Recensione di Raul Mordenti, “De Sanctis, Gramsci e i pro-nipotini di padre Bresciani. Studi sulla tradizione culturale italiana”

Autore di Maria Panetta

Sono stata lieta di affrontare la lettura di questo denso e importante volume per una serie di ragioni: in primo luogo per motivi personali, perché conobbi il suo autore, parecchi anni fa, quando lavoravo come Ufficio editoriale e stampa alle Edizioni di Storia e Letteratura, in un incontro assieme all’allora Amministratore Delegato della casa, Lodovico Steidl, in occasione della progettazione di un’importante collana dell’editore; poi, perché questo libro tratta di una serie di argomenti che sono stati centrali nel mio percorso di formazione e, poi, di studio degli ultimi vent’anni almeno[1].

Come onestamente dichiarato nella Nota editoriale, il libro raccoglie saggi che vanno dal 1995 al 2018, riediti e opportunamente aggiornati bibliograficamente per la pubblicazione: sono stati collegati fra loro, in maniera non arbitraria, individuando un filo che li percorre e che è legato al problema del ruolo degli intellettuali in Italia, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, e, in seconda battuta, ai difficili rapporti fra letterati e popolo-nazione, da cui deriva il «carattere non popolare (e dunque non nazionale) della nostra letteratura» (p. 156).

Sebbene sia un saggio storico-critico informato e ricco di dati, il volume ha anche il sapore della critica militante, specie nelle vibranti pagine dell’Introduzione, che attualizzano i problemi di cui si discorre e li riconnettono al nostro mondo dominato dalle logiche del capitalismo più sfrenato. Nonostante il pessimismo che talora vi aleggia, ritengo di poter affermare che anche per Mordenti, per quanto “inattuali” (ma “inattuale” è termine anche adelphiano, e sappiamo pregno di “quali” significati), i modelli di De Sanctis e di Gramsci continuano a mantenere non solo un fascino, ma anche una potenziale grande forza attrattiva e persuasiva per chi si accinge ad affrontarne lo studio oggi, senza pregiudizi.

Il libro è equamente diviso in due macrosezioni, che comprendono le prime due Parti, incentrate su De Sanctis, e le seconde due, focalizzate su Gramsci.

Prima di tutto, Mordenti ricostruisce i difficili anni del primo periodo torinese di De Sanctis (1854-1855), successivi alla prigionia a Castel dell’Ovo e precedenti l’esilio a Zurigo. Parlare di quel biennio gli è funzionale a introdurre la questione della recensione del critico irpino all’Ebreo di Verona di Padre Bresciani, questione per nulla secondaria, dal momento che la struttura del volume e l’assemblaggio dei vari saggi sono costruiti in modo tale da realizzare una circolarità. Padre Bresciani, infatti, viene indagato non solo in quanto personaggio storico e letterato, ma anche in quanto antesignano di un tipo di intellettuale che contraddistingue un po’ tutta la storia della cultura italiana, fino ai giorni nostri. Ma su questo punto tornerò.

Sia detto solo che la recensione di De Sanctis uscì nel febbraio del 1855 sul «Cimento», anni dopo sia la prima apparizione del romanzo a puntate sulla «Civiltà cattolica», fra 1850 e 1851, sia l’edizione del 1852 (Roma, Stamperia di Propaganda), «riveduta e corretta dall’autore con aggiunta di note storiche e filologiche» e considerata dal romanziere l’unica versione autentica e autorizzata.

È risaputo che Bresciani odiasse sia la rivoluzione sia Mazzini. De Sanctis, come fa notare opportunamente Mordenti (perché la filologia, «anche minima» [p. 39], «non è mai banale» [ibidem], affermazione che ovviamente sottoscrivo in toto), esamina un’edizione assai prossima alla princeps e ne evidenzia alcuni passaggi significativi. Dall’attenta analisi risulta che Bresciani addirittura arriva a preferire Mazzini all’ipocrisia dei Moderati (come, ad esempio, Mamiani), il che, di certo, gli ha procurato non pochi problemi e l’ha indotto a modificare l’edizione in volume rispetto a quella a puntate. Tutte le considerazioni che si leggono nel volume di Mordenti sulla questione sono assai pertinenti e interessanti, in quanto individuano la presenza di due diverse linee politiche fra i cattolici del tempo (cfr. p. 47) e, inoltre, sottolineano come la recensione di De Sanctis abbia una valenza soprattutto politica, più che esclusivamente letteraria: infatti, «Attaccare frontalmente i Gesuiti e il loro scrittore più popolare […] voleva dire colpire la Compagnia nel suo sforzo (mai banale) di costruire presso le masse una narrazione anti-risorgimentale» (p. 49). E sappiamo quanto anche oggigiorno questo termine, “narrazione”, sia di moda e attuale. Pertanto, Mordenti ben rileva come De Sanctis attacchi abilmente la debolezza letteraria dell’opera di Bresciani per fini, in realtà, soprattutto extraestetici che riguardano il piano ideologico-politico. Infine, il critico registra l’accoglienza entusiastica che la recensione ebbe in vari ambienti, rammentando i giudizi di Giovanni Prati, dell’editore Barbera, di Ruggiero Bonghi.

Assai dense sono anche le pagine che Mordenti dedica all’esilio, che «connette costitutivamente geografia e storia, cioè richiede di essere storicizzato à la Dionisotti» (p. 55). Al di là dei singoli, dotti e lucidi affondi nella dolorosa vicenda biografica degli esili di De Sanctis e nel suo rapporto con l’hegelismo, quello che mi sembra centrale in questo secondo capitolo è la sottolineatura dell’“essere italiano come problema”, ovvero della costruzione dell’italianità proprio a partire da un’«immersione culturale decisiva in ambiente estraneo e straniero» (p. 57). Quindi, non italiano versus europeo o cosmopolita, ma italiano «perché europeo o cosmopolita» (ibidem), snodo assai attuale ancora oggi. Pertanto, oltre alle preziose osservazioni sul fatto che l’hegelismo desanctisiano sembra consumarsi proprio a Zurigo, che il dissenso con Hegel riguarda il punto cruciale della pretesa “morte dell’arte” (cfr. le pp. 72 e sgg.) e che il “nodo” problematico per De Sanctis è individuabile nel nesso Dante-Hegel, appare assai utile la valorizzazione che Mordenti opera degli anni dell’esilio zurighese ai fini della maturazione dell’autonomia critica di De Sanctis; inoltre, l’autore del saggio sottolinea pure che il critico irpino «diventa più italiano nell’impatto spiacevole con gli atteggiamenti e i pregiudizi anti-italiani degli stranieri, come accadrà a tanti italiani all’estero dopo di lui» (p. 75). E la trovo affermazione assai coraggiosa in un’epoca come la nostra, in cui si tende a ritenere che solo chi è accolto e viene messo nelle condizioni migliori per operare possa progredire e crescere, sviluppando al meglio la propria personalità. Di fatto, invece, sembrerebbe di poter dedurre che Mordenti stia sottolineando che l’identità può aver bisogno anche di non-modelli o anti-modelli per potersi più armonicamente formare e sviluppare, e che il contrasto, o un ambiente ostile, spesso può rappresentare un fattore di crescita salutare almeno quanto l’armonia.

Suggestiva anche la sua definizione della differenza fra “esule” ed “emigrante”, laddove entrambi assorbono la cultura del luogo che li ospita, ma l’esule, che «tiene “sempre volto lo sguardo” alla sua terra» (p. 78) e aspira a tornarvi, avverte anche la necessità, finché è all’estero, di «far conoscere agli stranieri la cultura del proprio Paese» (ibidem), così come fece proprio De Sanctis a Zurigo.

Come sottolinea e prova Mordenti, inoltre, l’esilio «matura in modo decisivo anche l’impegno politico militante di De Sanctis, nell’intreccio sempre stretto fra critica letteraria e politica» (p. 81), e lo induce, di fatto, a riavvicinarsi progressivamente all’indirizzo di Cavour.

Tratterò di volata della preziosissima Seconda Parte, tutta dedicata alla Storia della letteratura italiana, perché è quella, forse, più nota e anche perché, personalmente, era quella che più avevo studiato e meditato negli anni del dottorato di ricerca, scrivendo un saggio che mirava a dimostrare che il manuale di De Sanctis non può essere considerato un romanzo, con buona pace di molti critici[2].

Mordenti ne ricostruisce con esattezza e puntualità la genesi, la confronta con opere precedenti e coeve di Tiraboschi, Cantù, Emiliani-Giudici, Settembrini; ne ripercorre la vicenda compositiva ed editoriale, ne esamina la divisione in capitoli e lo stile, ne delinea il carattere finalistico (cfr. le pp. 152 e sgg.). Come storica dell’editoria, di certo concordo sul fatto che al riguardo De Sanctis non potesse non percepire che «la partita egemonica decisiva si giocava proprio lì, in un libro di testo “ad uso de’ Licei”, cioè all’incrocio tra la formazione scolastica superiore per i futuri gruppi dirigenti riorganizzata dal nuovo Stato e il rinnovato dinamismo dell’editoria italiana di quegli anni» (p. 106); e, inoltre, sul fatto che non ci fosse concorrenza fra le Lezioni di Settembrini e la Storia di De Sanctis, edite dal medesimo Morano, perché la partita editoriale si giocava non sul terreno neutrale della qualità scientifica dei testi, ma sul piano delle differenti «opzioni ideologiche, politiche, religiose» (p. 108).

Fare storia della letteratura, allora – chiarisce Mordenti -, significava prima di tutto «narrare una storia» (p. 142), allo scopo di «fondare la nazione» (ibidem). E De Sanctis lo fece «declinando il nucleo vitale del giobertismo secondo cui l’Italia, priva di Stato, di re, di esercito, di tribunali, era tuttavia stata da sempre nazione perché capace di produrre cultura e soprattutto letteratura, e anzi capace di farlo ai livelli più alti in Europa e nel mondo intero segnando il nostro, paradossale, “primato”» (p. 143). Procedendo in tal senso, De Sanctis fondava anche la letteratura italiana in quanto campo di studi, chiosa opportunamente Mordenti.

Il saggio si sofferma intelligentemente anche su alcune figure di mediazione fra l’eredità desanctisiana e Gramsci: in particolare, analizza a fondo la personalità e l’apporto alla diffusione delle idee desanctisiane di Umberto Cosmo, ai cui corsi assistettero due allievi di eccezione: Gramsci e Togliatti. Come nota Mordenti, ad esempio, Gramsci ritrova nel Dante desanctisiano di Cosmo un «modello insuperato di una riconnessione organica fra cultura e masse popolari» (p. 207); e trae dall’irpino la fortunata categoria del “brescianesimo” (che riconduce all’inizio e al titolo dell’opera in esame), etichetta sotto la quale sono da lui indicati gli intellettuali italiani contraddistinti da viltà, ipocrisia, doppiezza caratteriale, piaggeria, boria trionfalistica etc. (cfr. p. 220) e che oggi Mordenti rintraccia pure nella «furia riabilitativa» (p. 226) di tanti.

La Terza Parte del volume è, invece, tutta dedicata a Gramsci: Mordenti illustra la genesi, l’organizzazione della materia e le fasi compositive dei Quaderni del carcere, ne esamina nel dettaglio le tematiche e le principali edizioni; dà conto della strenua lotta di Gramsci contro l’abbrutimento della prigionia, nella quale ruolo fondamentale riveste la scrittura in quanto «unico elemento possibile di sopravvivenza e di rapporto con il mondo» (p. 248). Discute il marxismo gramsciano alla luce delle influenze della rinascita idealista italiana d’inizio Novecento, ricorda il ruolo di Labriola (specie in relazione alla costruzione scientifica della “filosofia della prassi”: cfr. le pp. 290-91), oltre che quello di mediatore di Croce (ad esempio, per quanto concerne l’influenza di Sorel); inoltre, rammenta i bersagli polemici del Positivismo e del Socialismo in Gramsci. Si sofferma pure a lungo sulle considerazioni gramsciane sul fascismo, anche in quanto «segno della “debolezza relativa della forza progressiva antagonistica” (cioè del proletariato)» (p. 293). Tratta, in seguito, con acutezza la questione della lotta per l’egemonia, anche alla luce del ruolo centrale della storiografia come fattore, appunto, di egemonia di una classe sull’altra (cfr. p. 300); legge i Quaderni del carcere, in definitiva, come «l’Anti-Croce» (p. 308) per una serie di ragioni tutte appassionatamente argomentate nel corso della trattazione.

Dopo aver indicato i modelli e le fonti della scrittura gramsciana, l’autore passa, poi, a definire il senso dell’operazione del “ritorno a De Sanctis” di Gramsci, evidenziandone opportunamente le differenze da quella precedente messa in campo da Croce. Preziosissime anche le pagine dedicate alla sintassi dei Quaderni e alle tracce in essi rilevabili dell’autocensura praticata da Gramsci, nonché l’acuto studio sull’importante lettura gramsciana del canto decimo dell’Inferno.

La Quarta Parte del volume, da ultimo, fa giustizia di una serie di saggi con opinioni critiche falsamente tendenziose uscite negli anni, che concernono il numero dei quaderni di cui si compone l’opera gramsciana, una presunta abiura del comunismo da parte del Nostro, le accuse relative a un fantomatico coinvolgimento di Togliatti e del Partito Comunista nella mancata scarcerazione di Gramsci, un ipotetico Gramsci filoamericano o cripto-trotzkista etc.

La Conclusione parziale rimanda alla duplice necessità, per una classe rivoluzionaria che si affacci al potere, di creare uno strato diffuso di propri intellettuali “organici”, cioè appartenenti alla classe stessa e legati alla produzione, e insieme di conquistare ideologicamente i cosiddetti “intellettuali tradizionali”. Per questo motivo, i Quaderni vengono letti, appunto, come l’Anti-Croce: perché, secondo Mordenti, Gramsci è consapevole del fatto che «solo dalla sconfitta “sul campo” di Croce [«il punto più alto dell’egemonia culturale borghese», p. 444] può passare la conquista ideologica e l’assimilazione degli “intellettuali tradizionali” italiani» (ibidem).

Questi sono solo alcuni dei numerosissimi focolai d’interesse accesi da tale densissimo e meditato saggio. Devo aggiungere, però, che, dopo circa venticinque anni di studi su Croce, De Sanctis, Laterza e la Scuola storica, meno d’accordo sono su altre questioni: ad esempio, sulla «disinvoltura normalizzatrice degli editori moderni (tanto più se crocian-laterziani» (p. 39); sul fatto che «i criteri di inclusione ed esclusione di De Sanctis, rilanciati e consolidati da Croce, fungeranno a lungo da canone della letteratura italiana, un canone tanto trascurato e debole teoricamente quanto egemone» (p. 150; basterebbe, infatti, anche solo pensare alla collana laterziana degli «Scrittori d’Italia» e all’evoluzione del pensiero estetico di Croce che ne è alla base, con l’affiancamento del concetto di “letteratura” a quello precedente di “Poesia” e le conseguenze che ciò comportò sul sostanziale allargamento del canone anche rispetto a quello desanctisiano)[3]. Ancora, sulla «costante ostilità di Croce verso il «Giornale Storico» e i suoi esponenti» (p. 200, n. 27)[4] o sull’uso di De Sanctis da parte di Croce nella sua presunta lotta contro la filologia (pp. 315, 341)[5] etc. Ma tali motivi di dissenso ovviamente nulla sottraggono al riconoscimento dell’alto valore formativo e civile di questo saggio: anzi, forse, vi aggiungono qualcosa, perché solo laddove si suscita il dibattito c’è vera vita intellettuale.

La reale Conclusione del volume, a mio avviso, si trova nell’Introduzione, ed è un vivace invito a “tornare alla Storia”, senza la quale tutti i nessi causali vengono soppressi e viene azzerata anche la «carica rivoluzionaria insita in ogni storicità» (p. 11).

Ci sarebbe, infine, da riflettere sull’impressionante numero di intellettuali, ricordati da Mordenti, che furono imprigionati o mandati in esilio in Italia, a partire da Dante; al riguardo, la conclusione dell’autore, che tristemente condivido, è che «le classi dirigenti italiane sono incapaci di accettare l’intellettualità come un positivo fattore dinamico di sviluppo, perché […] troppo impegnate a difendere in modo arcigno e miope, ma purtroppo vittorioso, lo status quo del proprio potere» (p. 19).

  1. Si propone una versione ridotta del testo letto alla presentazione del volume avvenuta presso la libreria L’Altracittà a Roma il 25 febbraio 2020, alla presenza dell’autore e con la partecipazione, in qualità di relatore, anche del Prof. Francesco Muzzioli assieme all’autrice del contributo [N.d.R.].
  2. Cfr. M. Panetta, Se la Storia di De Sanctis possa definirsi romanzo, in Paradigmi e tradizioni, n. 16 di «Studi (e testi) italiani», a cura di A. Quondam, 2005, pp. 97-111; poi, in una versione aggiornata dal titolo La Storia della letteratura italiana di De Sanctis: manuale, saggio o romanzo?, in Ead., Guarire il disordine del mondo. Prosatori italiani fra Otto e Novecento, Modena, Mucchi, 2012, pp. 17-35. 
  3. Mi permetto di rinviare a M. Panetta, Gli “Scrittori d’Italia”: premesse filosofiche e significato culturale della collana Laterza, pubblicato online sul sito www.italianisti.it (http://www.italianisti.it/FileServices/139%20Panetta%20Maria.pdf).
  4. Cfr. M. Panetta, Croce editore, “Edizione Nazionale delle Opere di B. Croce”, Napoli, Bibliopolis, 2006, specie l’Appendice sui rapporti con la Scuola storica. Nei due tomi passo in rassegna l’intera attività di Croce prefatore, annotatore, postillatore e curatore di opere altrui, mettendo in evidenza i criteri di edizione da lui sempre specificati e illustrati nelle introduzioni o nelle note al testo che precedono.
  5. Cfr. al riguardo M. Panetta, Filologia, Napoli, La Scuola di Pitagora editrice, 2016, voce del Lessico crociano curato da Rosalia Peluso e Renata Viti Cavaliere nella quale ho cercato di mettere a fuoco il senso del nesso filosofia-filologia che Croce trae da Vico («verum et factum convertuntur») anche alla luce della sua attività parallela di ermeneuta e interprete, e di attento editore di testi.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)

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