Il problema Croce

Author di Paolo D'Angelo

«Il problema, per noi gente debole, è di fortificarci. Il problema, per noi gente incerta, è di riuscire infine a mettere a punto le nostre persuasioni. Ma per il Croce, che è così forte, il problema è di ridiventare un po’ debole, e beneficiare in qualche modo di certi vantaggi indubbiamente connessi con la debolezza. Il problema, per Croce, è di ridiventare un problema, di stancarsi di essere soltanto una soluzione».

Così scriveva Emilio Cecchi tanti anni fa, quando Croce era la figura dominante della cultura italiana, un’autorità riconosciuta, una guida spirituale, il “papa laico” di cui parlava Gramsci. Cent’anni dopo, in una situazione completamente mutata, è venuto il momento di riconoscere che la condizione auspicata da Cecchi si è verificata, sia pure, ovviamente, in un senso del tutto diverso. Croce è ridiventato un problema. Naturalmente, Cecchi voleva che Croce ridiventasse un problema per se stesso, perdesse qualcosa di quella sicurezza che gli davano la solidità della costruzione sistematica che aveva elaborato, l’ampiezza dei suoi campi di interesse, e la formidabile attività persuasiva e polemica da lui messa in campo. Croce, invece, è ridiventato un problema per noi, voglio dire, per la cultura italiana in genere.

Goethe ha detto che chi per una volta ha esercitato grande influenza non può essere facilmente dimenticato, e bisogna sempre tornare a fare i conti con lui. Nel caso di Croce, l’osservazione sembra, almeno per ora, smentita. Croce è poco noto e poco studiato. Intendiamoci: non è che manchino studiosi di valore che continuano ad occuparsene, ma Croce è uscito dal canone della cultura italiana, dal novero di quegli autori di cui bisogna sapere qualcosa (qualcosa, voglio dire, che vada al di là di qualche luogo comune), e ai quali è comunque riconosciuto un ruolo determinante nella storia culturale, e non solo culturale, del nostro Paese. Nelle Università, ad esempio, Croce non si studia più. Provare, per credere, a vedere quanti corsi su di lui si siano tenuti nei Dipartimenti di Storia, di Letteratura, di Filosofia negli ultimi venti, trent’anni. Il risultato è che anche studiosi giovani di ottima preparazione lo ignorano, quando pure dovrebbero conoscerlo.

Un esempio: viene a trovarmi un giovane che sta scrivendo un libro sull’importanza dell’elemento estetico della merce, oggi (nell’ottica, insomma, del capitalisme esthétique o artiste di Lipovetsy o Assouly). Gli segnalo che Croce ha scritto un saggio memorabile – nel libro ne parleremo ˗ sui legami di Estetica ed Economia: non lo ha mai sentito nominare. Per dire, solo trent’anni fa, affrontando un tema simile, Massimo Cacciari, uno studioso certo non sospettabile di simpatie crociane, il saggio di Croce lo ricordava subito, tra i primi punti di riferimento. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare: è abbastanza sorprendente, per non dir altro, che manchi ancora una biografia di Croce scritta con criteri scientifici, mentre, tanto per non andare lontani, ne sono state scritte almeno tre su Giovanni Gentile.

Certo, l’editore Adelphi ha rimesso in circolazione, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, una serie di opere di Croce, ed è a buon punto l’edizione nazionale; ma, a parte il fatto che le edizioni nazionali sono spesso poco più che sontuosi sarcofagi, dobbiamo constatare che non si è verificato quel che Massimo Onofri si augurava, parlando appunto della pubblicazione di Croce con Adelphi (nel saggio di apertura di Ingrati maestri, del 1995), che avrebbe dovuto consentire, nei suoi auspici, una lettura finalmente libera da preconcetti e una giusta valutazione del ruolo di Croce nella cultura del Novecento. Il disagio nei confronti di Croce non è venuto meno.

Il disagio, per l’appunto. Perché la questione, alla fin fine, non è tanto quella se Croce sia letto o non letto, se lo leggano solo quelli che, con un filo neanche sotterraneo di compatimento, vengono catalogati come “crociani”. La vera questione è un’altra, ed è che a Croce si continuano ad applicare dei modelli storiografici e dei presupposti di lettura che sono i più antimetodici, i più inaccettabili, i più assurdi, tali che non sarebbero accettati per nessun altro autore. Dunque, di Croce, in realtà, si parla spesso, ma per farne un capro espiatorio.

Nel primo dei saggi qui raccolti ne daremo una prova eclatante, che riguarda proprio una delle opere rimesse in circolazione da Adelphi. Nel 1990 viene ripubblicata una delle opere maggiori del filosofo, L’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Umberto Eco la recensisce su «Alfabeta», e fin qui tutto bene. Ma la recensisce come se si trattasse di un’opera scritta in quel momento, e la passa al vaglio delle convinzioni correnti in quegli anni in quel campo di studi. Insomma, la recensisce come se si trattasse di una novità, e senza troppa fatica la stronca. Mutatis mutandis, è un po’ come se uno pubblicasse una stroncatura della Scienza Nuova di Vico perché non tiene conto dei risultati dell’antropologia più recente e non cita mai Lévi-Strauss, o se uno se la prendesse con la Critica della ragion pura di Kant perché il poveretto si attarda a cercare una fondazione filosofica della fisica newtoniana, ignorando relatività e fisica quantistica.

A proposito di scienza, ecco subito un’altra distorsione del giudizio su Croce. Non passa giorno, nonostante Croce sia morto da settant’anni, senza che qualcuno accusi Croce di essere responsabile dell’arretratezza della cultura scientifica in Italia. Ora, su questo punto bisogna essere chiari: siamo gli ultimi a ritenere adeguata la concezione crociana del sapere scientifico. È evidente che non sta qui il vivo dell’opera di Croce. Chiedergli una teoria della scienza che ci soddisfi è un po’ come chiedere a un’ape di fare il latte, o a una vacca il miele. Croce non era Cassirer, e non era Popper. Non era questo il genio di Croce. Ma, a parte il fatto che anche in questo caso, lette nel contesto storico che le ha prodotte, e proiettate sulle teorie dei convenzionalisti e degli empiriocritici di fine Ottocento, perfino le idee di Croce sulla scienza sembreranno meno campate in aria, il punto non è questo. Il punto è che, in un Paese che dedica alla ricerca scientifica più o meno un terzo dei fondi che le dedicano i paesi avanzati, dare la colpa a Croce della situazione della scienza in Italia è abbastanza grottesco, anche perché basta dare un’occhiata alla situazione dei beni culturali e a quello che spendiamo per le soprintendenze per capire che qui il privilegio degli studi umanistici su quelli scientifici non c’entra nulla. E se poi si fa osservare che Croce, da questo punto di vista, appartiene alla grande tradizione della cultura umanistica italiana, forse sarebbe anche il caso di osservare che questa tradizione non è proprio da buttar via, e che l’esperienza insegna piuttosto che là dove gli studi umanistici sono seri e produttivi lo sono anche quelli scientifici.

Qui tocchiamo con mano un’altra delle grandi distorsioni con le quali è stata affrontata l’opera di Croce a partire dal secondo dopoguerra: la visione alquanto mitica di un Croce dominus assoluto della cultura italiana della prima metà del secolo, capace quindi di decidere fortune e di comminare ostracismi a proprio libito. Questa della dittatura di Croce sulla cultura italiana è una favola,una favola che aveva almeno una giustificazione polemica quando fu messa in giro da Remo Cantoni nell’immediato dopoguerra, ma che è insensato continuare a ripetere. Anche perché così si evita precisamente il lavoro storiografico serio, che dovrebbe consistere nel comprendere i modi e le vie attraverso le quali Croce ha saputo conquistare un ruolo tanto importante nella nostra cultura. Parlare di dittatura non serve a nulla, sia perché insinua un parallelismo con la situazione politica del ventennio (laddove, semmai, Croce dovette fare i conti con l’isolamento e il “cordone sanitario” che il Fascismo cercò di creargli intorno), sia, soprattutto, perché ignora i processi complicati della conquista di un’egemonia culturale. Se si studia il modo in cui il crocianesimo si fece strada nelle grandi arene della cultura (le case editrici, l’Università), si vede bene come l’azione di Croce non fu sempre facile, né sempre vittoriosa. In questo libro, ad esempio, diamo qualche ragguaglio sui rapporti di Croce – questo grande outsider della cultura, che non si è mai laureato e non ha mai insegnato – con il mondo universitario, e c’è veramente da sorprendersi che si possa parlare di dittatura crociana se si guarda ai concreti rapporti di Croce con il mondo accademico.

Se si confronta il trattamento riservato a Croce con quello di altri grandi protagonisti della filosofia del Novecento, si vede chiaramente che ad essere adottati sono spesso due pesi e due misure. Per restare al caso già menzionato della concezione della scienza: è indubbio che Croce ha del conoscere scientifico una visione riduttiva; ma in Italia ci siamo a lungo entusiasmati per pensatori che nello specifico non hanno proprio nulla da invidiare a Croce. Heidegger o Gadamer, per fare qualche nome, il primo con la scienza che non pensa e la riduzione della scienza a tecnica, il secondo con l’opposizione tra la verità che sarebbe attingibile solo dall’arte, dalla storia e dal linguaggio, e il procedere metodico della scienza, dicono cose abbastanza simili nella sostanza ma assai più aggressive nel linguaggio, ma questo non ha impedito – sia chiaro, anche giustamente – che per anni si ritenesse fondamentale quello che avevano da dire, appunto, sull’arte, o il linguaggio, o la storia.

Forse il campo nel quale questo doppiopesismo è più evidente è quello della politica. Non passa giorno che a Croce non venga rimproverato, per esempio, l’atteggiamento attendista da lui tenuto nei confronti del Fascismo negli anni precedenti al consolidamento della dittatura nel 1925, o la – relativa – libertà di espressione e circolazione che il regime gli garantì, ripetendo, che lo si sappia o no, le accuse che gli aveva rivolto Togliatti di rientro dall’URSS, il quale però aveva almeno la scusante di formularle nel vivo della lotta politica. Anche qui, a parte ogni giudizio nel merito (un giudizio che dovrebbe almeno tener presente, nel primo caso, l’analogo comportamento di buona parte della vecchia classe dirigente liberale, e l’obiettiva difficoltà, nel vivo dei processi storici, di comprendere fino in fondo dove essi vadano a parare; nel secondo, che quella libertà era frutto soltanto dell’enorme prestigio internazionale di Croce), anche qui, dico, il confronto con casi comparabili è spiazzante. Di Heidegger, ad esempio, abbiamo per anni tentato di minimizzare l’adesione al Nazismo, eppure Heidegger sotto il Nazismo divenne Rettore (e pronunciò un discorso che Croce bollò immediatamente, con parole memorabili, come «indecente e servile»), salvo poi scoprire di recente che del Nazismo condivideva alcuni tratti non proprio secondari, come l’antisemitismo. Ma qui il parallelo più sorprendente è quello con Gentile, il cui legame organico col Fascismo non può essere messo in discussione, ma nei confronti del quale la cultura filosofica italiana, man mano che la guerra si allontanava nel tempo, si è spesso espressa in termini più riguardosi di quelli usati con Croce – forse anche perché molti gentiliani dopo la guerra hanno aderito al marxismo, cosa che certo non è accaduta ai crociani. Al punto che, in una recente indagine sull’uccisione di Gentile (che sul piano delle prove e dei fatti non aggiunge nulla a quanto si sapeva, ma in compenso lascia largo spazio alle dicerie e alle maldicenze accademiche), il nicodemismo di Eugenio Garin o l’opportunismo di Antonio Banfi finiscono per sembrare colpe più gravi di quelle attribuibili a Gentile.

La forzatura interpretativa maggiore messa in campo ai danni di Croce è però quella che tuttora continua a rimproverare a Croce quel che non ha fatto piuttosto che a valutarlo per quello che ha fatto. Così accade ancora frequentemente di leggere che Croce non ha capito la letteratura del Novecento, non ha compreso la psicoanalisi, si è opposto alla sociologia, era estraneo alle grandi correnti della filosofia europea e via di questo passo. Per carità, sono tutte cose vere, ma quale pensatore si salverebbe se gli venisse applicato questo metro di giudizio? Si tratta, ancora una volta, di un criterio esclusivamente polemico, che può avere un senso se lo si adopera per attaccare un contemporaneo, ma perde ogni ragion d’essere se viene usato per un autore del passato. In questo caso non si tratta di disprezzare o di irridere, ma di capire.

Capire, ad esempio, che, sì, Croce era chiuso all’arte contemporanea, ma che dietro il suo rifiuto c’era una convinzione di natura etica prima che estetica: discutibilissima, ovviamente, ma non banale in un filosofo la cui teoria estetica si era presentata come affermazione rigorosa dell’autonomia dell’arte dal giudizio morale. Sono questi intrecci e queste contraddizioni, se mai, che andrebbero indagati, prendendo atto una volta per tutte che l’attività di Croce come critico letterario ne fa un caso paradigmatico di conversione della quantità in qualità, secondo il teorema hegeliano. Vogliamo dire che l’enorme lavoro di scavo, rivolto anche ai minori e ai minimi, compiuto da Croce sulla letteratura italiana ne fa comunque un passaggio ineludibile per qualunque studioso, indipendentemente da certe zone d’ombra e dalle opacità di alcuni saggi. Un passaggio che non può essere esorcizzato rinfacciando a Croce le debolezze per Francesco Gaeta: perché tutti i critici hanno le loro debolezze, e anche a Gianfranco Contini piaceva Antonio Pizzuto.

Probabilmente è proprio dalla distorsione interpretativa che si basa sul quel che Croce non ha fatto che è nata la vulgata, altrimenti inspiegabile, di un Croce provinciale, chiuso alle grandi correnti della cultura internazionale. Il paralogismo in questo caso dovrebbe essere evidente. Siccome Croce (e, più in generale, l’idealismo italiano) è stato una delle pochissime realizzazioni culturali che, nate da noi, abbiano ritrovato poi larga eco all’estero, è poi ovvio che egli non potesse agire, contemporaneamente, come tramite di movimenti di pensiero che lo vedevano agli antipodi, o comunque lontani dal suo modo di pensare. Per capirsi, non gli si poteva chiedere di farsi tramite della fenomenologia, o dell’esistenzialismo. Nel capitolo su Croce e Warburg di questo libro raccontiamo una storia che, in piccolo, può essere paradigmatica per questo problema, e che dovrebbe chiarire che il compito di portare in Italia sollecitazioni di diversa provenienza non era di Croce. Era, semmai, della cultura italiana non crociana, e i limiti, se ci sono, sono allora piuttosto di quella cultura.

Per questo, nel nostro libro ci occuperemo di quel che Croce ha fatto, concentrandoci principalmente, ma non esclusivamente, sull’aspetto della sua opera nella quale il transito da un’influenza capillare a un oblio ancora più radicale è maggiormente evidente: vogliamo dire il campo dell’estetica, disciplina che nella prima metà del secolo era quasi identificata con Croce e nella quale, forse anche per reazione a una diffusione così pervasiva, la rimozione è stata pressoché completa.

Se non ci inganniamo, l’estetica costituisce anche un buon punto di stazione per comprendere un aspetto della figura di Croce troppo spesso trascurato. Condizionati probabilmente proprio da quel ruolo di “papa laico” di cui parlava Gramsci, e dalla funzione di padre degli ideali di libertà regalatagli involontariamente dal Fascismo, col corollario della nobile magniloquenza delle opere della maturità e della vecchiaia, abbiamo perso di vista che il Croce giovane, il Croce dei primi anni del secolo scorso, è stato un grande eversore, ha agito come un potente impulso vivificatore e trasformatore su una cultura, quale quella degli ultimi decenni dell’Ottocento, non proprio esaltante. È a questo Croce, non a caso al Croce che attraverso l’Estetica – ma non solo attraverso di essa – si conquista quel ruolo che, parafrasando Roberto Longhi, possiamo definire di liberatore delle (migliori) menti giovanili dell’epoca, è a questo Croce dalla prosa assai meno tornita di quella della maturità che vanno le nostre simpatie. Perché il Croce dell’ultimo decennio dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento è un trionfatore, ma è soprattutto uno spirito libero. Uno spirito libero che, nietzscheanamente, troviamo là dove non ce lo aspettiamo. È il Croce che, richiesto dal leader socialista Enrico Ferri di un contributo per l’«Avanti!», fruga in un cassetto e ne tira fuori un foglio da mille lire – somma all’epoca davvero ingente – e si guadagna l’epiteto di “Compagno Croce”: proprio lui che negli stessi anni aveva elaborato una critica radicale al marxismo, misurato sul suo vero banco di prova, la teoria economica, e ridimensionato nella sua portata filosofica (esaltata invece, in quegli stessi anni, da Gentile, come accadrà poi molte volte ˗ troppe volte ˗ anche in seguito). Uno spirito libero che, nominato Senatore del Regno, scandalizza i benpensanti perché convive con una donna amatissima senza sposarla. Lo stesso spirito libero che, in mezzo alla gazzarra degli intellettuali interventisti, allo scoppio della guerra europea non perde la testa, intuisce i rischi a cui l’Italia va incontro, e preferisce affrontare le contumelie di chi lo bolla come “il boche Croce” piuttosto che unirsi al coro di chi è tutto contento di mandare gli altri al macello. E che, ancora dopo la Seconda guerra mondiale, sosterrà contro Luigi Einaudi l’impossibilità di ridurre il liberalismo come principio etico-politico al liberismo come pratica economica.

A partire dagli anni Sessanta ha preso corpo e si è diffusa un’immagine vulgata di Croce, come pensatore retorico, vagamente spiritualista, edificante e ottimista. Mentre preparavo la mia tesi di laurea su Croce, alla fine degli anni Settanta (una tesi che sarebbe diventata un libro pubblicato da Laterza nel 1982, che però il lettore non troverà ristampato qui, dato che, nella convinzione che i lavori giovanili vanno lasciati al loro tempo, ho scelto di raccogliere solo scritti più recenti), ricordo di aver letto una recensione cinematografica di Alberto Moravia, una di quelle che pubblicava ogni settimana su «L’Espresso», nella quale Moravia consigliava a un’anziana signora che aveva presentato un esposto in cui chiedeva il sequestro di un film per oltraggio al pudore «perché non se ne sta a casa a leggere Benedetto Croce», quasi Croce sia un pensatore per anime candide e pudibonde.

Difficile, in realtà, immaginare qualcosa di più lontano dalla fisionomia reale di Croce. Questo presunto idealista è in realtà un pensatore del concreto, il quale è convinto che la filosofia serva a risolvere i problemi, non a costruire impalcature di pensieri inutili. Si può pensare quel che si vuole del suo sistema filosofico, accusarlo di schematicità e di superficialità, ma è arduo negare che i suoi famigerati distinti siano stati concepiti come strumenti atti a giudicare i fatti e a orientarsi nel mondo. Se c’è un tratto costante nella forma mentis crociana è l’avversione per le astrattezze, il fastidio per la filosofia come mero esercizio di pensiero, il caveat: “purus philosophus, purus asinus”. Allo stesso modo, bisognerebbe forse una buona volta finirla di ritorcergli contro ogni volta che se ne presenta l’occasione la frasetta sulla storia che ascende de claritate in claritatem e riconoscere che il suo è stato uno degli ultimi sforzi di pensare in grande il tema della storia, da parte di uno che ha vissuto in pieno la tragedia dell’Europa del Novecento, e che la presunta olimpicità di Croce non è la fiducia ingenua dello spirito candido ma una conquista faticosa e quotidiana raggiunta nella lotta contro l’angoscia: basta leggere il Contributo alla critica di me stesso per trovare le smentite a questi luoghi comuni. Di questi luoghi comuni, del resto, non è difficile rintracciare l’origine interessata. Il fastidio per la filosofia soda, arricchita di nutrimento proveniente dall’esterno, non è davvero estraneo a certi orientamenti prevalenti nella filosofia italiana degli ultimi decenni, intesi a costruzioni metafisiche oscure e fini a se stesse, oppure a épater con tesi ad effetto, incuranti di ogni plausibilità reale delle cose che si affermano.

A ben vedere, quel che risulta più difficile da spiegare a chi ripercorra, oggi, la parabola del magistero crociano dai trionfi della prima metà del secolo alle liquidazioni sommarie degli ultimi cinquanta, sessant’anni non è, in fin dei conti, la più recente damnatio memoriae, quanto il successo che l’Italia gli ha decretato così a lungo: tanto le caratteristiche intellettuali, ma anche, e soprattutto, le doti morali e civili di Croce ci sembrano oggi lontane ed estranee al nostro Paese. La verità, forse, è che questo sommo erede della grande tradizione umanistica italiana, questo pensatore che si è posto nel solco di Vico e di De Sanctis, questo devoto cultore delle memorie locali era invece straniero in patria, custode di valori che non sappiamo più condividere e che forse non abbiamo condiviso mai. Questo maestro senza cattedra e senza scuola è stato un educatore, ma è rimasto sempre, come ha scritto Massimiliano Capati, un maestro abnorme.

In un paese in cui gli intellettuali sono per lo più piccoli borghesi e i grandi borghesi disprezzano di solito la cultura, persino la collocazione sociale di Croce sembra un unicum: questo grande borghese – «padreterno milionario» lo chiamava Papini – ci appare più vicino a qualche omologo d’oltralpe (Thomas Mann, Aby Warburg e persino, perché no, Ludwig Wittgenstein) che a tanti conterranei con i quali polemizzava. In un paese nel quale la chiesa cattolica continua ad esercitare un’influenza profonda sulle scelte scolastiche, culturali e politiche, il rigoroso laicismo di Croce contrasta, oltre che con le opinioni della piccola gente, con le parabole degli intellettuali demistificatori che in vecchiaia credono di credere, e dei rivoluzionari che finiscono per fare l’apologia del pauperismo cristiano e della vita monastica. Ma soprattutto, a chi guardi l’enorme capacità di lavoro di Croce, la sua tenacia, il suo impegno continuo a difesa delle tesi che riteneva giuste (e che spiega molto del successo della sua azione culturale), egli non può non sembrare astralmente lontano, un seguace dell’etica calvinista in terra cattolica. Quello che non a caso sempre il solito Papini irrideva come «bestione da soma e da lavoro», con le sue doti di sobrietà, serietà, laboriosità, ci appare agli antipodi dei troppi che in Italia credono sempre di fare più di quel che devono. E questa volta non parlo solo degli intellettuali1.

  1. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’Introduzione al volume di Paolo D’Angelo intitolato Il problema Croce, in corso di stampa per Quodlibet.

(fasc. 5, 25 ottobre 2015)