«Io non so scrivere queste cose come le sai scrivere tu»: le narrazioni documentarie di Andrea Camilleri e Leonardo Sciascia

Autore di Michele Maiolani

Leonardo Sciascia e la sua opera sono stati un cruciale punto di riferimento lungo tutta l’attività di scrittore di Andrea Camilleri, come risulta già da una rapida rassegna dei vari generi frequentati da quest’ultimo: dalla scelta del romanzo storico[1] all’adozione della “gabbia” narrativa del giallo[2], fino alle raccolte di detti del Gioco della mosca (debitrici di Occhio di capra e Kermesse), sono moltissimi i libri di Camilleri che interagiscono con la memoria delle opere di Sciascia. Questi viene poi ripetutamente citato o chiamato in causa da Camilleri in moltissime pagine, da quelle sulla vita di Pirandello della Biografia del figlio cambiato[3] a quelle di Inseguendo un’ombra dedicate alla figura sfuggente (e pirandelliana) dell’umanista Flavio Mitridate – il genere della biografia è certamente un altro in cui il legame tra i due narratori si manifesta in modo esplicito. Va infine ricordato che, nonostante le incertezze di Sciascia nei confronti del “vigatese” o “camillerese”[4], è stato proprio grazie al suo interessamento e alla sua mediazione con Elvira Sellerio che la carriera di scrittore di Camilleri ha avuto una svolta decisiva.

Per comprendere a fondo il dialogo tra i due scrittori resta però ancora da indagare un momento decisivo della carriera di Camilleri, ovvero la coppia di “saggi narrativi”[5] La strage dimenticata e La bolla di componenda, che proprio come molte “inquisizioni” sciasciane si occupano di faits-divers dimenticati della storia siciliana. Il primo volumetto è una ricostruzione dell’eccidio, taciuto nei volumi di storia del Risorgimento, di centoquattordici prigionieri del carcere borbonico di Porto Empedocle (allora ancora chiamata Borgata Molo) durante i moti di insurrezione del 1848[6]. Il secondo invece ruota attorno a un documento introvabile, la “bolla di componenda”, citato negli atti di un’inchiesta parlamentare sulla Sicilia del 1875 – di pochi mesi precedente a quella più celebre di Franchetti e Sonnino[7]. Questa bolla, che garantiva non solo l’indulgenza ma anche l’impunità per i reati che il contraente avrebbe commesso nel successivo anno solare, testimonia la presenza di un diffuso sistema di illegalità che coinvolgeva mafia, Chiesa e Stato nell’Italia postunitaria.

Questi testi occupano una posizione eccentrica nella produzione camilleriana e sono stati scritti nella fase iniziale della sua carriera di narratore, durante la quale l’autore ha sperimentato generi e stili molto diversi tra loro. A testimoniare l’eccentricità di queste opere è innanzitutto la sede di pubblicazione, ovvero la collana verde di Sellerio dei «Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura», destinata prevalentemente a testi non finzionali di genere vario (documenti, diari, libri di viaggio, inchieste storiche). Inaugurata nel 1983 da Stendhal e la Sicilia di Leonardo Sciascia, La strage dimenticata, scritto nel 1981 e pubblicato nel 1984[8], sarà il terzo titolo della collana; seguiranno poi La stagione della caccia nel 1992 e La bolla di componenda nel 1993. È a partire dall’anno seguente che, con la Forma dell’acqua (primo romanzo con protagonista il commissario Montalbano), la sede abituale di pubblicazione delle opere di Camilleri diventerà invece la collana blu di narrativa «La memoria».

Sono molti i tratti che distinguono il dittico di testi qui considerati dal resto della produzione camilleriana. Innanzitutto, l’aspetto, evidentissimo e insolito, della veste linguistica. Fatta eccezione per qualche raro regionalismo (ad esempio, “magari” per ‘anche’), Camilleri scrive infatti in un italiano limpido e scorrevole – anche per non compromettere la comprensibilità delle lunghe sezioni saggistiche[9]. Va poi ricordato che La strage dimenticata e La bolla di componenda mostrano una chiara discendenza dalla Storia della Colonna infame[10], come ha dimostrato Ermanno Paccagnini, che ha ricollegato inoltre Il re di Girgenti e gli altri romanzi storici propriamente detti al modello dei Promessi sposi. Questa distinzione tra le due inchieste e il resto della produzione di argomento storico, su cui tornerò a breve, resta uno dei punti da cui partire, nell’analisi della Strage dimenticata e della Bolla di componenda[11].

Proprio dal modello della Storia della Colonna infame discendono i principali caratteri distintivi della Strage dimenticata e della Bolla di componenda, ovvero l’elevato tasso di ibridazione della scrittura e la compresenza di generi molto distanti, che sono anche i punti di contatto più evidenti con le “inquisizioni” sciasciane. Le due opere occupano infatti una posizione tra scrittura saggistica, indagine storico-documentaria, digressione narrativa e memoria autobiografica. Proprio per la centralità dei documenti, che non soltanto sono il punto di partenza dell’indagine, ma dei quali, come mostrerò tra poco, viene continuamente discussa l’attendibilità, alla definizione troppo generica di “saggio narrativo” preferisco quella di “narrazione documentaria” – etichetta che si può attribuire anche ai racconti-inchiesta di Leonardo Sciascia. Nel frattempo, come spiega Paccagnini, queste opere mostrano anche un’affinità ideologica di fondo con Manzoni (e, si può aggiungere, con la “scrittura-verità” sciasciana):

Il racconto manzoniano è assunto da Camilleri – direttamente o con la mediazione di Sciascia – a modello narrativo: di una modalità narrativa «spuria», strutturata su vari codici espressivi e registri, narrativi e non, in un andamento che alterna vicenda principale e «portare esempi», accumuli testimoniali o documentari con relativo commento, «linea di pensiero [che] procede a coda di porco» e divagazioni. Che è un procedere ben oltre la stessa citazionalità: per andare a una affinità di fondo; alla sostanza di un modo di guardare alle perversioni giudiziarie[12].

Il forte tasso di ibridazione della Strage dimenticata e della Bolla di componenda rende la scelta di pubblicarli nel «Meridiano» dei Romanzi storici e civili non del tutto soddisfacente, visto che le altre opere storiche camilleriane presentano invece un carattere più spiccatamente narrativo e un maggiore tasso di finzionalità[13]. In queste due famiglie di testi ci sono inoltre profonde differenze nell’uso dei documenti. Nel saggio introduttivo del volume, Salvatore Silvano Nigro ricostruisce la genealogia letteraria del Camilleri autore di narrazioni storiche, facendo idealmente discendere lo scrittore dall’omonimo collaboratore di Giuseppe Vella, l’abate falsario e produttore di documenti apocrifi protagonista del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Nigro sottolinea infatti come l’abile «fingitore» Andrea Camilleri non solo si serva di una «lingua mischia, più inventata che vera» proprio come l’arabo di Vella, ma che con questa porti avanti «una continua creazione di forma interferita da quei documenti falsi che, tra svisamenti e parodie, sono vere riscritture letterarie»[14]. E più avanti, illustrando il procedimento seguito da Camilleri nella scrittura dei suoi romanzi storici, aggiunge:

Trovato un appiglio storico (un volantino, un decreto, la trascrizione di un’udienza in una inchiesta parlamentare, uno scorcio di notizia avanzato alla lettura di un libro), o semplicemente un aneddoto lessicale, Camilleri ci fantastica sopra. E se a un controllo dell’attendibilità vuole che il lettore acceda, o se addirittura si compiace di fingere con se stesso di aver bisogno di autenticare come veridica l’invenzione, apre il laboratorio del falsario Vella: e la prova se la fabbrica. Gli apocrifi sono la sua passione[15].

Ma se questa affermazione è vera per molti dei romanzi storici, come ben dimostra il caso del Re di Girgenti, accompagnato da un’appendice di documenti apocrifi composti dallo stesso Camilleri[16], non è altrettanto valida per La strage dimenticata e La bolla di componenda. In questi testi l’autore non solo trae spunto da documenti autentici, ma ridiscute continuamente l’attendibilità e la veridicità di questi, confrontandoli con altre fonti, orali e scritte, che trattano del medesimo fatto. Basti come esempio nella Strage dimenticata l’accostamento tra il breve e fumoso resoconto degli eventi di Baldassarre Marullo e il racconto della nonna paterna dello scrittore, Carolina Camilleri:

Devo, a questo punto, affidarmi a quella che Leonardo Sciascia chiama la «presbiopia della memoria», non mia, naturalmente, ma della mia nonna paterna Carolina Camilleri la quale, nata una decina d’anni dopo quei fatti, se li sentì contare e ricontare, bambina, da sua madre. Perché c’è da dire che Marullo – allineandosi ad una specie di congiura del silenzio di cui cercheremo di capire le ragioni – sulla strage della Torre è vago, impreciso, e addirittura, con parola alla moda, depistante[17].

Nell’affidarsi alla «presbiopia della memoria»[18] e alle parole di chi ha potuto raccogliere le testimonianze sulla strage dalla viva voce di chi era presente, Camilleri imprime alla sua indagine una direzione profondamente sciasciana. Da un lato, Camilleri rende esplicita la sua volontà di scrivere una controstoria[19], che superi gli ostacoli e i depistaggi portati avanti dalla «congiura del silenzio» della storiografia ufficiale, proprio come accade in opere come Morte dell’inquisitore o La scomparsa di Majorana. Marullo, che oltre che storico locale fu anche podestà di Porto Empedocle durante il regime fascista, è infatti un rappresentante dello stesso potere – del regno borbonico prima, e in seguito di quello italiano – che aveva contribuito a nascondere la verità sulla strage. Dall’altro, appoggiandosi alla testimonianza orale della nonna paterna, lo scrittore manifesta di fidarsi di preferenza di chi è stato temporalmente più vicino agli avvenimenti, perché meno portato ad alterarli o ad occultarli consapevolmente, al contrario di chi, ricostruendoli a posteriori, li distorce di proposito. Nella breve narrazione documentaria Quadri come diamanti Leonardo Sciascia aveva espresso lo stesso concetto in termini molto vicini, spiegando la sua preferenza per le testimonianze dei “dilettanti” a quelle di storici di professione e rappresentanti delle istituzioni:

E comunque io sono sempre portato a credere più a chi dentro un avvenimento c’è stato che a chi, accozzando date e dati, a distanza di tempo lo ricostruisce: per quanti inganni della memoria, reticenze ed omissioni ci siano nella testimonianza di chi c’è stato, le tracce essenziali dell’avvenimento resteranno inalterate, la volontà di alterarle (quando volontà c’è) fermandosi al timore di essere smentito dal dilettarsi di altri testimoni di mettere nero su bianco riguardo ad avvenimenti pubblici[20].

Questo atteggiamento nei confronti dei documenti rivela dunque un primo aspetto comune del metodo utilizzato da Camilleri e Sciascia e chiarisce quale sia per entrambi il ruolo e lo scopo della letteratura nello studio e nella narrazione dei fatti del passato. Per Sciascia, pur restando il documento il punto di partenza imprescindibile dell’indagine, è soltanto servendosi degli strumenti del letterato, in primis l’immaginazione, che i fatti da “relativi” possono diventare “assoluti”. In questo modo vengono liberati dall’incrostazione di impostura di cui la storiografia li aveva ricoperti e vengono elevati alla dimensione di verità superiore propria della letteratura. Come scrive Nigro, usando un lessico profondamente sciasciano, anche nella scrittura di Camilleri «dalla poca documentazione sul caso emerge il vero romanzo dell’impostura: l’infamia silenziata della torre; l’inganno della storia; la mistificazione della storiografia»[21]. E anche per Camilleri la scoperta della verità dei documenti può avvenire «per intuito di letterato»[22], cioè grazie agli strumenti propri del romanziere.

Questi strumenti sono principalmente l’esercizio di un’invenzione più libera di quella degli storici per integrare i blanks dei documenti e l’uso di ermeneutica e filologia per interpretare le fonti, oltre che delle competenze specifiche raggiunte nel corso delle rispettive carriere da Sciascia e Camilleri. Sono dei trattini che riempiono lo spazio in cui avrebbero dovuto essere indicate le cause di morte di Raymond Roussel, oltre a diverse sviste di valutazione della polizia fascista, che spingono Sciascia a ricostruire le ultime ore di vita dello scrittore francese al Grand Hotel des Palmes di Palermo. Nella Bolla di componenda Camilleri si concentra più volte sui lapsus degli estensori delle carte su cui indaga, notando diversi errori che rivelano una probabile conoscenza degli intrecci di potere tra mafia, Chiesa e Stato da parte della commissione d’inchiesta[23]. Possiamo poi leggere nella Strage dimenticata le osservazioni che l’autore fa analizzando da vicino le fonti storiografiche: «Ancora più curiosamente, Marullo sbaglia pure la data in cui avvenne il massacro. […] È una sorta di lapsus dell’estensore che così ci suggerisce l’idea di una morte lenta, protratta»[24]. E laddove il letterato Sciascia è solito confrontare i comportamenti dei personaggi storici con quelli dei protagonisti di romanzi, Camilleri si avvale della sua trentennale esperienza registica per cogliere le incongruenze delle deposizioni («Ho detto che di mestiere faccio il regista principalmente di teatro. Presumo quindi di avere le carte in regola per dire che il dialogo tra il generale e i membri della Commissione non quadra, non persuade»[25]), oppure per trovare la verità assoluta della letteratura nelle parole di Avogadro di Casanova («La risposta del generale è, ai miei occhi, assolutamente drammatica nella sua struttura pirandelliana»[26]).

Tornando però nuovamente al rapporto con le fonti, risulta evidente come sia nella Strage dimenticata sia nella Bolla di componenda, al contrario che nei romanzi storici, l’attendibilità dei documenti citati non è provata da apocrifi creati ad hoc dallo stesso Camilleri; questa è piuttosto dimostrata dalle stesse fonti consultate dall’autore nel suo lavoro di ricerca preliminare alla stesura del libro. In questo elemento possiamo vedere la medesima distinzione individuata da Marco Codebò nell’opera di Leonardo Sciascia tra «un regime di verità di tipo fiduciario», riscontrabile nel suo unico romanzo storico propriamente detto, Il consiglio d’Egitto, e uno di tipo «probatorio», che caratterizza invece il folto gruppo delle narrazioni documentarie[27]. Considerando i percorsi dei due scrittori, possiamo qui vedere una prima, cruciale divergenza: se Sciascia, dopo aver sperimentato il romanzo storico, prediligerà il regime di verità di tipo probatorio e nel corso degli anni Settanta e Ottanta darà sempre più spazio a cronachette e inquisizioni, Camilleri invece preferirà presentarsi al lettore come garante dell’attendibilità dei fatti narrati nei suoi romanzi, abbandonando la scrittura di narrazioni documentarie.

Passando quindi a considerare più da vicino il ruolo delle fonti, vediamo come queste vengano spesso citate per esteso, fino a ricoprire talvolta capitoli interi. Nella Strage dimenticata vengono incluse nel testo le parole dell’appello dei rivoluzionari palermitani appeso sui muri della città il 9 gennaio 1848[28]. Nel capitolo nono della Bolla di componenda invece Camilleri riporta diverse pagine dell’interrogatorio del generale Avogadro di Casanova per far emergere le palesi incongruenze nel comportamento dei membri della commissione parlamentare d’inchiesta di fronte alle risposte del militare[29]. Per l’opera di Sciascia basti qui ricordare le lettere di Moro e i comunicati delle Brigate Rosse che occupano interi capitoli dell’Affaire Moro, oppure in Morte dell’inquisitore l’interrogatorio della presunta strega Pellegrina Vitiello, trascritto integralmente dalle fonti d’archivio, senza alcuna aggiunta o commento da parte dell’autore[30].

Un altro aspetto comune ai due scrittori che contribuisce a costruire un regime di verità probatorio è l’insistenza sulla materialità delle fonti consultate. Nella Bolla di componenda vengono minuziosamente descritte le caratteristiche di una «bullailochisanti» (bolla dei luoghi santi), un certificato di indulgenza trovato da Camilleri tra le carte della madre dopo la sua morte:

Dentro la cassetta […] trovai un foglio di carta a stampa, un rettangolo di quarantacinque centimetri per trenta: la riconobbi subito, era una «bullailochisanti» […]. Il foglio era riccamente illustrato. In alto, al centro, c’era scritto «Commissaria Generale di Terra Santa in Sicilia» e sotto un cartiglio recitava: «Figliolanza della iscrizione alla confraternita dei luoghi santi in Gerusalemme». A sinistra e a destra otto tondi raffiguravano rozze vedute […]. Tutte queste illustrazioni occupavano i due terzi del foglio, il restante era scritto su due larghe colonne con al centro il bollo della «Commissaria di Terra Santa» e la data di emissione della bolla[31].

La bolla d’indulgenza diventerà nel corso dell’inchiesta uno strumento essenziale per provare a identificare le modalità di vendita della “bolla di componenda” e a ipotizzarne l’aspetto materiale, dato che il documento è troppo compromettente perché ne sia sopravvissuta una copia che ne testimoni l’effettiva esistenza[32]; tanto che mancherà persino tra gli atti della commissione d’inchiesta, cui avrebbe dovuto essere stato allegato un duplicato della bolla di componenda, fornita ai membri da Avogadro di Casanova. Anche gli atti della relazione vengono descritti spesso nella loro materialità, come per rendere possibile visualizzarli anche al lettore che non ha accesso agli originali:

I fogli sui quali sono stati trascritti, da due grafie diverse, i testi dell’interrogatorio di Casanova sono ampii e spaziosi. La deposizione del generale occupa sessanta fogli numerati e della componenda si parla dal foglio trentanove al foglio quarantotto. Che è una bella percentuale. Nella pagina in cui Casanova comincia a parlare della bolla, c’è in margine un segno a penna, una lunga linea verticale, a richiamare l’attenzione di chi legge[33].

In passaggi come quello appena citato l’autore arriva persino a indicare le modalità di trascrizione dei documenti nei volumi consultati o la loro collocazione negli archivi in cui sono conservati. Poco oltre, arrivato al luogo degli atti in cui dovrebbe trovarsi in allegato la bolla di componenda, Camilleri riporta le note dei curatori del volume: «In calce alla riproduzione di questa lettera, i curatori della pubblicazione mettono quattro richiami. Il primo si riferisce alla collocazione nell’archivio: fascicolo 8, serie E, numero II. Il secondo riguarda la bolla inviata da Casanova ed è lapidario: ‘Manca’»[34]. In modo simile, Sciascia riporta con estrema precisione gli errori di catalogazione dei fascicoli contenenti i materiali processuali del Sant’Uffizio in Sicilia, conservati a Madrid:

Il legajo 156, che per mesi lampeggiò nella nostra mente con febbrile frequenza, fino all’allucinazione, a Madrid non corrisponde più alle relaciones de causas de fé delle annate segnate dal Garufi. Le relazioni 1640-1702 si trovano nel libro 902, e quella del 1658 comincia dal foglio 388 (al foglio 490, postille 32, è l’annotazione riportata: e 32 è poi il numero che fra Diego ha nell’elenco del Matranga[35].

Questi ultimi aspetti del rapporto degli scrittori con i documenti richiama molto da vicino le modalità discorsive della storiografia. E non c’è dubbio che Sciascia e Camilleri riprendano alcuni caratteri, talvolta anche formali, dei saggi storici. Lo rendono evidente caratteristiche come: l’aggiunta di una ricca biografia primaria e secondaria; la tendenza a corredare l’opera di appendici documentarie e di ampie trascrizioni delle fonti; la presenza di note a piè di pagina o di una nota conclusiva dell’opera[36]. Ma, come già ho spiegato, il punto di vista sui faits-divers analizzati è sempre e comunque letterario, tanto che la frase che ricorre come un vero e proprio refrain sia nella Strage dimenticata sia nella Bolla di componenda è «non ho testa di storico»[37]. Le opere dei due scrittori fanno poi uso di modalità retoriche diverse rispetto a quelle della storiografia. Se Sciascia e Camilleri insistono sulla materialità dei documenti analizzati o sul luogo in cui si possono consultare, non è infatti soltanto per la volontà di creare un effetto di accreditamento, ma anche per quella di dare al lettore le stesse possibilità che ha l’autore di giungere a una soluzione dell’indagine (come accadrebbe in un giallo).

Il coinvolgimento del lettore viene incoraggiato attraverso l’esibizione del percorso di ricerca e del metodo seguito dallo scrittore. Sciascia si sofferma spesso a narrare le sue esitazioni o difficoltà incontrate durante l’indagine, come leggiamo nella Morte dell’inquisitore: «Nella chiesa dell’Annunziata di Racalmuto, Diego La Matina […] fu battezzato il 15 di marzo del 1622: padrini uno Sferrazza, di cui non riusciamo a leggere il nome, e una Giovanna di Gerlando»[38]. Anche Camilleri torna spesso sul metodo seguito nella sua inchiesta e mostra sempre grande cautela, punteggiando le sue opere di formule come «bisogna congetturare cum juicio»[39] o «un piede leva e l’altro metti»[40]. La ricerca della cooperazione interpretativa tra testo e lettore ha lo scopo di avvicinare l’opera a una verità sempre più completa e definitiva, che può appunto essere raggiunta anche grazie alle integrazioni di chi legge. Camilleri stesso conclude La strage dimenticata quasi invocando gli interventi dei lettori («Potrò perciò essere smentito in qualsiasi momento, ma si creda alla mia sincerità se dico che di ogni eventuale smentita sarò contento»[41]), mentre Sciascia arrivò persino a riscrivere alcune parti di Morte dell’inquisitore sulla base di osservazioni e suggerimenti ricevuti dai lettori.

Arrivato a questo punto, mi accorgo che c’è il rischio di ridurre Camilleri al grado di “nipotino di Sciascia” o che le sue narrazioni documentarie appaiano troppo schiacciate sul modello di quelle dello scrittore di Racalmuto. Vorrei invece concludere sottolineando come, al di là delle molte somiglianze stilistiche e ideologiche, ci sono alcuni importanti punti che distinguono le opere dei due narratori e che giustificano la frase, rivolta da Camilleri a Sciascia, che qui ho scelto come titolo del mio saggio: «Io non so scrivere queste cose come le sai scrivere tu»[42].

Le narrazioni documentarie di Camilleri si distaccano dal modello sciasciano per la maggiore libertà narrativa, che lascia persino spazio alla finzione, come accade in un luogo della Bolla di componenda. Il capitolo diciassettesimo[43] è occupato interamente dalla storia di Tano Fragalà, che grazie a un gioco di parole crede di poter estendere l’impunità della bolla di componenda all’unico reato non contemplato da questa, l’omicidio. Ma, al contrario dei numerosi racconti autobiografici o letterari di “componende” che aprono il libro, la vicenda del villano Fragalà è completamente inventata ed è perciò ambientata in un luogo altrettanto immaginario: Vigàta. Quasi scusandosi dell’eccessivo spazio riservato alla finzione, Camilleri apre il capitolo seguente scrivendo: «Mi sono abbandonato alla fantasia, all’invenzione, e forse è atteggiamento disdicevole in un contesto tanto serio: ma è stato come un istintivo gesto di autodifesa, un tentativo inutile di fuga»[44]. In queste parole c’è dunque, da parte dello scrittore, da un lato l’ammissione dell’incongruità del racconto di Fragalà con il resto dell’opera, ma dall’altro anche un’orgogliosa rivendicazione del proprio gesto liberatorio, nel tentativo di affermare in modo netto la propria identità di scrittore. E questa affermazione avviene con un’infrazione dei canoni del genere delle narrazioni documentarie sciasciane, che si può leggere a tutti gli effetti come una simbolica uccisione del padre[45]. Non a caso proprio allo scrittore di Racalmuto sono dedicate le ultime righe della Bolla di componenda, che, come una sorta di congedo, rievocano il dialogo che Camilleri ebbe con lui a proposito del documento introvabile[46].

Questa uccisione del padre non comporta certo la fine dell’influenza sciasciana sulla scrittura di Camilleri, ma provoca piuttosto l’intensificazione di un dialogo che si fa fitto e costante, e per certi versi più intimo e diretto. La scelta di inserire la storia del vigatese Tano Fragalà in una narrazione documentaria segna però l’abbandono del genere a favore del romanzo storico e un conseguente mutamento stilistico. Come già ricordato, nelle successive opere di argomento storico saranno riconoscibili la tendenza a una narrazione più distesa e l’uso di un’invenzione libera e svincolata dalle verifiche di attendibilità dei documenti, senza più alcuna distinzione tra testimonianze autentiche e apocrife. Ma si può anche vedere come questo percorso e l’avvicinamento della scrittura di Camilleri all’ideale della narrazione orale del “contastorie”[47], che diverrà la cifra stilistica più riconoscibile delle sue opere successive, stiano già nelle parole con cui l’autore sintetizza la sua poetica e il suo metodo di scrittura nella Bolla di componenda:

Mi accorgo di star divagando. È un mio difetto questo di considerare la scrittura allo stesso modo del parlare. Da solo, e col foglio bianco davanti, non ce la faccio, ho bisogno d’immaginarmi attorno quei quattro o cinque amici che mi restano stare a sentirmi, e seguirmi, mentre lascio il filo del discorso principale, ne agguanto un altro capo, lo tengo tanticchia, me lo perdo, torno all’argomento. Parlando la cosa ha un senso […]. Ma scrivendo devo tenere conto magari del mio sguardo, ed è qui che mi perdo[48].

  1. Si legga soprattutto il saggio di E. Paccagnini, Il Manzoni di Andrea Camilleri, in Il caso Camilleri, intr. di A. Buttitta, Palermo, Sellerio, 2004, pp. 111-37, in cui viene messo in luce il ruolo di Manzoni, mediato dalla lettura che ne dà Sciascia, nelle opere di Camilleri di argomento storico. Si vedano anche le osservazioni di L. Danti, Il fascino indiscreto del Gattopardo. La figura e le opere di Tomasi di Lampedusa negli scritti camilleriani, in «Per Leggere», XVIII, n. 35, autunno 2018, pp. 133-66, che sottolinea come anche la lettura camilleriana del Gattopardo sia stata filtrata attraverso le pagine che Sciascia ha scritto sull’opera di Tomasi di Lampedusa.
  2. La ripresa del modello del poliziesco sciasciano nelle detective stories di Camilleri e Fois è stata evidenziata in M. Chu, L’etica del potere: Sciascia e i suoi eredi giallisti, in «Todomodo», 1, 2011, pp. 43-54.
  3. G. Marci, Camilleri biografo di Pirandello; cfr. la URL: http://www.vigata.org/bibliografia/CamilleriBiografoPirandello.pdf (ultima consultazione: 26/07/2020).
  4. Sul “vigatese” si veda F. Franceschini, Il teatrino delle lingue nel «Birraio di Preston» e la sua percezione tra gli studenti universitari (con una finestra sulla “gorgia europea”), in «Linguistica e Letteratura», XXVIII, n. 1-2, pp. 191-218. Le differenze linguistiche tra Sciascia e Camilleri sono state evidenziate in A. Santoro, Camilleri e Sciascia, tra storia e linguaggio, in «Sinestesie», 2, 2002, pp. 102-25.
  5. Questa la definizione del genere a cui appartengono La strage dimenticata e La bolla di componenda, data da S. S. Nigro in Le «Croniche» di uno scrittore maltese, in A. Camilleri, Romanzi storici e civili, a cura di e con un saggio di S. S. Nigro, cronologia di A. Franchini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004, pp. IX-LVI, cit. alle pp. IX-LVI.
  6. In realtà Camilleri non si occupa solo dei fatti di Porto Empedocle, visto che il breve capitolo conclusivo del libro, Come una lunga parentesi, è dedicato a una seconda “strage dimenticata”, avvenuta nello stesso anno a Pantelleria.
  7. A far nascere l’idea di scrivere La bolla di componenda è il libro di Franchetti e Sonnino L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, a cura di S. Carbone e R. Grispo, 2 voll., Bologna, Cappelli, 1968, in cui è pubblicata una selezione degli atti della commissione parlamentare d’inchiesta. L’inchiesta resta per molti anni uno dei punti di riferimento della scrittura camilleriana, essendo citata anche in Un filo di fumo (1980), nella Stagione della caccia (1992) e nel Birrario di Preston (1995). La trascrizione integrale dell’interrogatorio del Generale Avogadro di Casanova, al centro dell’indagine di Camilleri nella Bolla di componenda, si può leggere in P. Maninchedda, Una mafia per il Ministero e una per il Parlamento. La testimonianza del generale Alessandro Avogadro di Casanova di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni della Sicilia (1875), in «Quaderni camilleriani», 6, 2018, pp. 23-46.
  8. A. Franchini, Cronologia, in A. Camilleri, Romanzi storici e civili, op. cit., pp. LVII-CXXVI, cit. alle pp. CV-CVI.
  9. Si vedano a proposito le Notizie sui testi, a cura di S. S. Nigro, in A. Camilleri, Romanzi storici e civili, op. cit., pp. 1735-1748, cit. a p. 1739.
  10. Nella Cronologia si può leggere: «[Sulla] storia della Strage dimenticata […] Camilleri vuole costruire la propria Storia della Colonna infame, il libro che l’ha ossessionato per tutta la vita» (A. Franchini, Cronologia, op. cit., p. CVI).
  11. Al di là del modello formale fornito dalla Storia della Colonna infame, nelle due inquisizioni camilleriane molti sono i richiami testuali e le situazioni provenienti dai Promessi sposi. Paccagnini considera i rapporti del romanzo manzoniano con entrambe le opere di Camilleri (E. Paccagnini, Il Manzoni di Andrea Camilleri, op. cit., pp. 121-25), mentre Nigro si concentra soprattutto sulle riprese manzoniane presenti nella Strage dimenticata (S. S. Nigro, Le «Croniche» di uno scrittore maltese, op. cit., pp. XX-XXI).
  12. E. Paccagnini, Il Manzoni di Andrea Camilleri, op. cit., p. 118. In occasione della ristampa della Storia della Colonna infame (Palermo, Sellerio, 1981) Sciascia aveva scritto una nota introduttiva all’opera manzoniana, poi raccolta in L. Sciascia, Cruciverba, in Id., Opere II (1971-1983), a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, 1989, pp. 965-1282. Per il commento di Camilleri a questo testo sciasciano, si legga A. Camilleri, Appunti sull’attualità di una introduzione: Sciascia e la Storia della colonna infame, in L’enciclopedia di Leonardo Sciascia: caos, ordine e caso, Atti del I ciclo di incontri (Roma, gennaio-aprile 2006), a cura di P. Milone, Milano, Edizioni La Vita Felice, 2007, pp. 83-86.
  13. Nelle narrazioni documentarie di Camilleri, come mostrerò più avanti, è limitato a un solo capitolo (il diciassettesimo) della Bolla di componenda, in cui è narrata la storia di Tano Fragalà.
  14. S. S. Nigro, Le «Croniche» di uno scrittore maltese, op. cit., p. XIII.
  15. Ivi, p. XV.
  16. L’appendice degli Apocrifi per «Il re di Girgenti», assente nell’edizione originale, si può leggere in A. Camilleri, Romanzi storici e civili, op. cit., pp. 1677-1734.
  17. A. Camilleri, La strage dimenticata [1984], Palermo, Sellerio, 1997, p. 35.
  18. La formula sciasciana proviene dal Teatro della memoria («Così nitidamente, sempre più nitidamente nella presbiopia della memoria ricordo», in L. Sciascia, Il teatro della memoria, in Id., Opere II, op. cit., pp. 899-964, cit. a p. 923), ma era già presente in forma leggermente diversa anche in Nero su nero («Ma quando la memoria si fa, come l’occhio, presbite, quando va sulle cose lontane e svanisce sulle vicine, è come di un vino che si decanta», in L. Sciascia, Nero su nero, in Id., Opere II, op. cit., pp. 601-846, cit. a p. 618). Più avanti nella Strage dimenticata Camilleri parla nuovamente di «presbiopia mnemonica» in relazione ai racconti della nonna paterna (A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., p. 47).
  19. Così leggiamo nell’ultima pagina della Strage dimenticata: «A me interessa che la seconda strage, quella della memoria, sia in qualche modo riscattata» (A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., p. 71). E similmente nel capitolo conclusivo della Bolla di componenda Camilleri scrive: «Se ho messo mano a questa ricerca, e l’ho magari scritta, è stato soprattutto perché mi è parso giusto dare una risposta, sia pure centotrent’anni e più in ritardo, a due persone [Avogadro di Casanova e Stocchi] che tentarono di farsi conto e ragione di certi andamenti difficilmente comprensibili dell’animo della mia gente» (A. Camilleri, La bolla di componenda [1993], Palermo, Sellerio, 1997, p. 106).
  20. L. Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile, in Id., Opere III (1984-1989), a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, 1990, pp. 515-728, cit. a p. 543.
  21. S. S. Nigro, Le «Croniche» di uno scrittore maltese, op. cit., p. XXIII.
  22. L. Sciascia, Nero su nero, op. cit., p. 833.
  23. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., pp. 65-66, 76.
  24. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., pp. 45-46.
  25. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., p. 65.
  26. Ivi, p. 60.
  27. M. Codebò, Archivio, invenzione e verità: Sciascia e la scrittura della storia, in «Todomodo», 3, 2013, pp. 131-49, cit. a p. 140.
  28. Cfr. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., pp. 30-31.
  29. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., pp. 60-64.
  30. L. Sciascia, Morte dell’inquisitore, in Id., Opere I (1956-1970), a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, 1987, pp. 643-716, cit. alle pp. 678-79.
  31. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., pp. 34-35.
  32. L’importanza della materialità e della visione diretta delle fonti è ribadita da Camilleri anche per altre opere storiche che si ispirano a documenti reali, come nel caso di un volantino da cui l’autore è partito per costruire la trama di Un filo di fumo: «Da cinque anni cercavo un certo documento sul quale Un filo di fumo si doveva basare. Era un volantino anonimo del 1919 ai commercianti di zolfo, nel quale si invitava a non dare alcuna forma di sostegno ai Barbabianca […]. Questo documento, che avevo trovato tra le carte di mio nonno, io lo sapevo a memoria, ma mi ero convinto che se non ne fossi ritornato in possesso non sarei stato in grado di scrivere il romanzo. Evidentemente l’importante era possederlo, questo documento, toccarlo. Un giorno spostai dalla scrivania il pacco con le cinquecento copie del Corso delle cose […] e sotto al pacco c’era il volantino che cercavo da anni. Lo misi da parte senza neppure leggerlo e scrissi il romanzo in un lampo» (A. Franchini, Cronologia, op. cit., p. CIV).
  33. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., pp. 66-67.
  34. Ivi, p. 68. Camilleri trova questi dati nelle note a una lettera di Avogadro di Casanova alla commissione, che si può leggere in L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-6), op. cit., vol. 2, pp. 1026-27.
  35. L. Sciascia, Morte dell’inquisitore, op. cit., p. 694.
  36. In Camilleri la presenza delle singole caratteristiche non è esclusiva delle narrazioni documentarie, ma soltanto in queste sono presenti tutte contemporaneamente. In Inseguendo un’ombra troviamo ad esempio una bibliografia conclusiva in cui sono citati saggi e articoli da cui lo scrittore ha tratto le informazioni sulle molte vite di Flavio Mitridate. Ho già invece ricordato come, per quanto riguarda i documenti citati nei romanzi storici, si tratta invece in molti casi di apocrifi creati dallo stesso Camilleri (come nel caso del Re di Girgenti).
  37. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., pp. 45 e 71; A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., p. 79. La posizione di Camilleri si può collegare alla nota conclusiva di Morte dell’inquisitore, dove Sciascia spiega di «aver scritto (a modo [suo]) un saggio di storia» (L. Sciascia, Morte dell’inquisitore, op. cit., p. 716).
  38. Ivi, p. 654.
  39. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., p. 44. Come ricordato in E. Paccagnini, Il Manzoni di Andrea Camilleri, op. cit., p. 117 e S. S. Nigro, Le «Croniche» di uno scrittore maltese, op. cit., p. XXI, la formula è un adattamento delle parole «adelante, con juicio» del manzoniano Don Ferrer (Promessi sposi, capitolo XIII).
  40. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., p. 44; A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., p. 68.
  41. A. Camilleri, La strage dimenticata, op. cit., p. 71.
  42. La frase è tratta da una conversazione, riportata nella Cronologia del «Meridiano», tra Camilleri e Sciascia seguita al rifiuto di quest’ultimo di utilizzare i documenti sulla strage dei prigionieri di Borgata Molo per scriverne un libro. Questo lo scambio di battute rievocato dallo stesso Camilleri: «Disse: ‘Scrivilo tu’.» E io: «Sì, va be’, lo scrivo, ma io non so scrivere queste cose come le sai scrivere tu». «Scrivile a modo tuo.» «Ma poi chi me lo stampa un librettino di sessanta pagine?» «Ti presento a Elvira Sellerio.» (A. Franchini, Cronologia, op. cit., p. CVI). Lo stesso racconto, con piccole variazioni, si può leggere anche in S. Lodato, La linea della palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 238-39.
  43. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., pp. 98-105.
  44. Ivi, p. 106.
  45. Va ricordato che la morte di Sciascia è avvenuta nel 1989, a uguale distanza tra la pubblicazione della Strage dimenticata e quella della Bolla di componenda.
  46. Cfr. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., p. 108.
  47. Si veda almeno Il contastorie, intervista di A. Adolgiso, in A. Camilleri, Vi racconto Montalbano. Interviste, Roma, Datanews, 2006, pp. 149-54.
  48. A. Camilleri, La bolla di componenda, op. cit., p. 31.

(fasc. 34, 25 agosto 2020)