Le “Ficozze” di Formìggini: un percorso verso la consapevolezza

Author di Giulia Tanzillo

Angelo Fortunato Formìggini, ebreo di nascita, editore per vocazione, vota la propria esistenza alla cultura. Il periodo storico in cui opera è quello complesso e doloroso del ventennio fascista, epoca in cui, soprattutto per un editore, sembra impossibile non schierarsi. Sia in merito alla religione, sia alla politica, tuttavia, la posizione di Formìggini non appare sempre ben definita. Si potrebbe osservare che l’editore sia fascista quanto ebreo: quindi, solo in parte. È poco ebreo in quanto la sua famiglia, nei secoli, stringe sempre più legami con famiglie cristiane ed egli stesso sposa una cristiana; inoltre, non sarà mai praticante. È poco fascista perché al fascismo aderisce, in un primo momento, con maggiore entusiasmo; successivamente, con sempre meno convinzione.

Inizialmente, come ad altri era accaduto, subisce il fascino del movimento, ne apprezza degli aspetti. Col delinearsi, però, sempre più chiaro ed evidente delle tendenze razziste e discriminatorie del fascismo, Formìggini comprende l’incompatibilità del pensiero mussoliniano con i propri ideali di fratellanza e solidarietà. Prima di maturare con piena consapevolezza questa idea, l’editore attraversa un tortuoso percorso di autocritica. È costretto a mettere in discussione tutte le convinzioni di una vita, a rivalutare la propria posizione, a smascherare il movimento in cui egli per primo aveva riposto fiducia. La delusione cocente e il precipitare imprevisto dei fatti storici lo condurranno, nel ’38, a prendere la decisione definitiva di togliersi la vita in modo plateale, lanciandosi da una torre.

Indispensabili strumenti, per comprendere il tormentato percorso di Angelo Fortunato Formìggini, si rivelano due scritti, di cui egli è autore, intitolati rispettivamente La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo (del 1923 la prima edizione e dell’anno successivo la seconda) e Ultima ficozza, trattato polemico contenuto nel volume Parole in libertà, uscito postumo prima nel 1945, poi nel 2009.

I rapporti col fascismo

In che senso Angelo Fortunato Formìggini è stato definito, a momenti alterni, da alcuni fascista, da altri antifascista? Quali sono stati i suoi legami ideologici con il regime? Volendo inserirlo schematicamente in una categoria, appartiene sicuramente a quella degli editori schierati contro il fascismo. In realtà, come spesso accade, il problema è molto più complesso e articolato. Formìggini, infatti, si trova in questa “categoria” quasi a forza e mal volentieri: agli albori del movimento, infatti, lo ricordiamo un sostenitore, se non entusiasta, sicuramente convinto. La politica non rientra propriamente nella sfera di interesse di Formìggini; egli non è certo indifferente alle tematiche d’attualità, ai problemi sociali o alla politica in senso stretto; possiamo, però, pensare che non sia l’argomento che maggiormente catalizza la sua attenzione. Soprattutto, come spesso mette in evidenza l’editore stesso, suo obiettivo mai tradito è quello di tenere le proprie edizioni e qualsivoglia schieramento politico ben distanti e distinti: perché «la Cultura unisce, mentre la Politica divide»1. Il contatto col fascismo, tuttavia, avviene molto presto. Come l’editore stesso racconta, uno dei fratelli, Giuseppe2, è tra i primi a iscriversi al fascio di Modena: fedele lettore del «Popolo d’Italia», subisce il fascino del nascente movimento sin dai suoi primissimi esordi. Anche Formìggini non nega la propria iniziale simpatia nei confronti del movimento fascista:

Sta di fatto che il fascismo, nelle sue prime manifestazioni, non negò affatto i diritti dell’uomo. Si annunciò come un ristabilimento energico dell’ordine sociale che era stato scosso. Nulla di strano che dei cittadini liberi vedessero questo movimento con simpatia3.

L’amore sincero e disinteressato per la Patria è un cardine della sua intera vita e, in questo, il fascismo dà forma in maniera estremamente concreta alle speranze di tanti che, come Formìggini, nel primo dopoguerra provano lo stesso sentimento.

Ma le prime delusioni non si fanno attendere a lungo: nel 1923 l’editore subisce personalmente l’affronto di Gentile, allora ministro della Pubblica Istruzione.

Sempre desideroso di promuovere la cultura patria all’estero, Formìggini fonda, infatti, nel 1921 l’Istituto per la Propaganda della Cultura Italiana. Si tratta di una fondazione, quasi interamente finanziata dallo stesso editore, che affianca la sua rivista bibliografica di grande successo, l’«Italia Che Scrive». L’obiettivo è quello di promuovere la cultura italiana, sia all’interno sia all’esterno del Paese, con una serie di iniziative che si rivelano fin da subito molto efficaci. Per questo motivo l’I.P.C.I. conquista ben presto l’attenzione delle più alte cariche dello Stato, Gentile in primis, il quale ne assume la presidenza e, una volta fattolo erigere a Ente Morale, ne cambia il nome in Fondazione Leonardo per la cultura italiana.

Lentamente la politica si insinua, in maniera inesorabile, nella gestione della Fondazione. Le strategie di propaganda messe a punto da Formìggini risultano efficaci e il Governo comprende le potenzialità di un simile organo nella prospettiva di un sempre maggior inglobamento della cultura. La «volontà esplicita del Governo di assumere la diretta gestione di tutti gli organismi di propaganda nazionale»4 è percepita chiaramente dall’editore che è disposto anche ad accettare un certo controllo sull’«I.C.S.». Ma non esistono compromessi col fascismo e, presto, Gentile accusa di irregolarità amministrative Formìggini. A distanza di poco tempo, dall’assemblea generale viene rilevata un’inadempienza del programma istituzionale e viene proposta una nuova sede per la Fondazione. L’editore ha ormai compreso che la “marcia sulla Leonardo” è in pieno svolgimento ed è costretto, infine, a rinunciare a ogni diritto su quello che era il frutto di anni di lavoro. Nel 1925, la Fondazione è, infine, assorbita dall’Istituto Nazionale Fascista di Cultura.

Le “Ficozze”: un confronto

La prima “Ficozza” che Formìggini dà alla luce è proprio del 1923, anno in cui l’editore viene definitivamente estromesso dal Consiglio della Fondazione Leonardo. Esce con il titolo La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo e trova giusta collocazione nella collana «Classici del ridere». L’editore attribuisce a questo volume, di quasi quattrocento pagine, la grande responsabilità di vendicare il torto subito e riabilitare la sua immagine, gravemente compromessa dall’episodio, ormai, di dominio pubblico.

A solo un anno di distanza, nel 1924, esce la prima ristampa che include l’aggiunta di due appendici. La terza, e ultima, “Ficozza” esce postuma, per la prima volta nel 1945, e fa parte del già citato Parole in libertà.

L’Ultima ficozza,ad eccezione del titolo, condivide ben poco con le due che la precedono. L’ottica è completamente mutata, lo stile ha perso il brio delle prime due edizioni, il numero delle pagine è drasticamente ridotto da trecentottanta ad appena tredici. L’edizione del ’23 e quella del ’24 sono pressoché identiche e rappresentano una fotografia, vivace e accattivante, di un periodo storico, oltre che di una precisa fase della vita di Formìggini. Anche la terza è una fotografia fedele, ma quello che trasmette è qualcosa di molto differente: sono trascorsi quattordici anni, l’Italia non è la stessa ma, soprattutto, Formìggini non è lo stesso. Dal fiore degli anni e dal culmine della carriera, dall’entusiasmo e dal genio creativo, l’Ultima ficozza catapulta il lettore in un mondo del tutto nuovo: l’editore è pronto a togliersi la vita e, più che a generare nuove idee e proporre nuove iniziative, appare intento a difendere le poche che gli sono rimaste. È un Formìggini disilluso quello che scrive questa “Ficozza”, conclusiva e definitiva. È l’Italia del ’38 quella ritratta in questo testo.

Oltre al declino di un uomo, le “Ficozze” rappresentano, però, anche un percorso, lungo e doloroso, di maturazione, di rinnovata consapevolezza che all’inizio, inevitabilmente, manca. Tra le prime due e l’ultima “Ficozza”, la visione dell’editore si capovolge quasi del tutto. In primo luogo, nelle edizioni iniziali è Gentile l’oggetto dello scherno e del disprezzo da parte dell’autore: «Povero fascismo!»5, scrive. Come ha osservato al riguardo Antonio Castronuovo, un «acido sarcasmo per i sottoposti scorre di fianco all’ammirazione per l’operato di Mussolini, in un empito in cui si condanna un movimento ma se ne assolve il capofila»6. Nella terza è Formìggini stesso che si è fatto protuberanza sulla fronte del fascismo, affinché, così, non possa mai dimenticare il colpo subito7. È, ormai, avvenuto il definitivo “smascheramento” del movimento; infatti, non è più soltanto Gentile a farsi promotore della cosiddetta “filosofia del manganello”, ma il fascismo in sé per sé. Mal volentieri Formìggini è costretto ad ammettere l’errore di valutazione e a prendere le distanze dal fascismo, condannandolo definitivamente: «anche saggiando solo sommariamente la biografia formigginiana, ne risulta in piena evidenza la sorpresa di un disinganno tanto più feroce, quanto più inguaribile»8, ha osservato in proposito Nicola Bonazzi.

La “prima Ficozza

Il cammino dell’editore è avviato, già nel 1923, su una strada che non prevede ritorno. Lo scippo della Leonardo è un fatto che lo colpisce profondamente e personalmente: Formìggini si trova nelle condizioni di dover giustificare al Consiglio della Fondazione il proprio operato e, come se questo non bastasse, in seguito, deve rispondere delle insinuazioni e dei sospetti sollevati da amici più o meno vicini e conoscenti, i quali si interrogano sulle ragioni che hanno spinto l’editore a difendersi sommariamente e solo in parte dalle accuse di Gentile. Sono mesi di profondo travaglio interiore; la prima “Ficozza” dà forma e voce alla riflessione di Formìggini in questo difficile periodo: egli si vendica, così, di Gentile e allo stesso tempo offre il proprio punto di vista in merito alle circostanze verificatesi. È una valvola di sfogo ma è anche la sua occasione per farsi capire da chi ancora gli domanda perché non si sia difeso. A un giovane nazionalista, che si interroga proprio a questo proposito, Formìggini risponde: «Le accuse specifiche che mi sono state fatte sono tutte riferite in questo libro. O che avrei dovuto essere tanto scemo da prenderle sul serio?»9. Si vendica di Gentile e vendica se stesso; di certo, non può arrendersi alla gogna senza nemmeno avere l’occasione di dire la sua.

Ma lo spirito ottimista e propositivo di Formìggini è tutt’altro che estinto in queste due prime “Ficozze”. L’editore trova, ancora e come sempre, qualcosa di cui rallegrarsi; innanzitutto, è felice di aver salvato l’«I.C.S.», la sua amata figliola10, dalle grinfie di Gentile: se la Fondazione Leonardo è, infatti, stata generata dalla tanto amata rivista bibliografica, quasi da subito se ne è distaccata.

Fin dalla prima seduta si cominciò a discutere anche quali sarebbero stati i rapporti ideali fra l’ICS e l’Istituto: Gentile, soprattutto, insistette nella necessità di un controllo di idee sull’ICS per parte del Consiglio, perché, essendo l’ICS mandata a tutti i soci, l’Ente aveva su di essa una responsabilità morale.

Dal suo punto di vista, inesorabilmente intransigente, non aveva torto, ma mi rifiutai fin dalla prima seduta di subire tale controllo […]11.

Sottraendo l’«I.C.S.» al controllo della Leonardo, l’ha inconsapevolmente salvata.

Altro aspetto di cui rallegrarsi è legato proprio al problema del controllo: un uomo indipendente e creativo come Formìggini non può sopportare a lungo vincoli e catene, e la gestione inflessibile da parte di Gentile sulle manifestazioni della Leonardo («che voi avete, tutte, una per una e nessuna esclusa, controllate»12) non è tollerabile a lungo. Quindi, quando, dopo mesi di incomprensioni e scontri, Formìggini è ufficialmente fuori dalla Fondazione, accanto alla delusione e al senso di ingiustizia, prova anche un profondo benessere: « È passata: non se ne poteva più, era diventata un’ossessione. L’essere ritornato un libero cittadino indipendente mi dà un senso di sollievo indicibile. Finalmente posso dire anch’io: ME NE FREGO!»13.

Con la Fondazione l’editore sentiva di offrire al Paese un servizio utile nel quale intravedeva anche molte altre possibilità di crescita e miglioramento per il futuro. La morsa soffocante di Gentile ha, però, cancellato ogni possibilità di progresso: controllo e intransigenza non si sposano con creatività e progresso. Uscire dalla Fondazione diventa una questione di sopravvivenza e, quando, finalmente, Formìggini si sente liberato da ogni vincolo, ricomincia, solo allora, a respirare. Non rimpiange ciò che è e di cui non fa più parte, ma ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato. Lasciarsi alle spalle questa disavventura è difficile quanto necessario: finalmente, può tornare al proprio lavoro e alla propria vera vocazione, l’editoria. Tutto ciò che resta di Formìggini e del suo operato all’interno della Fondazione è il suo libro14:

Questo libro rappresentava l’unico mio diritto che voi non potete confiscarmi: mi son valso di questo diritto e non bramo altr’esca. Voi avete la Leonardo e il suo relativo mezzo milione ed io ho questo libro: ne sono soddisfatto; siatene soddisfatti anche voi e buonanotte15.

Vittima di una tale prepotenza, Formìggini, uomo scaltro e acuto, cade in un trappola che appare fin troppo ingenua: non riesce a leggere l’episodio all’interno del contesto generale e lo interpreta come il gesto arrogante, ma isolato, di un singolo diretto a un altro singolo. Esso è valutato come un attacco personale di un individuo dall’indole insolente, non lo specchio di un problema, ben più generale, che coinvolge il panorama politico intero e la categoria degli editori tutti. Eppure, Formìggini ha molti amici e conoscenti che provano ad aprirgli gli occhi sul problema: nel libro confessa che Giannini «[…] aveva esplicitamente dichiarato che tutto quello che si era fatto contro di me era dipeso, soltanto, dalla volontà del Governo di assumere la diretta gestione di tutti gli organismi di propaganda nazionale […]»16; e che Bonomi aveva commentato: «“Questa, che le è stata fatta, è una persecuzione politica”»17; infine, il suo avvocato: «“Contro il Governo come può reagire? Bisogna che si rassegni e che subisca”»18. Proprio a quest’ultimo Formìggini risponde «“Ma che governo, che governo! So bene io chi si spaccia per governo in questo bell’affare”»19, a conferma del fatto che l’editore non sospetta minimamente di far parte di un disegno ben più globale di quello che appare ai suoi occhi come il capriccio di un ministro. Addirittura, sotto consiglio di alcuni amici fascisti, prende in considerazione la possibilità di rivolgersi a Mussolini stesso per denunciare l’accaduto, ma ˗ spiega ˗ «Non mi parve opportuno. Sapevo dell’animo generoso di lui, ma io lo avevo visto una volta sola […]»20. E così rimane col suo libro a combattere21, o forse solo a documentare, una battaglia persa dall’inizio ma, soprattutto, una battaglia combattuta senza capire chi sia il nemico da sconfiggere.

La consapevolezza politica di Formìggini è, in questa fase, ancora molto lontana. Additato come antifascista, l’editore respinge risolutamente questa accusa:

Ciò non per dare ragione al «Travaso delle Idee» il quale interpreta il mio A. F. F. per Anti Fascista Formiggini. Io non sono antifascista: sono stato proclamato tale dai Gentiliani. Se mai, il mio antifascismo sarebbe un atto di disciplina. Infatti, se fosse dimostrato che io non ero antifascista, ma che antifascisti erano i miei assalitori, quale figura farebbe il Governo fascista che mi ha lasciato defraudare da antifascisti?22.

L’Ultima ficozza

L’Ultima ficozza è un testo completamente diverso dai primi: molto lontano dall’irresistibile ironia che contraddistingue Formìggini. Nelle prime pagine delle prime edizioni scrive: «Il libro incomincia con un amaro stilnovo che poi subito si dilegua per far posto al solito stile bonaccione e ridanciano che, per mia buona sorte, nemmeno in questa amara disavventura mi ha voluto del tutto abbandonare»23. Nell’Ultima ficozza lo stile è tutt’altro che ridanciano: gli ultimi barlumi dell’ironia formigginiana danno vita a un sarcasmo amaro e doloroso, l’editore che emerge da queste pagine è dolente e sconfortato. L’incipit lo vede trasformato in spettro, intento a tormentare proprio Mussolini. Uno sprazzo di ironia si ritrova nella riforma del saluto al duce che, prontamente, gli rivolge, fatto il suo ingresso nella stanza: «Se io fossi “opaco” mi vedresti agitare con forza l’avambraccio destro a pugno chiuso, mentre la mano sinistra tien salda la parte superiore del braccio»24. Per il resto, il testo è un doloroso lamento, un continuo susseguirsi di sentimenti funesti: la rabbia e il rancore si mescolano, confusamente, alla delusione. Formìggini sembra essersi davvero trasformato in uno spirito alla disperata ricerca di un’inafferrabile pace interiore. Rimprovera Mussolini per la sua arroganza («Tu fai scrivere persino sui vespasiani che hai sempre ragione»25), per la cecità delle leggi razziali, inumane e ottuse («Hai così avvilita ed abbrutita la scienza avventuriera ed analfabeta, che ha dovuto piegarsi a dimostrarti per vero ciò che sa essere assolutamente falso»26), per la tenacia con cui continua a infierire su Formìggini stesso, che mai nulla ha fatto contro il fascismo («Non so che gusto e che vantaggio tu abbia avuto a prendertela ora anche con me e a mettermi in questo stato di esasperazione»27).

In una lettera alla moglie, contenuta anch’essa in Parole in libertà, l’editore definisce l’Ultima ficozza una «grossa, grossa, grossa bomba carica di alto esplosivo»28. Non sa se lasciar esplodere l’ordigno o trascinarlo intatto nella tomba: «Io non voglio che i miei scritti servano a distruggere: spero che possano servire a ricostruire quando la trista realtà d’oggi sarà superata per la forza stessa della sua brutale assurdità»29.

L’odio di razza, più di tutto il resto, è oggetto della riflessione dell’editore: si tratta di un fenomeno del tutto inspiegabile per Formìggini, che continua a considerarlo un’influenza tedesca, penetrata in Italia e divenuta «una piaga purulenta che l’umanità dovrà pur riuscire a disinfettare per non rinnegare se stessa e per non rimaner soffocata dalla vergogna e dal rimorso»30.

La disperazione di Formìggini è palpabile e densa, si materializza davanti agli occhi del lettore in frasi brevi e amare: «È bene che la tua ora sia venuta: ma non poteva assegnarti il destino una fine che mi desse il conforto di trarne io respiro? Ormai non respiro più. È finita»31.

Se, nel disappunto della vicenda, le prime due “Ficozze” conservano una conclusione che lascia aperta qualche speranza e un vago sollievo, l’unica consolazione che attende l’editore nell’Ultima ficozza è quella di poter esprimere la propria sventura in queste pagine: «Non si può, ad uno che ha pagato con la testa il diritto di parlare, negare rispettoso ascolto»32. Stanco e disincantato, Formìggini affida questo suo testamento ai posteri subito prima di gettarsi dalla Ghirlandina, torre simbolo della sua città, al grido di «Italia! Italia! Italia!»33.

Entrambe le “Ficozze” costituiscono una testimonianza di inestimabile valore per chi desideri osservare il Ventennio da una prospettiva differente e inedita. La storia di Formìggini è stata, infatti, per decenni taciuta. A causa della sua neutralità politica l’editore è stato, infatti, escluso «sia dalla cultura di stato (quindi totalmente estraneo ad esempio ai premi letterari) sia dai cenacoli dell’antifascismo»34. Indelebile nel ricordo di chi l’ha in qualche modo conosciuto, questo coraggioso editore è stato condannato a una damnatio memoriae che solo di recente sembra concedergli il meritato riscatto, restituendo al patrimonio culturale non solo italiano un’interessante porzione di storia dell’editoria35.

  1. Questo sosteneva la moglie, Emilia Formìggini Santamaria, riassumendo, forse nel modo più sintetico e chiaro possibile, la visione del marito: N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, Modena, Guaraldi, 2001, p. 5.
  2. Nell’Ultima Ficozza, Formìggini amaramente ricorda, parlando dei fratelli: «il terzo era lettore infatuato del tuo Popolo d’Italia: non ne saltò mai una sola riga, leggeva tutto: gli articoli, le notizie (di cronaca, credo che ne leggesse anche gli annunci pubblicitari). Faceva un segnino rosso su ciò che aveva letto per esser ben sicuro che nulla gli sfuggisse. E fu fra i primissimi ad iscriversi spontaneamente al fascio di Modena. (Povero Pepo! Che fregatura!)»; A. F. Formìggini, Parole in libertà, a cura di M. Bai, Modena, Edizioni Artestampa, 2009, p. 106.
  3. Ivi, p. 107.
  4. A. F. Formìggini, La ficozza filosofica del fascismo, Roma, Formìggini, 1923, p. 267.
  5. A. F. Formìggini, La ficozza filosofica del fascismo, op. cit., p. 162.
  6. A. Castronuovo, Un ebreo che aveva creduto nel fascismo. Formìggini e le sue Ficozze, in «Bibliomanie», n. 32, gennaio-aprile 2013 (http://www.bibliomanie.it/ebreo_fascismo_formiggini_ficozze_castronuovo.htm).
  7. Ibidem.
  8. N. Bonazzi, Ebreo dopo. Angelo Fortunato Formiggini tra utopia e disinganno: cfr. http://www.griseldaonline.it/temi/l-altro/ebreo-dopo-angelo-fortunato-formiggini-bonazzi.html.
  9. A. F. Formìggini, La ficozza filosofica del fascismo, op. cit., p. 274.
  10. Ivi, p. 109.
  11. Ivi, p. 129.
  12. Ivi, p. 133.
  13. Ivi, p. 265.
  14. Egli lo scrive anche sotto consiglio di amici e conoscenti: «Quanti si sono interessati a questa mia disavventura mi hanno detto che la mia sola difesa possibile, definitiva e formidabile, sarebbe stata il raccontare per filo e per segno ciò che mi è accaduto in un libro in cui avessi potuto ampiamente esprimermi in libertà». Ivi, p. 267.
  15. Ivi, p. 288.
  16. Ivi, p. 253.
  17. Ivi, p. 267.
  18. Ivi, p. 252.
  19. Ibidem.
  20. Ivi, p. 256.
  21. «Opposizione a un membro del Governo assolutamente no, ma il diritto di fare la storia precisa e documentata di quello che resterà ormai il più ingente sforzo di tutta la mia vita, nessuno me lo potrebbe contestare (…)»: ivi, p. 268.
  22. Ivi, p. 366.
  23. Ivi, p. 4.
  24. A. F. Formìggini, Ultima ficozza, in Id., Parole in libertà, op. cit., p. 103.
  25. Ibidem.
  26. Ivi, p. 104.
  27. Ivi, p. 108.
  28. Ivi, p. 45.
  29. Ivi, pp. 45-46.
  30. Ivi, p. 113.
  31. Ivi, p. 115.
  32. Ivi, p. 116.
  33. N. Manicardi, Formìggini. L’editore ebreo che si suicidò per restare italiano, op. cit., p. 160.
  34. A. F. Formiggini editore 1878-1938, Catalogo della mostra documentaria, Biblioteca Estense di Modena, 7 febbraio-31 marzo 1980, a cura di L. Amorth, P. Di Pietro Lombardi, O. Goldoni, A. Lugli, E. Manzini, E. Mattioli, E. Milano, A. R. Venturi, Modena, Mucchi, 1981, p. 75.
  35. Si tratta di un estratto della tesi di laurea magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Un bizzarro editore del XX secolo: Angelo Fortunato Formiggini, discussa nel mese di luglio 2015 presso la “Sapienza Università di Roma” (cattedra di “Storia dell’editoria”, relatrice prof.ssa Maria Panetta e correlatrice prof.ssa Mirella Serri).

(fasc. 5, 25 ottobre 2015)