Il liberalismo gobettiano negli scritti di Paolo Bonetti

Autore di Maria Panetta

Ho conosciuto Paolo Bonetti solo qualche anno fa, proprio in queste aule di Università[1], ma ovviamente ne frequentavo gli scritti da quando si è accesa la mia passione di studio per Benedetto Croce e la sua opera.

In questa occasione accennerò a un aspetto diverso del Bonetti studioso, che non riguarda solo Croce, ma si tratta comunque di un argomento che mi sta molto a cuore, specie come appassionata e docente di storia dell’editoria: ovvero, la “funzione Gobetti”, se così posso definirla. Il ruolo, cioè, che ebbe il giovane torinese nel collegare idealmente e servire da tramite fra il mondo fiorentino della «Voce» di Papini e Prezzolini, con tutto il suo retaggio culturale di idealismo militante, e quello, a lui successivo, dell’ambiente intellettuale sorto intorno alla Casa Einaudi nel 1933.

Ho già avuto modo di confrontarmi col pensiero di Bonetti al riguardo in occasione della recente presentazione del suo ultimo volume su Croce, assieme a quello di Alfonso Musci[2], il 29 novembre 2018. In proposito mi preme innanzitutto ricordare nuovamente che allora Paolo Bonetti, già provato nel fisico, purtroppo non poté partecipare di persona; e, poi, esprimere, in questa sede, il forte rammarico di non aver avuto la presenza di spirito, in quel pomeriggio, di registrare l’articolato, illuminante e lucidissimo contributo di Bonetti, intervenuto per telefono a salutare i relatori e il pubblico.

Il suo recente volume Presenza di Croce raccoglie una serie di saggi scritti in precedenza in un arco temporale di quindici anni, dal 2002 al 2016, e accuratamente selezionati in modo tale che fossero collegati da un ideale “filo rosso”; ognuno illumina un aspetto diverso del pensatore e dell’uomo, permettendo, alla fine, di delinearne un profilo che, infatti, emerge limpidamente dalle pagine[3]. E a tale proposito mi fa piacere rilevare e ricordare, in generale, una particolare “attitudine al profilo” in Bonetti e nella sua prosa.

Mi si permetta di rammentare, in primis, che il libro inaugura una collana diretta, per Aras Edizioni, dallo stesso Bonetti e intitolata «Le noci», con la precisazione sottostante Idee e società, e di notare che questo volume è perfettamente in linea con gli intenti della collezione, essendo un libro di idee ma non solo, in quanto compaiono tra le righe dei riferimenti alla situazione politica ed economica attuale e, dunque, il pensiero di Croce non vi viene solo illustrato, discusso e comparato con quello di altri pensatori precedenti, coevi e successivi, ma viene anche valorizzato come ispirazione per l’oggi. E questa attenzione al contemporaneo, in fruttuoso dialogo col passato, fra l’altro, mi appare una costante di tutti gli scritti bonettiani.

L’agile Premessa di Bonetti esplicita l’impostazione che collega i saggi: la volontà di presentare Croce come «l’ultimo rappresentante»[4] della «grande tradizione dell’umanesimo italiano ed europeo»[5]. Con sicurezza l’autore vi delinea i principali snodi del pensiero crociano, con una “facilità” e una leggerezza che gli derivano dall’esperienza e dalla conoscenza approfondita di tutta l’opera del filosofo: si avverte in queste pagine che il cosiddetto “sistema” crociano, in verità così poco sistematico, non ha segreti per un lettore attento come Bonetti, che lo sa illustrare con puntualità a chi legge. Mirabile è, a mio avviso, la visione d’insieme che egli riesce ad avere dell’opera di Croce e sorprendente la sua capacità di comunicarla: e davvero in questo caso – crocianamente – la chiarezza del pensiero si riverbera nella limpidezza della sua prosa, dal ritmo piano e regolare.

Un paio di saggi, in particolare, ci interessano ai fini dell’indagine che mi sono proposta: l’intenso contributo dedicato a Croce e l’etica laica dell’opera, in cui Bonetti illustra chiaramente il «carattere profondamente religioso, anche se non confessionale, della sua teoria del liberalismo»[6], precisando, al contempo, che la sua polemica contro il vitalismo irrazionalistico non cancella, comunque, la «natura “corporea” e “mondana” dello spiritualismo crociano, che dissolve ogni metafisica dell’io e lega l’individuo al tutto in una serie di rapporti che congiungono i valori spirituali (bellezza, verità, coraggio morale) alle “vie ascose dei nervi e del sangue”»[7]. E, in secondo luogo, un contributo dedicato – appunto ˗ a uno dei “giovani” che entrarono in contatto e in rapporto con Croce: il saggio su Piero Gobetti, caso più unico che raro nel libro, è, infatti, quasi più incentrato sulla figura del torinese che sulla sua relazione con Croce. In realtà, però, la sua inclusione nel volume è assai pertinente, perché vi si analizza dettagliatamente il pensiero politico di Gobetti e soprattutto la natura del suo liberalismo, che viene contrapposto a quello crociano con il risultato di chiarire ancora più efficacemente le caratteristiche peculiari del secondo.

Il carattere del crocianesimo di Gobetti viene definito opportunamente come “morale” e, attraverso la storia degli avvicinamenti e degli allontanamenti di Gobetti dal pensiero crociano, Bonetti fa emergere ancora una volta Croce, mediante l’escamotage di un punto di vista “terzo”: assai originale, dunque, la costruzione di questo intervento, che si rivela anche atto a introdurre la tematica dei due successivi, dedicati al rapporto con Gentile, nel sottolineare l’importante funzione simbolica di Croce dopo il 1925, quando firmò il Manifesto degli antifascisti e divenne «lo spartiacque tra dittatura e libertà, tra barbarie e civiltà, tra l’antistoria e la storia, tra la violenza e la ragione»[8].

I due saggi su Gentile che seguono chiariscono definitivamente che il liberalismo di Croce «non è una rigida armatura ideologica buona per tutte le epoche e per tutte le società»[9] e che, pertanto, Croce non può che provare una netta ripulsa per la «concezione gentiliana di un’eticità che si incarna essenzialmente nelle istituzioni dello Stato»[10]. Bonetti ribadisce, infatti, con Croce il «primato della coscienza morale individuale sui sistemi politico-istituzionali che di volta in volta si manifestano sul piano della storia»[11].

Questi concetti, però, sono sviluppi di precedenti studi: in primo luogo, della Breve storia del liberalismo di sinistra da Gobetti a Bobbio, uscita per liberilibri (Macerata) nel 2014, che raccoglie saggi precedentemente pubblicati su «Critica liberale», per l’occasione aggiornati e ampliati.

Nel «grande filone della tradizione liberale riformatrice»[12] Bonetti inserisce il socialismo liberale di Rosselli, il liberalsocialismo di Calogero e Capitini, alcune correnti del Partito d’Azione, la democrazia repubblicana di La Malfa, la costellazione del gruppo del «Mondo», il primo Partito radicale e alcuni aspetti del radicalismo pannelliano fino al Bobbio della sintesi fra costituzionalismo liberale e riformismo socialista. Ciò che accomuna queste diverse forze è, a suo dire, una concezione della libertà come “libertà liberatrice”, che «non si chiude mai nella difesa delle istituzioni liberali così come si presentano in un determinato momento storico, ma mira a rinnovarle sotto la spinta di nuovi bisogni sociali e di nuove forme di vita comunitaria»[13]. E i tre maestri di tale liberalismo sono, a suo giudizio, Croce, Einaudi e Salvemini, spesso discordi fra loro ma «partecipi, in vario modo, di una idea della libertà come forza rinnovatrice, come lotta incessante per superare le chiusure conservatrici che impediscono, in ogni campo, il libero esplicarsi delle energie umane»[14]. Per Croce, la libertà è un «metodo»[15]; e Bonetti così riassume efficacemente la convinzione crociana che esista una radice comune fra liberalismo e socialismo: «entrambi sentivano e soffrivano, al contrario del comunismo, il conflitto di liberismo e liberalismo, di esigenze economiche e legge morale. Ma entrambi avevano anche la consapevolezza che questo conflitto era ineliminabile in una società aperta»[16]. Einaudi, invece, ha una concezione della vita come lotta e fornisce l’esempio di un «liberalismo autentico fondato sulla lotta ai privilegi di ogni genere e sulla libertà intesa come conflitto aperto di concezioni diverse della società e non come godimento parassitario e garantito di ciò che già si possiede»[17]; infine, Salvemini viene presentato come un «modello di non conformismo e di saggezza laica»[18], critico del sistema dei partiti che – osserva Bonetti in relazione al proprio presente – attraversa una crisi strutturale «per il venir meno della tradizionale funzione di raccordo fra società e istituzioni svolta dai partiti e l’insorgere di populismi di varia natura»[19]. E questa citazione offre lo spunto per notare che molto spesso negli scritti di Bonetti ritroviamo riferimenti all’attualità, perché anche lui (come Croce, ad esempio) credeva nella funzione “politica” della cultura e dell’intellettuale, che non deve mai permanere nell’astrazione delle proprie indagini, ma deve sempre calarle nel reale, mirando a incidere sulla realtà e a trasformarla, ed esercitando la propria funzione di indirizzo.

In una recensione uscita il primo aprile 2015 su «L’Opinione delle libertà», Livio Ghersi aveva giustamente notato come, nel suo volume Liberalismo di sinistra, Bonetti vi cogliesse due distinti filoni: quello che sembra avere un maggior fascino intellettuale, ovvero quello di Gobetti, Carlo Rosselli, Guido Calogero e Norberto Bobbio, che tende a oltrepassare il liberalismo per tentare nuove sintesi teoriche (Socialismo liberale, Liberalsocialismo etc.); e quello che Bonetti definisce «la linea Amendola-La Malfa con la destra azionista prima e col Partito repubblicano poi-«Il Mondo» [di Pannunzio]», ovvero una «linea di democrazia liberale riformatrice, che si muove sostanzialmente all’interno del capitalismo liberale, per il quale chiede riforme anche profonde ma non tali da incepparne i meccanismi di sviluppo»[20].

Contestualmente, Ghersi rilevava che in quel volume «il taglio giornalistico accentua la virtù della sintesi»[21]; e che è possibile considerare autori anche molto diversi fra loro come appartenenti a un’unica tradizione politico-culturale soltanto se si adotta la concezione “metapolitica” del liberalismo definita da Croce:

in essa si rispecchia tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica ossia dello svolgimento, che, mercé la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato. Su questo fondamento teoretico nasce la disposizione pratica liberale di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni[22].

Per sostenere la natura profondamente liberale del pensiero di Gobetti, dunque, come rilevato da Ghersi, Bonetti precisa che il liberalismo non si esaurisce nella sua concezione cosiddetta “classica”, «quella di Locke e della tradizione giusnaturalista»[23], e, dunque, in certi principi di diritto costituzionale, nel sistema parlamentare rappresentativo, nella tutela delle libertà fondamentali dei singoli individui etc. Ghersi chiarisce, infatti, che Gobetti era convinto che il liberalismo fosse, «nella sua essenza, rivoluzionario: in quanto attribuisce valore positivo alla dialettica (delle idee), alla concorrenza (nelle attività economiche), al conflitto regolato (tra i partiti politici e nei rapporti di lavoro)»[24]. La sua posizione sviluppava, dunque, sia la concezione metapolitica del liberalismo di Croce sia quella di Einaudi, «che aveva celebrato la bellezza del contrasto»[25].

Bonetti parla di un liberalismo “etico-pedagogico” per Gobetti: il suo pensiero politico conserva sempre, infatti, un «carattere umanistico e non rigidamente ideologico: questo spiega la sua ammirazione per Croce formatore di coscienze»[26].

La radice del suo particolare liberalismo è una forte tensione religiosa «immanentistica e laica»[27] combinata con un’«inesorabile passione libertaria»[28]. Come ribadisce Bonetti, il torinese aveva anche ben compreso che «fra liberalismo e fascismo non c’era alcuna possibilità di incontro e di mediazione, si trattava di un’antitesi radicale di valori fra cui bisognava scegliere, quale che fosse il prezzo da pagare per questa scelta»[29]; e aveva notoriamente individuato nel fascismo un’“autobiografia della nazione”, cogliendovi «taluni tratti ricorrenti del carattere nazionale, tratti tuttora vivi e ben presenti nella lotta politica di questi anni»[30]. Secondo Bonetti, vale per lui ciò che aveva scritto Croce nel 1933, in un momento assai cupo per le sorti della democrazia europea: «non vi date pensiero di dove vada il mondo, ma di dove bisogna che andiate voi per non calpestare cinicamente la vostra coscienza, per non vergognarvi di voi stessi»[31].

Nel concludere, mi preme precisare che la mia presenza qui oggi non ha l’obiettivo di apportare un contributo di novità su temi che tutti coloro che sono intervenuti conoscono bene e meglio di me; mi fa, però, molto piacere prender parte a questo doveroso omaggio allo studioso Bonetti, specie in relazione ai miei primi approcci con la complessità dell’universo crociano, attraverso il quale ho mosso i primi passi, ormai venticinque anni fa, proprio con la guida di alcuni grandi interpreti di Croce, tra i quali Bonetti.

Ci tengo a chiudere con un riferimento a una convinzione che Bonetti attribuisce nel suo volume a Salvemini, ossia che «la chiarezza è l’onestà del pensiero e che il parlare oscuro e gergale è caratteristico delle menti confuse o, peggio ancora, degli imbroglioni»[32]: ritenendo anche la critica letteraria – che tento di praticare con il massimo possibile di onestà di sguardo – una “scrittura di servizio”, non posso che concordare con questo principio. La limpidezza del dettato corrisponde alla chiarezza del pensiero: ne sono certa. E denota in chi la persegue e la ricerca una reale volontà di comunicare con l’Altro, rifuggendo (o almeno tentando di rifuggire) da autoreferenzialità e narcisismo, mali purtroppo non rari negli intellettuali di oggi.

Paolo Bonetti era uno studioso lucido e sottile: aveva il grande dono di riuscire a esprimere la complessità del reale rendendola accessibile, ma senza mai banalizzare. La sua fede nella dea Ragione, il suo illuminismo, la sua libertà di sguardo e la sua onestà intellettuale si rispecchiavano felicemente nella limpidezza della sua prosa cristallina. Che resta, a testimoniare le sue doti di grande affabulatore, però mai propenso ad abbagliare, ma sempre fiducioso nella possibilità – per citare Montale ˗ che tendano «alla chiarità le cose oscure».

  1. Si ripropone, con alcuni tagli, il testo dell’intervento alla Giornata di Studi in onore di Paolo Bonetti tenutasi all’Università di Roma Tre il 31 gennaio 2019.
  2. A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, Macerata, Quodlibet, 2018, p. 16.
  3. P. Bonetti, Presenza di Croce, Fano, Aras Edizioni, 2018.
  4. Ivi, p. 5.
  5. Ibidem.
  6. Ivi, p. 116.
  7. Ivi, p. 117.
  8. Ivi, p. 139.
  9. Ivi, p. 144.
  10. Ivi, p. 147.
  11. Ivi, p. 148.
  12. P. Bonetti, Premessa, in Id., Breve storia del liberalismo di sinistra da Gobetti a Bobbio, Postfazione di D. Cofrancesco, Macerata, liberilibri, 2014, p. 11.
  13. Ivi, p. 12.
  14. Ivi, p. 17.
  15. Ivi, p. 18.
  16. Ivi, p. 19.
  17. Ivi, p. 20.
  18. Ivi, p. 24.
  19. Ivi, p. 22.
  20. P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, op. cit., pp. 180-81.
  21. L. Ghersi, Liberalismo di sinistra, il libro di Paolo Bonetti, in «L’Opinione delle Libertà», 1 aprile 2015.
  22. B. Croce, La concezione liberale come concezione della vita, in Id., Etica e politica, Milano, Adelphi, 1994, p. 332.
  23. P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, op. cit., p. 27.
  24. L. Ghersi, Liberalismo di sinistra, il libro di Paolo Bonetti, art. cit.
  25. Ibidem.
  26. P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, op. cit., p. 28.
  27. Ivi, p. 29.
  28. Ivi, p. 33.
  29. Ivi, p. 32.
  30. Ibidem.
  31. Cfr. B. Croce, “Il mondo va verso…”, in Id., Dal libro dei pensieri, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 2002, p. 105.
  32. P. Bonetti, Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, op. cit., p. 21.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)