Rec. di “C’è ancora domani” (2023) di Paola Cortellesi

Author di Francesco Gualini

C’è ancora domani, l’opera prima di Paola Cortellesi, in una veste inedita da regista, è un film che in apparenza riporta indietro nella storia e nelle memorie del passato, ma con una trama più che mai attuale che fa riflettere sul nostro presente e, inevitabilmente, sul futuro.

È pensiero condiviso che Cortellesi, romana, classe 1973, sia una delle donne più talentuose e poliedriche del panorama italiano. È sufficiente elencare i differenti ambiti professionali che nel corso della sua vita ha affrontato con successo e riconoscimento: dalla recitazione al canto, dalla conduzione televisiva al doppiaggio, dalla sceneggiatura all’imitazione comica. C’è ancora domani è il punto di svolta nella carriera di un’artista che conosce e sa parlare con intelligenza al pubblico.

1946: l’Italia è in attesa del referendum istituzionale per scegliere tra monarchia e repubblica, la prima votazione col suffragio universale, un traguardo epocale. Roma è una città sollevata dalla Liberazione, ma afflitta dalle miserie causate dalla guerra. La protagonista Delia, interpretata dalla regista, è una donna come tante, incatenata a un matrimonio infelice, vittima di violenza domestica e madre di tre figli, un’adolescente, la maggiore, e due ragazzini. Il marito Ivano, un Valerio Mastandrea così bravo da risultare sgradevole, è un uomo burbero e manesco, che non lascia spazio alla libertà altrui nella propria casa.

La vita di questa famiglia povera e proletaria si svolge in un appartamento a un piano interrato e nel riquadro di un quartiere popolare, in cui le gioie e le tristezze sono riflesse negli occhi dei vicini indiscreti e chiacchierate nelle loro bocche, a volte empatiche a volte invidiose.

Il lungometraggio è stato girato volutamente in bianco e nero perché Cortellesi, memore degli aneddoti da cortile delle nonne e delle bisnonne, ha preservato i colori dell’epoca, non immaginando di sostituirli con altri.

Delia non è forte né coraggiosa, ma amorevole e presente per i suoi familiari, sempre all’opera per accontentarli. Le sue giornate si dividono fra i tanti lavori portati avanti con fatica per sbarcare il lunario, incontri con soldati americani belli e gentili, e qualche chiacchierata confidenziale con la fruttivendola e amica Marisa, una strepitosa Emanuela Fanelli, degna spalla comica.

Marcella, la figlia maggiore, ha fatto il cosiddetto avviamento professionale perché era “inutile” farla studiare ancora, secondo il padre. La ragazza aiuta economicamente i genitori e sta cercando di costruirsi un futuro, manifestando sia rabbia per le violenze paterne sia una forte delusione nei confronti della rassegnazione materna e, di conseguenza, di un modello di riferimento mancante.

Anche gli uomini peggiori sono vittime del patriarcato e di una diseducazione tramandata di generazione in generazione, ha esplicitato la regista durante un’intervista. Un modus operandi riscontrabile in un consiglio aberrante di sor Ottorino, il padre di Ivano: «Non je poi menà sempre, sennò s’abitua. Una. Una volta ogni tanto, un fracco di legnate, ma forte, così capisce». Non a caso, i femminicidi sono gli effetti tuttora visibili di un’antica cultura della prevaricazione e del possesso.

Era facile, se non scontato, riprodurre su una pellicola una scena di schiaffi e calci di un marito con un registro crudo ed efferato, ma Cortellesi detesta la retorica e alcune scene chiave sono scandite da un tono pirandellianamente ironico. Così, l’amore tossico di Ivano e Delia diventa una drammatica danza di percosse con il sottofondo di Nessuno, il celebre brano portato al successo da Mina.

Le canzoni scelte e presenti nel film scandiscono alcuni momenti con un ruolo preciso, definito, a partire dall’iniziale Aprite le finestre, che rievoca l’atmosfera sognante tipica di una certa musica leggera che cozza ironicamente con il risveglio della protagonista e un sole che prova a farsi strada tra lo sporco e la polvere del cortile interno e a puntare i suoi raggi su un appartamento buio.

Uno degli incontri di Delia con Nino, un suo amore di gioventù, è immortalato da M’innamoro davvero di Concato. I due condividono uno scacco di cioccolata, regalata a lei da un soldato americano, e lo mangiano sporcandosi i denti, fermando il tempo e tutte le fatiche quotidiane attorno a loro per assaporarsi l’unica intimità concessa.

C’è ancora domani, ha evidenziato Cortellesi, è un omaggio a tutte quelle donne comuni, ordinarie, che non hanno fatto imprese grandiose, non sono celebrate o ricordate nei libri di storia. Delia è una moglie e una madre del suo tempo, senza ambizioni o una coscienza politica e sociale: accetta la sua vita, nel bene e, soprattutto, nel male perché così le hanno insegnato.

Durante il film altre donne, socialmente e finanziariamente lontane o meno dalla protagonista, sono rappresentate in quella condizione femminile e trasversale di asservimento all’uomo e di emarginazione culturale.

Secondo Michela Murgia, autrice di Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, alle donne è concesso il pensiero “afono”, un retaggio cattolico per cui nessuno chiede agli uomini di essere riflessivi e poi muti, mentre alle donne si addice il silenzio, come dote, e, quando quest’ultimo viene infranto, è un problema grave: ieri come oggi.

Delia desidera solo il meglio per i suoi figli e nasconde in segreto una parte dei suoi guadagni perché vuole comprare un abito da sposa per sua figlia. Il fidanzato di Marcella, un ragazzo gentile e benestante, è un’ancora di salvezza dal punto di vista sociale, ma si rivela geloso e possessivo, facendo presagire alla protagonista proprio quel futuro che sta vivendo e non vorrebbe mai per la figlia. Questo giovane amore già malato farà scoccare una prima scintilla di cambiamento e dirigerà Delia, complice una strana “lettera” spedita a casa, dalla sottomissione e accondiscendenza iniziali verso una consapevolezza nuova della sua condizione, e a un riscatto personale che cambierà Delia stessa e lo sguardo della figlia nei suoi confronti.

Alla fine di una giornata terribile, in cui tutte le speranze sembrano ormai morte, «c’è ancora domani» è proprio una frase che Delia dice a sé stessa, ricordando al pubblico di tutte le generazioni che esistono due modi universali per far sentire la propria voce e autodeterminarsi: il diritto di voto e l’istruzione.

Presentato in anteprima in qualità di film di apertura alla Festa del Cinema di Roma 2023, il lungometraggio si è aggiudicato il Premio del Pubblico, il Premio Speciale della Giuria e una Menzione Speciale per la miglior opera prima.

I primi, ci si augura, di una lunga serie.

(fasc. 49, 31 ottobre 2023, vol. II)