Le critiche paretiane al «socialismo borghese» nell’era antiliberale del Finanzcapitalismo. Riflessioni a partire da V. Pareto, “Introduction” a Karl Marx, “Le Capital”

Autore di Claudio Tuozzolo

Intervenendo in un dibattito su Croce e il marxismo che si svolse a Napoli nell’ottobre del 2001, Paolo Bonetti volle ribadire con grande chiarezza una tesi che argomentò a partire da una rilettura della Prefazione alla terza edizione di Materialismo storico ed economia marxistica scritta da Croce nel 1917[1]. Difendendo il liberalismo crociano dalle accuse nate dalle polemiche contro le note affermazioni che si leggono in tale Prefazione riguardo alle «alcinesche seduzioni della Dea Giustizia e della Dea umanità»[2], osservò che la «forza, intesa come concretezza di ogni vera ed efficace azione storico-politica, è stata, a mio parere, la lezione maggiore che Croce ha ricavato da Marx»[3]. Molte sono, dunque, le lezioni che Croce ha ricavato da Marx e, in particolare, su quelle che riguardano l’economia capitalistica ho cercato, da poco più di un decennio, di richiamare l’attenzione degli studiosi[4]. Ma quella che Bonetti riteneva essenziale era la lezione della forza «intesa come concretezza»: solo quest’ultima, infatti, costituisce, a suo avviso, l’essenza ultima del vero liberalismo che, come ci ha insegnato Benedetto Croce, non può che essere «radicato in una concezione realistica dei processi storici»[5].

Di un liberalismo astratto che genericamente proclama l’idea di libertà, ma non si preoccupa di guardare concretamente la storia per comprendere qual è la reale sorte della libertà e delle sue diverse forme sociali, politiche, economiche ecc., di un tale liberalismo non vi è bisogno[6]. Un vero liberale studia e indaga i processi storici e innesta la propria azione su di essi: è questa la lezione di Marx (di Machiavelli e Vico: dei «benemeriti della scienza politica»[7]) che i liberali non devono dimenticare. Il liberalismo potrà promuovere effettivamente la libertà solo se saprà essere realistico. Il suo radicarsi «in una concezione realistica dei processi storici» è la sua forza. E «senza questa forza, le istituzioni della libertà soccombono inesorabilmente alle insidie dei loro nemici, nascoste magari sotto le speciose apparenze del formalismo giuridico»[8].

Nel parlare della «concezione realistica dei processi storici»[9] Bonetti, d’altronde, non fa che richiamare quella «concezione realistica della storia» (opposta «a tutte le teologie e metafisiche nel campo della storia») delineata, sulla scia di Engels e di Labriola, dal giovane Croce “teorico marxista” nel maggio 1896[10], affermando, di fatto, che di essa non fa e non può fare a meno né il Croce maturo né il vero liberalismo. Dunque, il realismo, inteso come capacità di indagine libera, “spregiudicata”, della realtà sociale, economica e culturale, è il pregio fondamentale del pensiero liberale sottolineato da Bonetti. Un pregio che egli scorge in Croce, ma anche, ad esempio, nel Pareto che ha indagato, fra l’altro, in un bel volume del 1994[11]. Un Pareto di cui Bonetti apprezza l’«aspro realismo politico», ricordando che egli (in particolare nei «primi anni del nuovo secolo»), «nonostante i profondi legami emotivi con la cultura e i valori della sua classe […] non è un ideologo della borghesia», ma «squarcia duramente e imparzialmente tutti i veli ideologici per cogliere le leggi permanenti della lotta politica»[12]. D’altronde, Bonetti valuta positivamente proprio il Pareto che di fatto concorda con il realismo delineato da Croce, il «Pareto scienziato» che «condanna e po’ schernisce il Pareto apostolo liberista» (dei primi anni Novanta)[13] e che «contro la metafisica sociale di Platone e Vico sceglie significativamente il realismo storico-politico di Polibio e di Machiavelli»[14]. Si tratta di un autore capace di comprendere a fondo, ad esempio nel Trattato di sociologia generale, gli anni dell’affermarsi della Sinistra storica a partire da ciò che «gli si rivela come la struttura intrinseca dell’ordinamento plutocratico-demagogico» nato dalla «nuova oggettiva alleanza fra plutocrazia e movimento operaio organizzato»[15].

Il liberalismo, dunque, per Bonetti può portare avanti le proprie istanze, affermare i diritti della libertà, solo se sa armarsi di quel realismo antimetafisico delineato da Croce nel corso del suo confronto con Marx. Che il compito principale di ogni vero liberale sia l’analisi attenta della realtà storica Bonetti, d’altronde, lo ha ribadito in uno dei suoi ultimi interventi sul Blog della Fondazione Luigi Einaudi. Criticando un precedente intervento di Corrado Ocone, egli ha, infatti, affermato che è «insufficiente parlare di liberalismo e democrazia nel mondo contemporaneo […] se non si fa anche un’analisi delle trasformazioni economiche e sociali delle nostre società»[16]. L’invito rivolto ai lettori di quell’intervento del 5 marzo 2018 intitolato Liberalismo e democrazia nella società post-industriale è chiaro: chi intende difendere i valori della libertà e della democrazia, senza cedere in nessun modo al «determinismo economico», deve essere in grado di riflettere sulla «svolta economica» che caratterizza la «società post-industriale»[17].

Riproponendo il metodo del realismo crociano (rivolto all’indagine concreta dei processi storici) che Bonetti individua come la «forza» di ogni vero liberalismo[18], le pagine che seguono cercano di svolgere alcune considerazioni sul capitalismo contemporaneo “post-industriale”. È, infatti, convinzione di chi scrive che il metodo delineato dal giovane Croce teorico marxista possa essere ancora oggi strumento di una sociologia concreta, riconducibile, sostanzialmente, alle scienze storiche e non a quelle scienze generalizzanti (che si esprimono in «formule») che il giovane Croce chiamava «scienze proprie»[19].

1. Il «socialismo borghese»

Per sviluppare una riflessione realistica sul senso del liberalismo, e sul valore critico che il liberalismo e l’autentico liberismo[20] conservano nell’attuale contesto sociale, intendo partire dal concetto di «socialismo borghese» delineato da Vilfredo Pareto nel 1893. Partirò, dunque, dall’interessante Introduction agli estratti del Capitale di Karl Marx pubblicati da Pareto, appunto nel 1893[21].

Il concetto paretiano di «socialismo borghese (socialisme bourgeois)» muove dalla seguente costatazione: «I capitalisti nella nostra società hanno una forte tendenza a farsi garantire dallo Stato un interesse superiore a quello che essi otterrebbero in un libero mercato»[22].

Vi è, dunque, per Pareto, una tendenza a farsi proteggere dallo Stato, la quale caratterizza i capitalisti nella «nostra società». La tendenza, sembra suggerire il brano, non è evitabile, è connaturata alla “nostra società”, ovvero alla nostra società capitalistica, ossia al capitalista stesso. Quest’ultimo tende a usare lo stato come un mezzo, come un suo mezzo di protezione, come un mezzo per la protezione dei propri interessi.

Il «socialismo borghese» per Pareto non è altro che la società in cui la «forte tendenza» dei capitalisti a far proteggere dallo stato i propri interessi è soddisfatta. Questa tendenza è, per Pareto, in contrasto con il «libero mercato». Infatti, i capitalisti vogliono garantirsi un «interesse superiore a quello che essi otterrebbero in un libero mercato».

Ma perché Pareto definisce come «socialismo» questo tipo di società?

Evidentemente per due motivi. Da un lato, perché ai suoi occhi “socialistica” è ogni società non pienamente individualistica, ogni società in cui la libera azione degli individui è in qualche modo limitata. Il socialismo è il contrario dell’«individualismo» che Pareto difende[23]. Dall’altro, definire «socialismo» il “protezionismo borghese” consente a Pareto di porre immediatamente in evidenza le affinità fra quest’ultimo e il socialismo propriamente detto, quello che chiama «socialismo popolare» («socialisme populaire»)[24]. Appare così evidente l’identificazione posta da Pareto fra socialismo e protezionismo: ogni forma di protezionismo è anti-individualismo, è socialismo.

La riflessione teorica paretiana svela così immediatamente la propria origine concreta e politica: la critica al protezionismo dei governi della Sinistra di fine Ottocento è la base della riflessione sul «socialismo borghese». Questa riflessione così come si configura nelle righe dell’Introduzione sopra citate fa entrare in gioco, in primo luogo, la contrapposizione fra le società basate su protezioni di interessi particolari e la società basata sulla libertà, sulla libertà dell’azione degli individui ed, in primo luogo, sulla libertà economica e sul «libero mercato».

È il libero mercato la prima vittima della forte tendenza dei capitalisti a far valere i propri interessi di più di quelli di altri individui. I capitalisti che agiscono in questo modo non sono per Pareto individualisti, nel senso nobile del termine. Lo sono in un senso deteriore che Pareto sottintende: sono individui che non perseguono i propri interessi in quanto persone che pongono i propri interessi su un piano di parità con gli interessi di tutti gli altri individui che appaiono sulla scena sociale. Perseguendo un individualismo deteriore, i capitalisti fanno valere gli interessi della propria parte sociale, contro quelli della parte sociale avversa: l’individualismo deteriore è, evidentemente, per Pareto, particolarismo, cioè politica di sostegno di una sola parte di individui, di una sola parte sociale, cioè «socialismo».

Il «socialismo borghese» viola, dunque, un valore che Pareto intende difendere: l’eguaglianza fra tutti gli individui che agiscono nel contesto socio-economico. Il «socialismo» per Pareto viola il principio dell’eguaglianza fra gli individui: il socialismo è protezione degli interessi economici di alcuni individui appartenenti a una determinata classe a scapito degli interessi degli individui di un’altra classe di individui. E la protezione di interessi di parte può essere di due tipi. Nel caso in cui ad esser protetti sono gli interessi dei capitalisti, ovvero dei borghesi, si dà vita al «socialismo borghese». Nel caso in cui ad esser protetti sono gli interessi degli individui che “appartengono al popolo” (ovvero che “non possiedono capitali”), si dà vita al «socialismo popolare».

Nel discorso di Pareto entrano, dunque, in scena tre possibili tipi di società: (a) una società basata sul «gioco della libera concorrenza (jeu de la libre Concurrence[25], (b.1) il «socialismo borghese» e (b.2) il «socialismo popolare». Ma la differenza sostanziale è fra la prima società e le seconde due. Ovvero fra la società (a) dei “liberi individui eguali” e la società (b) in cui individui appartenenti a una determinata classe hanno dei vantaggi particolari grazie al ruolo di protezione svolto dallo Stato. Questa differenza fra “società di liberi” e socialismo è descritta da Pareto come la differenza fra la società basata sul «gioco della libera concorrenza» e la società che invece «incarica gli impiegati governativi di distribuire la ricchezza fra i produttori (chargeant des employés du gouvernement de distribuer la richesse entre les producteurs»[26].

Pareto pone, dunque, la distinzione fra la (a) società di “liberi ed eguali” (in cui regna la parità fra le classi e lo stato non interviene a favore dell’una o dell’altra) e il (b) socialismo, prestando attenzione al modo in cui la ricchezza viene distribuita. La società liberale-liberista lascia distribuire dal mercato la ricchezza: detentori di capitali e uomini del popolo ottengono quanto loro spetta in base alle leggi del libero mercato esplicitate dalla scienza economica. Il reddito dei lavoratori (il salario) dipenderà dal prezzo del lavoro che essi possono offrire ai capitalisti affinché si attivi la produzione, un prezzo che dipende dalla quantità del lavoro che complessivamente il popolo (cioè l’insieme di tutti i lavoratori) immette sul mercato. Allo stesso modo, il reddito dei capitalisti (il profitto) dipenderà dal prezzo del capitale che essi possono offrire ai lavoratori affinché si attivi la produzione, un prezzo che dipende dalla quantità di capitale che complessivamente i capitalisti immettono sul mercato.

Questo è certamente il modo in cui il Pareto del 1893 concepisce la distribuzione della ricchezza fra salari e profitti in un regime di libero mercato, perché è questo il rapporto fra salari e profitti secondo le leggi dell’economia pura.

In altri termini la riflessione di Pareto su “società della libertà e socialismi” ha come presupposto l’indagine sul «processo tecnico vantaggioso» delineata nei Principii di economia pura di Maffeo Pantaleoni. Opera nella quale le leggi sulla distribuzione della ricchezza fra lavoratori e capitalisti sono stabilite tenendo conto del fatto che, come scrive Pantaleoni, «il capitale e il lavoro fungono reciprocamente da beni istrumentali complementari, e il loro grado rispettivo di utilità finale è determinato in conformità delle leggi generali gosseniane»[27].

Nelle società socialiste (b), invece, per Pareto la legge di mercato che stabilisce liberamente quanta ricchezza debba andare ai lavoratori e quanta ai capitalisti è violata dall’intervento dello Stato. Così nel (b.1) «socialismo borghese» il favore dello Stato va a vantaggio dei capitalisti (facendo riferimento alla prospettiva marxistica, che sottolinea il carattere impersonale dei fattori economici, si dovrebbe dire: “a vantaggio del fattore capitale”). Ovvero in questo caso lo Stato pone in essere azioni che fanno sì che (a scapito degli “individui non proprietari”) gli “individui proprietari” percepiscano più ricchezza, rispetto alla ricchezza che loro otterrebbero in una società basata sul libero mercato (in cui capitale e lavoro sono remunerati in base alle quantità che i loro possessori individuali sono in grado di erogare nell’ambito del «processo tecnico vantaggioso», in cui, come detto, capitale e lavoro sono «beni istrumentali complementari»). Nel (b.2) «socialismo popolare», invece, il favore dello Stato va, al contrario, a vantaggio dei lavoratori. Ovvero in questo caso lo Stato pone in essere azioni che fanno sì che (a scapito degli “individui proprietari”) gli “individui non proprietari” percepiscano più ricchezza, rispetto alla ricchezza che otterrebbero in una società basata sul libero mercato (ovvero basata sul libero confronto economico, sul mercato del lavoro, fra capitalisti e lavoratori).

Pareto, dunque, separa rigorosamente la società (a) basata sul libero mercato, la società di “liberi e uguali individui” che, come detto, rispetta rigidamente l’eguaglianza giuridico-formale fra gli individui senza proporsi di intervenire sulle diseguaglianze reali, dai socialismi (b.1 e b.2). Fra la società (a) basata sul libero mercato e (b) i socialismi egli, poi, opta decisamente a favore della prima. A suo avviso, infatti, la protezione che i socialismi garantiscono solo ad alcuni individui ha come grave conseguenza la distruzione di ricchezza che si genera quando si pone un argine alle libertà economiche. Al contrario, per Pareto «l’Economia Politica», «in tutti i tempi, da Adamo Smith fino ai nostri giorni», ha mostrato efficacemente i danni procurati dal protezionismo, ovvero i vantaggi generati nella produzione di ricchezza dalla libertà economica[28].

Ma non è su quest’ultimo punto, non è sui motivi della pretesa superiorità della società basata sul libero scambio che intendo riflettere in questa sede. Ciò che, in questa sede, mi pare utile sottolineare è soltanto l’importante distinzione fra (a) la società liberale e liberista, che Pareto difende, e (b) il “socialismo=protezionismo” che egli contesta.

2. La nostra società capitalistica

Penso sia utile portare l’attenzione su questa distinzione in quanto credo che la riflessione del Pareto del 1893, ovvero il punto di vista del “liberismo radicale paretiano”, possa contribuire a farci comprendere la vera natura della nostra società capitalistica. Ciò che propongo è l’applicazione del metodo dell’economia sociologica comparativa, delineato da Benedetto Croce nei suoi saggi sul marxismo di fine Ottocento[29], all’analisi del mondo contemporaneo. Si tratta, in sostanza, di applicare una metodologia che, non diversamente da come fece Croce delineando la tesi del paragone ellittico, compara la “nostra società capitalistica” con una “società tipica”, ovvero con «un fatto pensato ed assunto come tipo», una «premessa tipica»[30], in sostanza con un idealtipo. L’idealtipo che propongo di utilizzare, in questo caso, è l’idealtipo di fatto delineato da Pareto nella sua Introduzione del 1893: la società che egli definisce (b.1) «socialismo borghese». Tale idealtipo si distingue dagli altri due “tipi ideali” già ricordati. Da un lato, (a) la società liberal-liberista, che ho chiamato (richiamando una sigla politica che, da qualche tempo, è, come noto, in voga in una parte rilevante della sinistra italiana) “società di liberi e uguali”, per sottolineare che essa è fondata, per Pareto, sulla perfetta eguaglianza formale fra gli individui che la compongono. Dall’altro, (b.2) il «socialismo popolare», che avvantaggia il popolo a scapito dei capitalisti. Utilizzare l’idealtipo «socialismo borghese» significa, dunque, far anche riferimento a questi altri due “tipi ideali” di società.

Ora, poste queste premesse, possiamo chiederci: a quale di questi idealtipi somiglia la “nostra società capitalistica”?

Per rispondere a tale domanda dobbiamo, a mio avviso, avere, in primo luogo, ben chiaro che “la nostra società capitalistica” è molto diversa da altre società capitalistiche, ed in particolare è diversa dalla società capitalistico-industriale. Quest’ultima, in tutto l’Occidente capitalistico, ha cessato di esser prevalente a partire dagli anni Ottanta del Novecento, ed è stata sostituita da una forma di capitalismo in cui non è più prevalente il capitale industriale: oggi è il capitale finanziario a imporre le proprie leggi in ogni contesto economico-sociale, e ad imporre i propri interessi, anche nel mondo dell’industria[31].

La nuova forma di capitalismo in cui viviamo è, d’altronde, il capitalismo globale, affermatosi dopo la vittoria del capitalismo occidentale sulla Russia sovietica e sorretto ideologicamente dal cosiddetto “neoliberismo”. Ma fino a che punto l’idealtipo “società liberal-liberista”, delineato ed esaltato da Pareto nel 1893, è realizzato nella “nostra società capitalistica”?

2.1

Da un certo punto di vista e, dunque, in parte (ma, sottolineo sin d’ora, solo in parte), indubbiamente, la “nostra società capitalistica” realizza il modello paretiano, o, comunque, punta sempre di più a realizzarlo.

Il sistematico smantellamento dei corpi intermedi, e delle protezioni che, fino agli Ottanta del Novecento, sindacati, associazioni, partiti, comunità locali, regionali e statali hanno offerto agli individui appartenenti al “popolo” va in tale direzione. È certo, infatti, che lo smantellamento sistematico e progressivo dello “stato sociale” non è altro che l’abbattimento delle protezioni che gli individui appartenenti al popolo hanno conquistato, soprattutto, nei cosiddetti “gloriosi trent’anni” (ovvero dal dopoguerra alla fine degli anni Settanta), ma, più in generale, nel corso delle lotte politiche e sociali dell’Ottocento e del Novecento.

Tale smantellamento ha, evidentemente, come risultato qualcosa di molto simile al modello di società liberal-liberista delineato da Pareto. Ci stiamo avviando, sempre di più, verso una società nella quale gli individui si confrontano fra di loro sul mercato come individui che fanno valere sul mercato del lavoro e dei capitali ciò che hanno: (α) gli individui che hanno capitali mettono sul mercato se stessi (ovvero le proprie capacità di lavoro) e i capitali di cui dispongono (i quali, da un punto di vista marxiano, non sono altro che “lavoro accumulato” di cui, per dirla con espressione paretiana, i capitalisti si sono “appropriati”[32]), mentre (β) gli individui che non hanno capitali (che non dispongono di “capitale appropriato”, di mezzi di produzione) mettono sul mercato solo la propria capacità lavorativa.

Che questo sia lo schema di fondo di funzionamento del sistema è confermato dal fatto che l’ideologia neoliberista che lo sostiene insiste, in modo quasi ossessivo, sull’idea che il vero compito dei lavoratori di oggi sia solo quello di “migliorare le proprie capacità lavorative”, ovvero di professionalizzarsi, per poter poi vendere l’unica merce che hanno, ovvero la propria forza lavoro, a un prezzo più elevato. I singoli venditori di merci, i singoli venditori delle merci che sono mezzi di produzione, ovvero (β) i singoli lavoratori e (α) i singoli capitalisti, sono oggi sempre di più individui che (1°) portano sul mercato le proprie merci (perché, come noto, «le merci non possono andarsene da sole al mercato»[33]) e che (2°) vedono valutare dal mercato le quantità di “forza lavoro” e le quantità di capitali che hanno da offrire. In questo contesto tali quantità sono valutate dal mercato come «beni istrumentali complementari», il cui prezzo è stabilito in base al sopra ricordato criterio enunciato dall’economia pura, ovvero in base al «loro grado rispettivo di utilità finale (…) determinato in conformità delle leggi generali gosseniane»[34].

Alla società idealtipica “liberal-liberista” la nostra società capitalistica, dunque, assomiglia, sotto questo aspetto, sempre di più. La “nostra società capitalistica” lascia sempre di più gli individui di ogni classe in balia del (I) mercato del lavoro e del (II) mercato dei capitali. Sulla scena (II) dove si scambiano i capitali fra di loro e (I) dove i capitali si scambiano con il lavoro (ovvero nel campo di quello che solitamente chiamiamo “mercato del lavoro”) tutti gli individui (i soggetti economici: siano essi persone, uomini-lavoratori o uomini-capitalisti «realmente operanti»[35], oppure entità impersonali-astratte: puri capitali gestiti da manager) si presentano ogni giorno di più “da soli”. Si presentano con meno protezioni di un tempo, con meno protezioni di partiti, associazioni, stati, sindacati ecc. sia (β) gli individui che appartengono al “popolo” (a cui pensa il Pareto che parla di «socialismo popolare») sia gli individui proprietari soltanto di una certa quantità di forza lavoro, sia (α) gli individui “proprietari di quantità di capitale più o meno grandi”.

Le “autorità per la concorrenza” vigilano affinché, nel mondo dello scambio fra i mezzi di produzione (nei mercati dei capitali e del lavoro), nessun individuo, nessun soggetto economico, venga protetto. L’imperativo è chiaro: ognuno deve far valere solo ciò che ha, ovvero deve valere per ciò che ha. Deve valere ed essere remunerato in base al capitale che possiede, e/o deve valere ed essere remunerato in base al lavoro di cui è capace. Non è ammessa né (I) la protezione che vorrebbero i sostenitori del «socialismo borghese» (è esclusa la protezione dei capitalisti) né (II) la protezione che vorrebbero i sostenitori del «socialismo popolare» (è esclusa la protezione dei lavoratori). Sotto questo aspetto la “nostra società capitalistica” e la sua ideologia, il neoliberismo, sono gli eredi fedeli del radicalismo liberista paretiano del 1893 che puntava alla realizzazione di una società di individui “liberi ed eguali”, cioè di una società formata da singoli tutti egualmente sudditi del mercato che distribuisce la ricchezza (il neovalore, il plus, generato dalla produzione) sulla base della ricchezza che ogni singolo soggetto economico offre al mercato stesso.

Da ognuno secondo quanto ha da offrire al mercato (come proprietario di forza-lavoro e/o di capitale) e ad ognuno, dal mercato, secondo quanto è utile alla produzione ciò che egli è in grado di offrire allo stesso mercato dei mezzi di produzione”. Questa è la legge che va affermandosi ogni giorno di più nella nostra società capitalistica. E tale legge prevede che “chi più ha” (chi ha maggiori quantità di forza lavorativa e di capitale) più avrà.

Da ognuno secondo le sue capacità economiche, a ognuno secondo le capacità che ha posto in campo nel processo produttivo”. Nel mondo di “liberi ed eguali” le diseguaglianze del passato generano eguali e proporzionate diseguaglianze nel futuro, nessuna protezione nel campo degli scambi fra capitali e lavoro è qui prevista: nessun favore concesso al capitale rispetto al lavoro, né viceversa; e nessun favore concesso ad alcune categorie di capitali o ad alcune categorie di lavoratori rispetto ad altre.

2.2

Se si presta attenzione ai fenomeni che caratterizzano la storia sociale degli ultimi decenni credo, dunque, che si debba confermare quanto affermato sopra, ovvero che da «un certo punto di vista, e, dunque, in parte […] la “nostra società capitalistica” realizza il modello paretiano» di società liberal-liberista. Ma ciò, appunto, accade solo in parte. Ovvero accade nel settore, sin qui considerato, della produzione delle merci che sono beni o servizi, non nell’ambito
delle merci finanziarie (del denaro).

Ciò che in proposito è necessario, in primo luogo, sottolineare è che la produzione di beni e servizi non è più il settore della produzione di merci più importante: la caratteristica specifica del capitalismo contemporaneo è la prevalenza della compravendita e, dunque, della produzione di merci finanziarie di ogni genere. Oggi, in termini di valori scambiati, le merci più diffuse, nell’intero pianeta, non sono beni e servizi, ma titoli, valute, obbligazioni di vario genere, derivati ecc. Ma, sulla produzione di questo tipo di merci si può dire che domini, ogni giorno di più, il mercato? Decide oggi il mercato quale debba essere il contributo che i diversi soggetti economici interessati alla produzione di denaro danno a tale produzione? Evidentemente no.

La produzione di denaro è regolata da leggi. Sono gli stati che autorizzano alcuni soggetti economici a produrre denaro. La produzione di quella particolare merce che è il denaro, ed in generale di tutte le merci finanziarie che di fatto, nella società contemporanea, svolgono le tradizionali funzioni di “strumento di accumulazione di ricchezze” e di “strumento di facilitazione degli scambi”, ha regole particolari.

D’altronde, che questo tipo di produzione abbia regole speciali non è certamente una novità: da sempre gli stati hanno ritenuto di regolare in modo particolare la produzione di denaro, distinguendola rispetto alla produzione delle altri merci. Tradizionalmente gli stati hanno avocato a sé il potere di stampare moneta, il potere di produrre denaro. Ed anche il pensiero liberista ha tradizionalmente ritenuto necessario non lasciare al libero mercato la produzione di denaro, ma, piuttosto, attribuire allo Stato la funzione di dettare rigide norme sulla produzione del denaro. Lo Stato liberale ottocentesco ha concepito però, in verità, regole sulla produzione della moneta sostanzialmente in linea con il principio liberista riguardante la produzione di beni e servizi sopra enunciato. Infatti, fin quando si è mantenuto il principio della convertibilità della moneta in oro, la produzione di denaro è stata connessa al principio secondo cui chi produce moneta (le banche di emissione) partecipa alla produzione di quella particolare merce che è la moneta in base alla quantità di ricchezza posseduta.

In un sistema basato sulla convertibilità, un soggetto economico (una banca di emissione) partecipa in misura maggiore o minore alla creazione di moneta in proporzione alla quantità di ricchezza (di oro) che ha “in cassa”. Mi pare si possa, dunque, affermare che, in questo caso, la produzione di moneta rispetta, in sostanza, la stessa regola che vale, secondo Pareto, nella (a) società idealtipica liberoscambista per la “produzione di beni attraverso i contributi produttivi dei proprietari dei due fattori che, come «beni istrumentali complementari»[36], co-operano nella produzione” (ovvero dei proprietari del capitale e dei lavoratori): non vi sono protezioni che danno vantaggi a un soggetto economico (a una banca di emissione) rispetto a un altro (a un’altra banca).

Ma cosa accade, invece, in un sistema non più basato sulla convertibilità della moneta in oro?

Posto che ormai da molti decenni, ovvero dal 1971 (con la fine proclamata da Nixon degli accordi di Bretton Woods del 1944), viviamo in un sistema economico globalizzato caratterizzato dalla fiat money, ovvero da una moneta soltanto fiduciaria (una moneta il cui valore è garantito solo dalla fiducia da parte di chi la accetta e non più dalle riserve in oro detenute da chi la emette), che conseguenze ha avuto l’adozione di tale sistema monetario sulla questione del protezionismo posta nell’Introduzione di Pareto agli estratti del Capitale di Marx? Cosa è, di fatto, accaduto nel campo della produzione di quella particolare merce che è la moneta quando quest’ultima è divenuta fiat money?

È accaduto che la produzione di denaro, ovvero di merci finanziarie, ha registrato una poderosa accelerazione, e si è progressivamente sottratta alle tradizionali autorità di controllo. A partire dagli anni Ottanta del Novecento, il denaro, divenuto sempre più denaro non fisico (divenuto moneta elettronica), è stato prodotto proporzionalmente sempre meno dalle banche centrali e sempre più dalle banche private. Queste ultime, infatti, hanno titolarizzato i crediti (ovvero hanno realizzato il processo di cartolizzazione), quindi hanno trasferito alle “Società veicolo”, alla finanza ombra, tali titoli e, portandoli fuori bilancio, hanno aggirato i limiti previsti dagli accordi di Basilea, moltiplicando di decine di volte l’effetto leva. In questo modo, non rispettando i limiti normativi riguardo al rapporto fra il denaro “in cassa” (la riserva bancaria) e il denaro prestato, hanno immesso sul mercato nuova liquidità. Ma in base a quale criterio la massa monetaria è stata aumentata? In base a quale criterio i singoli soggetti economici hanno prodotto e continuano a produrre nuove masse monetarie, nuovi prodotti finanziari?

Certamente il criterio che presiede, nella nostra società capitalistica, alla produzione di denaro non è il criterio paretiano che stabilisce un rapporto fra quantità di merci (= valori di scambio) prodotte da un determinato soggetto economico (da un determinato “individuo”) e ricchezza detenuta dallo stesso. Con l’introduzione della “moneta soltanto fiduciaria” la garanzia della moneta non è più l’esistenza della ricchezza oggettiva (ad es., il possesso di oro) del produttore di denaro. La moneta fiduciaria è garantita, come detto, soltanto dalla fiducia che colui che produce denaro, ovvero merci finanziarie, riesce ad ottenere. Il soggetto economico che riesce ad ottenere fiducia da chi usa la moneta, e da chi acquista merci finanziarie, è autorizzato a produrre denaro. Chi più riesce a ottenere fiducia, chi più riesce a rendere credibile il proprio prodotto finanziario produce più quantità di denaro. Come abbia ottenuto la fiducia (perché i compratori di merci finanziarie, perché gli utilizzatori di denaro siano giunti ad aver fiducia in lui) non è rilevante.

In questo contesto, dunque, contano moltissimo le abilità persuasive dei produttori delle merci finanziarie. Non importa se i venditori di titoli, di derivati, di fondi d’investimento, di obbligazioni dicano la verità riguardo agli stessi: importante è, soltanto, accattivarsi la fiducia dei compratori. D’altronde, gli stessi creatori e venditori di titoli, di obbligazioni ecc. non hanno un’idea ben precisa riguardo ai prodotti finanziari che immettono sul mercato, perché si tratta di titoli (di titoli “canestro”) che hanno una composizione complessissima (ad es., nel caso delle Collateralized Debt Obligations[37]) e sono il frutto di una cartolizzazione che accorpa differentissimi titoli di credito la cui solidità non riesce ad essere analizzata nel dettaglio neanche dai più esperti analisti finanziari. La fiducia di cui godono i prodotti finanziari è, dunque, oggi di fatto pienamente in balia della capacità di “generare fiducia” attraverso strumenti pubblicitari, espliciti e occulti, posti in essere dai grandi istituti bancari produttori di denaro. Introducendo la moneta fiduciaria gli stati hanno, perciò, favorito alcuni soggetti economici: i “titolari di capitali” in grado di porre in essere strumenti persuasivi capaci di far sì che la popolazione conceda fiducia ai propri prodotti.

L’introduzione della moneta fiduciaria e l’autorizzazione alle “titolarizzazioni” implicano, dunque, di fatto una politica che, giudicata dal punto di vista degli idealtipi paretiani, deve esser definita come protezionistica. La «tendenza» di alcuni soggetti economici (di alcune “potenze capitalistiche”) «a farsi garantire dallo Stato un interesse superiore a quello che essi otterrebbero in un libero mercato»[38] si realizza sia (I) perché solo ad alcuni soggetti è concessa dallo Stato la facoltà di vendere prodotti finanziari (ovvero di creare nuovo denaro, nuova liquidità), sia (II) perché le quantità di denaro immesse sui mercati sono connesse non alla quantità di ricchezza oggettivamente misurabile (ad es., in oro) posseduta dai produttori di denaro, ma alla fiducia di cui riescono a godere gli “istituti di emissione”. D’altronde, un ulteriore aiuto concesso dallo Stato solo ad alcuni capitalisti, a scapito di altri soggetti economici (e, dunque, anche a scapito di altri capitalisti), è fornito grazie alle molteplici azioni poste in essere dai politici per farsi garanti, a nome dello Stato, della credibilità dei gruppi bancari. Si susseguono, oggi, con notevole frequenza, ad esempio, esplicite dichiarazioni pubbliche di politici a favore del sistema bancario, di singoli gruppi di banche e, anche, di singole banche. Posto che il nostro sistema capitalistico è basato sulla moneta fiduciaria, si tratta di interventi che sono di fatto aiuti di Stato. Nel campo della “produzione del denaro e delle merci finanziarie” lo Stato e i politici si comportano, dunque, esattamente come si comportano Stato e «politicanti» nell’idealtipo (b.1) «socialismo borghese» delineato da Pareto nel 1893.

La riflessione paretiana sul «socialismo borghese» è una riflessione nata, come noto, sulla base dell’esperienza diretta degli imbrogli della Banca Romana che Pareto contribuì, in modo determinante, a far emergere. Ma questa riflessione è oggi utile al fine di rilevare la vera natura della nostra società capitalistica, basata su uno Stato protezionista che interviene continuamente a favore di determinati gruppi capitalistici, proclamando, sempre più esplicitamente, la necessità dell’intervento statale nel campo dell’economia al giorno d’oggi più rilevante, ovvero nel campo dell’economia finanziaria. Infatti, l’intervento statale in ambito finanziario a favore di alcuni capitalisti (ovvero proprio quell’intervento criticato dal Pareto degli anni Novanta dell’Ottocento) è stato, con sempre maggior forza negli ultimi anni, non solo praticato, ma anche dichiarato. Alla crisi finanziaria del 2007 gli stati, come noto, hanno risposto, dopo un primo timido inizio in cui si è pensato di “lasciar fare al mercato”, non solo con politiche che hanno impegnato ingenti risorse statali per aiutare le banche, ma anche proclamando la validità ideale di tali politiche, promuovendo l’idea che i “troppi grandi”, ovvero le grandi concentrazioni capitalistiche, sono soggetti economici che lo Stato deve aiutare. L’ideologia del sostegno ai “troppo grandi per fallire” è, evidentemente, un’ideologia che punta a proteggere solo determinati soggetti economici, appunto i “troppo grandi”, svantaggiando altri soggetti; svantaggiando anche altri capitalisti. Si tratta di una protezione che spesso, anche in questo caso, si realizza, fra l’altro, attraverso le dichiarazioni pubbliche di singoli politici e/o di istituzioni governative, nazionali o internazionali[39].

Il sostegno protezionistico è riservato alle operazioni finanziarie e alla produzione di denaro. Nel campo della produzione di beni e servizi, invece, gli Stati, per lo più, come già ricordato, adottano politiche radicalmente liberal-liberiste, che consentono ai diversi operatori economici di competere sul mercato della produzione a partire dalle ricchezze di cui dispongono (ovvero gli Stati seguono lo schema suggerito dall’idealtipo paretiano di società basata sul libero scambio). Ma ciò significa che indirettamente i favori elargiti ai capitalisti finanziari, alle grandi società finanziarie, ai troppo grandi per fallire, si ripercuotono anche sul mondo della produzione di beni e servizi, ovvero sull’economia reale. Infatti, le azioni protezionistiche a favore dei capitalisti finanziari consentono a questi ultimi di accumulare enormi ricchezze che poi possono essere liberamente utilizzate nel campo della produzione di beni e servizi. I capitalisti finanziari entrano nel “libero mercato della produzione di beni e servizi” potendo disporre di ricchezze accumulate grazie alle protezioni loro concesse dagli Stati e, dunque, finiscono per assumere un ruolo predominante all’interno della cosiddetta “economia reale”, a scapito di ciò che resta della (un tempo potente) imprenditoria industriale.

Si deve concludere, perciò, che la riflessione di Pareto contenuta nella sua Introduzione agli estratti del Capitale di Marx costituisce un’utile base per sviluppare un’indagine critica sul capitalismo contemporaneo e per smascherare l’ideologia neoliberista che lo sostiene. Infatti, come mostrato in queste pagine, se si conduce un’analisi della nostra società capitalistica utilizzando gli “idealtipi del Pareto del 1893” come strumenti della concreta, realistica, «economia sociologica» delineata da Croce a fine Ottocento, risulta evidente che oggi stiamo assistendo a un declino del cosiddetto “Stato sociale” (del (b.2) «socialismo popolare») che (diversamente da quanto sostiene l’odierna teoria neoliberista) non è affatto accompagnato dall’universale affermarsi della libertà e delle regole del libero mercato. Il liberismo, infatti, non trova applicazione nel settore economico più importante nel capitalismo contemporaneo, ovvero nell’ambito dell’economia finanziaria (e ciò, come rilevato, ha un importantissimo effetto anche nel campo dell’economia reale, regolato dalla legge che vuole “liberi ed eguali” tutti i soggetti economici). Dopo la crisi del 2007, la politica economica negli USA e nella UE è, di fatto, sempre più orientata verso una nuova forma di quel (b.1) «socialismo borghese» che Pareto contestava ai «politicanti» promotori degli imbrogli che furono scoperti quando scoppiò lo scandalo della Banca Romana. Dunque, ai “neo-liberisti” di oggi (che riempiono con le loro parole molte pagine dei giornali più diffusi e numerosissime aule delle facoltà di economia di tutto il mondo) mi pare sia lecito opporre l’affermazione che si legge nell’Introduction di Pareto: «molte persone abusano delle dottrine dell’Economia Politica, e prostituiscono la scienza (prostituent la science) per scusare e anche giustificare i misfatti dei politicanti»[40].

  1. Cfr. Tavola rotonda con Mario Agrimi, Paolo Bonetti, Piero Craveri, Biagio De Giovanni; moderatore, Giuseppe Galasso, Croce e il marxismo un secolo dopo. Atti del Convegno di studi di Napoli 18-19 ottobre 2001, a cura di M. Griffo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2004; l’intervento di Bonetti è alle pp. 412-16.
  2. Materialismo storico ed economia marxistica, a cura di M. Rascaglia e S. Zoppi Garampi, nota al testo di P. Craveri, 2 vol., Napoli, Bibliopolis, 2001, p. 14.
  3. Tavola rotonda, op. cit. p. 415. Con queste parole Bonetti tentò, in tale occasione, di dare una soluzione all’«impresa» («non facile, ma forse non impossibile», per usare le parole di Girolamo Cotroneo) che consiste nello stabilire, con esattezza, «cosa del marxismo Croce ha veramente interiorizzato e fatto proprio»; cfr. G. Cotroneo, Croce, il liberalismo e l’oblio del “Marx possibile”, in Benedetto Croce. Riflessioni a 150 anni dalla nascita, a cura di C. Tuozzolo, Canterano (RM), Aracne, 2016, p. 151.
  4. Sia consentito rinviare in particolare a C. Tuozzolo, ‘Marx possibile’. Benedetto Croce teorico marxista 1896-1897, Milano, Franco Angeli, 2008; Id., Il materialismo storico oggi. Ripartire dal giovane Benedetto Croce?, in ‘Materialismo Storico’ 2016: Questioni e metodo del materialismo storico, Macerata, Edizioni Simple, 2016, pp. 42-74 (cfr. la URL: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/601/553) e al saggio Fine del lavoro e saggio del profitto in Marx, in Croce e nel finanzcapitalismo, in Marx in Italia. Ricerche nel bicentenario della nascita di Karl Marx, a cura di C. Tuozzolo, Cantarano (RM), Aracne, 2020, pp. 145 e sgg.
  5. Tavola rotonda, op. cit., p. 413.
  6. Concordando con quanto affermato da G. Desiderio (in Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce, Macerata, liberilibri, 2014) riguardo alla sostanziale diffidenza di Croce nei confronti delle «astratte proclamazioni dei diritti», Bonetti, nel saggio Croce, Gentile e il liberalismo (in Id., Presenza di Croce, Fano (PU), Aras, 2018, p. 144), rivendica (richiamando esplicitamente la lezione di Federico Chabod sulla «discrezione») le «necessarie distinzioni» (p. 152) fra i diversi liberalismi che è opportuno delineare, se si vuol comprendere il senso complessivo del liberalismo di Croce (che pure, come molto opportunamente qui notato, ha un’evoluzione e, persino, cesure nel corso degli anni, sulle quali un attento storico del pensiero non deve tacere; cfr., ad es., la p. 148). Tale liberalismo, per Bonetti, si distingue, ad esempio, da «quello di Locke e di Montesquieu» perché (I) non accoglie l’idea che il liberalismo debba definirsi «in termini giuridico-istituzionali» (p. 151) e (II) manifesta una «costante ripulsa» nei confronti «della dottrina del diritto naturale considerata astratta, antistorica e incompatibile con il realismo» (p. 156). Proprio la «ripulsa» del giusnaturalismo (ovvero della «contemplazione passiva di un preteso ordine naturale»; p. 160) rende, d’altronde, questo tipo di liberalismo «aperto all’avvenire» e «non la semplice apologia dell’odierna società capitalistica occidentale, così come accade nei teorici dell’attuale dogmatico neoliberalismo» (p. 160). Una recente riflessione che, tenendo presente il liberalismo di Croce (ed in particolare il citato concetto di «forza»), delinea una rivalutazione del “conflitto” criticando l’apologia neoliberista del capitalismo contemporaneo, si legge in E. Paolozzi, L. Vicinanza, Diseguali. Il lato oscuro del lavoro, Napoli, Guida, 2018; cfr. in particolare il cap. Eutanasia del conflitto? Forza e violenza, pp. 62 e sgg.
  7. B. Croce, Materialismo storico ed economia marxistica, ed. cit., p. 15.
  8. Tavola rotonda, op. cit., p. 415.
  9. Ivi, p. 413.
  10. Materialismo storico ed economia marxistica, op. cit., pp. 34 e 372.
  11. P. Bonetti, Il pensiero politico di Pareto, Roma-Bari, Laterza, 1994.
  12. Ivi, p. 32.
  13. Ivi, p. 51.
  14. Ivi, p. 63. D’altronde, riguardo al realismo il rapporto positivo di Pareto con Marx è, secondo Bonetti, sostanzialmente affine a quello Croce-Marx. Infatti, nel bel saggio Labriola e Pareto (in Antonio Labriola filosofo e politico, a cura di L. Punzo, Milano, Guerini, 1996, pp. 403 e sgg.), Bonetti afferma esplicitamente che «la lezione di Marx e di Labriola era stata […] per Pareto, almeno in parte, una lezione di realismo storico»: cfr. p. 414.
  15. P. Bonetti, Il pensiero politico di Pareto, op. cit., p. 71.
  16. P. Bonetti, Liberalismo e democrazia nella società post-industriale, in Einaudi Blog. Il blog della Fondazione Luigi Einaudi Onlus (cfr. la URL: https://www.einaudiblog.it/liberalismo-democrazia-nella-societa-post-industriale).
  17. E, ad esempio, sul fatto che oggi «l’individualismo liberale non è più quello delle vecchie élite, si è trasformato nell’individualismo di milioni di individui»; ibidem.
  18. Tavola rotonda, op. cit., p. 415.
  19. B. Croce, L’arte, la storia e la classificazione, in Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto dell’arte. Ricerche e discussioni, 2. Edizione con molte aggiunte, Roma, Loescher, 1896, p. 122; cfr. Id., Primi saggi, Bari, Laterza, 1951, p. 61. Sul metodo della sociologia concreta delineata dal giovane Croce, cfr. oltre par. 2, nota 29.
  20. Come modello di autentico liberismo assumo qui il liberismo del Pareto dei primi anni Novanta del Novecento, opportunamente definito da Bonetti (nel volume Il pensiero politico di Pareto, cit.) come «apostolo liberista» (ancora non pienamente capace del citato realismo dei primi del Novecento, nato dal «suo amaro disincanto» seguito alla sostanziale sconfitta delle battaglie liberiste degli anni Novanta; p. 51) «liberal-radicale […], pacifista e democratico, per tanti aspetti ancora legato all’eredità repubblicana e mazziniana del padre Raffaele»; p. 12. Pareto, ricorda ancora Bonetti (nel citato saggio Labriola e Pareto), in questi anni «rifiuta decisamente le […] teorie economiche» di Marx, ma «apprezza il Marx politico, coraggioso difensore dei diritti della classe operaia» e pronuncia, nel 1891 (nello scritto Socialismo e libertà), «un aperto e perfino entusiastico elogio di Marx»; p. 404.
  21. Farò riferimento alla riedizione del testo originale che ho di recente promosso: V. Pareto, Introduction a Karl Marx, in Le Capital. Edizione critica con il testo a fronte e le risposte di Turati, Bissolati, Guindani e Lafargue, a cura di P. Della Pelle, Prefazione di C. Tuozzolo, Canterano (RM), Aracne, 2018. L’edizione originale, in francese, del testo (l’Introduction par Vilfredo Pareto in K. Marx, Le Capital, Extraits faits par M. Paul Lafargue, Paris, Guillaumin, 1893, pp. III–LXXX) fu anticipata da una traduzione italiana (intitolata Studio critico della teoria marxista) pubblicata a puntate da giugno a settembre del 1893 sull’«Idea Liberale», a cui seguì, l’anno seguente, la nuova pubblicazione in italiano dell’Introduzione di Vilfredo Pareto, questa volta nelle pagine IX–LXXXV del volume K. Marx, Il Capitale, Estratti di Paul Lafargue, Palermo, Sandron, 1894, traduzione del citato volume francese pubblicato l’anno precedente. Come ha sottolineato Bonetti, «l’introduzione paretiana […] ebbe subito larga diffusione nella cultura italiana e francese, e certamente contribuì […] a condurre studiosi come Sorel e Croce su posizioni che verranno, poi, giudicate “revisionistiche”»; P. Bonetti, Il pensiero politico di Pareto, op. cit., p. 19. Sull’influsso dell’Introduction sull’originale reinterpretazione crociana della teoria del plusvalore (che Croce chiamò, come noto, paragone ellittico), sia consentito rinviare a C. Tuozzolo, Un aspetto dell’incidenza dell’Introduction di Pareto sul ‘paragone ellittico’ di Benedetto Croce, in V. Pareto, Introduction, a cura di P. Della Pelle, op. cit., pp. 293 e sgg.).
  22. V. Pareto, Introduction, op. cit., pp. 126-27.
  23. Pareto pensa a un «individualismo» concepito «in opposizione al Socialismo»; ciò lo pone in linea con le idee dell’Associazione economica liberale italiana fondata nel 1892 e con la posizione politica da essa assunta (sul punto cfr. P. Della Pelle, Introduzione, in V. Pareto, Introduction, op. cit., pp. 65-66, nota 34); egli, d’altronde, rimprovera Pantaleoni lamentando una scarsa «intransigenza» nei programmi dell’Associazione; cfr. la lettera del 12.8.1892 che si legge in V. Pareto, Lettere a Maffeo Pantaleoni, 1890-1923, a cura di G. De Rosa, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1962, vol. I, p. 266.
  24. Cfr. V. Pareto, Introduction, op. cit., pp. 209-10 e 218-19.
  25. V. Pareto, Introduction, op. cit., pp. 214-15.
  26. Ibidem.
  27. M. Pantaleoni, Principii di economia pura, Padova, CEDAM, 1970 (ristampa della seconda ed. Firenze, Barbera, 1894), p. 259.
  28. «C’est l’honneur et la gloire de l’Économie Politique d’avoir de tout temps, depuis Adam Smith jusqu’à nos jours, dévoilé au monde les maux produits par l’intervention arbitraire des gouvernements distribuant à leurs partisans les richesses produites dans le pays»; V. Pareto, Introduction, op. cit., p. 208.
  29. Mi riferisco, in particolare, ai saggi: Sulla concezione materialistica della storia (Napoli, Tipografia della Regia Università, 1896: estratto dal vol. XXVI degli Atti dell’Accademia Pontaniana), Le teorie storiche del prof. Loria, Napoli, R. Tipografia Francesco Giannini & Figli, 1897 (già in edizione francese in «Le Devenir Social», II, 1897, pp. 881-905) e Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, Napoli, Stab. Tipografico della R. Università, 1897 (estratto dal volume XXVII degli Atti dell’Accademia Pontaniana) inseriti nel 1900 nella raccolta Materialismo storico ed economia marxistica. Saggi critici (Milano-Palermo, Remo Sandron) e che si possono ora leggere nel volume dell’Edizione Nazionale (che ha lo stesso titolo) a cura di M. Rascaglia e S. Zoppi Garampi cit. Sul metodo della “sociologia economica comparativa” sia consentito rinviare a quanto già osservato in C. Tuozzolo, Idealtipo, valore e plusvalore. Le idee di Weber nel ‘paragone ellittico’ del giovane Croce, in Benedetto Croce. Riflessioni a 150 anni dalla nascita, op. cit., pp. 197-242.
  30. B. Croce, Per la interpretazione cit., p. 6 (cfr. l’edizione citata di Materialismo storico ed economia marxistica del 1900, p. 92 e quella del 2001, pp. 72 e 404).
  31. Fondamentali per la comprensione di questo fenomeno storico sono gli studi di Luciano Gallino, ed in particolare il volume Finanzcapitalismo, Torino, Einaudi, 2011. Su questi temi sia consentito rinviare a C. Tuozzolo, Alienazione come pluslavoro nel capitalismo finanziario-usuraio. Sraffa, Napoleoni e Marx, in «Giornale critico di storia delle idee», anno 5 (2013), n. 9, pp. 205–30 (cfr. la URL: http://www.giornalecritico.it/archivio/09/GCSI_09_Tuozzolo.html).
  32. Il concetto paretiano di «capitale appropriato (capital approprié)», centrale nell’Introduction del 1893 (V. Pareto, Introduction, op. cit., pp. 116-23, 154-57, 170-71, 178-81, 202-205), e ricavato certamente dalle osservazioni che si leggono nel Capitale di Marx (cfr., in particolare, Le Capital, traduction de M. J. Roy, entièrement revisée par l’auteur Auteur, Paris, M. Lachâtre, 1872, pp. 256 e 266) è ripreso e sviluppato dal giovane Croce teorico marxista (Per la interpretazione, op. cit., pp. 2 e 11; cfr. la citata edizione del 2001 di Materialismo storico ed economia marxistica, pp. 69, 78, 401 e 409).
  33. «Die Waren können nicht selbst zu Markte gehen»; K. Marx, F. Engels, Werke (MEW), Berlin, Dietz, Bd. 23, 1962, p. 99; cfr. K. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1980, I, p. 117.
  34. M. Pantaleoni, Principii, op. cit., p. 259.
  35. Uso qui il concetto e l’espressione marxiana “capitalista «realmente operante»”, o «realmente agente», «wirklich fungierend» (K. Marx, F. Engels, Werke (MEW), Bd. 25, Berlin, Dietz, 1964, p. 452; cfr. K. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1980, vol. III, p. 518), per indicare la figura del capitalista-imprenditore, ovvero la figura tenacemente difesa dalla sopra citata Introduction di Pareto.
  36. Cfr. M. Pantaleoni, Principii di economia pura, op. cit., p. 259.
  37. Tali prodotti finanziari sono, di fatto, creati seguendo le leggi della produzione di merci a mezzo di merci delineate, come noto, nel celebre studio di Piero Sfraffa Produzione di merci a mezzo di merci (Torino, Einaudi, 1960).
  38. V. Pareto, Introduction, op. cit. pp. 126-27.
  39. Si pensi, ad esempio, alla recente immediata dichiarazione di sostegno fatta dal governo francese riguardo alla fusione fra Renault e Fiat-Chrysler. Non appena si è diffusa la notizia di una possibile fusione, la portavoce del governo francese (Sibeth Ndiaye) ha dichiarato: il governo è favorevole perché la fusione promuoverebbe «la sovranità economica» dell’Europa, dove «abbiamo bisogno di giganti» (cfr. M. Cianfone, Fca-Renault: ecco la proposta di fusione al 50%, in «il Sole 24ore», 27 maggio 2019 (cfr. la URL: https://www.ilsole24ore.com/art/fca-presenta-proposta-fusione-50percento-renault–ACLGCBJ).
  40. V. Pareto, Introduction, op. cit. pp. 206-207.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)