 1918 Gentile inaugura il suo corso di Storia della filosofia a Roma con la prolusione Il carattere storico della filosofia italiana[49]. Laterza ne fa di lì a breve un volumetto e Croce lo legge, dandone notizia nella lettera dell’11 febbraio. Innanzitutto si congratula per l’eloquenza, per l’efficace sintesi di storia del pensiero e della cultura in Italia. In secondo luogo aggiunge: «Anch’io tengo per fermo e scorgo chiaro che il problema odierno italiano è tutto di filosofia, o piuttosto di religiosità, che è per me filosofia e tutto il resto, compenetrazione ed armonia di forme spirituali»[50]. Per inciso, il concetto di armonia rimanda allo studio dell’Ariosto. Invia inoltre a Gentile alcuni “frammenti di etica” (composti nel 1916), che saranno pubblicati sulla «Critica» nel primo fascicolo di quell’anno[51]. Dice infine che continuerà a svolgere pensieri che riguardano «la necessità della storia»:

Se filosofia e storia sono uno, oh dunque scriviamo una buona volta le storie che ci sono necessarie. Per mia parte avrei già intrapresa quella dell’Italia nella vita europea [c.m.], se la guerra non mi togliesse e istrumenti di studio e, peggio, determinatezza di problemi. Oh se potessi iniziarla alla luce di una nuova riscossa o semiriscossa italiana! – Per ora sono costretto alla storia della poesia[52].

In quest’ultimo caso si tratta del già citato progetto di storia della poesia.

A fine febbraio Gentile comunica a Croce l’intenzione di fondare una rivista di Storia della filosofia e Croce approva[53]. Intanto, sul primo fascicolo della «Critica» di quell’anno, compaiono le anticipazioni del Goethe. Gentile le legge e, nella lettera del 22 marzo, trova «i saggi goethiani […] bellissimi […] mi pare che tocchino l’ideale della critica, che giudica ricostruendo. E i tedeschi te ne dovrebbero essere gratissimi, poiché questa critica dovrebbe essere per loro una liberazione»[54]. Il 25 marzo Croce è compiaciuto per il gradimento espresso dall’amico sui suoi «studi goethiani»[55]. Aggiunge un’affermazione importante sul valore anche “terapeutico” di questi lavori: essi sono stati «composti in momenti dolorosi, e vincendo rabbiosamente la acedia, la tristizia che mi toglieva vigore. Così traduco versi del Goethe nei lunghi viaggi, e passo il tempo senza abbandonarmi a pensieri tristi, che ora si avvertono di più nel viaggiare»[56]. Croce riferisce anche di una «lettera impertinente». L’autore della lettera è Giulio de Montemayor che, il 18 marzo 1918, scriveva a Croce: «e in questi tragici tempi voi non trovate di meglio a fare che tradurre delle brutte poesie di Goethe?»[57]. Croce è molto seccato da questo giudizio; così ne scrive a Gentile: «[…] mi occupo delle “brutte cose” di Goethe invece di fare… fare che? Se almeno mi sapesse indicare che cosa si può fare ora, sarei ben contento di seguire il cenno»[58].

Nel maggio del ’18 esce la terza edizione di Materialismo storico ed economia marxistica[59] e Gentile la recensisce sul «Resto del Carlino»[60]. Croce ringrazia ma disapprova un punto di assoluta rilevanza. Gentile, dice Croce, avrebbe scambiato per «residuo materialistico» ciò che invece per lui è «idealismo concreto»[61]. Ancora, fa un’aggiunta importante che ci riporta alla discussione sopra accennata sulla natura “problematica” della filosofia. Croce dichiara di non capire «come si possa parlare di pensiero come riflesso del reale, per chi come me concepisce il pensiero come nient’altro che posizione e soluzione di problemi, problemi che sono il suo oggetto, l’unico oggetto, cioè la sua creazione»[62]. Poi, con una nota sconsolata, aggiunge: «Ma accade sempre così: che s’intendono meglio i pensieri precisi dei filosofi lontani nel tempo, che non degli uomini ai quali si è vicini e coi quali si è affiatati»[63].

Nella risposta del 16 maggio, Gentile ritiene di non aver mai attribuito a Croce l’idea secondo la quale il suo pensiero sia un «riflesso del reale»[64]; specifica di aver scritto invece che il materialismo storico sia stato un «riflesso della vita»[65]; aggiunge infine che, in virtù della sua (di Croce) «distinzione della teoria dalla pratica», ne risultava un’«impossibilità del passaggio dalle conoscenze scientifiche ai programmi pratici»[66]. Conclude sostenendo di non aver mai attribuito all’amico «nessuna trascendenza del reale nel pensiero»[67]. Nei giorni di questo scambio epistolare, è in corso anche una discussione sulla politica della forza, sul ruolo dell’utile e dell’economico che rimanda, nella prima decade del Novecento, all’accoglienza gentiliana della quarta categoria del sistema crociano e al ruolo dell’economica nella filosofia della pratica.

Nel maggio del ’18 si sta stampando anche il Contributo che, nella lettera del 16 maggio, Croce presenta come un «saggio pedagogico»: «non avendo altra pratica di scuola che quella che ho fatta io a me stesso, è quello l’unico saggio pedagogico che potessi mai comporre!»[68]. Il 31 maggio Gentile ha letto il «Saggio critico su te stesso»: definisce questo «opuscolo autobiografico» «uno specchio lucidissimo»[69] del Croce da lui conosciuto e frequentato da ormai ventitré anni. È commosso dall’avervi ritrovato dentro anche sé stesso (confessa però di non ricordare la conversazione in cui avrebbe difesa l’identità hegeliana di filosofia e storia della filosofia, ma attribuisce la lacuna a un suo difetto di memoria).

La seconda metà del ’18 passa attraverso una frenetica attività da parte di entrambi: per Croce si tratta di nuovi studi goethiani, della pubblicazione dei primi due volumi della Conversazioni critiche, di lavori su Shakespeare e Baudelaire; per Gentile della traduzione della Critica della ragion pura, della curatela delle Operette morali di Leopardi. Nel mezzo c’è la guerra, l’epidemia di spagnola, lo “spettro bolscevico”. A partire dal ’18, anno della chiamata di Gentile a Roma, le lettere cominciano anche a diradarsi: per i più volte denunciati problemi delle poste, ma anche per la maggiore vicinanza, che rendeva gli incontri più frequenti.

Occorre a questo punto saltare direttamente alla lettera di Gentile del 1° ottobre 1919: vi si annuncia la nascita del «Giornale critico della filosofia italiana» (che non è più la rivista di storia della filosofia di cui aveva già discusso con Croce). Nel presentarlo all’amico ne parla come di un «germoglio della Critica»[70] e lo invita a collaborare fin dal primo numero. Nella risposta del 4 ottobre, Croce annuncia di voler contribuire con un saggio sulla «divinità della Storia»[71] che però non darà mai al «Giornale»: darà invece, per i primi numeri, note di estetica e di etica. Ribadisce inoltre i suoi «dubbii sulle riviste di pura filosofia»[72]. Nella lettera del 28 ottobre, Croce ritorna sul «Giornale»: stavolta esprime diffidenza nei confronti dell’aggettivo italiano. Commentando un passo del Proemio gentiliano, sostiene che l’Italia può essere un «ideale», «ma non è un universale concreto»[73]. Egli può tollerare un «valore sentimentale e oratorio» di quell’«accenno alquanto nazionalistico», ma di più non è disposto a concedere. Anzi, insiste «sulla necessità di schiarire o di abbandonare il concetto nazionale della filosofia»[74]. Nella risposta del 3 novembre, Gentile assicura di non aver nulla a che fare con il «naturalismo nazionalista»; piuttosto egli insiste sulla formazione storica della «personalità concreta, che non può essere altro che personalità storica»[75].

In concorde discordia

Nelle annate comprese tra il 1920 e il 1924 di filosofia si parla relativamente poco. Nelle rare occasioni in cui accade, si parla quasi sempre di attualismo: la nascita del «Giornale critico» aveva provocato gravi frizioni che talvolta verranno metabolizzate, talaltra esploderanno, fino alla conversione del “dissidio mentale” in “dissidio pratico e politico”, come ricorda l’ultima lettera di Croce. Malgrado i discontinui momenti di confronto – bisogna però ricordare che, soprattutto in questi anni, le occasioni di vedersi a Roma diventano quotidiane –, l’ultimo lustro è importante per comprendere le ragioni della polemica crociana contro l’attualismo (non contro Gentile, egli dirà sempre) e le ragioni del risentimento prima e della difesa poi che Gentile farà della sua filosofia e della sua scuola.

Se ne può avere un saggio nella lettera che Gentile indirizza a Croce il 10 gennaio 1920. Croce aveva di recente stroncato sulla «Critica» un saggio di Carmelo Sgroi (al tempo genero di Gentile) sulla sua estetica: Gentile ne parla come di cosa che lo ha colpito «dolorosamente»[76]; non riesce proprio a spiegarsi perché Croce tiri in ballo «l’idealismo attuale con quel giudizio sommario e risentito»[77]. «A te dà i nervi il solo sentire nominare l’idealismo attuale; che io credo un punto di vista molto ben determinato e importante: discutibile, naturalmente, come tutto, ma certo immeritevole del sarcasmo, con cui tu ne parli. Perché tutta questa antipatia?»[78] . E conclude: «Comunque, perché tutta questa forma polemica tra noi? Io non me ne adonto; ma mi pare che essa non sia molto edificante per chi legge, e dirà che noi non possiamo discutere rispettandoci reciprocamente»[79].

Nella sua risposta dell’11 gennaio, Croce specifica di prendersela non con Gentile ma coi suoi “scolari”, che per lui sono «scolaretti pappagalli»[80], «insipidi ripetitori»[81]: sono costoro i responsabili della trasformazione dell’attualismo in un «ente misterioso»[82]. Dichiara inoltre di avercela con l’idealismo attuale nella misura in cui «minaccia di diventare una scoletta»[83] e che questa “scoletta” è il solo bersaglio della sua «avversione»[84]: «Non ce l’ho punto con l’idealismo attuale in quanto è il tuo pensiero su certi problemi logici o etici»[85]. Anzi, aggiunge che, se non lo avesse ancora inventato, lo avrebbe richiesto lui stesso, dando a intendere che Gentile rappresenta ancora il suo interlocutore ideale, anche nel contrasto.

Il 18 gennaio Gentile indirizza a Croce un’altra lunga lettera sullo stesso tema e riesuma la discussione del ’13 sulla «Voce»[86]. È palpabile il dolore del filosofo siciliano: rimprovera a Croce di essere troppo infervorato, di mettere in campo «una passione che non riesci a dominare»[87]. Evidenza il punto per lui più doloroso: l’istituzione della cosiddetta “scoletta”, come se lui non avesse abbastanza autonomia e senso critico per selezionare i suoi allievi o abbastanza forza per dominarli (quando invece l’ufficio di un maestro è lasciarli camminare con le loro gambe). Croce non ha nulla da temere: dalla sua voce «hanno appreso tutti a rispettarti, a venerarti ed amarti»[88]. Segue la risposta di Croce in data 22 gennaio. Nuovamente è stabilito un argine alla discussione ancora in corso sull’idealismo attuale: essa aveva diritto di svolgersi in ambito filosofico, ma non aveva nessuna ragione per toccare il lato umano, vale a dire l’amicizia e l’affetto. I filosofi possono essere dissenzienti, gli amici no. «Ciò che bisogna fare, e io come te a ciò ci siamo sempre adoperati, è che il contrasto d’idee resti quel che è: una differenza di posizioni logiche (e anche di interessi spirituali)»[89]. Anche Croce ritorna sull’affaire «Voce» per negare che in quel tempo doloroso a lui venisse voglia di ridere, deridere o ironizzare. A tal proposito ricorda la ristampa, nel ’18, della “discussione tra filosofi amici” nel secondo volume delle Conversazioni critiche, che Gentile aveva anche recensito. Per Croce la soluzione è quella di continuare per la stessa strada: «Tu collaborando alla Critica, ed io al tuo Giornale critico, smentendo col fatto i maligni, come già li smentiamo nel nostro animo»[90]. Il 1° febbraio Gentile dichiara che «l’incidente è chiuso»[91] e annuncia il primo fascicolo del «Giornale critico»; il 21 di quel mese Croce lo riceve, se ne compiace in mezzo a qualche fastidio; il 3 marzo Gentile chiama la sua rivista un «rampollo della Critica»[92]; ad aprile, per il terzo fascicolo, Croce propone la sua introduzione «tutta filosofica»[93] al suo volume su Dante e Gentile ringrazia per il «magnifico dono»[94].

Intanto esce la terza edizione della Teoria generale dello spirito come atto puro, che si apre con una dedica molto intensa a Croce: sono parole commosse ma ovviamente finalizzate anche a risolvere il contrasto dei mesi precedenti. In questa dedica Gentile parla del suo rapporto con Croce nella forma di una «concordia discors», «di un’amicizia fatta di collaborazione spirituale e perciò di discussione»[95]. Specifica che «la collaborazione è divenuta sempre più intima, l’amicizia sempre più salda»[96]. C’è tuttavia un riferimento ai “giovani”, che guardano con ammirazione a questa amicizia filosofica. Croce risponde il 7 giugno, sostenendo che nella «concordia discors» egli ha «bene interpretato il comune nostro sentimento»[97]: tra «amici intelligenti»[98] accade questo. Il fuoco, tuttavia, continua a covare sotto la cenere. Non a caso Croce torna indirettamente sulla questione della scuola “attualistica” perché aggiunge: «cerchiamo di persuadere o piuttosto di costringere gli altri a intendere che in filosofia come in ogni seria produzione spirituale non ci sono scolari, ma solo spiriti produttivi»[99]. Esattamente il punto nevralgico che, come documenta il carteggio precedente, ora maggiormente irrita Gentile.

Nel giugno 1920 Croce è nominato Ministro dell’istruzione nell’ultimo governo Giolitti e terrà questa carica fino al luglio 1921. Gentile è subito coinvolto in diverse attività e soprattutto collaborerà con Croce a una radicale riforma dell’istruzione che si concluderà quando, a sua volta, sarà Gentile Ministro dell’istruzione nel primo governo Mussolini, a partire dall’ottobre 1922. Riforma che Croce difenderà strenuamente e che considererà sempre come anche sua.

Il 20 dicembre 1923, dopo quasi tre anni di interruzione, si riprende a parlare per lettera di Idealismo attuale: comincia ora l’ultimo atto del dissidio. Ad appiccare nuovamente il fuoco è Croce, con la sua recensione al secondo volume del gentiliano Sistema di logica[100]. Prima che la recensione appaia sul primo fascicolo del ’24 della «Critica», manda le bozze a Gentile, che ringrazia per le «cose affettuose»[101] che lo commuovono. Viene però subito dopo al nocciolo della contesa, chiedendo al recensore di eliminare un periodo relativo al «protagorismo»[102] di alcuni esponenti dell’attualismo. Gentile non riesce a comprendere perché Croce si ostini a riferire errori di singoli a una «dottrina filosofica»[103]. «Possibile – gli chiede – che debba ripetere tu che l’idealismo attuale è fenomenismo e smarrimento della distinzione tra vero e falso e simili, senza curarti di dire una sola parola contro gli argomenti delle mie distinzioni, che io persisto a credere molto serie e fondatissime, tra l’idealismo di Protagora e il mio?»[104]. Il punto nevralgico arriva subito dopo:

ti confesso che da qualche anno a questa parte ho l’impressione che tu non faccia attenzione e non metta interesse alle ragioni che io vengo esponendo del mio modo di pensare, e che dovrebbero essere esaminate per poter essere giudicate utilmente. Mi dispiace però che la tua critica ti spinga fino ad assumere una forma da dar ragione a’ miei più feroci avversari mentre non diverge nella sostanza da quella che non solo contro me, ma anche contro te e contro tutti gli idealisti rivolgono i cattolici e tutti gli altri piagnolosi critici del “soggettivismo hegeliano”.

E devo anche dirti che mi dispiace di vedere in te un certo spirito di persecuzione contro i giovani che credi in errore[105].

Nella risposta del 23 dicembre Croce si dichiara certamente pronto ad attenuare quel passaggio sul protagorismo, ma se lo riterrà opportuno. L’oggetto del contendere rimane però sempre lo stesso: la costituzione della scuola attualistica, la sterile ripetizione cui essa va incontro nonché – e qui si percepisce più facilmente la metamorfosi del dissidio da mentale a pratico – le fatali alleanze politiche che si cominciano a stringere. Per Croce non basta dire: una cosa è la dottrina filosofica, altro ciò che qualcuno fa di quella dottrina. «Il difetto – lui dice – [è] nel manico»[106]. Lo attestano i libri di Guido de Ruggiero, che pure viene riconosciuto come l’allievo più dotato, ma soprattutto «i recenti politicizzamenti dell’idealismo, che, come se niente fosse, si fa coincidere col fascismo o con quale altro sia contingente atteggiamento politico»[107]. Quanto alle scuole:

la formazione delle “scuole”, degli apostoli, dei fedeli, dei fanatici, degli imbroglioni, sarà sempre inevitabile; avrà, e anzi ha certamente, la sua utile efficacia sociale e culturale; ma nella vita degli studii, nella ricerca e nella critica, è un peso e un impaccio, e bisogna sgombrarlo davanti a sé. Così fo io, e così ti consiglio di fare, per quanto ti è possibile. Non è da ora che la penso a questo modo[108].

Segue un chiaro passaggio sulla nascita del «Giornale critico»:

Ti ricorderai che ti sconsigliai d’intraprendere, in luogo di un Archivio di storia della filosofia, il Giornale critico della filosofia italiana, perché considerava che le riviste di scuole filosofiche erano riuscite, sempre e tutte, insipide: e tu certo non leggerai con molto interessamento quel tuo Giornale. La Critica non è riuscita insipida, perché l’abbiamo fatta in due, ciascuno dei quali aveva le proprie tendenze e la propria storia[109].

In risposta alla recensione crociana Gentile pubblica, sul suo «Giornale» (primo fascicolo del ’24), un intervento dal titolo Un altro giudizio di B. Croce sull’idealismo attuale[110]. La replica, dice nella lettera del 25 marzo 1924, è il tentativo di difendere quei «giovani che si dicono attualisti»[111]. Si augura che il tentativo non dispiaccia a Croce e che lui lasci cadere «una polemica»[112] da cui molti traggono gusto ma che a lui riesce «estremamente incresciosa, e più che incresciosa»[113] perché non vi scorge alcun vantaggio per gli studi filosofici. «Devi infatti convenire che il tuo bersaglio più che una filosofia è un certo atteggiamento spirituale e morale, che tu non approvi, ma che, secondo la tua filosofia, non si corregge con la discussione dei concetti»[114]. Il 27 marzo Croce si dichiara non dispiaciuto: potrebbe anche lasciar cadere «la disputa»[115] a meno che, prima della prossima uscita della «Critica», non gli venga l’ispirazione a rispondere. Decisivo questo passo:

Credi pure che la mia riluttanza all’avviamento dell’idealismo attuale è di tale qualità che non può non avere nel suo fondo una seria obiezione filosofica, l’avvertimento di una grave difficoltà. Del resto, l’idealismo attuale già non mi persuadeva nella sua anticipazione spaventiana. Tu dici che io ho fatto passi verso di esso. Vorrei conoscere quali: sarebbero passi verso un baratro, che temo[116].

In mezzo a tante altre «faccenduole private»[117], queste sono le ultime lettere a contenuto filosofico prima del congedo dell’ottobre 1924.

Per chiudere, cosa è stato questo congedo? È stato un addio e il lettore di oggi lo sa. Non lo sapevano al tempo i diretti interessati, anche se un presentimento echeggia nella risposta di Croce, proprio nel suo riferirsi alla nuova natura pratico-politica del dissidio: fin quando si fosse trattato di divergenza logica, rimaneva la possibilità che il dissidio si svolgesse per concetti, attraverso concetti. Ma la natura pratico-politica esige azioni e le azioni saranno divergenti e dissenzienti. Il dissidio mentale poteva comporsi in una concordia discors, il dissidio pratico-politico si nutre di discordia concors: se la prima ha prevalso dal 1896 al 1924, dal 1924 in poi Croce e Gentile continueranno a rimanere uniti in una reciproca e ancora oggi effettiva concorde discordia. Si perderanno, senza lasciarsi mai.

Rosalia Peluso

 

  1. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2024.
  2. Per tutte le informazioni si rimanda alla Nota di edizione delle curatrici in B. Croce, G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2014, pp. XXXVII-XLI.
  3. «Carteggio fondativo del Novecento» è stato definito da E. Giammattei, Croce epistolografo, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, sotto la direzione scientifica di M. Ciliberto, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2016, pp. 789-97. Cfr. inoltre G. Sasso, Introduzione a B. Croce, G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, op. cit., pp. IX-XXXV: XXXIV, e, dello stesso autore, Dalla concordia discors alla polemica: filosofia e psicologia di una vicenda, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit., pp. 856-63.
  4. Per una ricostruzione di questo primo notevole dissidio filosofico si rimanda al secondo e terzo volume del Carteggio: B. Croce, G. Gentile, Carteggio. II. 1901-1906, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2016, pp. 563-94, e B. Croce, G. Gentile, Carteggio. III. 1907-1909, Torino, Aragno, 2017, pp. 7-43: di questo dissidio sembrerà soffrire in modo particolare Gentile, il quale comincerà, proprio a seguito della proposta, venuta da entrambi, di un differimento della discussione per via orale, a dismettere l’uso del “voi” e a passare direttamente al “tu”. Per un approfondimento critico del dissidio sul tema della storia della filosofia si veda G. Sasso, La polemica epistolare con G. Gentile sul problema dell’unità di storia e filosofia, in Id., Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Napoli, Morano, 1975, pp. 897-906. Per un primo generale inquadramento dei rapporti tra Croce e Gentile rimando a E. Cutinelli Rendina, Benedetto Croce. Una vita per la nuova Italia, vol. I: Genesi di una vocazione civile (1866-1918), Torino, Aragno, 2022, pp. 167-84, e a P. D’Angelo, Benedetto Croce. La biografia. I. Gli anni 1866-1918, Bologna, il Mulino, 2023, pp. 145-60.
  5. Per la ricostruzione di questi eventi si vedano B. Croce, G. Gentile, Carteggio. IV. 1910-1914, a cura di C. Cassani e C. Castellani, Torino, Aragno, 2019, e B. Croce, Una discussione tra filosofi amici, in Id., Conversazioni critiche, Serie seconda, Bari, Laterza, 1950, pp. 67-95.
  6. Per più recenti edizioni dei due documenti si rimanda a B. Croce, G. Gentile, 1925. I due manifesti, a cura di A. M. Carena, Torino, Aragno, 2016, e Manifesto degli intellettuali fascisti e antifascisti, introduzioni di G. Scirocco e A. Tarquini, Milano, Fuoriscena, 2023.
  7. Cfr. M. Maggi, Archetipi del Novecento. Filosofia della prassi e filosofia della realtà, Napoli, Bibliopolis, 2011.
  8. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. II, op. cit., p. 898.
  9. Ibidem.
  10. Ivi, p. 899.
  11. Ibidem.
  12. Ibidem.
  13. Ibidem.
  14. Tra i tanti documenti che andrebbero ricordati mi limito a citare in questo contesto soltanto B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Ed. Nazionale a cura di G. Talamo, con la collaborazione di A. Scotti, Napoli, Bibliopolis, 2004: quest’opera, apparsa per la prima volta nel 1928, contiene un duro giudizio sull’attualismo gentiliano e sanzionerà in via definitiva la rottura tra i due filosofi.
  15. G. Sasso, Introduzione a B. Croce, G. Gentile, Carteggio. I. 1896-1900, op. cit., p. XIV.
  16. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 5.
  17. G. Gentile, L’esperienza pura e la realtà storica, in Id., La riforma della dialettica hegeliana, III ed., Opere complete, vol. XXVII, Firenze, Le Lettere, 1996, pp. 233-62.
  18. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 6.
  19. Ivi, p. 8.
  20. Ibidem.
  21. Ivi, p. 22.
  22. Si legge oggi in B. Croce, Etica e politica aggiuntovi il Contributo alla critica di me stesso, Ed. Nazionale a cura di A. Musci, Napoli, Bibliopolis, 2015, pp. 345-89.
  23. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 66.
  24. Si veda B. Croce, Primi saggi, Ed. Nazionale a cura di D. Bondì, Napoli, Bibliopolis, 2024.
  25. B. Croce, Intorno a questa rivista, in «La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce», 13 (1915), pp. 318-20.
  26. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 66.
  27. Ibidem.
  28. Ivi, p. 67.
  29. Si cita la settima edizione riveduta: G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, in Id., Opere complete, vol. III, Firenze, Le Lettere, 2012.
  30. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 161.
  31. B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Ed. Nazionale a cura di E. Massimilla e T. Tagliaferri, con una nota al testo di F. Tessitore, 2 voll., Napoli, Bibliopolis, 2007.
  32. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 161.
  33. Ibidem.
  34. Ivi, p. 164.
  35. Ivi, p. 172.
  36. B. Croce, Filosofia e metodologia, in Id., Teoria e storia della storiografia, op. cit., pp. 128-39.
  37. B. Croce, Inizio, periodi e caratteri della storia dell’estetica, in Id., Nuovi saggi di estetica, Ed. Nazionale a cura di M. Scotti, Napoli, Bibliopolis, 1991, pp. 87-110.
  38. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 214.
  39. Ibidem.
  40. Ivi, p. 217.
  41. G. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, vol. I, III ed. riv., in Id., Opere complete, vol. V, Firenze, Le Lettere, 2012.
  42. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 284.
  43. Ivi, p. 287.
  44. Cfr. B. Croce, Poesia e non poesia. Note sulla letteratura europea del secolo decimonono, Ed. Nazionale a cura di P. D’Angelo, Napoli, Bibliopolis, 2023.
  45. Cfr. B. Croce, Goethe, con una scelta delle liriche nuovamente tradotte, Ed. Nazionale a cura di D. Conte, apparati critici a cura di C. Cappiello, Napoli, Bibliopolis, 2024.
  46. Cfr. B. Croce, La poesia di Dante, Ed. Nazionale a cura di G. Inglese, Napoli, Bibliopolis, 2021.
  47. Cfr. B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, Laterza, 1968.
  48. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 300.
  49. G. Gentile, Il carattere storico della filosofia italiana, in Id., I problemi della Scolastica e il pensiero italiano, in Id., Opere complete, vol. XII, Firenze, Le Lettere, 1963, pp. 209-36.
  50. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 331.
  51. Oggi si leggono in B. Croce, Etica e politica aggiuntovi il Contributo alla critica di me stesso, op. cit., pp. 9-202.
  52. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., pp. 331-32.
  53. Cfr. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., pp. 334 e 337.
  54. Ivi, p. 341.
  55. Ivi, p. 342.
  56. Ibidem.
  57. Ivi, p. 342, nota 2.
  58. Ivi, p. 342.
  59. B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, Ed. Nazionale a cura di M. Rascaglia e S. Zoppi Garampi, con una nota al testo di P. Craveri, Napoli, Bibliopolis, 2001.
  60. Oggi la recensione si legge in G. Gentile, Il marxismo di B. Croce, in Id., Frammenti di storia della filosofia, in Id., Opere complete, vol. LIII, Firenze, Le Lettere, 1999, pp. 217-21.
  61. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. I, op. cit., p. 350.
  62. Ibidem.
  63. Ibidem.
  64. Ivi, p. 354.
  65. Ibidem.
  66. Ibidem.
  67. Ibidem.
  68. Ivi, p. 356.
  69. Ivi, p. 357.
  70. Ivi, p. 467.
  71. Ivi, p. 469.
  72. Ibidem.
  73. Ivi, p. 472.
  74. Ibidem.
  75. Ivi, p. 474.
  76. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. II, op. cit., p. 492.
  77. Ibidem.
  78. Ibidem.
  79. Ivi, pp. 492-93.
  80. Ivi, p. 494.
  81. Ivi, p. 495.
  82. Ivi, p. 494.
  83. Ivi, p. 495.
  84. Ibidem.
  85. Ibidem.
  86. Ivi, pp. 500-501.
  87. Ivi, p. 499.
  88. Ivi, p. 500.
  89. Ivi, p. 504.
  90. Ivi, p. 505.
  91. Ivi, p. 509.
  92. Ivi, p. 524.
  93. Ivi, p. 538.
  94. Ivi, p. 544.
  95. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. II, op. cit., p. 548, nota 1.
  96. Ivi, p. 548.
  97. Ibidem.
  98. Ibidem.
  99. Ibidem.
  100. Cfr. G. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, vol. II, V ed. riv., in Id., Opere complete, vol. VI, Firenze, Le Lettere, 2012, e B. Croce, recensione a G. Gentile, Sistema di logica come teoria del conoscere, volume secondo, Bari, Laterza, 1923, in «La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce», 22 (1924), pp. 49-55.
  101. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. II, op. cit., p. 848.
  102. Ibidem.
  103. Ibidem.
  104. Ibidem.
  105. Ivi, pp. 848-49.
  106. Ivi, p. 850.
  107. Ibidem.
  108. Ivi, p. 851.
  109. Ibidem.
  110. G. Gentile, Un altro giudizio di B. Croce sull’idealismo attuale, in «Giornale critico della filosofia italiana», V, 1 (1924), pp. 67-72.
  111. B. Croce, G. Gentile, Carteggio. V. 1915-1924, t. II, op. cit., p. 876.
  112. Ibidem.
  113. Ibidem.
  114. Ibidem.
  115. Ivi, p. 877.
  116. Ibidem.
  117. Ivi, p. 855.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

I “Matteottini”: Pertini, Rosselli, Saragat

Author di Valdo Spini

Giacomo Matteotti fu certamente un martire della violenza fascista, un uomo che la sfidò sin dal 1921 fino all’estremo sacrificio. “Adesso preparate il mio elogio funebre”, disse al deputato socialista friulano Giovanni Cosattini che gli sedeva accanto il 30 maggio 1924 e si era congratulato con lui per il suo discorso. Continua a leggere I “Matteottini”: Pertini, Rosselli, Saragat

(fasc. 54, 25 novembre 2024)

Giacomo Matteotti: pensieri sparsi in occasione di un centenario

Author di Severino Saccardi

Nel centesimo anniversario della scomparsa (per mano fascista) di Giacomo Matteotti, molto è stato detto e scritto sulla sua vicenda e sulla sua figura. È difficile aggiungere qualcosa di significativo. Io mi limiterò a formulare dei pensieri sparsi.

Continua a leggere Giacomo Matteotti: pensieri sparsi in occasione di un centenario

(fasc. 54, 25 novembre 2024)

Lo storicismo di Croce negli anni Trenta del Novecento

Author di Renata Viti Cavaliere

Croce assegnò al suo pensiero il titolo di storicismo, seguito dall’aggettivo “assoluto”, non prima degli anni Trenta del Novecento. Con il nuovo nome non esprimeva una denominazione di scuola né intese annunciare l’adesione a un movimento di idee preesistente. Nei riguardi dello storicismo il giovane Croce aveva avuto semmai accenti molto critici, mentre, nella maturità, il filosofo terrà in particolar modo a distinguersi dallo Historismus tedesco, pur apprezzando da sempre i grandi metodologi del pensiero storico in Germania.

Lo storicismo crociano è stato perciò uno storicismo sui generis, peculiarissimo, dal carattere fortemente etico-politico, laicamente “religioso”, in continuità con la filosofia dello spirito che aveva avuto nella dottrina delle categorie conoscitive e pratiche il suo fulcro essenziale; storicismo, con il quale Croce intese fornire infine una legittimazione ulteriore al problema del conoscere storico nella forma già teorizzata nella Logica del 1909. Non si stabilì pertanto uno iato tra le categorie eterne, i cosiddetti “distinti” della prima sistemazione della filosofia di Croce, e lo storicismo della maturità che parrebbe, secondo alcuni interpreti, tradire l’immobilità delle forme caratterizzante la forza di uno spirito perenne. Si può sostenere, invece, che nei successivi sviluppi della riflessione sul pensiero vivente rimane inalterato lo strumento di lavoro che Croce aveva individuato nel giudizio storico, per quel suo perpetuo legame con i problemi particolari che mutano al cambiare dei tempi. Prova ne fu il “quarto” volume della filosofia dello spirito che, come si è detto, chiudeva il sistema mentre apriva il pensiero filosofico alla singolarità di sempre nuove esperienze storiche. Il riferimento è alle pagine di Teoria e storia della storiografia, uscito prima in tedesco nel 1915 e poi nell’edizione italiana del ’17. Lo storicismo degli anni Trenta portava in sé il riferimento alla storicità delle umane cose e alla contemporaneità di ogni vera storiografia, culminando infine nel motto “nient’altro che storia”, per il quale, se tutto è storia, niente che la riguardi può dirsi in alcun modo veramente assoluto[1].

In una nota autobiografica, aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, Croce ricorda di aver scritto quelle pagine, nel 1915, «quando cominciò a farsi chiaro che con la guerra europea si era entrati in una nuova epoca storica»[2]. La critica di sé stesso, che dello storico di professione rimarca il compito di un’analisi il più possibile spassionata, aveva avuto allora origine in stretto rapporto con la percezione di un profondo mutamento culturale e politico. Nella Nota autobiografica aggiunta nel ’34, riprendendo il racconto interrotto venti anni prima, Croce ricordava che la tempesta, annunciata in chiusura del Contributo, mentre intorno ruggiva la guerra, si era poi scatenata nel mondo senza che si intravedesse oramai barlume di speranza o via d’uscita[3].

Merita particolare attenzione la Nota del ’34, per più di un motivo. Croce si avvicinava ai settant’anni, e per questo traguardo esistenziale aveva vagheggiato di dedicare minor fatica agli studi per rivolgersi a trasmettere ai più giovani i “piccoli segreti del mestiere” – così li definiva ‒ tra i quali il legame che la filosofia, la storia e la letteratura debbono avere con la «disposizione morale e religiosa» dello spirito[4]. Del tutto alieno da una produzione di pura filosofia che non fu mai nelle sue corde, Croce aveva atteso in quegli anni a scritti di storia il cui concetto, nel volume Etica e politica del ’31, ebbe un significativo approfondimento nella formula da lui adottata di “storiografia etico-politica”, nata allo scopo di armonizzare le pretese di unilateralità della storia dello Stato con la storia della Cultura o della civiltà. Croce riferiva inoltre di aver fatto importanti avanzamenti teorici, sia nei Nuovi saggi di estetica sia in una raccolta di scritti alla quale avrebbe a breve dato il titolo Ultimi saggi (1935), quasi a segnare l’avvenuto approdo finale[5]. Le cose andarono assai diversamente anche perché, nei secondi anni Trenta, avrebbe visto tra l’altro la luce La storia come pensiero e come azione che è l’opera più significativa ai fini della riflessione sullo storicismo. Sul piano della teoria, scriveva Croce, la concezione della filosofia sub serviente alla storia, e dello spiritualismo assoluto che chiude il varco a ogni trascendenza, può deludere le anime belle che nella vita investono tutti i loro patemi e i loro sterili entusiasmi. Sennonché l’unica realtà dello spirito, mai negatrice del suo presunto contrario, lungi dal produrre una perdita si converte nella ricchezza della vita, proprio nell’atto di viverla come il finito-infinito che non ha alcuna misura fuori di sé[6]. Più d’una volta, nel Contributo, Croce fa riferimento al suo posizionamento nei riguardi delle vicende storiche in corso, diviso come venne spesso a trovarsi tra la necessità di “liquidare il passato” e il bisogno di rispondere alla novità sconfortante di tempi burrascosi.

Nella Nota aggiunta nel ’50 egli rievocava in maniera sofferta l’avvento del fascismo, una volta caduto il governo Giolitti nel quale aveva ricoperto il ruolo di Ministro della pubblica istruzione dal 1920 al ’21, quel fascismo che poco accortamente aveva considerato in un primo tempo un episodio “patriottico” del dopoguerra, e che invece si apprestava a togliere dalle mani dell’Italia quella libertà tanto faticosamente guadagnata[7]. Dopo la caduta del fascismo nel luglio del ’43 accettò di presiedere il ricostituito Partito Liberale Italiano, presidenza dalla quale si dimise nel ’47. Sempre ben ferma nel frattempo era stata da lui tenuta la convinzione filosofica per la quale il pensiero va esercitato in contatto con la realtà che muta. Le conclusioni a cui era giunto intorno alla storia e ai suoi rapporti con la filosofia, scrive a conclusione della nota del ’50: «mi suggerirono, e quasi mi imposero, il titolo di “storicismo”, al quale apposi, per indicarne il carattere, l’aggettivo di “assoluto”»[8].

Ci si chiede come di fatto maturò negli anni Trenta la nuova determinazione della filosofia dello spirito. Il nome diverso mandava definitivamente in soffitta qualificazioni da Croce sempre rifiutate, se riferite a lui ovviamente, come quelle di hegelismo, neohegelismo o teoria dei valori. L’idealismo che Croce aveva professato in ossequio alla tesi ch’esso attiene a ogni filosofia che voglia dirsi tale, com’ebbe a sostenere lo stesso Hegel, fu per lui innegabilmente la voce filosofica consona alla negazione del Positivismo e di ogni forma di trascendenza. Eppure, in una noterella del ’41, Croce finì per dichiarare l’idealismo, non più corrispondente al suo modo di sentire i problemi del pensiero storico, una denominazione filosofica da abbandonare, anche per il fatto che tante volte gli studiosi erano incorsi in palesi fraintendimenti[9]. La questione non è secondaria, se anche gli interpreti del pensiero di Croce hanno finito per imputargli talvolta un idealismo manchevole in virtù dello sbocco storicistico degli anni Trenta, e, altra volta, uno storicismo imperfetto a causa dell’idealismo assoluto da Hegel interamente recepito e mai davvero superato. Non fu comunque una finalità puramente nominale quella che indusse Croce a dirsi “storicista”, perché si trattò per molti versi di una presa d’atto della necessità di tornare sui propri passi, non però sul piano teorico, ma riguardo alla lettura non sempre accorta che egli stesso, come molti dei contemporanei pur così avveduti, aveva dato delle vicende italiane ed europee d’inizio secolo ventesimo. Al pensatore tocca allora, per la natura stessa del suo lavoro intellettuale, un supplemento di riflessione al mutare delle circostanze, come fa il nuotatore che adegua le bracciate al salire dell’onda.

La conferenza Antistoricismo, tenuta da Croce a Oxford in occasione del Congresso internazionale di filosofia nel settembre del 1930, conteneva per via negativa l’annuncio del nuovo storicismo[10]. Non stupisce che la stesura del testo gli sia risultata faticosa, come si legge nei Taccuini, per la difficoltà dichiarata dal filosofo a stilare discorsi destinati a convegni. E, tuttavia, quella “piccola relazione”, come la definisce Croce, tenuta da lui in francese, toccava in modo magistrale il punto dolente delle condizioni spirituali dell’Europa, suscitando reazioni diverse in Italia e fuori dell’Italia. La tonalità con la quale egli affrontò il tema dell’antistoricismo risuonava in tutta evidenza con la forza di una non sottintesa caratura etico-politica e fondamentalmente “religiosa”. Croce muoveva una forte invettiva contro i nemici del sentimento storico i quali sono nel mondo moderno i veri atei, coloro che sconfessano l’ultima religione che resti all’umanità, cioè la fiducia nella storia come storia della libertà. Il valore da difendere era appunto la storicità che per i filosofi consiste nel «nodo del passato con l’avvenire, garanzia di serietà del nuovo che sorge»[11]. Croce parlava a nome dei filosofi rivolgendosi parimenti agli storici, depositari anch’essi di civiltà e cultura nell’unità di un compito comune, in piena osservanza del costrutto logico tempo addietro teorizzato.

Mosso dallo sconforto per l’avversione mostrata proprio dagli intellettuali, “procreati dalla libertà”, nei riguardi del sentimento storico che è sentimento intrinsecamente liberale, il discorso ebbe il significato di una denuncia della situazione politica dell’Occidente europeo. La decadenza negli studi, divisi tra passatisti e futuristi, andava di pari passo con l’affermarsi, non solo in Italia, dell’autoritarismo, del disciplinarismo, contigui a violenza e a imbarbarimento dei costumi, a durezza del comando, quasi riti orgiastici di tipo finanche satanico. I presupposti di un tale clima di dominio autoritario risiedevano nella negazione della storia come il regno del relativo, del mobile e del diverso, dell’individuale e del vario, e dunque nella preferenza per le regole fisse, per i modelli astratti, per l’assoluto che sta fermo in una sfera superiore di inattività. Gli antistoricisti si erano schierati a favore di un vieto tradizionalismo, ossia di un rapporto acritico con la tradizione, la quale certo non va negata se prelude a nuove creazioni, come accade nell’arte, o nella poesia, che mai si appaga del generico o di una vuota ripetizione. D’altronde, proprio i cosiddetti futuristi, fautori della rinuncia al passato in nome di un vitalismo fine a sé stesso, negano la storia con la pretesa di imporre dall’alto la regola di un irrazionalismo astratto, zelatori della vita per la vita e parimenti negatori della sua genesi costante. Sotto le formule filosofiche, incalzava Croce, stanno comunque le dramatis personae dell’odierna lotta politica: imperialismo, nazionalismo, statalismo, ripresa cattolica e clericale. Sicché con la disciplina soldatesca è venuto meno l’abito critico, producendo impoverimento mentale, disperazione e nevrosi, sino al culmine dell’opzione per l’Anti-Europa, che vuol dire sradicarsi dalla storia del secolo decimonono e dai precedenti eventi rivoluzionari della Francia di fine Settecento[12].

Al senso storico «come civiltà e cultura» plaudì Thomas Mann, il quale, ricevuto in omaggio il saggio crociano, si disse molto onorato del dono, e partecipe di uno stato d’animo di forte ambascia per la situazione storico-spirituale della Germania[13]. Karl Vossler scriveva a Croce nell’ottobre del ’30 che Friedrich Meinecke avrebbe pubblicato nel prossimo numero della «Historiches Zeitschrift» il suo discorso, che aveva molto apprezzato[14]. In Italia, invece, Croce dovette registrare reazioni negative e accuse forse non del tutto impreviste, che lo colpirono comunque profondamente: Giovanni Gentile, in un pubblico discorso e interventi sulla stampa, lo accusò di aver messo in cattiva luce l’Italia contemporanea parlando per di più da una cattedra internazionale, finendo così per additare Croce a una possibile vendetta del regime[15]. Va ricordato che nel 1926, l’anno successivo alla pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti, Croce aveva avuto la casa invasa durante la notte da squadristi che misero in serio allarme lui e la famiglia, motivo per il quale egli visse con comprensibile sdegno e rinnovato timore l’invettiva dell’antico amico Gentile.

Nel tempo della dittatura fascista Croce scrisse, tra l’altro, la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928) e la Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932)[16]. Testi di storiografia, che gli storici di mestiere hanno per lo più giudicato, dal punto di vista della raccolta dei fatti empirici, parzialmente insoddisfacenti, nei quali scorreva tuttavia il succo filosofico di uno storicismo in embrione, diverso dalla tradizione, fatta eccezione per Vico, basato sulla natura dello spirito vivente che ha in sé l’energeia della libertà come forza propulsiva degli eventi, un primum incondizionato non collocabile altrove rispetto al tempo storico. Più vicino a Goethe nel ritenere la presenza dell’eterno nel transeunte, Croce non concepiva visioni sovratemporali del cammino umano, nemico come fu sin da giovane delle filosofie della storia che si fondano per lo più su rivelazioni e fedi dogmatiche[17].

L’espressione “religione della libertà”, adottata nel Prologo della Storia d’Europa, indicava con particolare enfasi l’ideale liberale come la categoria di tutte le categorie dello spirito e non riguardò certo il culto per una particolare confessione mitico-rituale. Neppure è corretto ritenere ch’egli volesse semplicemente restaurare il passato[18]. Croce confidava piuttosto nella nascita di una possibile nuova coscienza del futuro, senza falsi profetismi o annunci catastrofici[19]. Potrà accadere, diceva, che dal passato, riletto e interpretato alla luce di nuove esperienze, nascano altri concetti sociali, politici, storici; può accadere che, per esempio, dall’assurdo di nazionalismi estremi possa germinare l’idea di una nazionalità senza basi etniche e naturalistiche.

Croce aveva costruito il suo racconto a partire dalla fine dell’era napoleonica, quando in molte parti dell’Europa si erano accese le richieste di indipendenza e di libertà, che tuttavia parvero dare segni di cedimento man mano che ci si accostava ai tempi che precedettero la grande guerra. Nella gran mole dei fatti rievocati Croce mirò a cogliere qualcosa di essenziale, estraendo da essi, scrive Galasso, «una sorta di teorema della libertà». Descrisse un mondo che non c’era più per figurarsi in avvenire molto più di una speranza nel meglio. Immaginava un’Europa dei popoli, diversi per lingua e cultura, uniti nella comune lotta per la civiltà contro ogni barbarie in nome di un linguaggio antico, originario, che è la filosofia stessa, ovvero la capacità di discernimento che scevera i fatti nella funzione conoscitiva del giudizio storico. Non c’è un ordine liberale da sostituire con la forza in qualità di dominio rispetto ad altre convinzioni politiche o istituti giuridici[20]. La regola del gioco liberale e democratico è quella di non consentire che se ne capovolga il principio, ferma restando la libertà di professare ogni idea e opinione che non si traduca nel torbido culto della nazione, della razza, del dominio materiale, dell’idolatria del passato. Questo il senso delle fedi religiose opposte.

Là dove era stato possibile attingere alla fonte di energie spirituali e filosofiche di stampo liberale, la cultura europea aveva respirato e agito con buona lena fuori dell’oppressione chiesiastica e assolutistica. Quando invece intellettualismi, irrazionalismi, uniti a un puro naturalismo e a un certo darwinismo si insinuarono nelle pieghe della vita culturale europea del primo dopoguerra, là ripresero dimora assolutismi e dispotismi di ogni sorta. Come accadde nell’arte e nella letteratura, quando la decadenza da concetto negativo si fece ideale da perseguire con compiacimento e in politica ripresero centralità i temi della forza e del potere per il potere da parte di Stati e di sedicenti condottieri. Lo storicismo si andava affermando nella mente del Croce assieme alla concezione della storia che, se malauguratamente è guidata da forze cieche, esterne all’umana capacità d’iniziativa, si caratterizza per la negatività di tirannie e tendenze reazionarie. L’attraversava in ogni modo un filo conduttore etico-religioso, immanente agli eventi, drammatico, attivo e creativo, che in tempi bui opera senza esaurirsi così come nella vita morale mai si esce dalla dialettica di bene e male.

Nel 1933 Croce tenne ancora a Oxford, al Lady Margaret Hall, un discorso di carattere estetico-politico, dal titolo Difesa della poesia, nel quale, ispirandosi a una prosa del poeta inglese Shelley, spirito romantico del primo Ottocento dall’animo fieramente libero rispetto ai conformismi dell’epoca, si rivolgeva al mondo creativo per un’educazione del genere umano. Non mancò di ricordare parimenti l’opera di Friedrich Schiller, filosofo e drammaturgo tedesco del Settecento, che fu eccentrico teorico dell’arte come un «nobile gioco»[21].

La religione della libertà, invocata nella Storia d’Europa, che non fu però espressione di novella fede nell’opera di una provvidenza che sappia agire sopra le volontà umane, si incarnava ora nel compito salvifico affidato ai creatori del linguaggio, della musica, della pittura, i quali, proprio quando la tradizione pare essersi malauguratamente perduta, aiutano a colmare il dissidio tra Stato di forza e Stato di ragione[22]. La poesia, come Croce la intese, è lontana dalla naturalistica effusione di passioni sfrenate, perché essa è fonte di civiltà, istitutrice di leggi e di solidarietà sociale, nell’unità della “cultura” in generale, capace di affinare le menti e i cuori nell’armonia di intelletto e sensibilità.

***

Altrettanto interessante è la terza nota autobiografica aggiunta al Contributo nel 1941. Essa contiene brevi ed essenziali osservazioni sui sette anni intercorsi dagli appunti redatti nel ’34. Nel frattempo era accaduto il peggio: la guerra aperta e violentissima aveva preso forma politica, pur mantenendo agli occhi di Croce echi significativamente “religiosi” per aver messo del tutto in ombra l’idea di libertà, alla difesa della quale egli si era così tanto impegnato in quegli anni. Scriveva:

Ora, nella difesa che si è dovuta ripigliare della non più riverita e indiscussa libertà, era necessario agli sforzi pratici e alle asserzioni passionali unire per sostegno e fondamento la vigorosa affermazione e dimostrazione logica, la teoria speculativa della libertà[23].

Si apprestò a darne corso nel volume La storia come pensiero e come azione e nella raccolta di saggi dal titolo Il carattere della filosofia moderna, rispettivamente del 1938 e del 1941. Un ritorno dunque alla teoria, alla teoria speculativa della libertà, senza che però dovesse venir sovvertito l’impianto logico del 1909, che era stato significativamente già rimodulato in Teoria e storia della storiografia edito negli anni 1915-1917.

Croce riassumeva così il suo pensiero nel contenuto del saggio del ’39 intitolato La filosofia come storicismo assoluto, nel quale formulava la nuova denominazione ritenuta ora più calzante alla filosofia dello spirito. L’idealismo era andato via via declinando nel passare dalla classica metafisica “degli oggetti” a una metafisica “della mente”, intestata quest’ultima a Hegel, esponente sommo dell’Ottocento tedesco in epoca romantica. Lo storicismo assoluto è comunque ora il nome stesso della filosofia nel suo principio logico che è l’unità del pensiero con i fatti, vale a dire del pensiero alla prova del nesso con le situazioni particolari. Croce chiariva infatti che le definizioni filosofiche, e certo anche la denominazione del proprio filosofare, affondano le radici nel terreno storico, hanno cioè sempre un esplicito riferimento al mondo concreto in cui il pensatore si trova a vivere. Veniva da lui così congedato definitivamente il dualismo metafisico, che nasce quando si rompe l’unità di categoria e fatto nell’entificazione di tipo naturalistico, perciò adialettico, di bene e male, di anima e corpo, di immanenza e trascendenza. La filosofia storicistica così intesa non avrebbe preso il dominio sulla storiografia come un sovrano fa con i sudditi, come fa una “guida” volta a indirizzare le cose umane a forza di apriori, di miti e di quelle pure astrazioni o perversioni logiche che sono la razza, la classe, il diritto naturale, la società senza stato[24]. Le categorie dello spirito non mutano, pena la fine del mondo umano, ma mutano i concetti che di esse ci facciamo in un continuo processo di arricchimento storico, che dissolve la costruzione metaforica di entità sovratemporali[25].

Nello stesso anno usciva sulla «Critica» un articolo su La fine dello Stato etico, rivolto icasticamente a Gentile che però non è mai nominato nel testo, nel quale Croce decretava la morte per sfinimento di un concetto che si era fatto malamente risalire a Hegel e che dopo quindici anni di teoria fascista dello Stato si sperava liberasse l’Italia dalla sua «goffa presenza», visto che la politica spregiudicata di quei tempi evocava tutt’altro che qualcosa di riconducibile alla vita morale[26].

Nel dicembre del ’39 Croce scriveva su richiesta della direzione della rivista «Science of Culture», edita presso Harcourt and Brace di New York, un trattatello di filosofia della libertà che pubblicò in italiano con il titolo: Principio, ideale, teoria. A proposito della teoria filosofica della libertà. Si ispirò al criterio verificabile per il quale, al crollo dell’ideale liberale dopo la prima grande guerra, avrebbe dovuto far seguito, come sempre accade dopo le “crisi”, un ideale nuovo, un ideale morale di umanità e di civiltà. Nonostante il pessimismo indotto dal «fragore di gridi e di armi», e al cospetto dei poteri totalitari in Europa, non restava altro al filosofo che ribadire i concetti fondamentali relativi alla storia come storia della libertà, che è forza creatrice di bellezza, di verità e di azioni utili e morali. Deve essere chiaro, però, che «tutto il peggio del peggior passato può sempre tornare, sebbene torni in condizioni sempre nuove e perciò, vinto e superato che sia, porti a un nuovo maggiore elevamento: l’epopea della storia è più vicina alla tragedia che non all’idillio»[27].

Nel libro del ’38 La storia come pensiero e come azione Croce fa del suo storicismo un vero e proprio posto di combattimento in chiave etico-politica. Avverso all’antiquata metafisica, lo storicismo mostrava il suo carattere distintivo nel confronto con il razionalismo astratto che nel diciottesimo secolo ebbe il nome di Illuminismo[28]. Il nerbo della polemica, scriveva Croce, sta nella dimostrazione che le idee o valori, assunti a modelli della storia, non sono immobili entità fuori del concreto movimento dei fatti, ma sono fatti storici essi stessi. Ribadiva una tesi altre volte confermata, ma ora riferita in aperto conflitto con quella forma di storicismo «perfetto e definitivo» che si era già affermato nella Germania bismarckiana e che preluse alla catastrofe totalitaria dell’hitlerismo. Gli parve anzitutto un potenziale errore logico il convincimento che si possa parlare di uno storicismo «definito» in ogni modo, che sarebbe di fatto la via migliore da imboccare nella direzione di un antistoricismo per definizione[29]. Non per la prima volta Croce interveniva sull’opera di Friedrich Meinecke, avendone stimato in passato le teorie storiografiche. Nei primi anni Cinquanta Croce tornerà su di esse, esprimendo per lo studioso tedesco antica stima assieme ai contrasti insanabili: «Che il Meinecke potesse rappresentare in Germania una unificazione della storia con la filosofia quale io procuravo di avviare in Italia, credetti alla prima quando egli pubblicò il suo libro sul cosmopolitismo e lo stato nazionale»[30].

Nei Marginalia, aggiunti nel ’27 alla terza edizione di Teoria e storia della storiografia, aveva riportato con soddisfazione le parole dello storico tedesco: «Il mio libro [Weltbürgertum und Nationalstaat] – scriveva Meinecke ‒ si fonda sul convincimento che l’indagine storiografica tedesca […] si deve innalzare a più libero moto e contatto con le grandi forze della vita politica e della cultura, […] deve tuffarsi nella filosofia e nella politica, e così solo potrà svolgere la sua intima essenza insieme universale e cosmopolitica»[31]. Dalle opere posteriori di Meinecke sarebbero emerse tuttavia differenze tali che spinsero Croce a contraddirne le tesi punto per punto, pur restando immutato il rispetto per la probità scientifica dell’amico di antica data. Si spiega così il frequente confronto di Croce con storici di valore (come il Ranke, del quale Meinecke era stato fedele allievo), i quali avevano contribuito a uno storicismo (Historismus) su fondamenti teorici profondamente diversi dal suo, specie in momenti storici cruciali che imponevano un forte posizionamento di carattere etico-politico.

Nel volume del ’36 Le origini dello storicismo, Meinecke aveva indicato nella nozione dell’individuale, già presente in età illuministica, il segno della nascita di un’idea di storicismo anticipatrice del Novecento. Croce non ritenne questo riferimento, pur non contestabile nei fatti, un motivo sufficiente per rivedere l’interpretazione del secolo dei Lumi, dal momento che, fatta salva la necessaria prossimità al particolare propria della storiografia in ogni tempo e dunque anche di quella settecentesca, non si dovrebbe parlare di storicismo vero se si prescinde dall’esperienza del pensiero con l’ausilio di concetti puri che sono le forze generatrici e giudicatrici dello svolgimento del reale[32]. Il puro e semplice individuale sarebbe altrimenti esposto all’irrazionale, al mistero, al bisogno di trascendenza colmo di devozione per l’Inesplicabile. L’irrazionale, lungi dal venir abolito, andava, secondo Croce, riveduto nel suo proprio ufficio, non meno importante del compito della ragione che indaga il significato.

Al rapporto dello storicismo con la vita politica è dedicato il secondo capitolo della prima sezione del libro del ’38. Si fa qui più chiaro l’obiettivo militante dello storicismo crociano; occorreva professarlo e mantenerlo vivo in primo luogo ai fini del risanamento della vita morale dell’Europa. Il nemico da combattere, non solo avversario di una disputa filosofica, era a quel tempo l’amoralismo, che veniva allargandosi sotto mentite forme storicistiche nelle parti corrotte della nazione tedesca. I segni erano questi: accettazione della necessità storica, fatalismo, inerzia, negazione della storiografia come fonte di attività e preparazione all’azione[33]. Gli storici “puri”, senza problema storico, alla maniera di Leopold von Ranke, che ne fu il caposcuola, escludevano con buona ragione l’ingerenza di pregiudizi di ogni sorta, ma negavano la narrazione pensata dei fatti che è il presupposto di ogni lotta politica, morale e di civiltà.

Lo Historismus tedesco, con le dovute eccezioni, sembrò al Croce intellettualistico, astratto, intriso di prussianesimo e del connesso culto dello Stato forte, accentratore del potere. Croce imputava a Ranke un certo naturalizzamento delle determinazioni ideali e delle nazioni, che sono, come le diverse epoche storiche, tutte ugualmente vicine a Dio[34]. Ne derivava scarso interessamento per il senso del politico, unito alla tendenza al quietismo e al conservatorismo tradizionalista. Era nata così e andò diffondendosi una forma mentis che in Germania fece scuola per servilità verso i governi di stampo bismarckiano fino al regime nazista. A questa mentalità Croce aveva rivolto una critica negativa e senza appello due anni addietro nell’articolo inviato al giornale di Berna «Die Nation» (1936) dal titolo accorato La Germania che abbiamo amato[35].

Com’è stato possibile, si chiedeva, che la cultura venisse istituzionalizzata al punto di ricondurla a un dato popolo e a un regime basato su principi autoritari e razzistici? Se la grande stagione della creatività tedesca, tra Sette e Ottocento in particolare, fosse stata la “quintessenza della germanicità”, sarebbe rimasta del tutto estranea all’Europa. Croce amava la cultura tedesca, rimpiangendo quel sentimento cosmopolitico che un tempo l’aveva ispirata, quand’era stata priva dell’impronta di un nazionalismo estremo[36]. Degenerata è dunque la cultura di quei popoli per i quali l’unità della loro storia è risposta nella “razza”. Miti che, sobbollendo «dei peggiori istinti della disumanità», della prepotenza e della violenza tipiche dell’anti-Storia, finiscono per indicare l’elemento unificatore non in un fatto politico mitizzato ma nel dato naturale, con l’esito di ottenere l’assurda identificazione di storiografia e zoologia[37].

In conclusione, lo storicismo crociano degli anni Trenta, riprendendo i fondamenti logici dell’inizio del secolo ventesimo, ne aggiornava i contorni e la fisionomia non per smentirli ma per indirizzarli al compito di esercizio critico della ragione in occasione dei nuovi problemi all’ordine del giorno della storia. Ebbe dunque un significato intimamente liberale, una valenza umanistica e un evidente sfondo estetico, ferma restando la natura dialettica della storia che, come la vita morale, è lotta inesausta di elementi opposti. In quegli anni al Croce, come a molti contemporanei, si erano palesate nel loro potere terribile e travolgente la potenza del negativo e l’intrusione non del tutto aggirabile dell’irrazionale, che è una forza distruttiva all’origine di profondi disastri non solo nel campo delle idee. Eppure in esso dimora qualcosa di propulsivo e sorgivo al tempo stesso, una spinta Vitale di foggia comunque “spirituale” allo stato nascente, foriera di imprevedibili esiti nel cammino umano. L’allerta etico-politica, dal tono laicamente religioso in lotta contro la miscredenza nel valore sommo della civiltà, si era fatta perciò cosa urgente e necessaria. Croce scriveva nelle pagine finali del libro del ’38:

Al sorgere dell’umanismo, che parve soltanto un moto di fastidio contro la scolastica e un inno alla bellezza antica e che operò principalmente nel campo dell’arte, tennero dietro presto gl’incalzanti progressi della cultura e del pensiero, che rinnovarono la filosofia e tutte le discipline morali, l’etica e la politica e la teoria dell’arte, e la metodologia delle scienze; e di questo gran lavoro spirituale erede è lo storicismo[38].

Lo storicismo, erede dunque dell’umanesimo classico, rappresentava al meglio il nocciolo di verità in esso contenute, cioè il senso sempre vivo di un’inquietudine morale che allora Croce intravedeva, ahimè, riflessa di luce oscura nelle acque agitate dell’imminente tempesta bellica.

  1. Il riferimento è tratto dal capitolo Lo storicismo e la sua storia, in B. Croce, La storia come pensiero e come azione [1938], Edizione Nazionale a cura di M. Conforti, con una Nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2002.
  2. Cfr. B. Croce, Contributo alla critica di me stesso, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo, p. 99.
  3. Ivi, Note autobiografiche (1934), p. 73.
  4. Un florilegio di pagine autobiografiche è ora proposto nel volumetto B. Croce, Soliloquio, a cura di G. Galasso, con prefazione di P. Craveri, Milano, Adelphi, 2022.
  5. Ivi, p. 78.
  6. Ivi, p. 80
  7. Aggiunta all’edizione 1950 del Contributo cit., pp. 99-101.
  8. Ivi, p. 102.
  9. B. Croce, Una denominazione filosofica da abbandonare: l’«idealismo», in Id., Discorsi di varia filosofia, Edizione nazionale a cura di A. Penna e G. Giannini, con una nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2011, vol. II, pp. 314-16.
  10. B. Croce, Antistoricismo, in Id., Ultimi saggi [1935], Edizione nazionale a cura di M. Pontesilli, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 233-44. Si veda il recente B. Croce, Discorsi di Oxford. Antistoricismo e «Difesa della poesia», con un saggio di G. Sasso, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2023.
  11. Ivi, p. 243.
  12. Ivi, p. 240.
  13. Si veda la lettera di Thomas Mann indirizzata a Croce da Monaco il 28-XI-1930 nel volume B. Croce-T- Mann, Lettere 1930-1936, a cura di E. Cutinelli Rèndina, prefazione di E. Paolozzi, Napoli, Pagano, 1991, p. 3.
  14. Cfr. Carteggio Croce-Vossler (1991-1949), a cura di E. Cutinelli Rèndina, Napoli, Bibliopolis, 1991, p. 338.
  15. Per la notizia del fatto criminoso rinvio a G. Sasso, Per invigilare me stesso. I Taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 1989, p. 113, nota 83.
  16. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991 e Id., Storia d’Europa nel secolo decimonono, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1993. Di quest’ultimo testo rinvio alla recente edizione a cura di Massimo L. Salvadori, Roma, Donzelli, 2022. Si veda inoltre G. Sasso, Storia d’Italia e Storia d’Europa, Napoli, Bibliopolis, 2017.
  17. Le filosofie della storia, secolarizzate in età moderna, sono tutte, da Agostino a Bossuet, di natura teologica e indirizzate a un fine predestinato di salvezza. Rinvio al volume di K. Lȏwith, Significato e fine della storia, Milano, Il Saggiatore, 2010.
  18. Nella Storia d’Europa è stata colta una fede agostiniana nella “Città di Dio”, per essere nata anch’essa in tempi di instabilità politica e di “invasioni barbariche”. In particolare F. Chabod, nel saggio Croce storico (in «Rivista storica italiana», 1952), intese rilevare in quell’opera, in dissonanza con le affermazioni di Croce, una determinata filosofia della storia, carente di cose concrete e dunque ricca di afflato religioso.
  19. Nell’Epilogo della Storia d’Europa, in tempi di semplicismo e credulità, Croce formulava l’idea di unità europea opposta alle competizioni dei nazionalismi. Rimando al mio saggio Croce e la storia del futuro, in Saggi sul futuro. La storia come possibilità, Firenze, Le Lettere, 2015, pp. 115-34.
  20. Lo storicismo annunciato da Croce in quegli anni parve a Gramsci del tutto privo di “scientificità”, neppure imparziale e disinteressato come si addice alla contemplazione dell’eterno divenire umano. Il fatto è che Croce non pensava affatto in termini di filosofia della storia. D’altronde, non intese certo formulare un programma politico a scadenza immediata in senso ideologico. Gramsci leggeva, invece, nello storicismo crociano dei primi anni Trenta un progetto di trasformazione della realtà, certo teoricamente in linea con la filosofia della prassi, ma priva del momento “etico” che nella forma della storiografia etico-politica escludeva la propaganda di chi vuol cambiare a breve e in una certa direzione il corso del mondo. Cfr. A. Gramsci, Quaderno X (1932-1935).
  21. B. Croce, Difesa della poesia, in Id., Ultimi saggi, op. cit., pp. 63-80.
  22. Ivi, p. 68.
  23. B. Croce, Note autobiografiche II, in Id., Contributo cit., p. 95.
  24. B. Croce, Il concetto della filosofia come storicismo assoluto [1939], in Id., Il carattere della filosofia moderna, Edizione nazionale a cura di M. Mastrogregori, Napoli, Bibliopolis, 1991, pp. 9-28.
  25. Rinvio alle Osservazioni intorno alla dottrine delle categorie in B. Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici [1951], Edizione nazionale a cura di A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 1997, p. 135.
  26. Negli anni Trenta i professori del terzo Reich venivano a tenere conferenze in Italia (Heidegger, Carl Schmitt, il sociologo Hans Freyer e altri), come narra Karl Löwith nelle sue memorie La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Milano, Il Saggiatore, 1988. Racconta l’incontro a Napoli con Benedetto Croce, con il quale ebbe anche modo di passeggiare per i vicoli della città.
  27. B. Croce, Il carattere della filosofia moderna [1941], op. cit., pp. 103-21.
  28. Sempre utile il volume di G. Cotroneo, Croce e l’Illuminismo, Napoli, Giannini, 1970.
  29. Segnalo la voce “storicismo” redatta da F. Tessitore nel Lessico crociano, a cura di R. Peluso, Napoli, La scuola di Pitagora, 2016, pp. 681-716, per un confronto serrato tra i diversi storicismi, a partire dalla storia della formazione di un concetto che ha attraversato la tradizione del pensiero europeo tra Italia e Germania. Di F. Tessitore si veda comunque l’ampio volume La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012.
  30. B. Croce, Le teorie storiografiche di Federico Meinecke, in Id., Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici, op. cit., p. 211. Esce nel ’46 il volume di Meinecke Die deutsche Katastrophe. Betrachtungen und Erinnerungen, tr. it. La catastrofe della Germania, Firenze, La Nuova Italia, 1948.
  31. B. Croce, Teoria e storia della storiografia [1917], a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1989, p. 341 (Ed. naz.: a cura di E. Massimilla e T. Tagliaferri, con una nota di F. Tessitore, Napoli, Bibliopolis, 2007).
  32. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.: Il suo carattere proprio e l’inizio dell’età che fu sua, capitolo dedicato al testo di F. Meinecke, Die Entstehung des Historismus, München, R. Oldenbourg, 1936. Si veda R. Franchini, L’Illuminismo e la polemica Croce-Meinecke, in Id., La logica della filosofia, Napoli, Giannini, 1971, pp. 57-66.
  33. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit.
  34. Ibidem.
  35. B. Croce-T. Mann, Lettere (1930-36), op. cit.: La Germania che abbiamo amato, pp. 33-42. Già nella Storia d’Europa Croce palesava la delusione per quell’Europa che aveva amato. Rinvio al saggio di R. Peluso, La malattia europea e il crepuscolo dell’idealismo, in Ead., La cura Goethe. Poesia e storia in Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis, 2022, pp. 167-83.
  36. B. Croce-T. Mann, La Germania che abbiamo amato, ed. cit., p. 40. Si veda in particolare D. Conte, Dalla “germanofilia” alla “inumanità”. Benedetto Croce e la Germania, in «Archivio di storia della cultura», XXVI (2013), pp. 201-20; e più in generale, Benedetto Croce e la cultura tedesca, a cura di G. Furnari Luvarà e S. Di Bella, Firenze, Le Lettere, 2013.
  37. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit., Appendice: Recenti controversie intorno all’unità della storia d’Italia. Nel ’40 Croce recensiva sulla «Critica» (n. 38, pp. 302-03) il libro di Carlo Antoni Dallo storicismo alla sociologia (Sansoni editore): vari saggi, legati dalla constatazione del passaggio dalla concezione storica alla sociologia e dalla filosofia all’empirismo. Cosa grave, scriveva, per un paese di cultura come la Germania, che aveva portato alto il senso dello speculativo.
  38. Ivi, cap. XI: Storicismo e umanismo.

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)

Il fascinoso incontro tra mondi lontani: note sulla letteratura giapponese e sulla sua ricezione in Occidente

Author di Marta Fieramonti

Nella tristezza
i colori del cielo
Svegliano i sogni
Nell’ora grigia
della rassegnazione
Una musica

Kobayashi Issa

Nel XIX secolo alcuni storici giapponesi elaborarono una periodizzazione della storia del Giappone basandosi sul concetto di Jidai (‘epoca’ o ‘periodo’) che utilizza sia i nomi delle località in cui risiedeva l’autorità politica, come quartieri o città, sia i cognomi delle famiglie detentrici del potere ed esterne alla famiglia imperiale[1]. Esiste, però, anche un altro sistema di periodizzazione storica introdotto nel VII secolo e mutuato dalla Cina conosciuto come nengo, cioè ‘era’, che riconosceva alla corte imperiale la speciale prerogativa di decidere l’inizio di un’era che poteva coincidere con il regno di un sovrano o con una parte di esso, e a cui veniva dato un nome tratto solitamente dai classici della cultura cinese. Ognuna di queste “porzioni storiche” ha dato vita a tipologie letterarie differenti.

La letteratura giapponese, così come ogni altra, riflette il gusto e il modo di pensare dell’ambiente in cui è stata prodotta. La mentalità nipponica si è plasmata in un territorio che fino al 1800 è stato isolato dal resto del mondo; dunque, i giapponesi hanno sempre scritto per sé stessi, senza pretese di universalità: da ciò che raccontano emerge questa sorta di esclusivismo geografico che si riflette in quanto viene narrato. «Se infatti la consapevolezza del loro isolamento li ha spinti a imparare dagli altri, essa li ha anche portati a sviluppare una delle civiltà più singolari, tale che è difficile trovarne l’eguale tra comunità delle stesse dimensioni»[2].

Nella storia della civiltà giapponese si distinguono due grandi periodi, cioè quello della forte influenza della cultura e della civiltà cinese del IV secolo, seguito dall’introduzione del Buddhismo nel VI secolo; e il periodo dell’influenza delle culture occidentali, introdotte con l’apertura del Giappone al mondo nel 1868.

La storia letteraria e culturale ricalca, invece, la periodizzazione politica dell’isola e si suddivide in cinque periodi. Il primo è detto “Epoca di Nara” e va dal 710 al 784; è caratterizzato dalla nascita della storiografia nipponica e dalla comparsa del Man’yoshu, pilastro della poesia. Il secondo prende il nome di “Epoca di Heian”, va dal 784 al 1185 ed è definito l’Età dell’oro della letteratura poiché questa, interamente sviluppatasi all’interno delle corti, aveva carattere prettamente aristocratico. Il terzo è chiamato “Periodo di transizione” e va dal 1185 al 1600, suddividendosi in “Epoca di Kamakura”, dal 1185 al 1333, “Epoca di Nanbokucho”, dal 1334 al 1392, ed “Epoca di Muromachi” o degli Ashikaga, dal 1393 al 1573. In questo periodo la letteratura esce dalle corti e raggiunge gli ambienti militari, seguendo il flusso della storia che a mano a mano fa perdere potere agli aristocratici in favore dei militari; in questo stesso periodo il Buddhismo cerca di democratizzare la cultura fondando delle scuole, le terakoya, che cercano di istruire il popolo. Il quarto periodo è quello dell’“Epoca di Edo” o dei Tokugawa, dal 1600 al 1868, in cui finalmente nasce anche la produzione letteraria popolare; l’ultimo periodo è quello caratterizzato dall’influenza dell’Occidente, iniziato con la Restaurazione Meiji del 1868 e con l’apertura verso il mondo esterno.

La storiografia e la letteratura hanno, dunque, avuto origine quando l’arcipelago ha adottato l’alfabeto cinese e ha cominciato a mettere per iscritto gli eventi a cui assisteva. Presto, però, i giapponesi non si accontentarono più delle idee mediate dai migranti e diedero il via a una serie di spedizioni in Cina per studiare direttamente dalle fonti ufficiali i testi che conoscevano solo per tramite. Per secoli, dunque, i nipponici si dedicarono allo studio e alla scoperta della grande civiltà cinese e spesso adottarono in Giappone le stesse idee con cui venivano in contatto per cercare di rinnovare le strutture politiche e sociali del loro paese.

Il rinnovamento, agevolato e favorito dagli studi cinesi, era però in realtà già iniziato con la pubblicazione del Jushichikajo Kenpo, l’Editto in 17 articoli promulgato nel 604 dal principe Shòtoku Taishi, che per la prima volta guardava al Giappone come a una nazione, ne istituiva l’autorità politica e fissava una sorta di morale di stato ispirata ai principi del Confucianesimo e del Buddhismo.

Vi fu nel 604 la promulgazione della cosiddetta Costituzione dei diciassette articoli, un corpus di precetti basati sul Buddhismo e i principi etico-politici del confucianesimo. Un’altra iniziativa fu quella di inviare nel 607 una grande ambasceria ufficiale in Cina. E questa e le molte altre che si susseguirono nel corso dei successivi due secoli e mezzo ebbero un ruolo vitale nella diffusione della civiltà cinese in Giappone[3].

L’“Epoca di Nara” è, quindi, caratterizzata dall’introduzione del Buddhismo nella vita nazionale del paese, importante a livello di maturazione filosofica e religiosa, e fondamentale per l’impulso dato alle arti e alle lettere.

La poesia del periodo era costituita dall’alternarsi di quinari e settenari. Queste coppie di versi avevano un numero indeterminato, ma presto si affermò la consuetudine di chiudere il componimento con un verso unico da sette sillabe. Questo tipo di poesia lunga era definito Nagauta o Choka, ma presto venne sostituita da una più corta, la Mijikauta o, più comunemente, Tanka, composta con uno schema 5-7-5-7-7 per un totale di sole trentuno sillabe.

La maggior parte di queste composizioni seguono un modello rigido di trentun sillabe, detto tanka (breve poesia) e sono brevissime. Da questa sua caratteristica, il tanka non poteva prestarsi che a fuggevoli tocchi di scene naturali, a incastonare singole intuizioni o ad accennare in abili sintesi qualche moto dell’anima, ma nonostante queste sue limitazioni esso era in grado di raggiungere delicatezza e commozione[4].

Tutta la produzione poetica dell’“Epoca di Nara” è contenuta in un’unica grande raccolta di cinquemila componimenti, il Man’yoshu. Questo nome indica la raccolta (shu) di diecimila (man) foglie (yo), e due sono le interpretazioni possibili: o ‘raccolta di una miriade di poesie’ oppure ‘raccolta di una miriade di generazioni’.

Dopo l’“Epoca di Nara” inizia l’“Epoca di Heian”, durata circa quattrocento anni e che ha fatto da palcoscenico a moltissime trasformazioni nella civiltà e nella cultura giapponese. Heian è l’abbreviazione di Heinankyo, antico nome dato a Kyoto che significa ‘capitale della pace e della tranquillità’. In quel periodo il potere passò nelle mani della famiglia aristocratica più importante, i Fujiwara, e nel campo culturale, fino al IX secolo, proseguirono indisturbati gli studi cinesi fino ad arrivare poi a una sorta di risveglio nazionale che avrebbe portato il paese alla sua epoca classica, caratterizzata da una letteratura aristocratica, sviluppatasi nelle corti e distinta da un carattere aulico.

La prima parte dell’“Epoca Heian” si aprì con un avvenimento che avrebbe segnato profondamente la storia culturale dell’isola. Il ministro Sugawara no Michizane, che avrebbe dovuto guidare un’ambasceria, inviò ai regnanti un memoriale in cui spiegava la difficile situazione politica cui si assisteva in Cina, sconvolta dall’anarchia e dal caos che precedettero la caduta dei Tang, la famiglia al potere: con questo scritto sconsigliava di inviare ulteriori studiosi nel continente. Il documento segnò la fine delle ambascerie ufficiali.

Non si dimentichi che in quel momento il Giappone era ancora un paese in cui il centro culturale era rappresentato dalla corte, divenuta sempre più raffinata e dedita agli svaghi; in un panorama simile le ambizioni dei nobili iniziarono ad aumentare e le lotte per il potere non tardarono a comparire. Da queste uscì vittoriosa la famiglia Fujiwara che, invece di mettersi contro i sovrani, scelse di legarvisi tramite matrimoni, cosicché nel giro di pochi anni i suoi membri divennero a tutti gli effetti parte della famiglia imperiale grazie alla rete di parentele che si era ormai sviluppata.

Al livello letterario, sebbene i viaggi in Cina avessero subito un arresto, la fascinazione e il fervore per gli studi cinesi rimase preponderante almeno fino alla metà del IX secolo, quando essi cominciarono a perdere centralità e cominciarono a comparire alcune antologie private e alcuni lavori di carattere giuridico e storico che forniscono un quadro della società giapponese in quel momento storico.

Per quanto riguarda la poesia, quel periodo fu dominato dal Mono no Aware, che raggiunse la sua piena maturità intorno all’anno Mille e che può essere tradotto come: il turbamento (aware) delle (no) cose (mono), ovvero la commozione e il senso di comunione che il mondo, la natura e gli umani ci ispirano, il trasporto dell’io e dell’interiorità che partecipa del dolore e dell’essenza del mondo.

Dalla cessazione dei rapporti con la Cina si ebbe un forte risveglio dell’interesse nazionale con l’affermazione del gusto per le lettere e i fatti prettamente nipponici. Anche in ambito poetico, dunque, si assistette a una forte fioritura che si affermò su quella cinese. Il Man’Yoshu venne superato e iniziò a essere visto come troppo primitivo e semplicistico: lasciò il posto a una poesia più misurata, raffinata e riflessiva.

Tipici della letteratura del X secolo sono i Monogatari, ovvero i ‘racconti di cose’, da Mono, cioè ‘cosa’, e Kataru, cioè ‘raccontare’. Questi consistevano praticamente in qualunque tipo di narrazione di fatti storici o immaginari; erano, dunque, l’equivalente della nostra narrativa nei suoi vari generi, i derivati dei miti e delle leggende delle epoche passate. La caratteristica principale dei monogatari è che sono scritti in giapponese: si stavano finalmente abbandonando le lettere cinesi in favore di un risveglio nazionale sempre più consistente. Si era, infatti, affermato in quegli anni l’uso del sillabario Hiragana, che aveva permesso ai giapponesi di esprimere agevolmente in una lingua viva e che sentivano propria i loro sentimenti, le loro passioni e le loro fantasie.

Il secondo periodo dell’“Epoca Heian” è quello in cui le lettere raggiunsero il loro apogeo, parallelamente alla totale acquisizione del potere da parte del ministro Fujiwara no Michinaga. L’isolamento del Giappone dal resto del mondo ha in quest’epoca favorito un’evoluzione pacifica della civiltà nipponica, che né riceveva impulsi dall’estero né era tormentata da lotte civili interne. Tutto questo favorì il fiorire della cultura e delle arti, coltivate in corti raffinate ed eleganti, e si raggiunse grande libertà anche in usi e costumi, che furono profondamente ingentiliti. Questa società chiusa nelle sue belle corti non conosceva i problemi economici del resto del Giappone e del mondo, e ignorava completamente i bisogni del popolo; era, dunque, una società felice, sempre alla ricerca di nuovi piaceri, che trascorreva le giornate tra mostre d’arte e gare di poesia, profondamente assorta nel proprio presente dorato e del tutto inconscia della situazione del resto del Paese.

In quel momento il Buddhismo si affermò con grande prestigio, più che in ogni altro periodo. Il clero, infatti, era caduto preda di vizi e intrighi ed era addirittura diventato pericoloso per lo Stato, in quanto i templi avevano iniziato ad assoldare milizie, i Sohei, per difendere i propri feudi. Per combattere queste agitazioni la corte ricorse all’aiuto di due clan guerrieri, i Taira e i Minamoto, precisamente quando una crisi di successione mise l’ex imperatore Sutoku contro il successore designato, Go Shirikawa. Sutoku ricorse ai Minamoto, mentre Go Shirikawa ai Taira. Le lotte che ne nacquero modificarono per sempre la storia del Giappone ed ebbero una grandissima influenza anche nel campo delle lettere. In questo secondo periodo dell’“Epoca Heian” vennero infatti compilate, per ordine imperiale, quattro antologie ufficiali che dimostrano perfettamente la degenerazione della poesia, che si ridusse a virtuosismi poetici e stilistici.

Per quanto riguarda la narrativa, è invece a questo periodo che risale il più grande capolavoro giapponese mai scritto, ovvero il Genji Monogatari, La storia di Genji, prodotto dell’ingegno di una donna della famiglia Fujiwara ricordata con l’altisonante nome di Murasaki Shikibu, che significa ‘il cerimoniale color porpora’.

l protagonista Genji è nato dall’amore dell’imperatore per una delle sue concubine di basso rango, che è costretta a subire vessazioni da parte delle compagne invidiose finché, stanca, non decide di togliersi la vita. Il protagonista, rimasto orfano a soli tre anni, soffrirà sempre la mancanza della madre e subirà le conseguenze di questo profondo vuoto, andando per tutta la vita alla ricerca di una donna ideale che possa colmarlo. La grandezza del testo è tutta nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nella descrizione dello stile di vita della corte giapponese dell’anno Mille. La lingua utilizzata è quella colta e raffinata degli ambienti cortigiani in cui viveva l’autrice, e d’altronde in quel periodo, dopo la chiusura dei rapporti con la Cina, soprattutto la letteratura scritta dalle donne cercava di conferire spessore alla lingua nazionale, vista come uno strumento duttile con il quale poter raggiungere le vette più ricercate dell’espressione.

Ma come i loro colleghi medievali d’Europa, la maggior parte degli uomini di cultura giapponesi disdegnarono di servirsi della loro lingua per opere importanti, e continuarono a scrivere libri di storia, saggi e documenti ufficiali in cinese, mentre le donne della corte imperiale, che in genere non avevano abbastanza cultura per scrivere in questa lingua, furono costrette, se volevano esprimersi letterariamente, a usare il giapponese. Il risultato fu che, mentre gli uomini di questo periodo scrivevano, non senza darsi arie, in cattivo cinese, le loro dame si consolavano della loro ignoranza scrivendo in buon giapponese e dando vita, senza volerlo, alla prima grande prosa letteraria in questa lingua[5].

La fase della letteratura giapponese che si apre nel 1185 e prosegue fino al 1600 rappresenta un periodo di transizione in cui le lettere vengono profondamente influenzate dallo spirito militare e dal Buddhismo: troviamo, quindi, affiancati il fervore militare e il sentimento religioso. Si apre con l’“Epoca di Kamakura”, che va dal 1185 al 1333 e che inizia con l’indebolimento dei Taira e con l’insediamento di Minamoto no Yorimoto nel Kanto, a Kamakura appunto, da cui egli organizzò un proprio governo militare, il Bafuku, con un’amministrazione centrale che controllava tutto il Giappone dislocando funzionari nelle varie zone. Il sentimento militare influiva sul mondo delle lettere con il suo fare deciso, che mirava dritto allo scopo, tutto energia e volontà; il Buddhismo era, invece, molto mutato rispetto alle epoche precedenti in cui donava alle lettere grazia e colore, e allora era visto come qualcosa di profondamente serio. Ne derivò che dalla letteratura religiosa l’amore, le donne e le passioni vennero completamente estromessi.

Al livello poetico, se l’“Epoca di Nara” aveva avuto come suo testimone il Makoto, ovvero il sentimento leggero e immediato, e l’“Epoca Heian” il Mono No Aware, quest’epoca vide la nascita e l’affermazione dello Yugen, da You, che significa ‘arcano, misterioso’, e Gen, che significa ‘nero’. Si ebbe, dunque, una poesia oscura, misteriosa e arcana.

Per quanto riguarda la narrativa, si affermarono in quel periodo i Rekishi Monogatari, ovvero le storie romanzate, e i Gunki Monogatari, cioè le storie guerresche. Mentre i primi trattano periodi di tempo più o meno lunghi, e spesso recenti, della storia del paese che affascina e verso cui si prova nostalgia, i secondi trattano di periodi di tempo molto più corti e raccontano le grandi epopee della storia del Giappone, ispirate non più da nostalgia, ma da ammirazione per i grandi guerrieri e condottieri e per le loro imprese eroiche.

Nel 1573 iniziò lo shogunato dei Tokugawa, un periodo di relativa pace e serenità che durò fino alla metà del diciannovesimo secolo. Da un punto di vista prettamente letterario, una nota positiva del tempo è stata la diffusione dell’istruzione grazie alle scuole aperte a tutti, fondate dai monaci nei loro templi. Di conseguenza, le lettere, che erano state fino ad allora solo appannaggio della corte e della nobiltà, si diffusero a macchia d’olio nel popolo. A quel periodo, inoltre, va ascritta la ripresa dei traffici con la Cina, che era guidata dalla dinastia Ming e viveva un periodo di rinnovamento e fermento culturale. Tutti gli stimoli che arrivarono dal continente diedero nuova vitalità alla cultura nipponica, che soprattutto venne influenzata dal pensiero Zen, che impresse un marchio inconfondibile di sobrietà, eleganza e compostezza a tutta l’arte.

In aggiunta, si sviluppò in quel periodo il fascino verso un diverso tipo di poesia, la Renga o Poesia a catena, composta ed eseguita da più persone. La Renga va distinta in Tan Renga, ovvero la renga breve, e Kusari Renga, la renga a catena. La Renga breve fu la prima ad affermarsi, ma fu solo il primo passo verso la Renga a catena, che si ispirava al Lianju cinese, e in cui il numero di partecipanti era in genere ristretto a un massimo di sedici poeti, ognuno dei quali agiva aggiungendo a quelli superiori un emistichio legato per significato al precedente e al seguente.

Legata alla diffusione della cultura tra il popolo fu la ripresa della narrativa di immaginazione, che assunse nuovo vigore grazie agli Otogizoshi. Otogi significa ‘tener compagnia’, mentre Zoshi significa ‘quaderno, fascicolo’. Sono dunque storie che si leggono per intrattenere: è una letteratura di svago, leggera e solitamente breve. Lo stile è semplice e chiaro, e la lingua utilizzata è quella che si parla, non più quella letteraria: le concezioni della letteratura di corte, infatti, erano ormai sentite lontane e si stavano cercando nuove forme di espressione più vicine alla realtà.

Se quella dominata dagli Shogun e dal Buddhismo è un’epoca di transizione, tale è anche la sua letteratura, che cerca di allontanarsi dai modelli dell’era precedente e di proiettarsi verso il futuro. Gli Otogizoshi, privi quasi completamente di valore artistico, ne hanno uno altissimo per quanto riguarda la prospettiva storica, dato che non solo forniscono una testimonianza sulla civiltà del tempo e sui suoi usi, ma rappresentano proprio quella fase di passaggio che congiungerà la letteratura aristocratica a quella popolare dell’epoca dei Tokugawa.

Per duecentocinquant’anni, gli shogun Tokugawa, discendenti di Ieyasu, nella pace più totale governarono il paese attraverso il Bafuku, ‘il governo delle tende’, creando un sistema rigido di stampo militare. In quel momento storico i Daimyo e i Samurai erano rimasti inoperosi per mancanza di guerre da combattere; siccome il sistema governativo impediva loro di impegnarsi in altre attività a eccezione degli studi, vi si dedicarono anima e corpo e portarono un grande e vigoroso sviluppo alla cultura del paese. Il fervore negli studi cinesi portò a una forte reazione in senso nazionalistico e nacque così il movimento detto Kokugakusha, ovvero dei ‘cultori di studi giapponesi’.

Il fenomeno principale dell’“Epoca Tokugawa” fu il sorgere e l’affermarsi di una nuova categoria sociale, la Chonin, ovvero la borghesia. Durante quella fase storica, il popolo era molto partecipe dell’agone letterario, tanto da creare un nuovo tipo di letteratura che ne rifletteva i gusti e le idee: si assistette così al fiorire di una letteratura borghese e popolare. Questa società borghese si definiva Ukiyo, che significa ‘mondo fluttuante’[6], e si riferiva appunto al dinamico contesto socio-economico dominante; la stessa parola potrebbe alludere anche al termine omofono diffuso nella tradizione buddhista che significa ‘mondo di tristezza’, giocando su un doppio senso che conferiva al termine tristezza l’accezione di fluttuante, e che veniva inteso come ‘mondo alla deriva’, con una leggera sfumatura erotica.

Per quanto riguarda la poesia, in quel periodo si rinnovò la Renga, che anticamente presentava come strofa iniziale lo Hokku, che stabiliva l’andamento di tutto il componimento. Allora lo Hokku viveva una fase in cui andava sempre di più individualizzandosi, fino ad arrivare a costituire un nuovo genere poetico particolarmente breve, formato da uno schema di diciassette sillabe suddivise in versi da cinque-sette-cinque, che dopo poco tempo cominciò a essere chiamato Haikai. L’Haikai iniziale aveva come caratteristica l’umorismo, era composto con giochi di parole e doppi sensi, e ricorreva spesso alla lingua popolare e viva parlata nella quotidianità; presentava dunque un’occorrenza di termini cinesi. Questo carattere umoristico si mantenne fino alla comparsa di Basho e della sua scuola: fu infatti grazie al suo ingegno che l’Haikai perse la sua vena comica e si elevò a vera forma d’arte per serietà e spessore.

Si è già parlato della diffusione e della democratizzazione della cultura durante il periodo dei Tokugawa, ma questa non si comprende a fondo se non viene introdotto uno dei grandi cambiamenti di questa era, ovvero l’introduzione della stampa, arrivata in Giappone dalla Cina.

Si tratta di stampa non con caratteri mobili, che pare rimontino in Cina all’XI secolo, ma di stampa in xilografia su clichés, per cui ogni pagina di libro veniva incisa in rilievo su una tavoletta di legno, sulla quale era poi passato l’inchiostro e quindi premu­ta la carta. Questo sistema divenne subito di uso comune in Cina, ma non in Giappone, perché qui, fino al 1500, la cultura era limitata a un ambiente ristretto e si preferiva fare o far fare copie manoscritte delle opere che interessavano[7].

Fra le prime opere a stampa della letteratura popolare ci sono i Kanazoshi, i testi scritti in Kana, cioè seguendo i sillabari giapponesi privi dei caratteri mutuati dalla Cina. I kanazoshi sono spesso testi brevi, di una ventina di pagine, e vengono affiancati da illustrazioni; sono, a tutti gli effetti, lo specchio letterario del periodo di transizione che viveva il Giappone, che stava passando da una società aristocratica ed elitaria a una più varia e borghese. Verso la fine del 1600 fece, infatti, la sua comparsa Ihara Saikaku, uno scrittore dotato di particolare talento che creò un nuovo genere, quello del romanzo realistico, l’ukiyozoshi, che divenne il simbolo vero e proprio dell’epoca della chonin. La sua produzione spazia fra tre macro-aspetti della società nipponica: l’erotismo (e si hanno i koshokumono), la casta militare (con cui si hanno i bukemono) e la vita borghese (con i choninmono).

Durante i primi cento anni del dominio Tokugawa il sistema da loro fondato aveva dato frutti, fornendo un periodo di stabilità e tranquillità diffusa in cui il commercio, l’economia e le attività spirituali erano di molto progredite. I problemi, però, non tardarono a farsi sentire e le contraddizioni di un sistema fondato su due principi contrapposti come il feudalesimo e l’accentramento del potere emersero potentemente.

L’economia in sviluppo che i Tokugawa avevano stimolato, infatti, cominciò a ritorcersi contro di loro, mostrando come fosse ormai impossibile sostenere una società impostata con al vertice i militari, che, in un paese in pace e con una legislazione che impediva loro di dedicarsi a qualunque altra attività, non facevano altro che continuare a impoverirsi, divenendo parassitari. A peggiorare la situazione, in seguito al diffondersi delle antiche teorie shintoiste diffuse dalla kokugakusha sulla discendenza divina degli imperatori, cominciarono a essere definiti usurpatori gli shogun che avevano sottratto loro il potere. La situazione precipitò definitivamente con lo sbarco del commodoro americano M. Calbraith Perry nella baia di Uraga con la richiesta diretta al Giappone di uscire dal suo isolamento secolare. La crisi si protrasse per quindici anni, fino al 1868, quando il Sol Levante si aprì al resto del mondo, andando incontro a una serie di mutamenti radicali.

Durante quel periodo di transizione, tra il 1830 e il 1865, al livello letterario fiorirono i ninjobon, libri in cui i veri protagonisti erano i sentimenti umani. L’epoca d’oro dei ninjobon è quella in cui operò Tamenaga Shunsui e in cui si affermò l’ideale di condotta e di atteggiamento che viene definito Iki, temperamento.

Si tratta di una specie di combinazione di elementi contrastanti: di uggia e di civetteria, di raffinatezza e di rozzezza, di esibizionismo e di riser­bo, di eleganza discreta associata a manierosità tutta urbana in cui la nota dominante è la civetteria. I personaggi dei ninjobon ci appaiono, così, dotati di un fascino erotico che non è frivolezza, di una fermezza di propositi che non è ostinazione, di una rassegnazione che non è cieca sottomissione, di una raffinatezza che non è affettazione[8].

La fortuna dei ninjobon proseguì praticamente ininterrotta fino all’inizio dei rivolgimenti politici e sociali che gettarono le basi per la Restaurazione del 1868: essi furono di fatto, insieme con i kokkebon (i libri umoristici), le fondamenta da cui sarebbe germogliato il romanzo contemporaneo.

Nel 1868 l’imperatore Mutsuhito spostò la capitale da Kyoto a Edo, che prese il nome di Tokyo, e tutto il paese visse un periodo molto particolare, caratterizzato dall’affluire continuo di nuovi stimoli e nuove idee provenienti dall’Occidente, sia a livello culturale sia a livello civile e sociale. La foga con cui vennero studiati i pensatori occidentali, però, portò a una loro assimilazione nozionistica e superficiale piuttosto che a una vera comprensione e maturazione di pensiero critico che potesse avere delle implicazioni pratiche nella vita sociale del paese[9]. La letteratura divenne, dunque, lo specchio di una società divisa tra la fascinazione estrema per il nuovo e la nostalgia per la vecchia tradizione indigena e di solito, fra i due estremi, l’atteggiamento più ricorrente fu quello di cercare di mitigare la tradizione con i nuovi influssi modernisti.

Nell’aprile del 1868, l’imperatore firmò il Giuramento dei Cinque Articoli in cui si legge:

Con questo giuramento ci poniamo come obiettivo l’instaurazione del bene nazionale su ampia base e la composizione/delineazione di una costituzione e di leggi.

  1. Saranno istituite su ampia scala assemblee deliberative e tutte le decisioni verranno prese in seguito ad una discussione aperta.

  2. Tutte le classi, agiate ed umili, dovranno essere unite nell’occuparsi dell’amministrazione degli affari di stato.

  3. Alla gente comune, non meno che agli ufficiali civili e militari, dovrà essere permesso di compiere la loro professione in modo tale che non sia insoddisfatta.

  4. Il mal costume del passato dovrà essere eliminato e tutto dovrà basarsi sulle giuste leggi di Natura.

  5. Si cercherà la conoscenza nel mondo per rafforzare la base del potere imperiale[10].

Si nota subito, in questo documento, la comparsa di concetti di provenienza strettamente occidentale (come le assemblee deliberative, le discussioni pubbliche, l’unione e la mescolanza delle classi, nonché una velata critica ai cattivi costumi del passato) che per la prima volta proiettavano il Giappone verso una nuova democrazia sociale e verso un nuovo modo di guardare al mondo e alla politica.

È comprensibile come in questa prima fase la fascinazione per i modi artistici dell’Occidente incuriosisse molto i giapponesi; è tuttavia fondamentale sottolineare che questa non prevaricò né uccise mai lo spirito tradizionale a cui il paese era molto legato. Sebbene nella prima fase di questa contaminazione si assistesse a un comportamento prettamente emulativo da parte dei giapponesi, questi non dimenticarono mai l’importanza della preservazione della propria identità nazionale e culturale, e riuscirono presto a interiorizzare i nuovi concetti e a integrarli con una prospettiva strettamente nipponica. Lentamente, dunque, la nuova cultura che si venne a creare non fu solo il frutto delle influenze occidentali, bensì l’espressione di un pensiero che si andava sviluppando spontaneamente dai nuovi sistemi di vita che si erano adottati nelle isole.

L’idea, quindi, che gli influssi internazionali abbiano soffocato completamente i metodi dell’espressione nipponica sostituendoli con quelli occidentali e producendo una cultura fatta solo di imitazione è fuorviante e per nulla realistica. È importante, dunque, non avvicinarsi a questa letteratura paragonando i prodotti giapponesi a quelli europei e americani coevi, ed è altresì fondamentale non giudicare questi prodotti partendo dal punto di vista occidentale.

Per quanto riguarda l’aspetto linguistico, prima della Restaurazione, la lingua della burocrazia e della cultura alta era nettamente differente da quella parlata, ma con l’adozione del dialetto di Tokyo come lingua nazionale la situazione si modificò radicalmente anche sul piano letterario. Nel 1882, infatti, Yatabe Ryokichi cominciò a lavorare a questo progetto col fine di trasformare la lingua parlata a Tokyo in lingua di tutto il Giappone.

Sebbene sia molto difficile ordinare cronologicamente tutte le tendenze e le correnti che si affermarono nel periodo Meiji grazie all’incontro con l’Occidente, sicuramente importante fu la comparsa delle traduzioni che fecero conoscere ai giapponesi alcuni dei più importanti autori europei come Scott, Bacone, Dickens e Carlyle[11].

I narratori giapponesi scoprirono nel romanzo occidentale il mezzo più consono per narrare delle storie che non potevano più essere costrette nei vecchi schemi del monogatari o del gesaku. Risale infatti al 1885 la stesura di un famoso opuscolo, lo Shosetsu Shinzui (L’essenza del romanzo) di Tsobouchi Shòyò, che si scagliava contro le teorie di Kyokutei Bakin (1767-1848) sul romanzo, sostenendo che questo, per interpretare davvero la vita, non dovesse far altro che ritrarla così come si presentava, senza slanci emozionali e immaginativi. Questo saggio diventò un vero e proprio manifesto del romanzo moderno giapponese, ed è così che nacque lo Shajitsu shugi, il realismo, che sarebbe durato per circa una decina di anni. Ozaki Kòyo, capo di una corrente estetico-realistica, nel 1885 diede vita al circolo Ken’Yusha (‘Gli amici del calamaio’) con cui raccolse i romanzieri di nuova generazione intorno appunto a due riviste, «Garakuta Bunko» (‘La biblioteca di cartacce’) e «Miyako no Hana» (‘I fiori della capitale’).

Il circolo Ken’Yusha fu accusato di superficialità e incapacità di cogliere i veri problemi del momento da Kòda Rohan, che nel 1890 portò alla luce il Romanticismo, il Roman Shugi, con il quale intendeva comporre una letteratura che fosse pura espressione dei sentimenti umani. Anche il Romanticismo ebbe le sue riviste di punta, ovvero il «Bangakukai», ‘Il mondo letterario’, fondata nel 1893, e il «Kokumin no Tomo», ‘Gli amici della nazione’, del 1887.

Una data storica fondamentale dell’epoca Meiji è poi senza dubbio il 1905, anno in cui il Giappone si affermò come grande potenza mondiale sconfiggendo la Russia; la vittoria del conflitto non portò però a un periodo di prosperità, bensì aumentò le insicurezze. In letteratura, questo portò all’affermazione del Naturalismo, lo Shizen-shugi, la corrente ideale per descrivere le miserie della società e la realtà del periodo vissuto. Tuttavia, presto si sviluppò anche una tendenza a esso contraria, ovvero quella idealista, che si può riassumere nella figura di Natsume Sōseki, che racchiude in sé gli echi della letteratura inglese, dello spirito zenista e dell’haikai.

Verso la fine del primo conflitto mondiale sorse ancora un’altra corrente, il Neorealismo, lo Shin genjitsu shigi, che si proponeva di dare un significato sociale alla realtà afferrandone l’essenza più intima e concentrandosi non più sulle esperienze personali, bensì su quelle della società tutta. La fine della Prima guerra mondiale portò anche alla nascita di una letteratura proletaria, la Musansha Bungaku, che può essere distinta in tre diversi ordinamenti: una letteratura borghese-proletaria, una socialista e una di stampo marxista.

Con l’attacco della Manciuria nel 1931 iniziava il periodo letterario definito Kurai Tanima, ovvero baratro oscuro, che durò fino al 1945. Il governo, infatti, per mostrare un Giappone coeso nella decisione dell’invasione, aveva attuato una serie di censure e di misure limitanti nei campi della stampa, della cultura e dell’istruzione, e ovviamente i primi bersagli verso cui ci si scagliò furono i proletari. È così che in questo periodo nacque e proliferò la letteratura di guerra, la cui prima voce fu quella di Hino Ashihei, che al seguito delle truppe scrisse nel 1938 la trilogia che ne esaltava il coraggio e lo spirito di sacrificio, composta da Mugi To Heitai (‘Orzo e soldati’), Tsuchi to heitai (‘Terra e soldati’) e Hana to heitai (‘Fiori e soldati’).

Con l’invasione della Manciuria e con l’entrata nel secondo conflitto mondiale, il governo giapponese si appropriò della letteratura e di tutti i suoi generi, caricandoli di ideologie volte a esaltare la guerra e a pubblicizzare le scelte fatte dal paese. Le riviste più importanti del periodo bellico furono il mensile «Shiki», ‘Le stagioni’, che mirava a un classicismo mitigato dagli influssi della modernità; e «Rekitei», ‘Il cammino’, che riuscì ad armonizzare la lirica indigena tradizionale con la visione occidentale. Finita la guerra, anche la poesia, come il romanzo, vide una proliferazione repentina e divenne uno strumento di critica della società e di sfogo per le sofferenze patite a causa della guerra.

Nel 1941, con l’aumentare delle ostilità nel Pacifico, la censura divenne sempre più rigida e le lettere vissero un periodo di forte stagnazione; si risolleveranno solamente dopo la disfatta del 1945, generando una fioritura sbalorditiva del romanzo. Sebbene il periodo del dopoguerra fosse caratterizzato da devastazione e impoverimento, la reazione giapponese fu quella di una sfrenata corsa ai piaceri, che mise da parte completamente le vecchie virtù tradizionali e sommerse anche le lettere, dando vita alla cosiddetta Nikutai Bungaku, la letteratura della carne, tutta fatta di erotismo elevato a simbolo di critica della società.

Passato questo periodo funestato dalle guerre e dalle loro conseguenze, le correnti letterarie ripresero piano piano il loro corso e già dal 1946 comparvero i primi romanzi realistici, tra cui Senbazuru (‘Le mille gru’) di Kawabata Yasunari, primo premio Nobel giapponese per la letteratura nel 1968. Si svilupparono inoltre il romanzo in prima persona, quello psicologico e quello di costume, e riprese vita la letteratura comunista, che ben presto però venne nuovamente messa a tacere.

Per quanto riguarda la sfera della poesia, predominò a lungo la tradizione; la sua evoluzione può studiarsi secondo linee differenti: da una parte c’era una ripresa delle due forme tradizionali della Tanka e dell’Haikai; dall’altra si sviluppò invece una poesia nuova, la Shintaishi, nata dall’incontro con la poesia occidentale. Nonostante la proliferazione di gruppi e circoli poetici dedicati al rinnovamento della Tanka, non si riuscì tuttavia a raggiungere una visione chiara di come modernizzarla; pertanto, essa perse ancor di più il suo slancio vitale. Solo nel 1900, grazie a Yosano Tekkan che fondò la Shinshisha, ovvero il Circolo della nuova poesia, la Tanka riassunse la sua prerogativa di esprimere l’anima della società e venne finalmente rinnovata, iniziando a descrivere e raccontare i sentimenti legati alla quotidianità utilizzando un linguaggio libero e privo di costrizioni. Il movimento ebbe ovviamente un suo organo ufficiale, la rivista «Myojo», la ‘Stella mattutina’.

Il fondatore del circolo letterario Negishi, Masaoka Shiki, colui che portò il realismo nella Tanka, sosteneva la necessità di mantenere uno stile sobrio ed elegante e di raccontare con riserbo i propri sentimenti. Si assistette così a una sorta di impressionismo poetico, un leggero ermetismo in cui i sentimenti e le passioni vennero offuscati e presentati come attraverso una coltre di nebbia. Masaoka Shiki fu fondamentale anche per il rinnovamento dello Haikai, che veniva ora scritto eliminando dalla poesia ogni immaginazione soggettiva e ogni riflessione profonda. La sua scuola prese il nome di Nihonha (‘Scuola Giapponese’) e il suo organo di riferimento fu il giornale «Nihon» (‘Il Giappone’).

Invece, il circolo Shinkeiko, ‘La nuova tendenza’, fondato nel 1911, rivendicava per lo haikai una libertà stilistica assoluta nel concentrarsi sulla contemplazione del mondo naturale alla luce delle nuove tecniche e delle nuove idee arrivate nell’isola. La vera innovazione di questo periodo fu però la Shintaishi, la poesia mitigata dagli influssi occidentali, primi fra tutti la lunghezza non definita, il ricorso alla rima e la divisione in strofe. Anch’essa però, col passare del tempo, subì l’influenza delle varie correnti letterarie che si alternarono velocemente in questo periodo: la prima fu la corrente romantica, che caratterizzò i componimenti con un certo trasporto emotivo.

Complessivamente, l’haikai, la tanka e la shintaishi si evolsero parallelamente e ognuno dei tre generi subì le influenze delle nuove poetiche occidentali a cui si guardava sempre con grande curiosità e con una predisposizione intellettuale volta a conoscere e ad assimilare quanto più possibile.

Lo sguardo occidentale

Per avere un panorama completo della storia dei rapporti culturali tra Occidente e Giappone risulta necessario fare un passo indietro e tenere in considerazione quello che è stato lo sguardo dell’Occidente, e dell’Europa soprattutto, verso l’alterità che da sempre il mondo Orientale costituisce. Se è vero che il Giappone ha vissuto per secoli isolato dal resto del mondo, è vero anche che la cultura occidentale, e la cultura europea più nello specifico, si sono distinte nei secoli per la loro visione profondamente etnocentrica del mondo e del sapere. È in questo panorama che la parola Oriente, sin dai tempi antichi, venne accostata al pensiero occidentale in modo ossimorico e contrastivo. Da una parte ci siamo noi, e dall’altra c’è il diverso, l’alterità. L’Oriente è dunque sempre stato collegato a un concetto di diversità, di esotismo, di misterioso e di affascinante.

È negli studi di Edward Said, e principalmente nel suo saggio del 1978 Orientalism[12], che la visione occidentale dell’Oriente viene affrontata e spiegata: a partire dalle critiche mosse verso di essa comincia a essere messo in discussione il concetto di Oriente associato a qualcosa di “diverso da me”. Com’è noto, negli studi di Said il termine “Orientalismo” indica la maniera in cui la cultura europea è entrata in contatto con l’Est del globo, cioè cercando di dominarlo, di fornirne un’immagine determinata che lo rendesse il luogo in cui risiede l’alterità.

Nel saggio, l’autore descrive come una visione stereotipata dell’Est abbia portato a individuarne tutte le civiltà etichettandole con modelli fissi e sempre uguali, e sottolinea poi come questo tipo di comportamento abbia scoraggiato l’approfondimento e la progressione degli studi al riguardo, continuando dunque ad avallare una visione ristretta e statica delle culture orientali. Per “orientalismo” si intende dunque la conoscenza dell’Oriente mediata dal punto di vista occidentale, quello cioè di porre come presupposto una distinzione ontologica tra Oriente e Occidente come due entità contrapposte e portatrici di valori assai differenti. L’orientalismo è divenuto il risvolto intellettuale del predominio europeo e occidentale.

In Orientalismo, Said sostiene ancora che la maggior parte degli studi occidentali sull’Est del mondo sono nati con lo scopo di giustificare e spiegare storicamente le motivazioni delle dominazioni coloniali europee; egli ritiene infatti che ciò che è stato prodotto sull’Oriente non sia altro che la dimostrazione della percezione e del sentimento occidentale di superiorità nei confronti dell’Oriente, visto come tradizionale, arretrato, povero e caratterizzato da chiusura e ignoranza, in opposizione al progressista e democratico Occidente. Come spiega lo stesso autore, uno dei propositi del suo saggio è quello di analizzare la forza dell’affermazione di una cultura e della prevaricazione sull’altra; uno dei suoi grandi meriti è proprio quello di aver aperto gli occhi su questa concezione altamente etnocentrica del mondo e della civiltà, sebbene alcuni preconcetti persistano ancora.

Per quanto riguarda l’eredità culturale giapponese, si ricordi che nel 1638 il Giappone chiuse le frontiere al mondo intero e si ritrovò in un totale e profondo isolamento, che alimentò la curiosità degli altri popoli verso quelle culture così difficili da conoscere. La ripresa dei commerci con l’Occidente, avvenuta con la Restaurazione dei Meiji nel 1868, cambiò però la situazione, introducendo le capacità tecniche e i modi di agire occidentali in Giappone e modificandone le politiche interne. Nell’Ottocento, infatti, con lo sviluppo dei trasporti e delle tecnologie, l’Oriente sembrò avvicinarsi molto: le descrizioni al riguardo aumentarono, e così il numero di coloro che lo avevano davvero visitato.

In Europa, il gusto per i prodotti provenienti dal Giappone raggiunse il culmine nel XIX secolo. In questo periodo, frequentatori dei salotti letterari particolarmente attratti dalla cultura del paese del Sol Levante furono i fratelli Edmond e Jules de Goncourt, che più volte nelle loro opere si trovarono a presentare le fantasie suscitate da questo lontano paese, dando così vita a quella moda nata a Parigi grazie alle grandi Esposizioni Universali che prese il nome di Japonisme.

Il termine fu coniato dal critico e collezionista francese Philippe Burty, che lo utilizzò per la prima volta in una serie di articoli pubblicati tra il 1872 e il 1873 sulla rivista letteraria «La Renaissance littéraire et artistique». Questi artisti avevano l’abitudine di riunirsi nei salotti per parlare dell’arte orientale e di come questa venisse recepita in Occidente, e discutevano insieme sul modo corretto di apprezzare e far conoscere le xilografie giapponesi.

Nel loro Journal[13] (1851-1870) e in Maison d’un artiste[14], i fratelli De Goncourt parlarono spesso della loro passione per il Giappone, da loro molto conosciuto in quanto mercanti d’arte e scrittori, nonché appassionati sin dal momento in cui lo scoprirono. Da queste pagine emerge chiaramente la progressiva diffusione che la cultura nipponica stava avendo in Europa e l’influenza che acquisiva soprattutto sugli Impressionisti. I De Goncourt giunsero a individuare e descrivere le analogie che riconoscevano tra la lontana cultura giapponese e quella parigina.

Tutto ciò che fanno è prendere da ciò che osservano. Loro rappresentano ciò che vedono: l’effetto incredibile del cielo, le strisce su di un fungo, la trasparenza di una medusa. La loro arte copia la natura così come fa l’arte gotica. In sostanza non c’è alcun paradosso nel dire che un album giapponese ed un dipinto di Watteau sono disegnati a partire da un intimo studio della natura[15].

I due, grazie alla loro professione, ebbero infatti la possibilità di vedere non solo le stampe più comuni provenienti dal Giappone, ma anche i disegni a inchiostro della raccolta Siebold a Leiden nel 1861.

I fratelli non erano mai stati in Giappone e ne hanno scritto studiando i materiali che arrivavano in Europa e parlando con i giapponesi che vivevano in Francia e che incontravano alle mostre d’arte e nei saloni delle Esposizioni Internazionali. Edmond pubblicò molti scritti sugli artisti del paese del Sol Levante, tra cui una monografia storica su Kitagawa Utamaro e una su Katsushika Hokusai, che divennero gli unici due testi allora in circolazione con un approccio critico sugli artisti giapponesi e che vennero presto tradotti e diffusi in varie lingue. Un canale molto sfruttato per la diffusione delle stampe giapponesi e della loro cultura in generale fu rappresentato a Parigi dall’apertura in Rue de Rivoli nel 1862 del negozio La porte chinoise di Madame Desoye, che divenne presto un centro propulsore e un punto di incontro per tutti gli artisti affascinati dall’arte orientale.

Al livello letterario, il primo incontro tra il Giappone e l’Europa vi fu grazie alla penna di Pierre Loti, pseudonimo di Louis Marie Julien Vlaud, un ufficiale navale dell’esercito francese che si dilettava a scrivere storie di amori e di passioni ambientate in paesaggi esotici e lontani. Nel 1888 pubblicò Madame Chrysantème, un testo scritto in forma di diario dal protagonista, alter ego letterario dell’autore, un ufficiale navale costretto a rimanere a Nagasaki per alcuni mesi a causa di un guasto alla sua imbarcazione. Il racconto presenta, in forma letteraria, una consuetudine a cui gli ufficiali occidentali fecero largo ricorso, ovvero quella di poter sposare temporaneamente le geishe mentre si trovavano in Giappone e di avere poi tutta la libertà di rescindere il contratto, una volta deciso di ripartire. Il romanzo si articola dunque sulle dicotomie tra l’Europa e il Giappone e tra uomo e donna: è presentato dal punto di vista occidentale, secondo il quale l’uomo è bianco e l’Europa è l’Occidente, mentre la donna è l’esotico, il fascinoso, l’altro, e il Giappone è l’Oriente.

A essere particolarmente attratti dall’arte nipponica furono, poi, senza dubbio i fauves e i pittori dell’Impressionismo francese, primo tra tutti Edgar Degas, che studiò i modi della composizione e del punto di vista alla giapponese e li riutilizzò nei suoi dipinti.

Van Gogh anche subì la fascinazione del lontano Oriente e non solamente dal lato artistico, bensì anche nella concezione e nella visione della vita di ogni giorno: «Tutto il mio lavoro è più o meno basato sull’arte giapponese»[16], si legge in una lettera indirizzata al fratello Theo. Riteneva, infatti, che gli artisti nipponici non si sentissero in competizione gli uni con gli altri, ma che lavorassero insieme scambiandosi idee e prospettive che arricchivano quotidianamente il loro modo di fare arte, e questa visione divenne per lui un’ispirazione anche nella vita di tutti i giorni.

Come è ben noto, Van Gogh ebbe una vita molto difficile e piena di sofferenza e una delle poche consolazioni era data dall’amore di e verso il fratello Theo, che conosceva molti esperti del mondo dell’arte giapponese, come l’illustratore Henri Guérard e il gallerista Siegfried Bing, creatore del mensile «Le Japon Artistique»[17] pubblicato dal maggio 1888 in poi con lo scopo di insegnare a guardare l’arte giapponese dal punto di vista corretto, quello giapponese appunto; proprio grazie ai contatti di Theo, Van Gogh fu in grado di coltivare questa forte passione nata per il Sol Levante.

La prima volta che l’artista menzionò il nuovo interesse fu in una lettera del novembre 1885, poco dopo essersi trasferito ad Anversa, città nella quale ogni giorno il porto accoglieva merci provenienti da tutto il mondo. La moda nata in Francia una ventina di anni prima e implementata dall’Esposizione Universale del 1885 tenutasi proprio ad Anversa aveva portato Van Gogh a imbattersi in varie stampe, al tempo molto economiche: in breve tempo riuscì a crearsi una collezione personale di tutto rispetto. Tra le varie opere che comprò vi fu anche il celebre Ponte di Shin-Ohashi sotto la pioggia, opera di Utagawa Hiroshige (1857). Il dipinto s’inscrive nel genere noto come Ukiyo-e, che significa ‘immagini del mondo fluttuante’. È a questa opera che Van Gogh si ispirò per la realizzazione del suo Ponte sotto la pioggia, di cui decorò anche la cornice con caratteri giapponesi, sebbene ignorandone il significato, in un chiaro omaggio al mondo orientale e giapponese da cui aveva tratto ispirazione.

Per quanto riguarda l’aspetto letterario, è importante soffermarsi sul concetto di letteratura giapponese che «è stato costruito quando il Giappone è emerso come uno stato nazionale moderno alla fine del diciannovesimo secolo, mentre esercitava il potere coloniale su altre parti dell’Asia»[18].

L’Oriente doveva, infatti, allora fornire un’idea unica di Giappone che risultasse in opposizione a quella occidentale e principalmente a quella americana: la rigidità e inflessibilità morale che spesso associamo al Giappone è figlia proprio di quel periodo storico, in cui il paese sentì la necessità di proteggere le proprie specificità contro gli influssi del mondo.

Questo sentimento esasperato di conservazione della propria identità andò via via modificandosi, intorno agli anni Settanta del Novecento, quando il volto del Giappone cambiò ancora e si passò a una fase in cui si sentiva meno l’opposizione tra Est e Ovest; seguì una maggiore apertura verso il mondo esterno e verso gli altri modi di vivere, tanto che molti scrittori giapponesi ricorsero a dei modelli letterari occidentali nelle loro opere, proprio per sottolineare gli influssi che lo studio e la conoscenza di quelle culture avevano avuto su loro.

La letteratura giapponese contemporanea

In ambito strettamente letterario, il connubio tra l’introspezione tipica dei romanzi occidentali e lo stile evanescente orientale trova il suo massimo esponente in Kawabata Yasunari, un grande scrittore che fu molto apprezzato in Occidente, tanto da divenire il primo letterato giapponese a essere insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1968; per lo stile di scrittura e le tematiche che affrontò divenne il portavoce dei valori nipponici della misura e della raffinatezza, pur non esimendosi dalla presentazione di tematiche difficili come quella della morte. La sua vita fu costellata di lutti e gravi perdite sin dalla tenera età, quando rimase orfano dei genitori e venne separato dalla sorella, e la morte divenne ben presto una presenza costante nella sua vita, fino al gesto estremo del suicidio nel 1972.

Kawabata è famoso per la perfezione formale dei suoi testi nonché per la sua capacità di introspezione e analisi psicologica nel delineare i propri personaggi. Queste qualità sono perfettamente riscontrabili nella sua opera Nemureru bijo, ‘La casa delle belle addormentate’[19], che ebbe larga fortuna in Occidente. Già dal titolo capiamo che la ben nota favola di Perrault assume qui caratteristiche del tutto differenti che si declinano nelle varie riproduzioni delle giovani e inconsapevoli ragazze narcotizzate del testo.

Questo racconto, velato di un raffinato erotismo, ha una trama molto semplice e lineare: un anziano signore, Eguchi, consigliato da un suo amico, si reca in una casa molto particolare all’interno della quale viene permesso ai clienti, la maggior parte dei quali anziani, di trascorrere la notte accanto a delle vergini addormentate artificialmente, forse addirittura ignare di quanto accade loro. Tutto il romanzo si muove tra questi non-incontri e le riflessioni che suscitano nella mente del protagonista.

Quando giacevano sfiorati dalla nuda pelle delle giovani donne addormentate, a insorgere dal fondo del loro animo non era forse soltanto il terrore della morte che si avvicinava, l’inalienabile tristezza della gioventù perduta; era forse il rimorso per le immoralità da loro stessi commesse e – come capita spesso agli uomini che hanno raggiunto il successo – l’infelicità familiare[20].

L’erotismo sotteso al testo si gioca tutto sulla privazione del desiderio; Eguchi si limita a sfiorare queste donne, a prenderle per mano, a odorare il loro profumo e a osservare i gesti incoscienti che fanno nel sonno. Il protagonista vive così nelle sue memorie, risvegliate ogni volta da un piccolo particolare. Gli incontri avvengono in un’ambientazione quasi magica, sospesa nella luce rossa delle tende di velluto che isolano la casa, e procede tra memorie e ricordi, tra gli aromi e i piaceri di una sessualità non consumata, bensì mostrata e negata, ma che allo stesso tempo mantiene viva la sua carica propulsiva e si trasforma in attaccamento alla vita contro l’inesorabile scorrere del tempo.

I veri protagonisti dell’opera diventano i sensi, l’olfatto, la vista, il tatto, e tutto si trasforma in una sorta di sogno in cui ricordi reali e immagini oniriche si mescolano inesorabilmente. L’ultimo incontro è quello spiazzante, traumatico, quello che cambia completamente il volto del testo: Eguchi, venuto a conoscenza della morte di un anziano signore durante un incontro e rimasto un po’ scosso dal fatto che per non creare problemi alla casa il cadavere è stato trasportato altrove, vive la notte con le due ragazze tra cattivi presagi e incubi inquietanti, in cui sogna che la stessa sorte possa toccare a lui. Al risveglio, però, Eguchi ha superato la notte, mentre per una delle due ragazze accanto a lui è ormai troppo tardi. La giovane è morta, forse a causa di un eccesso di sonniferi, e la dicotomia tra giovani e anziani, tra morte e vita, si sgretola su sé stessa come un castello di carte. L’opera si chiude su una frase che la tenutaria della casa, dopo il terribile evento, rivolge al protagonista: «Non datevi pensiero inutilmente. Riposatevi con calma. Di ragazza ce n’è un’altra no?»[21]. Il commento brutale può essere inteso forse in senso filosofico, ribaltando il legame tra anziani e morte/giovani e vita: riveste l’esistenza di un velo opaco che a volte svela e a volte nasconde la tragicità di ogni vita.

Da questo racconto e dal suo approdo in Occidente verrà tratto il romanzo di Gabriel García Márquez Memoria delle mie puttane tristi[22], che in apertura presenterà in omaggio l’incipit dello stesso Kawabata, e che svilupperà il suo scritto seguendo l’impostazione del giapponese. Nel testo del sudamericano, un anziano decide di regalarsi «una notte d’amore folle con un’adolescente vergine»[23] per il suo novantesimo compleanno; prende così i contatti con la proprietaria di una casa di appuntamenti che gli trova una quattordicenne. La bambina è però così terrorizzata da quanto dovrà accadere che la donna è costretta a sedarla; così, nel loro primo incontro, l’anziano riesce solamente a guardarla dormire e quello è il pretesto da cui inizia a riflettere sulla sua vita e sulla sua giovinezza. Tornerà più volte a trascorrere la notte con la ragazza, senza mai neppure sfiorarla, e, sebbene anche qui un sottile erotismo pervada tutto il testo, questo ben presto si trasforma in un sentimento che l’anziano non aveva mai provato: l’amore. Quel che non ha mai sperimentato nella sua vita fatta di estremi e dissolutezza lo troverà nella candida compagnia di quella giovane dormiente al tramonto della sua esistenza e così, finalmente appagato di sentimenti ed emozioni positive, per il suo novantunesimo compleanno avrà raggiunto la serenità che gli occorre per avvicinarsi al proprio tramonto.

Non solo la trama, dunque, ricalca quella di La casa delle belle addormentate, ma anche le tematiche affrontate, i pensieri ricorrenti, l’avvicinamento della morte, l’erotismo latente sotteso a tutto il testo, ma che si trasforma in delicatezza e gentilezza. Un vero omaggio al Giappone e a uno dei suoi migliori esponenti nonché un felice esempio di contaminazione artistica tra Occidente e Oriente.

Italia e Giappone

Come accennato, il rapporto di scambio e influenza culturale tra Giappone e Occidente fu reciproco. In Italia, oltre che attraverso l’arte, un ruolo fondamentale nella presentazione e nella descrizione delle usanze tradizionali giapponesi lo ebbe la stampa nazionale. Gabriele d’Annunzio fu molto importante per i legami che instaurò con il Giappone e soprattutto per l’inserimento, all’interno dei suoi testi, di elementi tipici del paese del Sol Lavante.

Esemplificativo è il racconto Mandarina[24], che venne pubblicato sulla rivista «Capitan Fracassa» il 22 giugno 1884 e in cui emerge il gusto della protagonista per il japonisme. Qui l’autore racconta la storia d’amore tra la marchesa romana Aurora Canale e il giapponese Sakumi e si concentra molto sulle descrizioni della casa della donna, molto attratta dagli oggetti provenienti dall’Oriente. Nello stesso anno, sul quotidiano «Tribuna», d’Annunzio curò la rubrica Giornate Romane, in cui inserì come primo articolo quello dal titolo Toung-Hoa-Lou, Cronica del fiore dell’Oriente, in cui raccontava l’incontro fra il Re d’Italia e l’ambasciatore giapponese Fujimaro Tanaka e in cui scelse di firmarsi con lo pseudonimo Shiun-Sui-Katsu-Kava. Nel 1885 pubblicò sul noto quindicinale «La domenica letteraria ‒ Cronaca bizantina», l’articolo Letteratura Giapponese, in cui inserì anche delle illustrazioni del pittore Yamamoto Hosui, e l’Outa occidentale, una poesia composta secondo la metrica giapponese dell’haiku, costituita cioè da sole trentuno sillabe divise in cinque versi. Così la poesia giapponese arrivò in Italia.

La fascinazione per il Sol Levante non si limitò però solo a d’Annunzio: molti scrittori italiani, tra i quali Umberto Saba, Dino Buzzati, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Fosco Maraini e Alberto Moravia, viaggiarono e si dedicarono alla stesura di articoli sul Giappone, rimanendo affascinati dalla sua cultura.

Questi autori viaggiarono principalmente come inviati dei vari giornali, soprattutto per la Terza Pagina del «Corriere della Sera», e quindi i loro scritti, più che narrazioni romanzesche, si configurano come veri e propri reportages giornalistici, mancanti di quella parte di soggettività ed emozionalità tipica del racconto di viaggio fatto per piacere.

L’atteggiamento generale non è, quindi, quello di uno studio accurato, bensì quello di una semplice osservazione e descrizione degli aspetti più esotici e più di impatto del Giappone; ne consegue una conoscenza lacunosa e superficiale per quanto riguarda la cultura e la letteratura prodotta nel Sol Levante, tanto che in Italia le prime traduzioni dei grandi letterati giapponesi come Kawabata Yasunari e Mishimi Yukio saranno molto tardive, di non prima degli anni Cinquanta, e il più delle volte mutuate dalle traduzioni dall’inglese, quindi senza cimentarsi direttamente col testo in giapponese.

Una figura che merita una citazione a parte in questo contesto è Fosco Maraini, che compì numerosi viaggi in Giappone non solo in qualità di letterato, ma anche di antropologo ed etnologo, e che rappresenta uno dei più grandi conoscitori del Paese del Sol Levante del Novecento italiano. Maraini viaggiò per piacere, per passione, per la voglia di scoprire il mondo e le sue genti; è per questo che dalle sue opere non emergono solo descrizioni molto accurate degli usi e dei costumi nipponici, ma vengono presentati dei veri e propri spaccati di vita che mostrano, senza confronti e senza giudizi, la diversità della quotidianità di un italiano o di un europeo rispetto a un giapponese. Maraini, sin dall’età di ventiquattro anni, iniziò a immaginare un progetto ambizioso, quello di una biblioteca che raccogliesse testi sull’Oriente: Orientalia conta oggi più di ottomila volumi, gran parte dei quali salvatisi miracolosamente dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, che sono andati tutti a confluire nel Gabinetto scientificoletterario Vieusseux, ancora oggi uno dei più importanti centri di studio sull’Oriente.

Nel periodo del dopoguerra e del post-fascismo, solo un altro autore oltre a Maraini andò in Giappone, Alberto Moravia, che arrivò nel Sol Levante nel 1957 un po’ per caso, in occasione del Congresso mondiale del P.E.N. Club[25] a cui era stato invitato Ignazio Silone e a cui Moravia partecipò, dunque, come sostituto[26]. Vi soggiornò per circa tre mesi, e compì successivamente altri tre viaggi in Giappone, nel 1967, nel 1971 e nel 1982: da quelle esperienze nacque la serie di articoli pubblicati sul «Corriere della Sera» e successivamente raccolti nel volume del 1994 Viaggi: articoli 1930-1990, caratterizzati dalla commistione tra saggistica, storia, giornalismo e letteratura.

Altro letterato italiano che si recò in Giappone e ne riportò descrizioni e osservazioni fu Dino Buzzati, anch’egli partito come corrispondente della Terza Pagina del «Corriere della Sera». Buzzati era molto avvezzo ai viaggi, avendo vissuto molta della sua vita come corrispondente dall’estero ma, diversamente da quel che si può pensare, egli non ritenne l’esperienza del viaggio edificante né tantomeno utile per aprire gli occhi e conoscere nuovi aspetti di sé stesso grazie al confronto con paesi, genti e abitudini sconosciute.

Questa visione la si ritrova in La mamma e il quadrigetto, primo articolo dedicato al Giappone del novembre 1963, che l’autore aprì con una nota autobiografica e con l’introduzione del suo alter ego, Stefano Cara, la cui solitudine e disperazione nel trovarsi in un paese straniero e lontano fu la marca distintiva di tutto lo scritto. Diversamente da Maraini, Buzzati trovò il Giappone troppo distante dall’Italia e non si appassionò né ai suoi paesaggi né al suo cibo, né tantomeno uscì mai da Tokyo, cosicché tutte le sue descrizioni dei venti giorni trascorsi sul suolo nipponico si ridussero a un reportage su questa sola città.

Italo Calvino nel 1976 visitò il Giappone, anch’egli come inviato del «Corriere della Sera», e in seguito a questa esperienza scrisse ben nove articoli, L’osservatorio del signor Palomar, apparsi poi sulla rivista «L’Approdo Letterario» col titolo Il signor Palomar in Giappone, e raccolti in Collezione di Sabbia nel 1984. La visita in Oriente segnò a fondo la sua vita, tanto che l’influenza della cultura giapponese è riscontrabile sia nel capitolo di Se una notte d’inverno un viaggiatore intitolato Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna, scritto con uno stile orientaleggiante ispirato probabilmente all’estetica giapponese di Kawabata Yasunari, sia nel capitolo L’aiola di sabbia di Palomar. L’esperienza di Calvino diventa essa stessa un’esperienza dei sensi e anche questa prospettiva, che in lui predilige la vista, sembra derivare dalla lettura di Kawabata, che in La casa delle belle addormentate fornisce all’olfatto, e ai ricordi che questo richiama alla memoria, la speciale prerogativa di aiutare a comprendere il mondo.

Fondamentale, nella diffusione della cultura del Sol Levante in Italia, è poi il contributo del settore accademico, che vanta al suo interno diversi luminari. La città di Roma ha ricoperto e ricopre un’importanza rilevante come centro di studi e di attività varie che mirano a porre al centro della loro ricerca l’Estremo Oriente e il Giappone. È qui infatti che sono nati centri di ricerca come l’Is.M.E.O., l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente; l’Istituto Giapponese di cultura e l’Istituto Orientale della Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma. Del 1950 è poi il Centro di Studi di Cultura Giapponese, che nel 1959 ha cambiato nome in Centro Culturale Italo-Giapponese. Nel 1956 il Centro iniziò la pubblicazione della rivista bimestrale «Cipangu» diretta da Mario Teti, in cui vennero tradotti molti autori giapponesi moderni e contemporanei, come Akutagawa Ryunosuke, Jun’Ichiro Tanizaki e Ihara Saikaku.

Altra rivista fondamentale nel settore della ricerca fu «East and West», fondata nel 1950 e sulla quale è possibile incontrare lavori e studi di Giacinto Auriti, Marcello Muccioli e Mario Teti, tre grandi traduttori ed esperti della cultura giapponese. È proprio Muccioli che a Napoli, tramite l’Istituto Universitario Orientale e il suo organo di divulgazione, gli «Annali», dirige e coordina la parte sugli studi giapponesi, che continuano così a progredire nella nostra penisola.

Le prime traduzioni giunte in Italia di autori giapponesi, oltre a quelli precedentemente citati, sono quelle delle opere di Natsume Sōseki, Kawabata Yasunari e Jun’Ichiro Tanizaki.

Sōseki è nato a Tokyo nel 1867 e la sua opera, molto legata all’idealismo, rappresenta al meglio la fase di transizione vissuta dal Giappone durante la Restaurazione Meiji. Egli ha infatti analizzato i valori della nuova epoca evidenziandone i lati positivi e quelli negativi, ponendo in primo piano la riflessione sull’individualismo nipponico messo a confronto con altre culture e la solitudine e il vuoto di ideali davanti ai quali gli intellettuali giapponesi si sono trovati una volta che il loro paese si è aperto al mondo. Egli diventa una figura di riferimento in un momento di grandi cambiamenti sociali, politici e culturali, e si fa portavoce del senso di incertezza, curiosità e difficoltà con cui i Giapponesi si trovano a confrontarsi.

La sua fama verrà consolidata dal suo primo capolavoro, Wagahai wa neko de aru (吾輩は猫である, Io sono un gatto, 1905), tradotto in Italia nel 2006 da Antonietta Pastore per la casa editrice Neri Pozza[27]; qui l’autore crea il personaggio di un gatto filosofo che, trovando rifugio a casa di uno strano professore di inglese, assiste a una miriade di situazioni particolari che lo fanno riflettere sullo stile di vita libertino e dissoluto che si è sviluppato nell’età moderna.

Tra le varie speculazioni compiute, una delle più importanti verte proprio sulla situazione in cui si trova il Giappone, nella sua visione ormai talmente inebriato dal contatto con l’Occidente da trovarsi incagliato all’interno di una cultura estremamente individualista che ruota tutta intorno alla soggettività, segnando inevitabilmente, per ogni individuo, una chiusura che non genera altro che una profonda solitudine.

Sempre per Neri Pozza, e sempre con traduzione di Antonietta Pastore, esce nel 2007 Boccan, Il signorino[28], uno dei romanzi più letti di tutta la letteratura giapponese moderna. Protagonista è proprio questo signorino, termine usato nella duplice accezione di giovane e immaturo, infantile. Una volta cresciuto, non perderà il suo temperamento ribelle e anticonvenzionale, divenendo in tal modo un alter ego dell’autore che ha sempre difeso la propria estraneità alle norme sociali e non ha mai nascosto il proprio duplice rapporto con la letteratura occidentale, da una parte amata, dall’altra detestata. Proprio per questo, Sōseki è ritenuto lo scrittore che meglio ha saputo interpretare il proprio periodo storico, nonché quello che ha saputo mettere per iscritto la crisi dell’uomo moderno.

Altro autore fondamentale che arriva nella nostra penisola è Jun’Ichiro Tanizaki, nato a Tokyo nel 1886 e altro rappresentante fondamentale dell’epoca Meiji. Diversamente da Sōseki, che incentrava le sue opere sul tema della solitudine, l’attenzione di Tanizaki si concentra sulla bellezza femminile e sul piacere provocato dai sensi, il tutto filtrato attraverso un’estetica del delicato e del raffinato tutta di stampo giapponese.

Tra le fonti più vicine all’autore e da cui ha tratto insegnamento e ispirazione ci sono sicuramente il decadentismo occidentale di Wilde e Baudelaire e la scrittura oscura di Edgar Allan Poe, che viene infatti citato nelle prime pagine di Morbose Fantasie. Questo viene pubblicato in Giappone nel 1918, nel pieno dell’epoca Taisho, ma lo stile di scrittura sembra assolutamente più moderno del periodo in cui vede la luce. In Italia viene edito da Feltrinelli nel 1982 e da subito si imprime nelle coscienze dei lettori della penisola. In Morbose fantasie, un omicidio di una violenza inaudita diventa il motivo scatenante da cui parte la narrazione delle ossessioni e delle perversioni umane. I protagonisti sono i due amici Takahashi e Sonomura e l’opera inizia con la chiamata ricevuta da Takahashi che viene invitato dall’altro a seguirlo in quanto la sera, a mezzanotte in punto, sarà assassinata una persona. L’omicidio viene commesso davvero e Takahashi sarà talmente terrorizzato da questa scena che trasformerà l’iniziale compassione verso l’amico, ritenuto quasi uscito di senno per la chiamata effettuata, in un sentimento di angoscia e paura verso quell’uomo che pensava di conoscere e che invece scopre attratto e addentro a tale genere di eventi. Sarà da qui che partiranno le sue riflessioni su quanto visto e quanto accaduto; le sue meditazioni arriveranno fino al termine del racconto, in cui lo stesso Sonomura sarà coinvolto in incredibili situazioni con la misteriosa donna della stanza.

Tanizaki reinventa a suo modo il noir e nelle sue opere capovolge completamente il ruolo della donna, che diventa una femme fatale caratterizzata da una crudeltà distruttiva e deviata, capace con la sua sensualità di asservire a sé qualsiasi uomo ella desideri e per qualunque fine abbia in mente.

Altro giapponese che ha riscosso molto successo in Occidente e in Italia è il già citato Kawabata Yasunari di La casa delle belle addormentate. Tra i suoi temi ricorrenti vi è sicuramente la ricerca della bellezza, che pone inevitabilmente in contrasto un mondo ideale di purezza e innocenza con quello reale delle miserie dell’essere umano. Nelle sue storie la trama è molto semplice e lineare, mentre la parte davvero notevole è quella che riguarda ciò che accade nell’interiorità più profonda dei personaggi; la grandezza di Kawabata sta nel saper dar voce alle profondità più remote dei suoi personaggi e nel descriverle con delicatezza e raffinatezza, in un estetismo poetico che assume anche i connotati di un’analisi psicologica.

Nell’opera considerata il suo capolavoro, Il paese delle nevi, tradotta per la prima volta in Italia da Luca Lamberti per «I coralli» Einaudi nel 1957, Kawabata racconta la storia (ispirata a un amore di gioventù dell’autore) di un ricco esteta borghese, Shimamura, e del suo amore per la geisha Komako, una giovane che inizia questo lavoro per altruismo e vi rimane poi incatenata.

I due protagonisti si trovano in un villaggio termale sempre ricoperto di neve, descritto nel testo così a fondo che lo si può immaginare in tutti i suoi dettagli. È un paesino in cui il ritmo della vita è scandito dalla natura, ed è proprio questa, come nella migliore tradizione giapponese, che diventa il centro delle descrizioni operate dall’autore, che sembra quasi si diverta a dilatare brevi haiku nelle sue prose. Mentre è in viaggio in treno per raggiungere il paesino, Shimamura si trova davanti a una scena molto dolorosa di una giovane donna che accudisce un anziano malato, e il personaggio assiste agli eventi guardandoli dal riflesso sul finestrino. Questo fa già presagire che questa distanza nelle relazioni, questo ricorso a uno specchio che filtri la realtà, sarà la cifra sulla quale si articolerà anche il suo rapporto con Komako; Shimamura non si lascia mai coinvolgere veramente dalla realtà, preferisce il filtro del sogno, tramite cui può creare nella sua mente qualsiasi immagine egli desideri. Allo stesso tempo Komako, ben conscia della differenza sociale tra lei e l’uomo, non si lascia mai completamente andare, nonostante la piena devozione a Shimamura. Questo rapporto rimane incagliato nei risvolti psicologici dei due protagonisti e diviene ovattato proprio come il villaggio sotto la sua coperta di neve. Ciò che più colpisce è lo stile, effimero e delicato, di una raffinatezza che ha tutte le caratteristiche della cultura giapponese.

Per tornare al tempo attuale, si può constatare in maniera inequivocabile che la cultura orientale ha permeato diversi aspetti di quella occidentale, instaurando un legame così stretto da dissolvere in parte il senso di alterità ed esotismo che un tempo caratterizzava tale interazione culturale. Nel contesto letterario internazionale, gli autori giapponesi si ergono ora a figure di primo piano, contribuendo in maniera significativa alla ricchezza e alla diversità del panorama letterario globale. Nomi come Banana Yoshimoto, Kazuo Ishiguro e, soprattutto, Haruki Murakami si distinguono per la loro capacità di intrecciare narrazioni complesse e coinvolgenti, attraverso una fusione unica di tradizione e modernità. Le opere di questi scrittori hanno contribuito a creare un ponte culturale tra i due mondi, consentendo al lettore occidentale di immergersi in realtà letterarie distanti, ma al contempo affini nella loro umanità condivisa. Questa intersezione tra culture rappresenta un fenomeno in continua evoluzione, che arricchisce la scena letteraria mondiale e favorisce una comprensione reciproca più profonda tra Oriente e Occidente[29].

  1. Cfr. R. Caroli, F. Gatti, Storia del Giappone, Bari, Laterza, 2004, pp. XXVIII-XXXIV.

  2. E. O. Reischauer, Storia del Giappone, Milano, Rizzoli, 1974, p. 18.

  3. Ivi, p. 32.

  4. Ivi, p. 46.

  5. Ivi, pp. 46-47.

  6. In corso la mostra dedicata a Ukiyoe. Il Mondo Fluttuante. Visioni dal Giappone, a cura di Rossella Menegazzo, visitabile al Museo di Roma di Palazzo Braschi fino al 23 giugno prossimo: https://www.museodiroma.it/it/mostra-evento/ukiyoe-il-mondo-fluttuante (ultima consultazione: 29 febbraio 2024).

  7. M. Muccioli, La letteratura giapponese, a cura di M. T. Orsi, Roma, L’asino d’oro, 2015, p. 300.

  8. Ivi, p. 404.

  9. Per ulteriori informazioni, cfr. Yoshie Okazaki, Japanese Culture in the Meiji Era, Tokyo, Obunsha, 1955.

  10. Testo tratto dall’URL: https://www.tuttogiappone.eu/il-patto-dei-cinque-articoli/ (ultima consultazione: 31 gennaio 2024).

  11. Sulle traduzioni di opere letterarie occidentali in Giappone cfr. S. Ito, “Pioneers of the new literature”, in «Japan Quarterly», II, 1955, pp. 224-234.

  12. E. Said, Orientalism, traduzione di S. Galli, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

  13. E. e J. De Goncourt, Journal. Vol. I, tomo I (1851-1859); tomo II (1860-1864); tomo III (1865-1870).

  14. E. e J. De Goncourt, Maison d’un artiste, trad. Di B. Briganti, Palermo, Sellerio, 2005.

  15. Ibidem.

  16. Lettera 510, Arles 15 Giugno 1888; si può leggere in cartaceo in V. Van Gogh, Lettere a Theo, Parma, Ed. Guanda, 2009. Sul sito The Vincent van Gogh Gallery sostenuto dal Museo Van Gogh di Amsterdam, è consultabile l’intera raccolta di lettere scritte da Vincent ad amici e parenti alla URL: https://vangoghletters.org/vg/ (ultima consultazione: 31 gennaio 2024).

  17. S. Bing, Le Japon Artistique, Paris, Charles Gillot, 1888.

  18. E. Tai, “Rethinking Culture, National Culture, and Japanese Culture” in «Japanese Language and Literature», 2003, p. 9 (traduzione nostra).

  19. Y. Kawabata, La casa delle belle addormentate, trad. it. Di M. Teti, prefazione di Yukio Mishima, Milano, Mondadori, 1972.

  20. Ivi, p. 20.

  21. Ivi, p. 137.

  22. G. G. Márquez, Memoria delle mie puttane tristi, trad. di A. Morino, Milano, Mondadori, 2005.

  23. Ivi, p. 5.

  24. G. d’Annunzio, Mandarina, in Id., Tutte le novelle, a cura di A. Andreoli e M. De Marco, Milano, Mondadori, 2006.

  25. Associazione internazionale di poeti (poets), saggisti (essayists) e romanzieri (novelists), fondata a Londra nel 1922 dagli scrittori Catharine A. Dowson Scott e J. Galsworthy allo scopo di sviluppare collaborazione fra gli intellettuali di tutti i paesi. La sigla contenuta nel nome coincide nella lettura con il sostantivo inglese pen, penna, in modo tale che il nome è stato volutamente assunto a indicare l’associazione internazionale degli uomini di «penna».

  26. Per ulteriori informazioni cfr. T. Ciapparoni La Rocca, Moravia e il Giappone, in «Quaderni 1.’98», Fondo Moravia, Roma 1998.

  27. Il signorino e Io sono un gatto vengono pubblicati nella collana «Le Tavole d’Oro», a cui si affiancano, dello stesso autore, Fino a dopo l’equinozio, con traduzione di Andrea Maurizi, La porta ed E poi, tradotti da Antonietta Pastore; nella collana «Biblioteca Neri Pozza» compaiono, invece, Il cuore delle cose, tradotto da Gian Carlo Calza, e Guanciale d’erba, con traduzione di Lydia Origlia.

  28. N. Sōseki, Il signorino, traduzione it. di A. Pastore, Vicenza, Neri Pozza, collana «Le Tavole d’Oro», 2007.

  29. Estratto dalla tesi di Laurea Magistrale in Filologia moderna dal titolo La ricezione occidentale del Giappone e il fenomeno di Haruki Murakami, discussa a marzo 2024 presso il Dipartimento di Lettere e Culture moderne della Sapienza Università di Roma: relatori Giampiero Gramaglia e Maria Panetta, correlatore Francesco Saverio Vetere.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

La filosofia italiana di fronte al Grande Fratello. Croce e Franchini lettori di Orwell

Author di Rosalia Peluso

I believe that the key to the future is in the remnants of the past.

(Bob Dylan)

The last man in Europe

Tra il 1946 e il 1949 nascono due libri capitali sul totalitarismo. Il primo è Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt. L’altro è 1984 di George Orwell. Due “maestri irregolari”[1].

Il primo libro ha dalla sua parte la storia, quella appena conclusasi; le fonti, le testimonianze, le interpretazioni, benché ancora “calde”, non ancora oggettivatesi nella ricostruzione saggistica[2]. Il secondo non parla del tempo che fu, ma di quello che sarà. Non è una registrazione, ma una previsione totalitaria. Non parla del totalitarismo come lo abbiamo conosciuto ma del totalitarismo che conosceremo: di quegli elementi totalitari che, notava proprio Arendt, si annidano anche nei regimi più democratici e che sono garantiti dall’atomizzazione degli individui e proliferano grazie ad essa, all’architettato progetto di atrofizzare le esperienze condivise, quelle politiche in primo luogo. Per questo lo scrittore ambienta la narrazione in un futuro allora remoto, il 1984. Continua a leggere La filosofia italiana di fronte al Grande Fratello. Croce e Franchini lettori di Orwell

(fasc. 47, 25 febbraio 2023)

La genesi di un “caso”. La storiografia e la nascita di Benedetto Croce

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Benedetto Croce fu nominato senatore il 26 gennaio 1910[1]. Il fascicolo delle «Congratulazioni» per quella nomina contiene circa settecento documenti, tra biglietti da visita, telegrammi, lettere e cartoline postali, già da tempo digitalizzati[2]. Non diversamente da quel che si possa immaginare, gli encomi furono inviati, oltre che da parenti, amici, titolari di case editrici e più o meno anonimi estimatori, anche da eminenti studiosi e politici di rango[3]. Continua a leggere La genesi di un “caso”. La storiografia e la nascita di Benedetto Croce

(fasc. 47, 25 febbraio 2023)