La lingua “edipica” di Federigo Tozzi: il senese fra appartenenza, identità e incomunicabilità

Author di Simonetta Losi

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Tutte le immagini a corredo del presente contributo provengono dalla Collezione Pier Guido Landi.

La dimensione senese di Federigo Tozzi

L’identificazione di Federigo Tozzi con una componente marcatamente locale costituisce la radice della sua grandezza di scrittore e, insieme, la sua sfortuna, la caratteristica in virtù della quale è stato a lungo snobbato dalla critica letteraria. Le parole di Mario Luzi sintetizzano efficacemente l’identità di Federigo Tozzi, che travalica la cinta muraria di Siena e arriva ben oltre i confini del suo territorio: fino alla capitale ma, più in generale, fino al più vasto territorio della grande letteratura nazionale.

C’è, su Tozzi, una specie di silenzio programmatico. Per me è un grande scrittore. Non ce ne sono come lui, neanche Svevo, che è molto intellettuale, anche perché proviene da quel crocevia di culture. Tozzi, invece, viene dal fondo della senesità: viene dall’ambiente, dalla realtà, dalla zolla senese. Ed è questa, forse, la ragione del limite che la sua risonanza ha avuto. Ma quando uno lo legge e c’entra dentro se ne innamora (Mario Luzi)[1].

Oggetto di una riscoperta relativamente recente e ancora per certi versi tardiva, Federigo Tozzi è stato definito un narratore di interesse sociale che agirà sempre tra insanabili dissensi, tra cupi dissapori con la città e con la famiglia, posseduto dal demone dell’incomunicabilità[2], e che morirà con la certezza di non aver dato il meglio di sé: è un caso irrisolto, «un grumo di sangue scontento»[3].

Fra i molti altri che potremmo citare, anche Borgese riconosce che «Non meno della madre del padre poté su di lui la sua città nativa. Siena, triste di storie d’archi acuti in mezzo alla campagna», legata «a un suo medioevo sepolto vivo nella storia moderna»[4].

Tuttavia Tozzi va ben oltre la dimensione localistica. La sua statura europea, a partire dal memorabile saggio di Giacomo Debenedetti – ora contenuto nel Romanzo del Novecento – è un dato ormai acquisito da parte della critica letteraria[5].

Federigo Tozzi ebbe con la città un rapporto conflittuale; se da un lato in Persone dichiara: «Io sono nato a Siena, così per caso; mentre la mia anima è di laggiù, di quel paese che non ti voglio né meno nominare»[6], dall’altro – come vedremo anche più avanti – dedica a Siena parole di struggente lirismo («Qualche volta, in mezzo ad una piazza o ad una via, Siena ha certi lunghi silenzi che fanno mancare il respiro e scoppiare il cuore. Ma… l’amava come un innamorato. Per lui non c’erano altre città e altri uomini»)[7].

Lo scrittore si scontrava dolorosamente con la chiusura dell’ambiente sociale, in larga parte pettegolo e gretto[8], con una città provinciale, segnata dalla malattia e dalla miseria, come testimoniano molti personaggi delle sue opere[9]. Una città splendida e ossessionante, «tutta raccolta in se stessa, inaccostabile»[10].

Da molte pagine di Tozzi emerge il legame strettissimo con la campagna[11], quella del “falcinello” e della “sugna”, quella del “raspo dell’uva” e della “caldura”, con i suoi colori, i suoi odori e la sua atavica cultura. Le descrizioni legate alla fiera del bestiame che si teneva a Siena, in Piazza d’Armi «il primo lunedì del mese fuor di Porta Camollia»[12] tratteggiano vividamente i momenti di contatto più stretto fra la città di Siena e il proprio contado, che inizia appena fuori le mura con l’indicazione, ancora presente, di “limite del suburbio”, in una dimensione quasi fuori dal tempo.

Da questo inscindibile legame, che richiama l’osmosi rappresentata nell’affresco del Buongoverno, provengono termini che si collegano a saperi antichi e a pratiche oggi in disuso: i “ceneroni”, il “tostino”, i “bargigli”, i “fiòcini”; lo “spollonarsi”, il “sornacare” e il “bicciare” delle bestie[13].

Un esempio ulteriore è dato dalla figura del “castrino”, personaggio carico di elementi simbolici edipici e sessuali[14]. In Tozzi si evidenzia il rapporto con gli animali come parte integrante della vita quotidiana: un rapporto corale e profondo di condivisione di destini comuni. È il caso, fra gli altri, del Ciuchino – rifiutato a calci dalla madre che non lo voleva allattare[15] – e del Racconto di un gallo, un animale antropomorfizzato e chiamato Cecco, che racconta alle galline le vicende amorose di alcune donne[16]. Da un punto di vista culturale e antropologico, molte parole richiamano un mondo rurale che non esiste più, ma che sopravvive nella memoria orale.

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Personaggi senesi fra spiritualità, talento, suicidi e bordelli

I personaggi di Federigo Tozzi, con i quali egli frequentemente si identifica[17], sono spesso tratti dalla sua autobiografia[18] o comunque noti: il sensale Chiocciolino del Podere, i contadini Giacco e Masa di Con gli occhi chiusi – al secolo Chiara e Sabatino Mori – il giovane studioso francese Gielly, il Nisard di Tre croci[19]. La scrittura si lega ai grandi personaggi del passato che ancor oggi fanno parte dell’immaginario senese, ma anche a quelli contemporanei di Tozzi, alle vicende che maggiormente avevano colpito l’opinione pubblica. È il caso dei fratelli Torrini, la cui triste vicenda ha ispirato il romanzo Tre croci[20], e di Patrizio Fracassi, scultore morto suicida a soli ventisette anni, al quale Tozzi dedica una novella[21] e un articolo su un giornale locale[22].

Altrove Federigo Tozzi descrive un’umanità dolente di mendicanti, di prostitute[23], di persone segnate nel corpo o nella psiche, operando proiezioni autobiografiche di personaggi, sentimenti, emozioni e descrivendo minutamente uomini e donne della città e del contado con un taglio quasi lombrosiano.

Emergono impietosamente le immagini e le atmosfere della Siena a cavallo fra Ottocento e Novecento: quella pettegola del “ganzo”, quella deforme del “tarpagno” e del “gongoso”, quella malata del tisico e dello scrofoloso. I personaggi di Tozzi traggono risalto da vocaboli densi di significato, come ad esempio “adusto”, “don nacchera”, “birignoccoluto”[24]. Emerge dalle opere di Tozzi una profonda conoscenza del tessuto sociale cittadino, come della storia di Siena nei suoi momenti cruciali.

Nell’opera Siena città della Vergine trova spazio Pia de’ Tolomei, con un cenno alla sua triste sorte di donna ripudiata[25]. Tra i personaggi illustri femminili spicca la figura di Santa Caterina, alla quale Tozzi dedica uno studio e una raccolta di scritti[26]. L’immensa statura della Santa di Fontebranda, che Tozzi definiva «più grande della sua città»[27], è riconosciuta ed esaltata da Tozzi anche in comparazione con gli altri antichi scrittori[28]. Tuttavia, per lo scrittore, la figura femminile di maggior rilievo in assoluto è la Vergine Maria. Anche questo aspetto costituisce un importante indicatore di appartenenza alla «Sena Vetus Civitas Virginis». Nel poema La città della Vergine Tozzi conferma una conoscenza approfondita della storia antica della città[29].

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Alla ricerca delle radici linguistiche di Tozzi

Nel panorama degli scritti e degli studi linguistici senesi e nel flusso della lingua si inserisce autorevolmente Federigo Tozzi, che si caratterizza come un autore profondamente senese anche e soprattutto per una lingua nella quale i suoi concittadini possono ancor oggi riconoscersi.

Fra le letture di Federigo Tozzi – «un autodidatta privo di metodo, un rabdomante della cultura»[30] – due filoni ci sembrano particolarmente significativi: quello degli studi psicanalitici[31] e quello degli antichi scrittori senesi, che fanno parte dell’omonima antologia sopra citata[32].

La lingua di Santa Caterina, di Cecco Angiolieri, di San Bernardino e di tanti sconosciuti rimatori del Trecento e del Quattrocento influenza moltissimo le scelte linguistiche di Federigo Tozzi, erede di una lunga tradizione che conta, tra gli altri, Girolamo Gigli, con il suo Vocabolario Cateriniano[33] e Diomede Borghesi, primo docente della Cattedra di Toscana Favella inaugurata a Siena nel 1589. Come ulteriore testimonianza della profonda conoscenza che Federigo Tozzi ha di Siena, della sua storia, dei suoi personaggi e delle sue istituzioni, possiamo constatare come nell’ambito delle proprie ricerche sugli antichi scrittori senesi abbia dedicato uno studio specifico alle Mascherate e strambotti della Congrega dei Rozzi di Siena[34].

È doveroso sottolineare che il senese-toscano-contadino di Tozzi non coincide con l’espressione di un colore locale, ma con la voce interiore dell’Autore. Tozzi indica la necessità di essere primitivi; il primitivismo di Tozzi, tuttavia, è molto più una categoria psicologica che una categoria culturale ed è strettamente legato al suo stile espressivo. L’uso della lingua senese e toscana è caratterizzato da una ricerca consapevole: la natura dei prelievi linguistici operati da Tozzi risulta, all’analisi, mirata e creativa, con la coscienza della separatezza del vernacolo senese dalle altre lingue toscane[35].

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Federigo Tozzi, la lingua senese e lo stile narrativo

La penna e l’acume del fiorentino Indro Montanelli hanno affermato che «a Siena si parla la lingua delle Madonne e dei Messeri», argomentando sulla maggiore eleganza e nitore del senese rispetto al fiorentino[36]. Tozzi, con il suo periodare breve, che predilige la coordinazione dando il senso di un’emozione non mediata, di un flusso di coscienza vicino al suo interesse verso la psicoanalisi, fa uso di un vocabolario e una maniera di scrivere personalissimi, che traggono respiro dal «dolce idioma» di Siena e dalla parlata rurale dei dintorni e insieme ricreano le loro immagini e atmosfere.

Interessanti sono l’uso del dativo “gli”, al posto di “le”, l’aggiunta – ancora oggi largamente usata – di una vocale a conclusione di una parola che termina per consonante e le concordanze a senso come «c’era la mamma e la sorella»[37], tuttora molto diffusi[38].

Sono presenti in Tozzi anche alcune storpiature di parole avvertite come difficili, al fine di rappresentare il parlato di un personaggio non colto, ma che usa per vezzo e per sentito dire un termine di differente registro linguistico. È il caso di “sagagia” al posto di ‘sagacia’, usato in una novella da Tancia, un personaggio che «trovava da ridire di ogni cosa facendo vedere che di sagagia e di giudizio ne aveva più di tutti»[39].

Dall’analisi delle opere di Tozzi si rilevano l’uso frequente della forma impersonale, caratteristico del toscano, e l’uso dell’articolo determinativo davanti ai nomi che indicano relazione di parentela, come ad esempio «la mia moglie»[40].

Interessanti, in Tozzi, sono anche alcune scelte sintattiche. Il registro espressivo di Federigo Tozzi – che si attua più attraverso la paratassi che la sintassi – è caratterizzato anche da un uso della punteggiatura che ricalca ora la concitazione, ora le pause del pensiero, facendo apparire la pagina scritta come lo specchio di un ininterrotto dialogo interiore, pieno di sofferenza per una sostanziale incapacità di essere compreso dagli altri. È frequentissimo l’uso del punto e virgola, che trasforma il fluire della narrazione in un insieme di frammenti spesso compiuti in se stessi. Tali connotazioni stilistiche si ritrovano in tutta l’opera di Tozzi, ad eccezione della saggistica. In particolare, nelle opere Bestie, Cose e Persone: Tozzi fotografa la realtà filtrandola attraverso la propria interiorità, con l’effetto di un flusso di coscienza che si dipana attraverso immagini nette, con una visione della realtà dal di dentro profondamente calata nel mondo interiore dell’Autore.

Tutte le opere sono caratterizzate da termini ed espressioni di un linguaggio che viene da lontano. Tozzi fa propri verbi antichissimi come “mentovare”, usa forme arcaiche come “fo” e “vo”, quando scrive: «Volerti dimenticare! E i discorsi che ti fo! E i miei sorrisi e la voglia di venirmi a inginocchiare, e la luce dei tuoi occhi!»[41]. Usa anche forme distorte come “escire”; toscanismi e colloquialismi come “bevere”, “briaco”, “chiappare”, “midolla”, “moccolare” e “pigionale”, assieme a senesismi e toscanismi più marcati come “abbrunarsi”, “attraventare”, “dare balta”. Nelle opere si incontrano, per esempio, parole come “doventa”, “balbo”, “dugento”, “appoioso”, le “frondi”, le “querci”, “fuora”, “costì” e molte altre. Sono moltissime le espressioni, i modi e i termini usati da Tozzi che si ritrovano nel vernacolo senese attuale: a titolo di esempio il sopra citato «la mia moglie», che diventa spesso “la mi’ moglie”, verbi come “tornare”, nel senso di ‘trasferirsi, cambiare casa’ e “untare”, ‘ungere’; le forme “veduto”, “doventare” ed “escire”, quest’ultima sempre più infrequente[42].

Una menzione particolare merita l’uso dei proverbi fatto dall’Autore. Nei tre principali romanzi di Federigo Tozzi – Con gli occhi chiusi, Il podere, Tre croci – non troviamo un’alta frequenza di motti e sentenze. Tuttavia si registrano proverbi e assonanze proverbiali interessanti e ancor oggi usate a Siena e nel suo contado, a riprova da un lato della forte marca di appartenenza linguistica senese di Tozzi e dall’altro della sopravvivenza – in molti casi – di espressioni dettate dalla saggezza popolare che risalgono addirittura al Politi[43].

Nel romanzo Il podere si contano tre proverbi: «I debiti e le cambiali fanno presto, come dice il proverbio, ad avere le ali»; «Stai sicura: chi fa il male lo riavrà. Il mondo è un peso: quel che è fatto è reso»; «Quando vien la sera, il malvagio si dispera». Dei tre proverbi in rima baciata, il secondo è quello che risulta ancora in uso a Siena.

Altre espressioni rientrano nella categoria dei detti. Sempre nel Podere si legge: «La Casuccia è nostra. E chi vende non è più suo», ancora utilizzato. Inoltre: «Mi perdoni se mi sono permesso di consigliarla così! Ma dal tetto in su nessuno sa quanto ci è» e «Chi fa male ai gatti, fa male i suoi fatti», spiegato subito dopo con la frase «ho sempre sentito dire, da tutti i vecchi, che ad ammazzare i gatti ci si porta disgrazia». Quest’ultimo si collega al detto senese «Chi ‘un vòle bene alle bestie, ‘un vòle bene nemmeno ai cristiani».

Assonanze proverbiali possono essere riscontrate anche in alcune espressioni di personaggi minori. Ne è un esempio la frase di Chiocciolino nel Podere: «Badi che io sono fatto come i coltelli: se mi prendono per il manico, mi adoprano come vogliono; ma se mi prendono per il taglio, faccio fare sangue»[44]. La frase può essere associata al modo di dire «avere il coltello dalla parte del manico». In Tre croci abbiamo un secco «a buon intenditor, poche parole!»[45] molto usato anche oggi, e un commento ironico facilmente comprensibile – «è piovuto in cantina anche oggi?»[46] – che, in Con gli occhi chiusi, allude alla piccola frode dell’annacquare il vino.

Conclusioni

Riteniamo opportuno riproporre un’attenta rilettura di Federigo Tozzi, al fine di indagare in maniera più approfondita le radici della sua appartenenza senese, anche linguistica. Questa passa attraverso un confronto di termini e modi di dire sentiti come di uso senese[47], con strumenti come il Dittionario toscano di Adriano Politi[48], il Vocabolario Cateriniano di Girolamo Gigli[49], la Raccolta di voci e modi di dire in uso nella città di Siena e nei suoi dintorni di Lombardi, Bacci, Iacometti e Mazzoni[50], il Vocabolario senese di Ubaldo Cagliaritano[51]. Le osservazioni linguistiche trovano un puntuale riscontro nella lingua d’uso quotidiano, ma anche nel Tommaseo-Bellini[52], nel Vocabolario della Lingua Italiana Treccani[53] e nel Dizionario Etimologico Cortelazzo-Zolli[54]. Un’analisi condotta attraverso questi e altri strumenti mette in luce la continuità espressiva di una lingua che, passando dalle opere di Tozzi, si ritrova ancora oggi nella lingua senese, sia a livello inconsapevole (nei parlanti semicolti) sia a livello consapevole (nei parlanti colti).

In attesa dell’edizione completa delle opere di Federigo Tozzi curata da Riccardo Castellana, i testi di riferimento che abbiamo utilizzato in questa sede[55] sono i volumi di Novelle curati dal figlio dello scrittore, Glauco Tozzi[56], e le Opere raccolte a cura dello studioso Marco Marchi: questi riporta, oltre a una vasta bibliografia alla quale si rimanda per ulteriori studi e approfondimenti, anche un Glossario – utilissimo alla lettura delle opere di Tozzi per i non senesi – dove sono registrate voci di uso senese o più genericamente toscano, tipiche dell’idioletto dello scrittore[57]. Alcuni termini non esistono più, perché non esistono più gli oggetti che indicavano o le azioni che descrivevano: è il caso – per esempio – di “ceneroni” e “insugnare”[58]. Altri, specie quelli che designano animali e piante, sopravvivono nella memoria e nell’uso di chiunque abbia rapporti, più o meno stretti, con la campagna; altri ancora, relativi alle persone, indicano tratti fisici e morali di individui che erano sovente afflitti dalla miseria.

Si delinea un panorama lessicale sapido e variegato, di grande interesse dal punto di vista della linguistica e dell’antropologia culturale, con interessanti spunti per ulteriori studi ed approfondimenti.

Cenni bibliografici

Opere di Tozzi:

  • F. Tozzi, La città della Vergine, Genova, A. F. Formiggini, 1913;
  • Id., Antichi Scrittori Senesi, Siena, Giuntini e Bentivoglio, 1913;
  • Id., Le cose più belle di Santa Caterina da Siena, prefazione di F. Tozzi, Lanciano, Carabba, 1918;
  • Id., Opere. Romanzi, prose, novelle e saggi, a cura di M. Marchi, Milano, Mondadori, 1987;
  • Id., Le novelle, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2003.

 

  • Critica:
  • G. A. Borgese, Federigo Tozzi, in Id., Tempo di edificare, Milano, Treves, 1923;
  • U. Cagliaritano, Vocabolario senese, Firenze, Barbera, 1975;
  • R. Castellana, Federigo Tozzi. Bibliografia delle opere e della critica, Pontedera, Bibliografia e informazione, 2008;
  • G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Milano, Garzanti, 1998;
  • G. Gigli, Vocabolario Cateriniano, a cura di G. Mattarucco, Firenze, Accademia della Crusca, 2008;
  • S. Losi, Federigo Tozzi, il figlio della Città della Vergine, in «Accademia dei Rozzi», anno XXVII/1, N. 52, 2020;
  • Ead., La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi tra derivazioni letterarie e tradizione popolare, Siena, Betti, 2017;
  • M. Marchi, Stagioni di Tozzi, Firenze, Le Lettere, 2010;
  • I. Montanelli, A Siena si parla la lingua delle Madonne e dei Messeri, in «Il Corriere della Sera – La Stanza di Montanelli», 4 maggio 1998;
  • A. Politi, Dittionario Toscano – Compendio del Vocabolario della Crusca, con le note di tutte le differenze di lingua che sono tra questi due Popoli Fiorentino e Senese, compilato dal Sig. Adriano Politi, In Roma, Appresso Gio. Angelo Ruffinelli, MDCXIV;
  • F. Ulivi, Tozzi e il paradosso del romanzo, in «La fiera letteraria», 1927.
  1. M. Menicacci, Tozzi e la cultura europea, in M. Marchi, Stagioni di Tozzi, Firenze, Le Lettere, 2010, p. 105.
  2. «Vi è, in noi, un mondo destinato al silenzio»: F. Tozzi, San Bernardino da Siena, in Id., Opere. Romanzi, prose, novelle e saggi, a cura di M. Marchi, Milano, Mondadori, 1987, p. 1301.
  3. F. Ulivi, Tozzi e il paradosso del romanzo, in «La fiera letteraria», 1927.
  4. G. A. Borgese, Federigo Tozzi, in Id., Tempo di edificare, Milano, Treves, 1923.
  5. Cfr. G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento, Milano, Garzanti, 1998.
  6. F. Tozzi, Persone, in Id., Opere, op. cit., p. 698.
  7. F. Tozzi, Cose, in Id., Opere, op. cit., p. 660.
  8. «La mia anima è cresciuta nella silenziosa ombra di Siena, in disparte, senza amicizie, ingannata tutte le volte che ha chiesto d’esser conosciuta. E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. […] Siccome mi riesciva di vivere, così, separato da tutti, ogni volta che qualcuno mi guardava con quella sua curiosità acuta che m’offendeva, io doventavo più triste; […] Basta ch’io mi ricordi di quelle mie tristezze perché mi sembri cattivo anche il cielo di Siena. […] La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere – la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzioneandavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata. O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro! O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira!»: F. Tozzi, Bestie, in Id., Opere, op. cit., p. 577.
  9. «Tutti i sabati, Domenico faceva l’elemosina dei pezzi di pane avanzati agli avventori. La stretta Via dei Rossi, al principio, dov’era l’uscio vecchio della trattoria, si empiva un’ora prima del tempo, di mendicanti; fra i quali era anche la moglie di Pipi, giovine, ma così smunta e gialla che la sua bocca era come un taglio senza labbra: andava come se non avesse potuto piegare la testa da nessuna parte. Molte volte, dalla veste male abbottonata e sudicia, si vedeva il petto vuoto e senza seni. […] C’era anche una vecchia, dal naso enorme e pavonazzo, con un cappello da contadina, del quale le trecce di paglia si disfacevano intorno; e ne rimaneva sempre un giro di meno. Questa pretendeva d’avere la prima elemosina, e non se ne andava finché tutti i pezzi di pane non fossero stati distribuiti. Talvolta gridava: Quella vecchiaccia ne ha avuto più di me. Ed apriva ancora i lembi del fazzoletto pieno di pane duro, sorreggendo sotto l’ascella il bastoncino. […] C’era una mendicante, a cui Domenico faceva l’elemosina tre giorni della settimana; una donna grande, dal volto acceso ed uguale come una maschera sottile, che non si poteva togliere, una maschera di pelle rossa. Portava, d’estate e d’inverno, uno scialletto di lana nero annodato dietro il dorso. Teneva sempre incrociate le mani pallide sul petto. La sua figliola, alta e leggiadra, non la lasciava mai, tenendo una mano infilata sotto uno dei suoi bracci; era scema e sorrideva sempre; ma di un sorriso dolce ed appassionato»: F. Tozzi, Con gli occhi chiusi, in Id., Opere, op. cit., p. 89.
  10. F. Tozzi, Tre croci, in Id., Opere, op. cit., p. 238.
  11. «Siena, da sotto il mio ciliegio, pareva un arco che non si potesse aprire di più, e le case, giù per le strade a pendio, parevano frane che mi mettevano paura»: F. Tozzi, Bestie, in Id., Opere, op. cit., p. 600; «Tutte le vigne delle tue colline parevano far ressa intorno alle tue mura»: F. Tozzi, La città della Vergine, Genova, A. F. Formiggini, 1913, p. 13.
  12. F. Tozzi, Il podere, in Id., Opere, op. cit., p. 347.
  13. Per la contestualizzazione dei termini utilizzati da Federigo Tozzi, la loro spiegazione e gli elementi legati all’origine delle parole e alla cultura popolare cfr. S. Losi, La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi tra derivazioni letterarie e tradizione popolare, Siena, Betti, 2017.
  14. Il personaggio del castrino, incaricato di togliere gli attributi virili a gatti, cani, maiali e altri animali di allevamento, è descritto nel romanzo Con gli occhi chiusi, in F. Tozzi, Opere, op. cit., p. 72. Spesso, relativamente agli animali del pollaio, era la massaia che provvedeva all’operazione di accapponare i galletti. Per ulteriori informazioni si rimanda alle voci “accapponare” e “accapponato”, in S. Losi, La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi, op. cit.
  15. F. Tozzi, Il ciuchino, in Id., Le novelle, Milano, Rizzoli, 2003, p. 25 («Biblioteca Universale Rizzoli»).
  16. F. Tozzi, Il racconto di un gallo, in Id., Le novelle, op. cit., p. 287.
  17. Ad esempio Pietro Rosi, Remigio Selmi, Leopoldo Gradi, Dario Gavinai, Paolo, Adele “en travesti”.
  18. Tralasciamo qui volutamente i ben noti riferimenti alla figura dei genitori, di Ghisola e di tutti quelli che appartengono alla sfera privata dell’Autore.
  19. «Il ricordato Gielly, che non è che il Nisard di Tre croci»: M. Verdone, Inediti di Federigo Tozzi, in «La fiera letteraria», p. 3.
  20. La libreria Torrini Gambi era anticamente posta dove si trova l’attuale numero civico 44. È stata libreria Ticci, poi Giunti. Fino a pochi anni fa era ancora visibile il gancio del soffitto al quale si impiccò uno dei fratelli Torrini, il Giulio Gambi di Tre croci.
  21. F. Tozzi, Lo scultore, in Id., Le novelle, op. cit., p. 201.
  22. F. Tozzi, Per Patrizio Fracassi, in «La vedetta senese», 16-17 agosto 1913, p. 2.
  23. F. Tozzi, Creature vili, in Id., Le novelle, op. cit., p. 786.
  24. Cfr. alle rispettive voci S. Losi, La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi, op. cit.
  25. F. Tozzi, La città della Vergine, op. cit., p. 12.
  26. Cfr. F. Tozzi, Le cose più belle di Santa Caterina da Siena, Lanciano, Carabba, 1918.
  27. F. Tozzi, Antichi Scrittori Senesi, dalle origini a Santa Caterina, Siena, Giuntini e Bentivoglio, 1913, pp. I-XVIII.
  28. «In questi minori, dunque, va cercata forse più che negli altri la sincerità ingenua e rozza dell’anima; di quest’anima sempre dolorosa e inquieta sopra la quale sta Dio. Così Santa Caterina mi pare il genio che abbia rivelato definitivamente tutto quello che non seppero né fare né dire gli altri»: F. Tozzi, Antichi Scrittori Senesi, dalle origini a Santa Caterina, op. cit., pp. I-XVIII.
  29. F. Tozzi, La città della Vergine, op. cit., p. 13. In un passo dell’opera Tozzi rievoca la Battaglia di Montaperti, punto fermo della narrazione mitologica senese, parte fondamentale della memoria collettiva della città.
  30. Così si definisce in una lettera ad Annalena, pseudonimo di Emma Palagi: F. Tozzi, Novale, Firenze, Vallecchi, 1984, p. 38.
  31. In Tozzi si evidenzia lo stato d’animo come chiave di lettura della realtà, come filtro tra mondo interiore e mondo esteriore. Si ha il senso dell’emozione non mediata, dello scorrere di un flusso di coscienza proprio, sia pure in forme diverse, di altri autori coevi come Joyce.
  32. Cfr. F. Tozzi, Antichi Scrittori Senesi, dalle origini a Santa Caterina, op. cit.
  33. Cfr. G. Gigli, Vocabolario Cateriniano, a cura di G. Mattarucco, Firenze, Accademia della Crusca, 2008.
  34. Mario Verdone rileva come la prima vocazione letteraria di Federigo Tozzi, espressa anche in Novale, sia drammatica e si riallacci agli studi degli antichi; cfr. M. Verdone, Inediti di Federigo Tozzi, in «La fiera letteraria», p. 3.
  35. Cfr. S. Losi, Federigo Tozzi, il figlio della Città della Vergine, in «Accademia dei Rozzi», anno XXVII/1, N. 52, 2020.
  36. Cfr. I. Montanelli, A Siena si parla la lingua delle Madonne e dei Messeri, in «Corriere della Sera-La Stanza di Montanelli», 4 maggio 1998.
  37. Vedi Il ritorno di Nando e le sue conseguenze, in F. Tozzi, Le novelle, op. cit., p. 403.
  38. Vedi La vera morte, in F. Tozzi, Le novelle, op. cit., p. 380.
  39. Vedi Due famiglie, in F. Tozzi, Le novelle, op. cit., p. 667.
  40. Vedi Un idiota, in F. Tozzi, Le Novelle, op. cit., p. 274.
  41. F. Tozzi, Bestie, in Id., Opere, op. cit., p. 596.
  42. Cfr. S. Losi, La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi, op. cit.
  43. Cfr. A. Politi, Dittionario Toscano – Compendio del Vocabolario della Crusca, con le note di tutte le differenze di lingua che sono tra questi due Popoli Fiorentino e Senese, compilato dal Sig. Adriano Politi. In Roma, Appresso Gio. Angelo Ruffinelli, MDCXIV.
  44. F. Tozzi, Il podere, op. cit., p. 335.
  45. F. Tozzi, Tre croci, op. cit., p. 209.
  46. F. Tozzi, Con gli occhi chiusi, op. cit., p. 25.
  47. Pur senza fare una distinzione netta tra toscanismi ed espressioni vernacolari, che richiederebbe l’ausilio di importanti strumenti, fra i quali l’Atlante linguistico Toscano, le carte dell’AIS, l’Atlante linguistico italo-svizzero, il Lessico Etimologico Italiano (LEI).
  48. Cfr. A. Politi, Dittionario Toscano, op. cit.
  49. Cfr. . Gigli, Vocabolario Cateriniano, op. cit.
  50. Cfr. Raccolta di voci e modi di dire in uso nella città di Siena e nei suoi dintorni, a cura di Antonio Lombardi, Pèleo Bacci, Fabio Iacometti, Gino Mazzoni, Siena, Reale Accademia degli Intronati, 1944. Ristampa anastatica con introduzione di Piero Trifone, Siena, Betti, 2003.
  51. Cfr. U. Cagliaritano, Vocabolario senese, Firenze, Barbera, 1975.
  52. Cfr. N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino, Società l’Unione Tipografica, 1861.
  53. Cfr. Aa.Vv., Vocabolario della lingua italiana, Milano, Treccani, 1987.
  54. Cfr. M. Cortelazzo, P. Zolli, Il nuovo Etimologico DELI – Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1999.
  55. Per una bibliografia completa si rimanda a R. Castellana, Federigo Tozzi. Bibliografia delle opere e della critica, Pontedera, Bibliografia e informazione, 2008. 
  56. Cfr. F. Tozzi, Le novelle, op. cit.
  57. Cfr. F. Tozzi, Opere. Romanzi, prose, novelle e saggi, a cura di M. Marchi, Milano, Mondadori, 1987.
  58. Cfr. alle rispettive voci S. Losi, La lingua ‘senese’ di Federigo Tozzi, op. cit.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)