L’approccio psicoanalitico alla letteratura in Italia: il contributo di Trieste

Autore di Ebru Sarikaya

Le teorie psicoanalitiche iniziano a farsi strada, e a richiamare l’attenzione di studiosi e psichiatri italiani, a partire dal 1908. Da quel momento, infatti, comincia la divulgazione scientifica della psicoanalisi nella cultura italiana tramite alcuni articoli pubblicati su riviste psichiatriche dell’epoca. Ciononostante, soltanto intorno agli anni ’20 la diffusione massiva delle teorie di Sigmund Freud suscita un vero e proprio scalpore nel panorama italiano. Nonostante ciò, il numero di coloro che si occupano seriamente di tali teorie innovative è molto ridotto e l’indirizzo del gruppo italiano è unicamente freudiano: perciò, le idee di Jung e Adler, ad esempio, non si diffondono in Italia prima degli anni ’40.

Tra i freudiani italiani più importanti del periodo si possono annoverare Vittorio Benussi, Marco Levi-Bianchini, Edoardo Weiss, Emilio Servadio, Cesare Luigi Musatti. A tal proposito sono di grande importanza la fondazione della Società Psicoanalitica Italiana, avvenuta nel 1925 a Teramo da parte dello psichiatra Marco Levi-Bianchini, e la nascita della «Rivista Italiana di Psicoanalisi», fondata dallo psicoanalista triestino Edoardo Weiss nel 1932.

Sempre negli anni ’20 iniziano anche a manifestarsi le prime espressioni di dissenso nei riguardi di tali teorie. Che una nuova disciplina, portatrice di idee molto innovative rispetto alle ideologie esistenti, generi dei dubbi e delle resistenze si può facilmente comprendere, ma è tanto importante quanto necessario mettere in luce le motivazioni di queste resistenze per risalire al quadro generale del periodo in cui la psicoanalisi si è diffusa in Italia, per poi affermarsi stabilmente. In tale prospettiva appare opportuno dare spazio alle parole di uno dei maggiori studiosi del rapporto tra psicoanalisi e letteratura italiana, Michel David, il quale ha individuato quattro fattori specifici di tale ostilità:

Il primo è dovuto alla preponderanza di un indirizzo filosofico, quello dell’idealismo immanentistico, il cui monismo spiritualistico totalitario decretò il silenzio su una dottrina considerata deterministica o irrazionale, contraddittoria nella sua base (l’inconscio), insomma una “pseudoscienza”. Così la pedagogia applicata dall’idealismo rifiutò nelle scuole ogni psicologia che non fosse quella “filosofica”. Un secondo fattore, legato alla storia particolare d’Italia, fu il fascismo, il cui ottimismo volontaristico non poteva far buon viso a una visione pessimistica dell’uomo come quella di Freud. Un terzo fattore di opposizione, importantissimo, fu costituito dalla religione cattolica, la quale non volle vedere nella dottrina di Freud altro che determinismo filosofico ed esagerazione pansessualistica, materialismo. Un quarto fattore fu la resistenza violenta degli ambienti universitari e clinici, cioè del mondo scientifico interessato più da vicino alle implicazioni della psicoanalisi[1].

Tra le resistenze alle teorie di Freud, quella emersa nell’ambito clinico-psichiatrico da parte di Cesare Lombroso ed Enrico Morselli ha costituito un vero e proprio ostacolo alla diffusione dei concetti freudiani in Italia. Nelle pagine in cui David si sofferma sulla figura di Lombroso si legge:

Il rifiuto, da parte idealista, di interessarsi al lato patologico dell’artista fu certamente esagerato in Italia e dovuto in gran parte alla rudimentale teoria di Lombroso. Così non ci si rese conto abbastanza che nell’equazione lombrosiana (genio=follia) vi era forse una verità nascosta, la quale richiedeva per essere esplicitata un arduo lavoro di scavo. La parola vaga “genio,” forse andava sostituita con quella di “uomo”. Ogni uomo infatti è soggetto alla “regressione”, e se la osserviamo particolarmente nei cosiddetti “geni” è solo perché l’uomo d’eccezione è più esposto, più pubblico, e del resto il suo genio sta nel sapere tornare ogni volta dalla sua regressione e raccontarcela […]. Lombroso, per concludere, dopo essere stato un elemento fecondo nelle scienze antropologiche e mediche italiane, è rapidamente diventato un freno all’assimilazione di altri indirizzi di ricerca e specialmente della psicoanalisi. Con il pretesto che vi era già stato Lombroso, gli scienziati italiani respinsero Freud dall’antropologia, dalla sessuologia, dalla pedagogia, dalla criminologia, dalla neuropsichiatria. Con lo stesso pretesto, e incoraggiati dall’atteggiamento di questi scienziati, i letterati e i critici respinsero ugualmente Freud[2].

Per quanto riguarda la psicoanalisi applicata all’arte, si tratta di una diffidenza mista a una certa incomprensione da parte dell’idealismo filosofico italiano. La voce di alcune opposizioni, a tal proposito, è rappresentata da Benedetto Croce, il quale – sempre con le parole di David – ha definito la psicoanalisi in diverse occasioni

come ‘pseudoscienza’, ‘guazzabuglio’ ed ‘empirica’, oltre a considerare la psicologia, in generale, come un’ancella della filosofia, o come un mezzo empirico ‘al servizio della rievocazione estetica’. Egli, nei confronti di Freud, nonostante accettasse parecchi punti positivi (certe considerazioni sul sogno o sul comico, per esempio), respingeva ogni pretesa ‘metafisica’ del freudismo (l’«inconscio», identificato erroneamente con l’«inconoscibile»; la confusione del «sano» con il «malato»; l’impossibilità teorica della «sublimazione»)[3].

In quel periodo anche Giovanni Gentile era dell’idea di Croce; e anche le sue successive asserzioni, in qualità di Ministro della Pubblica istruzione, «la sua politica ministeriale di indebolimento diretto e indiretto dell’insegnamento della psicologia nella scuola media e universitaria; il suo influsso su riviste e su indirizzi di studio in campo non solo filosofico; perfino la sua direzione dell’Enciclopedia Treccani»[4] hanno fatto sì che le teorie psicoanalitiche trovassero molta difficoltà a essere accettate e applicate nella cultura italiana.

Tuttavia, è importante sottolineare il motivo più specifico, che peraltro persiste ancora oggi in diversi ambiti del sapere, per cui la collocazione della psicoanalisi all’interno del mondo clinico, scientifico, accademico e letterario è avvenuta con un ritardo notevole rispetto agli altri paesi europei. A tal proposito David afferma:

[…] del freudismo si volle considerare quindi il solo aspetto sessuale, trascurando la scoperta del dinamismo unitario della psiche e la valutazione delle difese dell’Io. La cristallizzazione della teoria di Freud intorno a questo nucleo sommario si diffuse in Italia dopo la guerra e rimase per la maggior parte delle persone colte l’unico elemento chiaro del sistema. In questo senso, molti sono ancora oggi fermi a questa rappresentazione unilaterale. Il cosiddetto “pansessualismo” sarà dunque un elemento sicuro di valutazione per saggiare l’informazione di uno scrittore o di un critico[5].

In tale prospettiva lo psicoanalista Weiss è giunto a una riconsiderazione pertinente all’origine di quest’idea nata intorno alle teorie di Freud e condivisa da molti, insistendo «molto sull’errore di quelli che vedevano a tutti i costi il “pansessualismo” di Freud, rilevando che fonte di tale errore in Italia era la confusione linguisticamente facile tra “libido” e “libidine”»[6].

Comunque, nonostante l’ostruzionismo di coloro che osteggiavano l’approccio psicoanalitico, questa disciplina, tramite differenti canali quali cinema, teatro e letteratura, è riuscita a diffondersi e a influire anche sul panorama italiano in modo realmente efficace. L’interesse degli scrittori italiani verso la psiche umana, infatti, di certo esistente ancor prima della diffusione della psicoanalisi in Italia, ha subito un notevole incremento grazie alla conoscenza delle teorie di Freud.

Così come Freud ha arricchito, in un certo senso, la concezione psicoanalitica attraverso l’arte e la letteratura, anche i poeti hanno percepito, da subito, che attraverso gli apporti e i portati psicoanalitico-psicologici avrebbero reso ancor più esplicabile il contenuto e il tema delle loro opere. A questo punto sarebbe opportuno affermare che l’influenza di Freud sulla letteratura è stata centrale: quello tra psicoanalisi e letteratura è stato uno scambio molto proficuo in quanto entrambe mirano alla conoscenza e alla comprensione dell’uomo nella sua complessità. E, forse, non è un caso che questa nuova disciplina, ovvero la “scienza dell’uomo”, che suscitava così tanto scetticismo in filosofi, medici e scienziati, sia stata presa in benevola considerazione da scrittori e poeti italiani.

In Italia le prime produzioni letterarie pervase di concetti psicoanalitici giungono dalla città di Trieste[7], la quale, godendo del privilegio di essere una città di confine, si assume, soprattutto intorno agli anni ’20, il ruolo di ponte tra il mondo estero – inteso come territorio dell’impero austro-ungarico – e quello italiano: perciò in essa vige (ancora oggi) uno spirito mitteleuropeo. Proprio dalla città di Trieste è, allora, più semplice udire la voce freudiana, sia da lui stesso sia dalle attendibili testimonianze di importanti psicoanalisti come Weiss e Benussi, che hanno seguito, presso le Università di Vienna e Graz, la cattedra di filosofia e psicologia, e che operano appunto a Trieste. Essa, in tal modo, diventa la culla delle idee psicologiche e soprattutto psicoanalitiche. E proprio in questa città il ventaglio letterario italiano si apre sotto la lente psicoanalitica con Ettore Schmitz, noto con lo pseudonimo di Italo Svevo; La coscienza di Zeno (1923), infatti, non solo rappresenta uno dei capisaldi della letteratura italiana, ma anche conferisce alla letteratura una nuova dimensione: quella psicologico-psicoanalitica.

Il contributo sveviano ha, in un certo senso, compensato il ritardo del debutto psicoanalitico in Italia e ha fatto sì che la letteratura italiana corresse di pari passo con la letteratura estera, con la possibilità di generare degli artefici italiani pari a Dostoevskij, Joyce, Kafka, Proust, Woolf, Mann. Inoltre, questa nuova dimensione psicoanalitica della letteratura italiana ha costituito uno dei motivi più attraenti e fruttiferi di tutta la narrativa novecentesca.

La psicoanalisi ha attirato l’attenzione di Svevo in modo particolare e l’ha condotto a tradurre anche un testo di Freud sul sogno[8]. Ma la cosa più importante è che egli ha trovato una via d’uscita per se stesso attraverso la psicoanalisi, e la sua letteratura lo testimonia e lo rispecchia. Come sottolineano le parole di Enrico Castrovilli,

Il fallimento della vita e il pensiero della morte non spingono Svevo a chiudersi nella sfera depressiva e rinunciataria, […] egli, proprio nelle disgrazie dimostra di possedere qualità umane attinenti a caratteri forti e risolutori: la tendenza a evadere, a sdrammatizzare, unita all’analisi delle proprie capacità interiori[9].

Nella stessa area geografica si osserva un altro esempio di avvicinamento alla psicoanalisi con Umberto Saba. È possibile notare che, rispetto a Svevo, per lui la psicoanalisi rappresenta ancor di più una salvezza interiore; come ha osservato Giorgio Voghera,

credo che – a parte, naturalmente, Weiss stesso – nessun altro triestino abbia dato alla psicanalisi un contributo paragonabile a quello dato da Saba (un contributo non strettamente scientifico, si intende, ma non per questo meno importante per la diffusione e per la retta comprensione di questa disciplina a Trieste e in Italia); e forse su nessun’altra opera poetica gli insegnamenti di Freud hanno avuto un’influenza comparabile a quella che hanno esercitato sull’opera di Saba[10].

Nella poetica di Umberto Saba sono diversi gli scritti pervasi della psicologia del profondo, dall’opera Il Piccolo Berto (1929-1931), dedicata al suo psicoanalista Weiss, ai sonetti autobiografici raccolti in Autobiografia (1924). Ma anche l’opera di Svevo, benché egli abbia affermato di non aver basato il romanzo sulla propria esperienza, porta le tracce autobiografiche all’interno della trama, come l’ossessione nevrotica del protagonista Zeno, di cui anche Svevo stesso soffriva nella vita reale[11]. In relazione a tale aspetto autobiografico è possibile affiancare a questi ultimi anche il veneto Giuseppe Berto che, con Il male oscuro (1964), si è avvicinato alla psicoanalisi per risolvere problemi personali: la sua opera, infatti, è frutto di questa esperienza poiché scritta su consiglio del suo psicoanalista.

In tale prospettiva si ritiene rilevante ricordare le parole di Stefano Ferrari:

Nel caso della scrittura, per così dire, mediata, del romanzo autobiografico, quando cioè l’Io dell’autore (per esempio Proust o Svevo) si è già come proiettato e scisso in quello del Narratore o del Zeno, che scrive e che scrivendo si consola, il Super-io finisce in parte per coincidere e identificarsi anche con la coscienza, e quasi la ‘supercoscienza’, dell’autore. Ciò consente allo scrittore di assumere quell’atteggiamento di superiorità e distacco, più o meno esplicitamente ironico (si pensi a Svevo) nei confronti delle offese della realtà, che sta alla base della funzione difensiva dell’umorismo e della scrittura: l’io dell’autore, attraverso il gioco ambiguo della ‘negazione letteraria’, dietro la maschera rivelatrice del suo personaggio, si concede il lusso e il piacere dell’autoconsolazione[12].

Non solo nelle opere autobiografiche ma in tutta la letteratura italiana si nota, a partire dagli anni ’20 in poi, un che di introspettivo, anche quando si tratta di “mera finzione”. Circoscrivendo l’area di indagine al solo ambito romanzesco, è doveroso aggiungere che si tratta di una nuova era, che si spalanca davanti agli occhi dei romanzieri italiani, in cui ci si allontana sempre più dallo sguardo tradizionale che vigeva fino a quel momento nel romanzo italiano. Non è un compito facile, per i nuovi scrittori, abituarsi a un diverso modo di pensare all’uomo e di descriverlo sotto un’angolatura del tutto nuova rispetto a quella di un tempo. Tale mutata percezione dell’uomo rappresenta direttamente i cambiamenti che porta con sé il Novecento: da un individuo sempre composto, altruista, buono, conservatore nei valori familiari e sociali si passa a un altro caratterizzato da individualismo, corruzione, falsità, alterazione interiore e scomposizione caratteriale, in cui la complessità nevrotica, emergendo come un’urgenza da tenere sotto controllo, diventa sempre più complicata fino a rendere sconosciuto l’uomo a se stesso.

Con l’ingresso della psicoanalisi nella letteratura, iniziano a essere messi in discussione dogmi culturali prima accettati a occhi chiusi, che vengono approfonditi senza tabù. Non si tratta più di romanzi di pura evasione, ma di opere pervase di insicurezza e inquietudine, che non forniscono risposte perché sono cariche di punti interrogativi. Al lettore vengono, così, richiesti un grande impegno e, contemporaneamente, un’approfondita riflessione sulla condizione dell’uomo, sullo sgretolamento della sua integrità: la sua vita e la sua esistenza psicologica vengono poste sotto una lente di ingrandimento. Questo nuovo flusso della letteratura fa capire come essa si adegui alle esigenze e agli esiti di una civiltà industrializzata e condizionata dalle ossessioni e dalle nevrosi.

In questo cambiamento, però, il romanzo ha avuto delle difficoltà di adattamento, di comprensione e anche di scrittura. Il motivo di questa difficoltà è spiegato opportunatamente da Castrovilli:

se il romanzo psicologico ristagnava, la colpa non era da addebitare alla mancanza d’informazioni (le idee circolavano, anche se vigeva un regime culturale apatico e quasi terroristico) ma era, invece, da attribuirla all’ostinata concezione che il mondo della cultura italiana aveva del romanziere e del romanzo: il primo, un talento chiuso e isolato dall’ambiente scientifico; il secondo, un genere letterario piacevole, ordinato e delicato, quasi un modello per i lettori che volevano mantenere i privilegi della classe sociale cui appartenevano. Un errore di valutazione molto grave, che fu letale – lo è tutt’oggi – per i rapporti tra letteratura e scienza (ciò che invece non era accaduto per alcune letterature europee)[13].

Prendendo le mosse da tali risvolti tematici, la letteratura italiana si è alimentata sempre più degli apporti psicoanalitici, che hanno costituito l’impronta personale di alcuni scrittori: solo per citare alcuni nomi, Luigi Pirandello, Federico Tozzi, Massimo Bontempelli, Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale.

Gli sviluppi letterari si sono mossi di pari passo con i risultati della critica letteraria. Difatti, malgrado il ritardo del debutto della psicoanalisi sulla scena italiana, diversi studiosi e critici si sono serviti proficuamente delle teorie psicoanalitiche, e non solo di quelle freudiane, come Giacomo Debenedetti, Mario Lavagetto, Francesco Orlando, Elio Gioanola, Michel David, Arrigo Stara, Stefano Agosti, Alessandro Serpieri, Sebastiano Timpanaro, Giuseppe Sertoli, Alessandro Pagnini etc.

L’impegno degli studiosi è stato principalmente rivolto a chiarire i nodi impliciti del discorso disseminati dallo scrittore-poeta all’interno del testo, ora intenzionalmente ora inconsapevolmente. In tutti e due i casi, ma soprattutto nel secondo, i concetti offerti dalla psicoanalisi e le loro interpretazioni soccorrono gli studiosi fornendo loro dei punti di riferimento nel “decostruire” il testo[14], operazione inderogabile anche nell’applicazione clinica della psicoanalisi.

Effettivamente, come ricorda Lavagetto, «l’etimologia stessa della parola “testo” ne rivela le funzioni: il tessere e l’intrecciare sono nati dal desiderio di nascondere»[15] e, per avviarsi verso le pieghe oscure dell’anima dello scritto, occorre decostruirlo, operazione che tante volte corrisponde anche alla riscrittura del testo d’origine. Se si considera questa “decostruzione” esclusivamente in relazione alla critica psicoanalitica, è possibile porsi una domanda: cosa emerge essenzialmente dall’interpretazione data dalla critica psicoanalitica al testo? La verità che lo scrittore-poeta ha cercato di nascondere? La risposta sarebbe no, perché, a differenza della critica in generale, quella psicoanalitica non svela, né pretende di farlo, nessuna verità, ma vuole soltanto toccare l’interiorità dell’artefice, che va al di là del contenuto dei messaggi impliciti che rispecchiano ciò che veramente egli vuole trasmettere. Si tratta, insomma, della psicologia del profondo dello scrittore-poeta che si tende spesso a celare e a mascherare involontariamente dietro quell’“intreccio” del testo.

Ma è opportuno ritornare alla figura di Svevo per sottolineare un aspetto fondamentale della letteratura in relazione alla psicoanalisi. Com’è noto, prima della Coscienza di Zeno Svevo aveva vissuto un periodo difficile a causa dello scarso interesse suscitato dalle sue prime opere ed era entrato in una fase contraddistinta da un forte distacco dalla letteratura. A questa particolare condizione egli fa riferimento nelle annotazioni riportate nel proprio diario che recano la data del dicembre 1902:

Noto questo diario della mia vita di questi ultimi anni senza propormi assolutamente di pubblicarlo. Io, a quest’ora e definitivamente ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. Io voglio soltanto attraverso a queste pagine arrivare a capirmi meglio. L’abitudine mia e di tutti gli impotenti di non saper pensare che con la penna alla mano (come se il pensiero non fosse più utile e necessario al momento dell’azione) mi obbliga a questo sacrificio. Dunque ancora una volta, grezzo e rigido strumento, la penna m’aiuterà ad arrivare al fondo tanto complesso del mio essere. Poi la getterò per sempre e voglio saper abituarmi a pensare nell’attitudine stessa dell’azione: in corsa, fuggendo da un nemico o perseguitandolo, il pugno alzato per colpire o per parare[16].

In queste parole si nota un rapporto interessante di amore-odio tra Svevo e la scrittura: da una parte, egli vorrebbe allontanarsene ma, dall’altra, è obbligato a praticarla per trovare il proprio io, che emerge soltanto scrivendo. Questo circolo vizioso ha un’analogia con i processi psicoanalitici, dal momento che egli cerca la propria salvezza interiore nella scrittura, praticando una sorta di autoanalisi sulla pelle dei propri personaggi. Ma questo particolare procedimento, nonostante abbia preso avvio con Svevo, fa parte della poetica e della prassi scrittoria di molti autori novecenteschi. La letteratura “nuova” porta, infatti, con sé questa veste psicoanalitica: la scrittura – con maggior riferimento soprattutto alle opere basate sulla biografia dello scrittore – diviene un modo per riparare l’anima ovvero una modalità di difesa, oltre a essere un appagamento del desiderio, secondo l’idea concepita da Freud. Le due modalità – riparazione e appagamento del desiderio – sono in stretta relazione tra loro giacché tutte e due fanno riferimento all’interiorità del poeta-scrittore: scrivere deriva da una vocazione tanto inesorabile quanto inarrestabile.

La funzione riparatrice della letteratura, intesa come l’intenzione di raccontare con lo scopo di un’autentica ricostruzione dell’io, è collegata direttamente alla psicoanalisi. Pertanto, considerando il narrare (o il poetare) anche come una sorta di libera associazione attraverso la quale è possibile cogliere i pensieri più intimi e inconsci dello scrittore-poeta, è lecito affermare che, probabilmente, soltanto con un approccio del genere si possa raggiungere l’essenza profonda dell’opera che, come uno specchio, riflette la personalità del proprio autore.

  1. M. David, La psicoanalisi nella cultura italiana, Torino, Boringhieri, 1966, p. 7. 
  2. Ivi, pp. 21, 23. 
  3. Ivi, pp. 23-24. Ma per un diverso punto di vista si legga almeno D. Coli, Croce, Laterza e la cultura europea, Milano, Il Mulino, 1983. 
  4. M. David, Letteratura e Psicanalisi, Milano, Mursia, 1967, p. 65. 
  5. M. David, La psicoanalisi nella cultura italiana, op. cit., p. 247. 
  6. Ivi, p. 201. 
  7. Cfr. M. David, La psicoanalisi nella cultura italiana (op. cit., pp. 373-441), per la storia politica e culturale di Trieste e per i nomi che hanno inciso sullo sviluppo della psicoanalisi negli ambienti soprattutto culturali e letterari, oltre a quelli scientifici. Una rassegna simile della cerchia triestina ma dotata di un’interessantissima impronta personale è stata elaborata dallo scrittore triestino Giorgio Voghera in G. Voghera, Gli anni della psicoanalisi, Pordenone, Studio Tesi, 1995. 
  8. Probabilmente si tratta del testo intitolato Il sogno, che apparve per la prima volta nel 1901. Per ulteriori informazioni si veda M. Lavagetto, L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo, Torino, Einaudi, 1986, p. 42. 
  9. E. Castrovilli, Storia del romanzo psicologico. Il Novecento italiano da Svevo a Lazzaro, Roma, Bel-Ami, 2009, p. 5. 
  10. G. Voghera, Gli anni della psicoanalisi, op. cit., pp. 20-21. 
  11. Si ricorda in particolare il saggio di Donatella La Monaca, in cui si considera come orientamento poetico fortemente sveviano il muoversi «in modo sempre più profondo e voluto, all’interno di questo autobiografismo, sempre con l’intento di consegnare ad ogni sua opera un ritratto di sé ed un’interpretazione delle relazioni umane attraverso le scelte inventive» (D. La Monaca, Poetica e scrittura diaristica. Italo Svevo Elsa Morante, Roma, Salvatore Sciascia, 2005, p. 224). 
  12. S. Ferrari, Scrittura come riparazione. Saggio su letteratura e psicoanalisi, Roma, Laterza, 2003, p. 121. 
  13. E. Castrovilli, Storia del romanzo psicologico. Il Novecento italiano da Svevo a Lazzaro, op. cit., p. 32. 
  14. In proposito Elio Gioanola commenta il lavoro analitico di Freud, che risulta simile al procedimento letterario: «Freud ha sempre di fronte a sé dei ‘testi’, anche quando ha a che fare con sogni e sintomi, e il suo lavoro di decostruzione e ricostruzione, mirante alla ricerca di un significato sotto quelle formazioni testuali, è implicitamente ricco di indicazioni per un’ermeneutica anche strettamente letteraria» (E. Gioanola, Psicanalisi e interpretazione letteraria: Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Montale, Penna, Quasimodo, Caproni, Sanguineti, Mussapi, Viviani, Morante, Primo Levi, Soldati, Biamonti, Milano, Jaca book, 2005, p. 20).
  15. M. Lavagetto, Freud, la letteratura e altro, Torino, Einaudi, 1985, p. 166. 
  16. I. Svevo, Racconti; Saggi; Pagine sparse, in Id., Opera omnia, a cura di B. Maier, Milano, Dall’Oglio, 1968, p. 818. 

(fasc. 28, 25 agosto 2019)