Porto Empedocle-Girgenti-Racalmuto: il triangolo delle storie

Autore di Giovanni Capecchi

«Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano»[1]: questa frase, che un anziano Luigi Pirandello scrisse nelle Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla terra, è giustamente famosa e molto citata non solo perché fa riferimento alla nascita come caduta, ma anche perché, per caratterizzare il luogo della propria venuta al mondo, propone alcune immagini che si collegano ad un preciso frammento di terra: la campagna nei pressi di Agrigento, denominata Kaos, che si affaccia sul Mediterraneo, rivolta verso sud. Le stesse caratteristiche, che connotano quel frammento di terra, le ritroviamo nei libri di altri due scrittori, pirandelliani per ragioni geografiche prima ancora che per motivazioni poetiche: Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri.

Le lucciole di Pirandello continuano a volare e a illuminare la notte in maniera tenue e intermittente nell’inizio del pamphlet L’affaire Moro: un inizio di straordinaria intensità poetica, in cui i cannileddri di picuraru, le candeline del pastore, richiamano a loro volta le lucciole di uno dei più noti interventi giornalistici di Pier Paolo Pasolini[2]. Quella campagna fa da sfondo al romanzo più impegnativo pubblicato da Camilleri, la storia di un’utopia politica e civile ambientata nel Seicento, Il re di Girgenti. Gli olivi saraceni, che avrebbero offerto a Pirandello ormai sulla soglia della morte la soluzione compositiva per concludere I giganti della montagna, sono presenti in molte pagine critiche che Sciascia ha dedicato a Pirandello (compreso l’Alfabeto pirandelliano, che si sofferma anche sul lemma «olivo», incentrato sull’albero «saraceno»[3]) e tornano – con un ruolo centrale per la risoluzione dell’enigma investigativo e con un esplicito rinvio a Pirandello – nel “giallo” camilleriano La gita a Tindari[4]. Il mare africano è la strada vicinale che separa la costa meridionale della Sicilia dall’Africa, la lingua d’acqua che ha storicamente messo in comunicazione gli arabi e la Sicilia, facendo sentire a Sciascia l’importanza di un’eredità e di un legame che ha lasciato tracce profonde (nei luoghi e nella loro toponomastica, ma anche nelle persone, nella loro struttura fisica, nella loro mentalità) e portando Camilleri ad aggiornare la storia degli sbarchi, senza dimenticare quelli antichi – che portarono alla dominazione araba in Sicilia – ma arrivando fino ai giorni nostri[5]. Ma quello che più conta, per il ragionamento che vorremmo provare a fare, è che la campagna in cui «cade» Pirandello è la stessa campagna in cui, alcuni decenni dopo, nel 1921 e nel 1925, nascono Sciascia e Camilleri: un triangolo di terra, che ha lati di pochi chilometri e che ai suoi vertici vede Porto Empedocle, Girgenti e Racalmuto.

Sono numerosi i luoghi letterari legati alla memoria di scrittori e poeti e molti di questi si trovano in Sicilia, dove – soprattutto tra ’800 e ’900 – è nata una letteratura che occupa un ruolo da protagonista nella nostra tradizione culturale. Ma sono rari i luoghi che hanno visto la nascita di tre autori così importanti, venuti al mondo non in una metropoli, ma in un’area che comprende una città di medie dimensioni come Girgenti-Agrigento e due paesi come Porto Empedocle e Racalmuto. È significativo che sia Sciascia che Camilleri misurino la distanza tra la casa dove sono nati e i luoghi pirandelliani, a sottolineare – appunto – una vicinanza reale, definibile in termini di chilometri e non solo per quanto riguarda specifiche sintonie ed eredità letterarie. Quando il “padre” del commissario Salvo Montalbano pubblica l’antologia intitolata Pagine scelte di Luigi Pirandello, inserisce, tra le credenziali che legittimano a pieno titolo la sua operazione critica, anche la vicinanza tra la casa dove è nato e quella in cui ha vissuto Pirandello in diversi periodi della sua vita («Che dire altro? Che la casa dove sono nato e cresciuto dista cento metri dalla casa dove Pirandello, ha vissuto a lungo»[6]), mentre aprendo la Biografia del figlio cambiato spiega come Porto Empedocle sia nato, come Comune autonomo, nel 1833, essendo stato, fino a quella data, una frazione di Girgenti, la Brigata Molo della città[7]. La stessa vicinanza viene sottolineata da Camilleri in numerose interviste: «Sono nato a Porto Empedocle, nei suoi stessi luoghi, le nostre famiglie si incrociavano, La giara si svolge al confine con le terre di mio nonno, l’aria che ha respirato lui è quella che ho respirato io, il venditore di cappelli del mio paese, Cirlinciò, è un personaggio della sua novella»[8]. Sciascia, da parte sua, in una pagina pirandelliana raccolta nel volume La corda pazza, discute sulle storie di Pirandello con la consapevolezza e la condivisione di un conterraneo: «Noi qui ci limitiamo a proporlo, per come lo sentiamo e viviamo nel luogo in cui siamo nati, a pochi chilometri dal luogo in cui Pirandello è nato»[9], mentre in Contrada Noce, raccontando la campagna nei pressi di Racalmuto che è divenuta il luogo prescelto per scrivere, stabilisce la distanza (che è soprattutto vicinanza) con il mare di Porto Empedocle:

Contrada Noce, territorio di Racalmuto, provincia di Agrigento. A una ventina di chilometri, in linea d’aria, dal mare di Porto Empedocle: e se ne scorge la linea, di un azzurro che dà nel viola, nelle mattine chiare; e a sera, quando non c’è la luna, le lampàre sembrano lontane lucciole, sperse nella vuota e grande notte[10].

Inevitabile, per i due quasi coetanei Sciascia e Camilleri, fare i conti con Pirandello, potenziale padre dal punto di vista anagrafico e sicuramente padre letterario: se i due autori lavorano in uno stesso ambiente, il loro è «uno studio tutto agrigentino il cui titolare è Pirandello»[11]. Ma inevitabile pure, per Camilleri, dialogare costantemente con Sciascia, essendo di quattro anni più giovane e sentendolo come fratello maggiore e per molti aspetti guida e maestro, affermatosi come autore di romanzi quando lo scrittore nato a Porto Empedocle era ancora completamente sconosciuto[12]. Nel rapporto di Sciascia e Camilleri con Pirandello ci sono alcuni aspetti in comune, anche di carattere esteriore e legati alla cronologia. L’incontro con Pirandello avviene, per tutti e due, nei primi anni Trenta del ’900. Camilleri resta traumatizzato da un uomo vestito di nero che nella controra suona alla porta di casa e chiede della nonna Carolina, che corre ad abbracciarlo piangendo: la storia di questo incontro è stata più volte raccontata da quello che allora era il piccolo testimone oculare dello scompiglio domestico generato dal già affermato scrittore e commediografo che si presentava nell’ora del riposo postprandiale indossando la divisa di Accademico d’Italia[13]. Sciascia, in quello stesso periodo, conosce Pirandello al cinema, attraverso il film muto tratto da Il fu Mattia Pascal, per la regia di François L’Herbier e con il russo Ivan Mosiukjne (capace di dare un volto – destinato a rimanere indelebile – al personaggio letterario) nelle vesti del protagonista:

Non sapevo nulla di Pirandello, del suo mondo: che era – l’ho poi, per la lettura dei suoi romanzi, delle sue novelle, delle sue commedie, riconosciuto – il mondo in cui la sorte mi aveva assegnato nascita e soggiorno. Involontaria nascita, involontario soggiorno: per dirla pirandellianamente[14].

Sia Sciascia che Camilleri si sono occupati a lungo dell’opera pirandelliana. La fedeltà di Sciascia (come critico, come lettore, come scrittore) verso l’autore dei Sei personaggi non conosce interruzioni, da Pirandello e il pirandellismo del 1953 all’Alfabeto pirandelliano del 1986, e sarebbe probabilmente inutile tornare a evidenziare la presenza di Pirandello nelle pagine narrative dello scrittore di Racalmuto, esplicita o implicita che sia, e il mai interrotto lavoro di indagine sugli scritti dell’autore nato in contrada Kaos, da poco raccolti nel secondo tomo del II volume delle Opere di Sciascia, edito da Adelphi e curato da Paolo Squillacioti. Ma anche il rapporto tra Camilleri è Pirandello è noto[15]: ed è un rapporto che ha coinvolto Camilleri come regista (teatrale, ma anche televisivo e radiofonico), come scrittore, come studioso di teatro e critico, con una serie di saggi (che presto saranno raccolti in un unico volume) e di lavori che riguardano anche lo scrittore postumo: prima della sua scomparsa, avvenuta il 17 luglio 2019, Camilleri stava infatti lavorando a uno scritto incentrato sulla relazione tra Pirandello e Marta Abba e sulla «terribile notte» che i due trascorsero insieme[16]. Ciò che invece ci preme sottolineare è che sia Camilleri che Sciascia hanno riportato Pirandello al suo luogo d’origine (che è anche il loro). Camilleri in maniera significativa ma più episodica, per accenni e riferimenti sparsi nelle sue narrazioni (si pensi a Un filo di fumo, dove Pirandello, non citato per nome, è definito «uno scrittore di quei paraggi»: e la storia si ambienta a Vigàta)[17] e soprattutto con la Biografia del figlio cambiato, che ripercorre anche le novelle empedocline di Pirandello e che, secondo Giuseppe Marci, «può essere letta come un esercizio di indagine filologica attenta non solo ai dati testuali ma, più ampiamente, al macrotesto costituito dal luogo in cui il biografo e il biografato sono nati, dalla sua fisionomia geografica, dalla storia tormentata che ha vissuto, dalla cultura e dalla tradizione letteraria che vi si è sviluppata»[18]. Sciascia finisce per fare di questo argomento l’asse portante di ogni sua pagina critica e non solo critica: riportare Pirandello e le sue storie nel luogo d’origine, sottolineare il pirandellismo di natura di molti personaggi che continuano a camminare nelle contrade girgentane, rappresenta il punto di partenza e di arrivo delle sue letture. Sciascia stesso – a sottolineare la forza e la pervasività di un legame – dichiarò nel dicembre del 1986, in occasione del cinquantenario della morte di Pirandello: «Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre, per me, anche un discorso su Pirandello»[19]. Già in Pirandello e il pirandellismo (1953) lo scrittore di Racalmuto annotava: «Come Sharwood Anderson intitolò il suo più bel libro Winesburg, Ohio, tutta l’opera di Pirandello potremmo intitolare Girgenti, Sicilia»[20]. La scoperta della vita come teatro non è una trovata filosofica: nasce in un luogo ben preciso e in un determinato momento storico, nella Sicilia (e, per meglio dire, «in quella parte di Sicilia»)[21] a cavallo tra fine ’800 e inizi del ’900. I personaggi che chiedono all’autore di raccontare la loro storia non sono fantastici, ma nascono «dalla cronaca» girgentana[22] e Pirandello non ha mai smesso di raccontare quelle contrade, talvolta mascherate dietro a pseudonimi, ma sempre riconoscibili, soprattutto a chi, come Sciascia (e Camilleri), in quel triangolo è nato e cresciuto.

Chi è nato e cresciuto in quelle zone conosce la Girgenti araba (quella che più interessava a Pirandello, meno attento – secondo Sciascia – alla civiltà greca che pure ha lasciato emergenze di straordinario valore), riconosce la campagna circostante (che è anche la campagna in cui si ritira a vivere don Cosmo Laurentano in I vecchi e i giovani e alla quale approda Vitangelo Moscarda nell’epilogo di Uno, nessuno e centomila); sente risuonare – nei nomi e nei cognomi dei personaggi – nomi e cognomi familiari, che si possono trovare, per lo più, sull’elenco telefonico di Agrigento e provincia[23], sa dove si trova esattamente la biblioteca in cui lavorava Mattia Pascal, ritrova – percorrendo le strade e le trazzere, entrando nei bar e nei circoli – storie e personaggi che Pirandello è stato capace di raccogliere e immortalare e che con i loro drammi permettono di rappresentare l’esistenza umana (Porto Empedocle-Girgenti-Racalmuto come triangolo dal quale raccontare la vita), individua nella festa dei santi Cosimo e Damiano narrata in L’Esclusa la festa di san Calogero, descritta anche da Camilleri nel suo romanzo d’esordio[24]. Del resto Camilleri, che guarda al santo nivuro come al suo protettore personale, essendo nato (prematuro come Pirandello) proprio nel giorno in cui si celebra, tra urla e vino, quel patrono proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo[25], parla dell’autore della Nuova colonia come di un «Girgentino […] ed empedoclino allo stesso tempo» in quel dizionario di parole e modi di dire (che diventa anche raccolta di microstorie, insieme di frammenti di memoria) che si intitola Il gioco della mosca[26] e che si avvicina alla sciasciana Kermesse.

C’è una terra in comune. È la terra bagnata dal mare africano ed è la terra dello zolfo. Anche questa dimensione unisce le storie, le segna nel profondo, offre immagini indelebili proprio perché realmente viste. Le radici di Pirandello e di Sciascia affondano nelle zolfare, come ricorda tra gli altri Matteo Collura[27]; affondano nelle zolfare anche in termini di tragedia, come ha sottolineato Anna Maria Sciascia:

Entrambi figli dello zolfo elemento determinante nella vita delle due famiglie con una differenza: i Pirandello gestivano le miniere, gli Sciascia vi lavoravano. Il nonno prima “carusu” poi capomastro e impiegato, impiegato anche il padre e da ultimo il fratello Giuseppe, perito minerario. Due tragedie si consumano nelle due famiglie all’ombra dello zolfo: la follia di Antonietta, il suicidio di Giuseppe. In entrambi i casi la miniera è simbolo di annientamento e disperazione. Nell’allagarsi della miniera e nella conseguente perdita della dote Antonietta smarrisce se stessa, nel desolato paesaggio e nel buoi della miniera, in mezzo a quei “morti affaccendati” che incessantemente lottano con la disperazione e la paura, Giuseppe perde tutto il suo entusiasmo e la sua gioia di vivere, cade nella cupa depressione che lo porterà alla morte[28].

Ma la realtà della zolfara è stata conosciuta anche da Camilleri, che non a caso ha scelto di raccontarla in Un filo di fumo (1980). La sua storia, al pari di quella di Pirandello e Sciascia, è legata alle miniere di zolfo e basterebbe ricordare, a questo proposito, che il nonno materno, Vincenzo, era un imprenditore del prezioso minerale giallo ed era fallito assieme a Stefano Pirandello e a Calogero Portolano.

Per chi è nato in quel triangolo, non è possibile non dirsi pirandelliano: «Non possiamo non dirci pirandelliani, noi di questa zona intorno a Girgenti», affermava Camilleri in un’intervista apparsa su «La Stampa» nel giugno del 1998[29]; ma per chi in quelle zone è nato dopo Sciascia, non è neppure possibile non dirsi sciasciano. Sciascia, per Camilleri, diventa anche un tassello intermedio per arrivare a Pirandello: ma è, soprattutto, lo scrittore civile da tornare a rileggere costantemente, per ricaricare le batterie narrative[30]. Il retroterra camilleriano prevede, come punto di riferimento, lo scrittore di Racalmuto a fianco di Pirandello. Il segmento che unisce Racalmuto a Girgenti diviene con Camilleri, appunto, un triangolo: luoghi letterari si diventa, come già scriveva Giampaolo Dossena nel 1972[31], e quel fazzoletto di terra lo è divenuto per gradi, prima legandosi al nome di Pirandello, poi a quello di Sciascia e, subito dopo, a quello di Camilleri.

Sciascia, per Camilleri, non è meno importante di Pirandello, nonostante l’amicizia «di secondo grado» ricordata in un articolo pubblicato su «La Stampa» il 19 novembre 1999, alla vigilia del decimo anniversario della scomparsa dell’autore di Racalmuto:

Con Sciascia non ebbi mai dimestichezza. Eravamo amici di secondo grado. Io lo chiamavo «Leonà», mentre invece gli amici di primo grado potevano confidenzialmente chiamarlo «Nanà». Abbiamo lavorato insieme, discusso, trascorso ore colme più di silenziosa intesa che di parole. Con lui ho dei debiti, certamente il più grosso è quello d’avermi fatto conoscere Elvira Sellerio[32].

L’articolo procede poi elencando una serie di “debiti” maturati nei confronti di Sciascia, l’autore rammentato costantemente nelle interviste[33], ricordato e citato nelle pagine narrative. Con Sciascia ha condiviso, tra l’altro, il legame profondo con l’idea di scrittura che sta alla base della Storia della colonna infame manzoniana[34]; da Sciascia ha ripreso l’idea del “giallo” come schema narrativo consequenziale e logico, da scegliere per dare ordine all’immaginazione[35]; da una pagina di A ciascuno il suo è nata l’idea di dedicare un romanzo alla scomparsa di Patò. Diventerebbe difficile individuare un libro di Camilleri privo di un accenno all’autore del Giorno della civetta e di inchieste narrative come Dalla parte degli infedeli. È proprio allo Sciascia autore di inchieste che si rivolge Camilleri dopo aver raccolto il materiale che riguarda l’uccisione di 114 detenuti avvenuta nella Torre della Brigata Molo (oggi Porto Empedocle) tra il 25 e il 26 gennaio del 1848. E da questo contatto nasce l’incontro – ricordato come fondamentale nel citato articolo del 19 novembre 1999, ma rammentato, per la sua importanza, anche in altre occasioni[36] – con Elvira Sellerio, che pubblica La strage dimenticata nel 1984. Questo libro, che ruota attorno al tema della memoria (e della necessità di ricordare, facendo assumere alla scrittura il compito di contrastare la «congiura del silenzio intorno alla strage»[37]), è profondamente sciasciano, ma anche pirandelliano: o, meglio, è pirandelliano almeno per la topografia, se pensiamo che la Torre della Brigata Molo è uno dei luoghi rammentati da Pirandello, sia in alcuni versi che in prosa[38]. La strada del racconto d’inchiesta porterà Camilleri a pubblicare, nel 1993, anche La bolla di componenda: ma sarà una strada interrotta e questa sua mancata prosecuzione appare significativa per sottolineare – se ce ne fosse bisogno – come il legame con Sciascia (e con Pirandello) non significhi imitare Sciascia (o Pirandello). Ho detto, per inciso, “se ce ne fosse bisogno”, ma forse è necessario sottolinearlo, se è vero che capita frequentemente di leggere articoli nei quali, parlando di Camilleri, si sottolinea (a detrimento della sua scrittura) che non era certo Pirandello e non era neppure Sciascia e se è vero che, nel confronto con quest’ultimo, si evidenzia il forte carattere politico dei “gialli” sciasciani e il tenue riferimento alla realtà italiana nelle storie di Montalbano. Tutto vero: Camilleri non è né Pirandello né Sciascia, ma non per una mancanza, bensì perché ogni scrittore che si voglia definire tale deve avere la sua identità, la sua fisionomia. La tipologia di libro (il racconto inchiesta) che ha rappresentato un momento di incontro con Sciascia è anche un genere di scrittura nel quale un autore come Camilleri finisce per sentire limitata la libertà e la forza della sua immaginazione. Il contastorie parte spesso, nei suoi racconti, da un fatto realmente accaduto: ma su questo fatto lavora poi con la fantasia e la forza immaginativa, insieme alla capacità di cunto, diviene – consapevolmente – il suo punto di forza.

Lo scrittore di Porto Empedocle rende omaggio ai conterranei, come abbiamo visto, anche nelle storie che hanno per protagonista il commissario Montalbano. Potremmo ripercorrere queste storie ricercando gli omaggi a Pirandello e a Sciascia, citati fin da La forma dell’acqua che, nel 1994, ha aperto la fortunata serie, destinata ad accompagnare per un quarto di secolo i lettori italiani (e non solo italiani)[39], e ancora ricordati nel romanzo scritto per concludere le storie di Montalbano, quel Riccardino steso tra il 2004 e il 2005, poi rivisto nel 2016, e scritto per essere pubblicato solo dopo la scomparsa del suo autore, come ultimo della serie. Non può essere un caso (né appare un elemento marginale) il fatto che il testamento camilleriano, che solo da poco i suoi lettori hanno potuto aprire e leggere, citi, nelle prime pagine, proprio i due conterranei, tornando poi a rammentare Pirandello a proposito del racconto Difesa del Mèola[40], uno dei tre frammenti che, nella raccolta Scialle nero, compongono le Tonache di Montelusa.

Il triangolo Porto Empedocle-Girgenti-Racalmuto potrebbe essere identificato anche con i nomi di Vigàta-Montelusa-Regalpetra. I tre scrittori sono, infatti, accomunati anche dalla capacità di inventare un luogo letterario, verosimile ma non presente nelle carte geografiche, riconoscibile ma non corrispondente alla reale toponomastica. Montelusa è, per Pirandello, Girgenti: e Camilleri si ricollega a questo nome quando decide di collocare la sua Vigàta (Porto Empedocle) in provincia di Montelusa. Regalpetra è Racalmuto, che Sciascia preferisce non nominare esplicitamente in quello che può essere considerato il suo libro d’esordio, Le parrocchie di Regalpetra. Tra questi luoghi il più fortunato è sicuramente Vigàta, la cui invenzione viene rivendicata dall’Autore che, in Riccardino, interviene come personaggio della storia, in dialogo con Montalbano: «Vigàta l’ho inventata io»[41]. Apparso per la prima volta in Un filo di fumo (edito da Garzanti nel 1980), questo paese diviene il teatro di tutte le storie camilleriane. È una cittadina «ideal-tipica», per dirla con Vittorio Spinazzola[42]; «uno spazio finzionale modellato sullo spazio reale di Porto Emedocle»[43], unico e capace di assumere molteplici volti, tra la Vigàta del ’600 in Il re di Girgenti, quella di fine ’800 dei romanzi risorgimentali come Il birraio di Preston, La concessione del telefono e La mossa del cavallo, quella del ventennio fascista in Il nipote del Negus e quella contemporanea di Salvo Montalbano; un «patchwork», come lo ha recentemente definito Nadia Terranova nell’omaggio che «Robinson» ha dedicato allo scrittore ad un anno dalla sua scomparsa[44]. La forza di questo nome è tale da aver affiancato anche quello “ufficiale”: Porto Empedocle è diventato, fin dai cartelli di accesso, Porto Empedocle-Vigàta, «neotoponimo turistico», secondo la definizione di un geografo del turismo come Lorenzo Bagnoli[45]. Perché quel triangolo di terra, Porto Empedocle-Girgenti-Racalmuto (oppure Vigàta-Montelusa-Regalpetra), non è solo lo spazio che ha dato i natali ai tre scrittori e che ha rappresentato il serbatoio delle loro storie, ma è anche uno spazio al quale Camilleri-Pirandello-Sciascia hanno restituito molto e possono restituire ancora di più in termini di promozione, di attrattività, accrescendo il valore del luogo che ha visto passare le loro vite e le loro storie, dando ad un paesaggio (comunque suggestivo) un’anima letteraria.

Il tema del turismo letterario, dell’andare a visitare luoghi dai quali sono passati gli scrittori e che ritroviamo nelle loro pagine, rappresenta l’ultimo tassello del nostro ragionamento, che ha cercato di riportare Pirandello, Sciascia e Camilleri nel loro spazio geografico[46]. I tre scrittori hanno avuto con i loro luoghi d’origine rapporti diversi: Pirandello ha scelto di tornare a riposare per sempre, con le sue ceneri, sotto il pino del Kaos, davanti al mare africano: e il trasporto delle sue ceneri fino al punto in cui aveva avuto inizio il suo cammino terreno è stato raccontato anche da Sciascia e da Camilleri[47]. Sciascia non ha mai abbandonato la sua Sicilia (nonostante i viaggi e i soggiorni fuori dall’isola, tra Roma, Milano e l’adorata Parigi), Contrada Noce è rimasta la campagna nella quale trascorrere le estati scrivendo, mentre il cimitero di Racalmuto è stato scelto come luogo di sepoltura. Camilleri ha lasciato la Sicilia subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e ha vissuto a Roma, che accoglie anche (nel Cimitero Acattolico) la sua tomba, pur essendo tornato a Porto Empedocle a lungo, durante l’estate, e avendo mantenuto con la Sicilia un rapporto costante. I luoghi dai quali sono passati conservano le loro tracce: la casa natale di Pirandello è divenuta una casa museo; a Racalmuto c’è la possibilità, in alcuni momenti dell’anno e su prenotazione, di andare a visitare la casa di Contrada Noce, recentemente è stata aperta la casa in paese in cui Sciascia è cresciuto e restano visitabili, in un ideale itinerario letterario, la Fondazione Sciascia (voluta dallo stesso scrittore e collocata nell’ex centrale dell’Enel), la scuola dove ha svolto per alcuni anni il mestiere di maestro elementare, i luoghi da lui descritti nelle Parrocchie, la sua statua, in dimensione naturale, collocata davanti al Circolo che frequentava. A Porto Empedocle la casa di Camilleri ha invece subito una sorte diversa: nel 2018 è stata demolita perché – stando alle dichiarazioni degli amministratori locali – in rovina e pericolante[48]. Ma Vigàta, grazie al suo scrittore, è conosciuta in tutto il mondo, i luoghi di Montalbano sono segnalati e sono divenuti anche tappe di possibili itinerari (mettendo insieme i luoghi dei romanzi e quelli cinematografici)[49], sono numerosi coloro che scelgono di andare a visitare Porto Empedocle solo perché è il paese di Camilleri che, raccontandolo, non ha mai smesso di tornare nella sua Sicilia, in quel triangolo di terra che è divenuto, definitivamente, un triangolo delle storie e che – proprio per questo – rappresenta oggi un’area geografica capace di attirare l’attenzione di coloro che viaggiano in cerca di emozioni, per vedere/rivedere i luoghi già vivi nella loro immaginazione di lettori.

  1. G. Giudice, Luigi Pirandello, Torino, Utet, 1963, p. 14.
  2. Cfr. P. P. Pasolini, L’articolo delle lucciole, in Id., Scritti corsari, Prefazione di A. Berardinelli, Milano, Garzanti, 2009, pp. 128-29.
  3. L. Sciascia, Opere, Volume II: Inquisizioni-Memorie-Saggi, Tomo II: Saggi letterari, storici e civili, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2019, pp. 941-43.
  4. Cfr. A. Camilleri, La gita a Tindari, Palermo, Sellerio, 2000, p. 204.
  5. Cfr. G. Capecchi L’isola degli sbarchi, in «Quaderni camilleriani», 8 (2019), Fantastiche e metamorfiche isolitudini, a cura di M. Deriu e G. Marci, Cagliari, Grafiche Ghiani, 2019, pp. 75-85.
  6. A. Camilleri, Pagine scelte di Luigi Pirandello, Milano, Rizzoli, 2007, p. 9.
  7. Cfr. A. Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Milano, Rizzoli, 2000, p. 14.
  8. P. Di Stefano, Camilleri: il mio Pirandello incapace d’amore, «La Donna» (supplemento del «Corriere della Sera»), 16 dicembre 2000.
  9. L. Sciascia, Saggi letterari, storici e civili, cit., p. 362.
  10. L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa-Teatro-Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2012, p. 1328.
  11. G. Bonina, Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri, Siena, Barbera, 2007, p. 14.
  12. Sull’importanza di Pirandello e di Sciascia per Camilleri si vedano anche S. Demontis, I colori della letteratura. Un’indagine sul caso Camilleri, Milano, Rizzoli, 2001 (in particolare il paragrafo Omaggi e referenti letterari, pp. 147-69) e M. Pistelli, «Montalbano sono». Sulle tracce del più famoso commissario di polizia italiano, Firenze, Le Càriti, 2003 (con riferimento soprattutto al capitolo Omaggio a Pirandello e Sciascia, pp. 44-61).
  13. Cfr. G. Capecchi, Andrea Camilleri, Fiesole, Cadmo, 2000, pp. 13-16.
  14. L. Sciascia, Il volto sulla maschera, in Id., Opere, Volume II: Inquisizioni-Memorie-Saggi, Tomo II: Saggi letterari, storici e civili, op. cit., p. 676.
  15. Tra i più recenti contributi sul tema si veda G. Marci, Camilleri biografo di Pirandello, pubblicato sul sito web del Camilleri Fans Club; cfr. la URL: http://www.vigata.org/bibliografia/CamilleriBiografoPirandello.pdf.
  16. Cfr. P. Melati, Ma occhio: c’è un altro inedito misterioso, in «il Venerdì di Repubblica», 10 luglio 2020, p. 23.
  17. Cfr. A. Camilleri, Un filo di fumo [1980], Palermo, Sellerio, 1997, p. 100.
  18. G. Marci, Camilleri biografo di Pirandello, op. cit., p. 5.
  19. L. Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Milano, Adelphi, 1996, p. 245.
  20. L. Sciascia, Saggi letterari, storici e civili, op. cit., p. 20.
  21. Ivi, p. 41.
  22. Ivi, p. 83.
  23. Cfr. L. Sciascia, Alfabeto pirandelliano, in Id., Saggi letterari, storici e civili, op. cit., pp. 908 e 909.
  24. Cfr. A. Camilleri, Il corso delle cose [1978], Palermo, Sellerio, 1998, pp. 116-21.
  25. Sul legame tra Camilleri e San Calogero cfr. anche La linea della palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 48-49.
  26. Cfr. A. Camilleri, Il gioco della mosca [1995], Palermo, Sellerio, 1999, p. 25. Su Il gioco della mosca si veda anche S. Pilia, Giocando con la mosca, in Lingua, storia, gioco e moralità nel mondo di Andrea Camilleri, Atti del seminario (Cagliari, 9 marzo 2004), a cura di G. Marci, Cagliari, CUEC, 2004, pp. 85-95.
  27. Cfr. M. Collura, Alfabeto Sciascia, Milano, Longanesi, 2009, pp. 186-90 (corrispondenti alla voce “Zolfo”).
  28. A. M. Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia, Roma, Avagliano, 2009, p. 12.
  29. L’intervista, raccolta da Mario Baudino, è stata pubblicata su «La Stampa» il 2 giugno 1998.
  30. Cfr. La linea della palma. Saverio Lodato fa raccontare Andrea Camilleri, op. cit., p. 249.
  31. Cfr. G. Dossena, I luoghi letterari, Milano, Sugar, 1972 (poi ristampato nel 2004 dalle Edizioni Sylvestre Bonnard).
  32. A. Camilleri, L’uomo e i quaquaraquà, in «La Stampa», 19 novembre 1999, p. 1.
  33. Si veda tra le altre M. Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Palermo, Sellerio, 2000, in particolare le pp. 67-69 e 97-99.
  34. Su questo si veda anche A. Camilleri, I Promessi birrai di Preston, in «La Stampa», 8 ottobre 2000; ma un riferimento alla Colonna infame possiamo trovarlo anche in altre pagine, ad esempio in La gita a Tindari, op. cit., p. 121.
  35. Cfr. M. Sorgi, La testa ci fa dire, op. cit., p. 73.
  36. Si veda anche A. Camilleri, Elvira e io, in La memoria di Elvira, Palermo, Sellerio, 2015, pp. 11-18.
  37. A. Camilleri, La strage dimenticata [1984], Palermo, Sellerio, 1997 (prima edizione nella collana «La memoria»), p. 41.
  38. Cfr. A. Camilleri, Biografia del figlio cambiato, op. cit., pp. 32-34.
  39. Per una riflessione sulle ragioni, non solo letterarie, del successo di Camilleri, rimandiamo a G. Capecchi, Tutti i numeri di Camilleri, in Perugia in giallo 2007. Indagine sul poliziesco italiano, a cura di M. Pistelli e N. Cacciaglia, Roma, Donzelli, 2009, pp. 93-103. Si veda anche, per una riflessione complessiva sul lavoro di Camilleri e sulla sua personalità, il numero 590 (2018) di «Bianco e nero», intitolato Camilleri secondo Camilleri.
  40. Cfr. A. Camilleri, Riccardino, seguito dalla prima stesura del 2005, Palermo, Sellerio, 2020, p. 64.
  41. Ivi, p. 210.
  42. Cfr. V. Spinazzola, Alte tirature. Caso Camilleri e caso Montalbano, in «Tirature ’01», L’Italia d’oggi. I luoghi raccontati, Milano, Il Saggiatore-Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2001, p. 124.
  43. M. Trainito, Andrea Camilleri. Ritratto dello scrittore, Treviso, Editing Edizioni, 2008, p. 72.
  44. Cfr. N. Terranova, Alla fine torniamo sempre a Vigàta, in «Robinson», 11 luglio 2020, p. 6.
  45. Cfr. L. Bagnoli, Manuale di geografia del turismo. Dal Grand Tour ai Sistemi turistici, Torino, Utet, 2006, p. 124.
  46. Per un inquadramento del tema ci permettiamo di rinviare a G. Capecchi, Sulle orme dei poeti. Letteratura, turismo e promozione del territorio, Bologna, Pàtron, 2019. Per la promozione di un turismo letterario in questa zona della Sicilia è nato anche il progetto della “Strada degli scrittori”: cfr. la URL www.stradadegliscrittori.it.
  47. Sciascia lo fa in una pagina di Pirandello e la Sicilia, in L. Sciascia, Saggi letterari, storici e civili, op. cit., p. 128; Camilleri dedica a questo tema, tra l’altro, gli articoli Pirandello: la guerra delle ceneri e Pirandello vola nella notte, pubblicati su «La Stampa» il 14 e il 16 giugno 1998.
  48. Cfr. G. Sclaunich, Andrea Camilleri, demolita la casa della sua giovinezza, in «Corriere della Sera», 7 dicembre 2018 (leggibile anche nell’archivio digitale del quotidiano: https://www.corriere.it/cronache/18_dicembre_07/andrea-camilleri-demolita-casa-sua-giovinezza-ecco-com-era-b9212742-fa27-11e8-a868-3ca0c519d197.shtml).
  49. Cfr. I luoghi di Montalbano. Una guida, Palermo, Sellerio, 2007.

(fasc. 34, 25 agosto 2020)