Il passato davanti a noi

Autore di Ernesto Paolozzi

La nostra infanzia, di tanto in tanto, come in un’epifania, ci viene incontro. Davanti a noi si presentano i ricordi, le immagini perdute, i colori, gli odori, i pensieri, e i sentimenti passati si trasfigurano e si sostanziano in un nuovo orizzonte. I ricordi, le gioie e i dolori, la tenerezza e la malinconia ci accompagnano nel cammino della nostra vita, ci sospingono nel futuro.

Il passato è avanti a noi, fa accadere il futuro. Un imprevedibile futuro confinato nelle nostre aspettative, tanto incerto quanto prefigurato, un futuro ben piantato in un passato che non esiste se non nella nostra immaginazione.

Il pensiero del nostro passato e il caotico svilupparsi del nostro agire si liberano dalla temporalità meccanica o, all’opposto, irrazionale e diventano la nostra storia, pensata e agita. Raffaello Franchini scrive: «la storicità non ha nulla a che fare con la temporalità, di cui anzi è la condizione: il tempo storico è durata nel senso in cui Bergson genialmente parlava di durée réelle: esso non diviene senza essere. Il passato, questo spettro della immaginazione volgare, diventa così il significato stesso del presente, fuori del quale è inconcepibile»[1].

La distinzione fra storia e temporalità è centrale nel pensiero di Benedetto Croce. Ogni storia, se è vera storia, è storia contemporanea, è la celebre definizione crociana che indica il percorso speculativo del filosofo, il quale disegnerà con sempre maggiore precisione la propria originale versione dello storicismo e delle tante importanti implicazioni che quella versione propone.

Già nel Saggio sullo Hegel del 1906 Croce scrive: «Il vero divenire ideale non è qualcosa di indifferente o di divergente rispetto al divenire reale, ma è l’intelligenza del divenire reale, al modo stesso che l’universale non è divergente o indifferente rispetto al particolare, ma è l’intelligenza del particolare: talché universale e particolare, divenire ideale e divenire reale, sono il medesimo.  Fuori del divenire ideale non rimane già quello reale, ma soltanto il temporale, cioè il tempo aritmetico, che è una costruzione dell’intelletto astratto; come fuori dell’universale non rimane l’individuo reale, ma l’individuo empirico, isolato, atomizzato o monadizzato. L’eternità e il tempo reale coincidono, perché in ogni attimo è l’eterno e l’eterno è un attimo»[2].

Se, infatti, non è possibile interpretare nella sua totalità lo svolgimento storico, è vero altresì che lo svolgimento rappresenta, in ogni suo momento, un unicum, una totalità. Una totalità che, tutta assieme, è in fieri. Il futuro confluisce in essa e si fonde col passato. Il futuro, per realizzarsi, proietta nel proprio orizzonte il passato, lo afferra e gli dona nuova vita.

Storicismo assoluto ̶ definizione che Croce, sia pure avvertendo che ogni definizione mutila e impoverisce il pensiero, volle coniare per connotare la propria filosofia ̶ non è, dunque, sinonimo di assoluta temporalizzazione. Nei termini crociani, anzi, se solo si pensa al concetto di storia etico-politica, si comprende come alla storia sia affidato il compito di fornire senso ad ogni più piccolo e apparentemente insignificante segmento di quel processo dialettico, tormentato e drammatico che è un unicum nel quale ogni evento acquista senso e, dunque, necessità: la necessità della storia, l’interpretazione che non si fonda esclusivamente sul fatto stesso ma si comprende nella complessità del processo. Solo nella dimensione della storicità gli accidenti o accadimenti divengono sostanza, acquistano valore, ritrovano le loro relazioni con la storia intera, perdono quelle caratteristiche che sembravano connotarli come estranei a un processo, lacerati rispetto a un contesto che potesse conferire loro un significato.

La temporalità si trasforma in storicità, si compie nel rapporto fra pensiero e azione, si realizza sempre e soltanto attraverso le individualità storiche. L’uomo, per poter agire, deve conoscere ma è spinto a conoscere da un bisogno, da una necessità della vita.  Il pensiero, in questo movimento, si colloca nell’orizzonte progettuale unificando (con un’unificazione che non è identificazione) passato e futuro, teoria e prassi.

Nella prospettiva crociana, ed è qui il passaggio fondamentale, l’uomo “utilizza” il passato, la storia trascorsa, che plasma di nuovo secondo la propria prospettiva e riporta nel proprio orizzonte d’azione, intreccia quel passato alla propria interpretazione e fa di questa la guida per il proprio futuro. In questo processo il divenire si sostanzia, si fa unità, e in questo senso le categorie interpretative diventano potenze del fare: «le categorie che formavano i giudizi, scrive Croce, operano non più come predicati di soggetti, ma come potenze del fare»[3].

«Nasce prima il pensiero o l’azione?», ci si è domandati lungo l’arco della storia della filosofia. E nella stessa opera di Croce le risposte alla fatidica domanda non sempre sono state univoche. Nella matura Storia come pensiero e come azione Croce chiarisce definitivamente: «se il conoscere è necessario alla praxis, altrettanto la praxis è necessaria al conoscere, che senz’essa non sorgerebbe. Circolarità spirituale, che rende vana la domanda del primo assoluto e del secondo dipendente col far del primo perpetuamente un secondo, e del secondo un primo»[4]. Il pensiero, dunque, che orienta l’azione ma non la determina meccanicamente, causalisticamente, in virtù di questa sua intrinseca vocazione alla libertà ci libera, in certo qual modo, del passato.

Noi siamo prodotto del passato, afferma Croce, e viviamo immersi nel passato, che tutt’intorno ci preme. Come muovere a nuova vita, come creare la nostra nuova azione senza uscire dal passato, senza metterci di sopra di esso? E come metterci di sopra del passato, se vi siamo dentro, ed esso è noi? Non v’ha che una sola via d’uscita, quella del pensiero, che non rompe il rapporto col passato ma sovr’esso s’innalza idealmente e lo converte in conoscenza. Bisogna guardare in faccia il passato o, fuori di metafora, ridurlo a problema mentale e risolverlo in una proposizione di verità, che sarà l’ideale premessa per la nostra nuova azione, e nuova vita. Così ci comportiamo quotidianamente quando, invece di accasciarci sotto le contrarietà che ci hanno colpiti, e stare a lamentarci e vergognarci degli errori che abbiamo commessi, esaminiamo l’accaduto, ne indaghiamo l’origine, ne percorriamo la storia, con informata coscienza, seguendo l’intima ispirazione, disegniamo quel che ci convenga o ci spetti di fare, e ci accingiamo, volenterosi ed alacri, a farlo. Cosi parimente si comporta l’umanità di fronte al suo grande e vario passato. Scrivere storie – notò una volta il Goethe – è un modo di togliersi di sulle spalle il passato. Il pensiero storico lo abbassa a sua materia, lo trasfigura in un suo oggetto e la storiografia ci libera dalla storia[5].

La storia, dunque, è storia della libertà, della liberazione continua, costante, principio esplicativo e al tempo stesso formativo della storia che è, insieme, pensiero e azione. Questo il cuore del ragionamento del filosofo, della concezione moderna della storicità dalla quale si deduce che

se la storia, come scrive, non è punto un idillio, non è neppure una tragedia di orrori, ma è un dramma in cui tutte le azioni, tutti i personaggi, tutti i componenti del coro sono, nel senso aristotelico, ‘mediocri’, colpevoli-incolpevoli, misti di bene e di male, e tuttavia il pensiero direttivo è in essa sempre il bene, a cui il male finisce per servire da stimolo, l’opera è della libertà che sempre si sforza di ristabilire, e sempre ristabilisce, le condizioni sociali e politiche di una più intensa libertà. Chi desideri, in breve persuadersi che la libertà non può vivere diversamente da come è vissuta e vivrà sempre nella storia, di vita pericolosa e combattente, pensi per un istante a un mondo di libertà senza contrasti, senza minacce e oppressioni di nessuna sorta; e subito se ne ritrarrà inorridito come dall’immagine, peggio che della morte, della noia infinita. Ciò posto, che cosa sono le angosce per la perduta libertà, le invocazioni, le deserte speranze, le parole di amore e di furore che escono dal petto degli uomini in certi momenti e in certe età della storia? È stato già detto di sopra in un caso analogo: non verità filosofiche, né verità storiche, ma neppure errori o sogni; sono moti della coscienza morale, storia che si fa[6].

La capacità e la volontà di giudicare sono sempre, dunque, rivolte al futuro; il passato è sempre, nella nostra vita quotidiana, davanti a noi. Il giudizio della nostra condizione presente che, agostinianamente, trascolora nel passato è sempre rivolto, orientato, al futuro. In questo senso il giudizio storico è sempre giudizio prospettico, un giudicare che prepara l’azione, che non la determina meccanicamente ma, prevedendo il futuro (di una previsione non astratta ma fondata sulla condizione di fatto), fa accadere il futuro stesso. Si chiude, così, il circolo di pensiero e azione, provando a superare gli ultimi residui dualistici nei quali ancora si dibatteva lo storicismo di origine hegeliana. «Questo tipo di giudizio è, scrive Raffello Franchini, per così dire, la forma popolare del giudizio storico, il suo atteggiarsi, anche nel parlare comune, come criterio o giudizio nel senso di quel minimo di previdenza, accortezza, sagacia che ogni individuo è in grado di mettere nell’azione. È il pensa prima di parlare, il rifletti prima di agire che si ripete e ci si ripete continuamente, dove il pensare e il riflettere non si riferiscono più alla situazione o alle situazioni che ci siamo lasciati alle nostre spalle, ma a quelle che ci si prospettano e nelle quali sentiamo il bisogno e il dovere di inserirci»[7].

Non sfuggiranno le implicazioni etico-politiche. La previsione intesa come giudizio prospettico, condizionata dalla storia e condizionante, ad un tempo, il passato (nel mentre lo proietta in una dimensione futura) come il futuro (che viene a concretizzarsi nella dimensione dell’agire individuale), conferisce al giudizio un’evidente caratteristica etica, ossia la responsabilità del giudicare stesso e dell’agire insieme. La storia in questo orizzonte è storia della libertà, dell’imprevedibilità condizionata potremmo dire, per cui ogni nostro atto (anche il non far niente è un agire) è sempre, in qualche modo, un atto morale o immorale. Un gesto responsabile nei confronti della nostra e dell’altrui libertà. 

  1. R. Franchini, Pensieri sul “Mondo”, a cura di R. Viti Cavaliere, C. Gily Reda, R. Melillo, Napoli, Luciano editore, 2000, p. 25.
  2. B. Croce, Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, in Id., Saggio sullo Hegel, Bari, Laterza, 1967, pp. 148-49.
  3. B. Croce, La Storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1973, p. 39.
  4. Ivi, p. 31.
  5. Ivi, pp. 34-35.
  6. Ivi, pp. 50-51.
  7. R. Franchini, Teoria della previsione, Messina, Armando Siciliano editore, 2001, p. 164.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)