Le Fiandre di Ripellino

Author di Antonio Pane

In una lettera a Guido Davico Bonino (26 settembre 1971) Ripellino scrive: «Ti prego di voler tenere in considerazione un certo rallentamento del mio lavoro, perché, nonostante un’estate di riposo nelle Fiandre, i miei nervi sono alquanto in disordine, e sto tentando varie cure per rimetterli in sesto»[1]. Il reperto ci dà notizia di un lungo soggiorno[2] che si riverbera in vario modo nell’opera di Ripellino: precisamente in un gruppo di poesie di Sinfonietta, nel capitolo 72 di Praga magica, in due recensioni librarie apparse su «L’Espresso» e in due capitoli (Parapiglia e Manichinia) di Storie del bosco boemo. Questo ventaglio di scritture getta una luce su un episodio biografico non altrimenti testimoniato, ci consente di ripercorrerne, per così dire, le piste e insieme di seguire le sorti, le singolari declinazioni di un tema “incontrato per strada”, figlio del caso, frutto di una stagione di ozi obbligati[3].

Il ciclo di Sinfonietta[4] è a suo modo annunciato, nella poesia n. 56, da dettagli che tradiscono una conoscenza diretta del territorio[5] (la maschera autobiografica del «piccolo agente di commercio, / con referenze e conoscenza di qualche linguaggio, / e con la bombetta sul capo come i cocchieri di Ostenda», e le «crevettes»[6], i gamberetti, celebrata specialità culinaria di Ostenda), ma viene propriamente inaugurato dalla poesia n. 58, che presenta la «spiaggia di Knokke» (con la sua «diga») e il «prato di Zoutelaan», pertinenze del comune di Knokke-Heist, la rinomata stazione balneare delle Fiandre Occidentali che fu la “base” della ristoratrice vacanza, condivisa con i nipoti ancora lattanti Daria e Pierre Andrè (i gemelli di Milena Ripellino e di Fulvio Transunto, nati a Bruxelles il 10 dicembre 1970)[7]. Giocata sul contrasto fra lo «stuolo di coccinelle morte» che destano cupi pensieri («La mia gioia picchiettata da tempo si è spenta, / come le coccinelle e le crespe stelle marine, / che crepano senza splendore sulla battigia»)[8] e il «prato di Zoutelaan, rappezzato con toppe di sole febbrile / come un’erbosa e un po’ fuori moda valigia» (panorama circense in cui «le verdi parrucche degli alberi, i rossi gerani ubriaconi / risvegliano in me il buonumore, un atroce desiderio di vivere»), la poesia offre anche, nell’immagine dei «Piccoli memlinc» che «appendono a una tavolozza / gli stracci muffiti, i lenzuoli del cielo», un omaggio al pittore tedesco Hans Memlinc (maestro della cosiddetta seconda generazione fiamminga), forse tarato sui cieli caliginosi della Passione di Torino (1470-71).

Nella poesia seguente, la n. 59, l’ambigua apparizione di «Un camping raggrinzito dalla pioggia o un piccolo circo, un fungo di tela gialla?» accende un altro “numero” di «ceffi di cedro giulivi, / lunghi nasi coperti di pruina, / sgangherate cicogne dello Zwin, / istrioni con ceri esequiali e bombetta / in una grande allegria funebrina», dove entra in campo la riserva naturale dello Zwin, sul litorale di Knokke, nota sede di nidificazione di quei volatili. E anche qui l’umor nero lascia trapelare, sia pure in costume clownesco, il «desiderio di vivere»: «Benché il mio sussiego faraonico non lo permetta, / al circo Wiener scenderò anch’io sulla pista, / saltimbanco fallito, nella luce impudíca, / che sgoccia sui capelli chiara d’uovo. / Caverò dalle mie profondissime tasche una folla / di folli strumenti dall’ancia distorta, / suonando a distuono e a capriccio, / riempirò febbrilmente la bolla / della mia testa smorta / di un grullo sorriso posticcio».

Questa pantomima da chapiteaux, questo alternarsi di tristezza e allegria, contagia anche la poesia n. 63 («E un’esile gioia vacillante pinguina, / la mia gioia contumace, assopita dai morbi e dai lutti, / si sveglia, sorride, si inebria, si adombra, si strugge, / la mia goffa gioia dignitosa in bombetta e marsina»), che veicola un nuovo toponimo, eleggendo a malinconica quinta, avvivata dai «carri fioriti» che «sfilano sul litorale» (forse ispirati a una manifestazione indigena), il porto di Bruges: «Vecchie caracche cariche dei miei mali, / rullando sui crisantemi di lacera fiamma dei flutti, / salpano da Zeebrugge verso lidi lontani».

La poesia n. 64 ripropone il tema della n. 58: «Le coccinelle a sette punti hanno fame / e si spostano verso il litorale in cerca di àfidi, / ma i venti e il mare del Nord le respingono. / Così la vita respinge me affamato di vita, / perché non sapevo godere delle sue piccole gioie / e la trascuravo, incollandomi al miele dei libri, / e borbottavo come una noiosissima tàccola. / Ora che vorrei rotolarmi sull’erba fiamminga / e volare sbilenco coi gabbiani-tromboni / e ridere assieme alle eretiche bionde, alle dame-bottiglie, / è troppo tardi, troppo tardi». I punteggiati insetti e il paesaggio nordico sono ancora tramiti del rimpianto, specchi del tempo perduto[9], e il verde dell’erba è ancora la sola, malcerta, contromisura: così precaria che nella poesia n. 66 il «verdissimo verde di Zoute» (ossia del quartiere di Knokke-Heist che guarda al confine olandese, e che ospita il Royal Zoute Golf Club) andrà a certificare l’impossibilità di salvarsi («Anche se mi accadesse di guarire, / è in me ormai così forte la malía del malessere, / che non saprei accettare la salute, / la smargiassa, l’estranea. Me ne sono accorto / in mezzo al verdissimo verde di Zoute»), a smuovere il desiderio di una vita “banale” (condensata nell’«espressione gaudiosa di una pera» del verso conclusivo).

Il motivo è ulteriormente sviluppato lungo le tre sezioni (A, B, C) in cui si articola la poesia n. 67, sotto l’emblema, impresso nei rispettivi incipit, di quelle «cicogne dello Zwin», che si profilavano «sgangherate» nella poesia n. 59: «Ancora la giovinezza mi chiama, trampoliera e beccuta / come le cicogne dello Zwin»; «Ancora la giovinezza mi chiama, appuntita / come le cicogne dello Zwin»; «Ancora la giovinezza mi chiama, falòtica / come le cicogne dello Zwin». «Trampoliera e beccuta», «appuntita», «falòtica», l’età verde, riaccesa dal verde dei prati di Zoute, guadagna un contrappunto di virtuosistiche variazioni: nella prima con le «arroganti guglie», le «candele incrostate dei suoi pinnacoli», i «gomiti aguzzi», le «sghembe luci», la verticale audacia contrapposta al «rotondo ridicolo, i gonfi guanciali, / le sformate pantòfole, i paffuti batúffoli, / tutto ciò che ha mollezza di mollica, / gli oblòmov, la butirrosa, la mitica / sofficità dei palloni che scuffiano»; nella seconda (ribattezzata, in quanto «ogivale», Gelmeroda, dal nome del villaggio tedesco che ospita la cattedrale variamente ritratta da Lyonel Feininger) con il «gotico incendio delle sue cúspidi», il «prisma delle sue luci funambole», che irridono «i molluschi, / le prugne globose, la cascàggine apàtica, / la gelatina di flàccide bambole, / la morbidità disossata»; nella terza con «la sua effigie gotica, gli «occhi verdi che mi amano», «i suoi aguzzi violini» che sbaragliano «i poponi poltroni, il torpore panciuto, / le tane assonnate dei tassi, l’obeso Erebo, / in cui molti sprofondano, il canapè di velluto, / in cui, grassa e vecchia, una Salomè ingioiellata / aspetta un pene di paglia, i bambocci di lièvito, / la traboccante adiposità disossata».

Nella poesia n. 69 i nomi di luogo lasciano il posto, come per un congedo, alla quintessenza del paesaggio divinato da un acquarellista. Ne avremo il «nordico mare brumoso / con la sua bava di moca e candeggina, / col suo caffelatte che intride le dighe, / con la sua filigrana di nebbia salina», il «cielo maví, da cui sfólgora, / adorna di grossi mustacchi, la testa / di un sole albino», il «verdógnolo rame dei cieli vastissimi»: desolati orizzonti che, come l’arlecchinesco «prato di Zoutelaan», esortano per paradosso «a reggersi vivi malgrado le interminabili eclissi, / malgrado l’assidua contiguità della morte».

Dopo questa apparizione “atmosferica”, le Fiandre riaffiorano obliquamente in tre altre poesie, concludendo (quasi in dissolvenza, in bricie) la nostra collana. La n. 70, che potremmo intitolare “Fantasie dolciarie di un diabetico”[10] fra le leccornie evocate dal «pasticciere solitario, / mentre passeggia mogio mogio lungo il mare», contempla «obese torte floreali, / scappate dai banchi della fiera di Heist». Nella n. 71, difesa dell’amour fou distrutto dai pettegolezzi, figurano invece «il bloemencorso delle chiacchiere fanàtiche» (che allude ai popolari cortei di fiori dei Paesi Bassi, già richiamati nella poesia n. 63) e l’immagine della reproba gettata «in un maleolente canale di Bruges o Kampa»[11], mentre la proliferazione ad elenco delle «lunghissime strade in cui vorrei correre», che riempie la n. 74, include fiandresche «traiettorie sull’orlo di un pestilente canale» e «dighe protese verso l’Olanda».

Il «maleolente canale di Bruges o Kampa» ci porta al capitolo 72 di Praga magica, per la sua didascalia in parentesi «Scritto a Bruges», senz’altro riconducibile all’«estate di riposo nelle Fiandre», e per la divagazione che lo conclude:

Qui, a Bruges, ti ho pensata, Praga. Lungo i canali putridi e sonnolenti, sui prati in cui si assiepano stormi di cigni bianchi con una B sul becco, dinanzi alle immagini di Memlinc, nella quiete del Béguinage, nel Markt che rammenta la dissipata albagìa delle Fiandre, dinanzi alle maisons-Dieu, in via dell’Asino cieco, sul Quai du Miroir, nelle botteghe che ammucchiano candelabri e merletti e quisquilie di rame, ti ho pensata, Praga, coi tuoi splendori di pietra e con le tue cassapanche gremite di rugginosi rottami, coi tuoi cetriuoli in aceto, il cui acre sentore provoca angoscia. Il marciume delle acque lezzose di Bruges ha un’assai stretta parentela con la muffa di certe tue viuzze nell’isoletta di Kampa, dove abita il gran pifferaio di ombre e di larve Vladimír Holan. | Smarrito, spinoso come un cardo violàceo di Tichý, ho gettato una corda funàmbola dalla Spagna fiamminga alla Spagna boema. Nei giorni impregnati di malta attaccaticcia, quando l’umido verde dei polder intorno stilla mestizia, quando le gotiche case di Bruges (che Hanuš Schwaiger riportò nei suoi quadri) sono inquietanti come la misteriosa Sibylla Sambetha dipinta da Memlinc, ho pensato ai tuoi parchi, Praga, ai tuoi palazzi stregati, alle tue béttole, dove si fa gran guasto di birra[12].

Oltre a duplicare il parallelo Bruges-Kampa, e a rimettere in campo – dopo un’estrosa istantanea dei caratteristici e molto fotografati cigni cittadini (titolari di una divulgata leggenda) – il Memlinc della poesia n. 58 (poi associato al pittore boemo Hanuš Schwaiger[13], che nel 1888, durante una visita dei Paesi Bassi, aveva più volte raffigurato il mercato ittico di Bruges), il brano ci porta virtualmente a spasso, come un suggestivo baedeker, nella “Venezia del Nord”, trascegliendone l’antica sede delle beghine (denominata enclos de la Vigne o, in olandese, De Wijngaard), la centrale Piazza del Mercato, le Maisons-Dieu (Godshuizen), complesso di edifici caritativi costruiti per devozione a partire dal quattordicesimo secolo, la Rue de l’Âne Aveugle (Blinde-Ezelstraat), e il Quai du Miroir (Spiegelrei), il suo più frequentato naviglio.

Passando ai due articoli apparsi su «L’Espresso» dopo il ritorno di Ripellino in Italia, si rileva che l’incipit del primo[14] riecheggia l’attacco del brano di Praga magica che abbiamo trascritto («Sulla brumosa spiaggia di Ostenda ho pensato a Gògol’, che vi si recava per soffocare la struggente ipocondria nei bagni di mare»), laddove l’altro[15] recupera l’inedito fotogramma di una familiare “via dello shopping”, «il Lippenslaan di Knokke, questo viale di sfolgoranti vetrine, scenario di accadimenti inverosimili come un fiammingo Nevskij prospekt», per farne spunto di una preziosa digressione esegetica che tesaurizza, diresti, l’inerzia di pigre passeggiate:

Ed ecco che sui viali e sulle dighe di Knokke mi càpita di incontrare gli omini in bombetta del pittore (belga) Magritte. Su quel litorale ho capito meglio la sua arte, i suoi immensi cieli, i suoi palchi di nuvole. Queste soffici, lanuginose, stracciate nuvole, che attraversano il corpo guizzante di un uccello in volo, che riempiono i battenti di larghe finestre, che trapassano dentro le tele su cavalletto dipinte all’interno dei quadri. Se la foresta renana e il romanticismo tedesco hanno influito su Max Ernst, se la lugubrità di Praga si è appresa ai ventriloqui e ai clown di František Tichý, in Magritte si trasfonde la ciclotimia che già incrina le liriche dei simbolisti belgi, si insinua qualcosa dei nordici spazi coperti di bruma, delle bassure, dei grandi cieli con nuvolaglia.

Se queste epifanie del “tema fiammingo” hanno la vivacità delle impressioni “a caldo” (o, quantomeno, recenti), quelle depositate nelle prime due delle quattro sequenze di Storie del bosco boemo[16] ne rappresentano ormai l’eco lontana, l’affioramento nostalgico. I termini della composizione di Parapiglia e Manichinia sono, infatti, stabiliti in due lettere dell’autore a Guido Davico Bonino: quella del 27 novembre 1972, con l’elenco di «saggi-racconti» (che «dovrebbero, con ancor più fantasia, applicare su piccoli spazi verbali la formula della cancellazione dei confini tra i due generi, già tentata nel Trucco e in Praga») in cui figurano Dariopea: storia di due bambini e Storie di manichini, prototipi di Parapiglia e Manichinia; e quella dell’8 luglio 1974, che comunica: «Ho ora finito un volumetto di quattro racconti, che copierò in agosto»[17].

A tale distanza, Parapiglia vede i suoi protagonisti, i gemelli Daria e Pierre-André (ribattezzato Pea), intenti a devastare «un negozio di objets farfelus sulla diga di Knokke, afferrando gingilli, palline, orologi a cucù, velieri dentro bottiglie»[18]. In Manichinia le Fiandre Occidentali sono la scena “meravigliosa” di una storia fondata sull’animazione di quadri di Paul Delvaux e Oskar Schlemmer: «Fu già nelle parti di Fiandra un paese chiamato Manichinia»[19]. La pittoresca cittadina di Damme, a 12 chilometri da Knokke, è eletta sede dell’incontro (durante un «congresso di fantocci, conclusosi con un Gala au profit du Comité de protection pour mannequins abandonnés») fra le «donne di cera di Manichinia», “rubate” alle tele di Delvaux, e i «piuoli di Schlemmerlandia» carpiti al pittore tedesco[20]. Insieme alla new entry della «torre di Lissewege»[21] (il monumentale edificio campanario, con scala di 264 gradini, da cui si possono ammirare le distese dei polders, il porto di Zeebrugge, le tre torri di Bruges, la costa belga e persino, a cielo pulito, le isole olandesi), la narrazione prevede, oltre un Kultuurpaleis[22] senza riscontro nella Damme reale (ve ne è, invece, uno a Ostenda), «ville fiamminghe (di quelle che si vedono a Knokke)»[23], e «grandi occhi di vetro assai simili alle gemme di paccottiglia che vendono alla fiera autunnale di Heist»[24].

Al termine di questa rapida ricognizione, si può aggiungere che la nostra “serie fiamminga” realizza una sorta di rimpatriata, il saltuario ritorno a un sentiero battuto in gioventù. In una lettera del 6 maggio 1942 a Giovanni Descalzo[25], Lola Bocchi, allora segretaria di redazione di «Maestrale»[26], descrive un Ripellino diciannovenne «che conosce il russo, il polacco, l’olandese, il rumeno»[27]. Le molteplici e vivide risposte agli impulsi dell’occasione festeggiano, forse, la ripresa di una consuetudine che, acquisita sui libri, nell’esercizio linguistico, trova una sua impreveduta verifica “sul campo”. E i versi protesi alla «gioia» degli anni inesorabilmente andati fioriscono forse dalle stesse sillabe (Knokke, Lissewege, Lippenslaan, Zwin, Zeebrugge, Zoute) che ne conservano il suono, l’irripetibile aroma[28].

  1. Vd. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali (1954-1977), a cura di A. Pane, introduzione di A. Fo, Torino, Einaudi, 2018, p. 112.
  2. Da collegare a una precedente missiva, datata maggio 1971, allo stesso destinatario, quando il ritardo nella consegna della traduzione di Hobby di Jiří Fried veniva giustificato dal fatto «che non sto troppo bene coi nervi e ho dei fastidi a un occhio (appannamenti e cosiddette “mosche volanti”), e la cura mi stordisce e deprime più del male stesso» (ivi, p. 110).
  3. Si noti che, prima di questo segmento, le Fiandre avevano mantenuto nella produzione di Ripellino una figura eminentemente bellica. Nel Congedo della Fortezza d’Alvernia, il procedere della poesia «dal di dentro, dal cuore del fuoco, dal gorgo della tempesta» è paragonato al «racconto commosso di quei soldati che tornavano col braccio al collo dalle guerre di Fiandra o di Candia o della Goletta». Vd. A. M. Ripellino, La fortezza d’Alvernia e altre poesie, Milano, Rizzoli («Poesia»), 1967, p. 131 (ora in Id., Poesie prime e ultime, a cura di F. Lenzi e A. Pane, presentazione di C. Vela, introduzione di A. Fo, Torino, Nino Aragno Editore («Biblioteca Aragno»), 2006). Similmente, nella poesia n. 17 di Notizie dal diluvio «Sul cranio calvo della terra / come una guerra di Fiandra fiammeggia il cielo». Se si eccettua la cifra “caravaggesca” di Variazioni con droga e spazzatura (in «L’Espresso», 18 febbraio 1973, p. 23), dove si evoca la «notturna Fiandra delle cantine», le recensioni teatrali pubblicate fra il 1972 e il 1977 (riunite in A. M. Ripellino, Siate buffi. Cronache di teatro, circo e altre arti («L’Espresso» 1969-1977), a cura di A. Fo, A. Pane, C. Vela, prefazione di A. Lombardo, Roma, Bulzoni («Biblioteca teatrale»), 1989) ne esalteranno invece l’aspetto “tessile”: dalle «tele di Fiandra» di Goldoni senza parrucca (in «L’Espresso», 29 ottobre 1972, p. 22), alla «scuffietta di Fiandra» di Biancaneve al supermercato (in «L’Espresso», 11 febbraio 1973, p. 23), alle «biancherie di Fiandra» di Un Ibsen con il cimiero (in «L’Espresso», 11 marzo 1973, p. 23), ai «merletti di Fiandra» di C’è un bigotto fra gli spettri (in «L’Espresso», 14 dicembre 1975, p. 106), agli «aghi di Fiandra» di Zitti, arriva il cavaliere (in «L’Espresso», 20 marzo 1977, pp. 100 e 103).
  4. A. M. Ripellino, Sinfonietta, Torino, Einaudi, 1972. Finito di stampare il 15 aprile 1972, il libro comprendeva la replica della precedente raccolta, Notizie dal diluvio, apparsa da Einaudi nel 1969 (ora in Id., Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, a cura di A. Fo, F. Lenzi, A. Pane, C. Vela, presentazione di A. Fo, introduzione di A. Pane, Torino, Einaudi («Collezione di poesia»), 2007). Le poesie di Sinfonietta furono composte, a quanto si legge in parentesi sotto il titolo della silloge eponima, nel biennio 1970-71.
  5. Gli «omini violacei / con scròfole e maschere e nasi di Ostenda» della poesia n. 2 di A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio erano, invece, una trasparente allusione alle stravolte figure di Ensor.
  6. «Scrivo la sera, come suol dirsi, a tempo perso, / perché le crevettes non abbiano freddo al mercato».
  7. Ne ho avuto a suo tempo conferma da Ela Hlochová, la moglie di Ripellino.
  8. La realistica irruzione dei variopinti insetti è curiosamente anticipata dagli «strakapouni con elmi punteggiati di coccinelle» e dalla «danza dagli occhi coccinelle» delle poesie n. 50 e 53 di A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio, nonché dagli «occhi avvizziti, / ancora inquieti come coccinelle» della poesia n. 24 di Sinfonietta. Gli esotici «strakapouni» sono chiosati in un altro testo di Ripellino, È uscito il primo dei cinque volumi della «Storia del teatro cecoslovacco», recensione a Dějiny českého divadla, Praga, Accademia delle Scienze, 1968-1969, apparsa su «Il dramma», n. 6, marzo 1969, pp. 8-9, ora in A. M. Ripellino, Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), a cura di U. Brunetti e A. Pane, Torino, Nino Aragno Editore («Biblioteca Aragno»), 2020, pp. 623-26 (da cui cito le pp. 623-24): «Per il costume pluricolore, Arlecchino fu ribattezzato dal popolo Strakapoun, che è il nome di un picchio variegato, il picchio rosso, e si confuse a volte con Hanswurst, con Pickelhering e con personaggi del teatro di Vienna, come il villano grullo Kilian Brustfleck di Johann Valentin Petzold e il briccone Bernardon di Josef Kurz. Nei villaggi divenne componente essenziale dei cortei carnevaleschi, accanto alle innumeri maschere locali di discendenza pagana, come le Lucky gobbute, dai lunghi becchi spettrali, che entravano nelle case al crepuscolo con gran fracasso, per scacciarne gli spiriti, o le Perchty, che si aggiravano per i villaggi in camicia bianca, col viso incrostato di farina, nelle mani intrise di sanguinaccio tenendo un falcetto o un coltello».
  9. Questa nota risuonava già nella citata poesia n. 56: «Scrivo i miei sfoghi di povero cristo, / smanio e racconto come un vecchio soldato, / ma non ho piú la parlantina occorrente, / e il campionario è già stinto, / il mio albero di metafore un tempo stupende, / e la scrittura è decrepita, stolta. / Dov’è il mio furore di vivere, il mio barocco?».
  10. Quale Ripellino, piuttosto gravemente, era: con il danno della retinopatia accusata, come si è visto, nella lettera del maggio 1971.
  11. «Nere beghine assalgono la strega / dai lunghi capelli di fieno, gettandola / in un maleolente canale di Bruges o di Kampa».
  12. A. M. Ripellino, Praga magica, Torino, Einaudi («Saggi»), 1973, p. 205.
  13. Menzionato, per un suo «orrido» vodník, in Id., L’omino delle acque, «La fiera letteraria», 12 ottobre 1952, p. 4 (ora in Id., Iridescenze, cit., p. 270).
  14. A. M. Ripellino, E Čìčikov cadde in ginocchio (recensione a H. Troyat, Gogol, Parigi, Flammarion, 1971), in «L’Espresso», 12 settembre 1971, p. 17 (ora in Id., Iridescenze, op. cit., pp. 721-24).
  15. A. M. Ripellino, Il mondo in colletto duro (recensione a P. Waldberg, René Magritte, Bruxelles, André Re Rache, 1971, e R. Passeron, René Magritte, Parigi, Filipacchi-Odege, 1971), in «L’Espresso», 10 ottobre 1971, p. 18; ora in Id., Iridescenze, cit., pp. 729-32 (la mia citazione è a p. 731).
  16. A. M. Ripellino, Storie del bosco boemo, Torino, Einaudi («I coralli»), 1975 (ora in Id., Storie del bosco boemo e altri racconti, a cura di A. Pane, Messina, Mesogea («La grande»), 2006, da cui citerò).
  17. Vd. A. M. Ripellino, Lettere e schede editoriali (1954-1977), op. cit., pp. 119-20 e 123.
  18. Vd. A. M. Ripellino, Storie del bosco boemo e altri racconti, op. cit., p. 32.
  19. Ivi, p. 49.
  20. Ivi, p. 58. Per l’enumerazione dei prestiti si veda la mia Postfazione (pp. 136-38).
  21. Ivi, p. 58: «Soffi di brezza marina piegavano i pioppi lungo le strade che portano a Bruges. Come un faro, la torre di Lissewege sembrava guidare la navigazione di treni e trenini, che riversavano a Damme brigate di manichini, come una volta nel porto di questa città ormai fatiscente navigli di tutto il mondo pannilani e ricchezze».
  22. Ivi, p. 59: «S’intende, fu una di loro, Maria Crombrugghe, che di leggiadria tutte le altre avanzava, a vincere il primo premio al Concours d’Elegance, al Kultuurpaleis». Il nome della reginetta può essere stato suggerito da un brano di Descrizione storica degli ordini cavallereschi di Giovanni Antonio Luigi Cibrario (Torino, Stabilimento Tipografico Fontana, 1846), laddove si parla dell’istituzione, da parte di Filippo il Buono, nell’occasione delle sue nozze con Elisabetta di Portogallo (1429), dell’ordine del Toson d’oro, (p. 87): «E si fu tra le sontuose feste celebrate in tal occasione nella città di Bruges che procedette alla fondazione di quest’ordine nobilissimo addì dieci del mese di gennaio. L’insegna dell’ordine fu una collana formata di pietre focaie ed acciarini o fucili divisi da fiamme; dalla collana pendono le spoglie d’un montone, nel quale chi credette raffigurarsi il vello d’oro degli Argonauti, chi il mistico vello di Gedeone, ed altri, forse con maggior senno, il simbolo dell’arte della lana, a cui dovettero le Fiandre oro, libertà e grandezza. Vi fu chi andò cercando a quella instituzione di Filippo un’origine amorosa; nominando fin anche la bella dama che vi diè causa, Maria Van Combrugge».
  23. Ivi, p. 50.
  24. Ivi, p. 64.
  25. Citata in F. De Nicola, Scritti giovanili di Angelo Maria Ripellino (1941-1943), in «Lunarionuovo», a. VI, n. 29, marzo-aprile 1984, p. 12.
  26. Ripellino vi collaborò fra il 1941 e il 1943.
  27. Negli scritti critici ripelliniani di questo periodo non vi sono, tuttavia, menzioni di autori dei Paesi Bassi, se si eccettuano quelle del francofono Maurice Maeterlinck, rispettivamente in Sinfonia nordica (nota introduttiva ad Andrej Belyj, Sinfonia nordica, in Russia. Letteratura, arte, storia, a cura di Ettore Lo Gatto, Roma, De Carlo, 1945, pp. 57-72; ora in A. M. Ripellino, Iridescenze, op. cit., p. 113), dove si discorre di «un purgatorio maeterlinckiano. Belyj descrive un’isola con canali di specchio e di smeraldo che intersecano giuncaie sulle quali risplende un tramonto giallopaco», e in Mascherate e pastorali nel simbolismo russo (ivi, pp. 109-18; ora in Id., Iridescenze, op. cit., p. 125), quando entrano i gioco i costumi disegnati da Sudèjkin per Le follie veneziane di Kuzmin, «dove balenano, in una prospettiva fugace, gondole, padiglioni, mantelli, sullo sfondo del carnevale di Venezia che – secondo un’esigenza simbolista – si conclude in una scena di morte, come in Maeterlinck». La letteratura rumena vi è invece rappresentata da Mihai Eminescu: in A. M. Ripellino, Rime e leggende di Bécquer (in «Roma Fascista», 12 novembre 1942, p. 3; ora in Id., Iridescenze, cit., p. 45) se ne citano le poesie Scrisori e Luceafărul; in A. M. Ripellino, Cardarelli e altri poeti (in «Maestrale», n. 12, dicembre 1942, pp. 29-33; ora in Id., Iridescenze, op. cit., p. 57) Veneţia.
  28. Ulteriore rielaborazione, dopo quella apparsa su «Dialoghi Mediterranei», n. 64, novembre 2023, del mio intervento al convegno di studi L’arte della fuga. Ripellino e gli itinerari nel meraviglioso tra letteratura e storia, tenuto il 23 ottobre 2023 all’Università “La Sapienza” di Roma, per il centenario della nascita di Angelo Maria Ripellino. La sede ha ospitato, il 12 giugno 2023, anche l’incontro Angelo Maria Ripellino (1923-1978) maestro e poeta nel centenario della nascita, a cura di Silvia Toscano e Rita Giuliani. Il 12 ottobre 2023 la Società Dante Alighieri e l’Università Masaryk di Brno hanno promosso la serata letteraria Vivere… e non stancarsi d’amare. Omaggio a A. M. Ripellino oltre Praga magica.

(fasc. 50, 31 dicembre 2023)