L’origine delle divergenze politiche fra Croce e Gentile

Author di Salvatore Cingari

Nel 2010, nel carteggio del nazionalista Vittorio Cian, è stata pubblicata un’interessantissima lettera di Benedetto Croce, a seguito della commemorazione che l’interlocutore aveva dedicato a Umberto I.

«Tu sai che le mie simpatie sono pei democratici», scriveva il filosofo nel 1900. «Tu puoi ben invocare un partito conservatore» – continuava –, ma «la parte più colta e civile d’Italia è liberale e democratica: e il partito conservatore è vigoroso nell’Italia meridionale, ed è composto per quattro quinti di camorristi e per un quinto d’imbecilli che tengono il sacco ai camorristi senza che se ne accorgano, anzi credendo di moralizzarli». «I fatti di Milano – aggiungeva Croce – furono un obbrobrio, ma un obbrobrio per la repressione sanguinosa ed esagerata e per le odiose condanne dei tribunali militari». Addirittura egli concludeva spiegando il regicidio con la «brutta impressione che fecero negli animi delicati le onoreficienze a Bava Beccaris che i ministri consigliarono al Re»1.

Il tono delle parole di Croce è veramente eclatante. Nel mio libro sul giovane Croce del 20002 ho enfatizzato le posizioni liberali progressiste e democratiche del Croce degli anni Novanta, ma non avevo avuto a disposizione un documento così pregnante in proposito. Si sa come quella fu la fase in cui Croce solidarizzò con i socialisti, oggetto della stretta repressiva. Una parte significativa del liberalismo italiano, del resto, si schierò in parte con i socialisti, tenendo in piedi lo stato di diritto, a differenza di quanto avvenne due decenni dopo. Gramsci ebbe modo di notare – credo correttamente – che in quel torno d’anni Croce potesse solidarizzare con i socialisti perché ancora il conflitto sociale non era così pericoloso da mettere in forse le istituzioni.

Nel mio successivo volume del 2002, ho voluto mettere in parallelo le posizioni del giovane Croce con quelle originarie di Giovanni Gentile. Facevo notare, in quella sede, che il modernismo di Gentile appare attraversato da “opposte correnti” e, anzi, che esso, di queste, può aver costituito una «proiezione capovolta»3.

Gabriele Turi aveva fatto notare come i suoi scritti giovanili sui costumi popolari siciliani fossero intrisi di un populismo refrattario all’irruzione della modernità portata dai fasci siciliani4; mentre l’erudizione locale di Croce non pareva mai attraversata da alcun velo di nostalgia e, anzi, consacrata alla religione dei patrioti del ’99. Sia nel Rosmini e Gioberti sia nel Gino Capponi, Gentile opera un rilancio della restaurazione che in Croce poteva essere capito e apprezzato, ma mai rispecchiato intimamente. Gioberti, Rosmini e il moderatismo cattolico fiorentino non trovano alcuno spazio nel pantheon crociano. L’intesa fra i due, nel primo Novecento, nasceva sulla base della necessità di stringere un’alleanza contro la superficialità della cultura positivistica e la scarsa tensione etica dell’Italia giolittiana, ma partiva da premesse diverse. Quando parlavo di modernismo come “proiezione capovolta”, intendevo il fatto che la statualità moderna, per Gentile, diventava sostanzialmente la garanzia dell’ordine perduto con la fine dell’antico regime. Anche il giudizio sul marxismo sembrava in parte convergere, nel senso che per Gentile esso era filosoficamente contraddittorio e per Croce filosoficamente infecondo, essendo per lui il marxismo, in buona sostanza, uno strumento metodologico storiografico: ma in Gentile sembra chiara fin dall’inizio la volontà di disinnescare un pericolo sociale che invece Croce, a quell’epoca, aveva preso molto sul serio.

L’altra grande differenza originaria che vedevo era costituita dal fatto che, mentre per Gentile le tradizioni popolari erano studiate da lontano, cioè dal mondo accademico normalista, Croce era ben radicato nel paesaggio sociale di cui raccoglieva le memorie. Anche per questo il pensiero politico di Gentile sfociò in uno statalismo autoritario e omologante, mentre in Croce lo Stato rimase sempre uno strumento rispetto al quale la società civile conservava un primato assiologico.

Le prime divergenze politiche, anche se non esplicitate, non avvengono del resto con l’avvento del fascismo ma, parallelamente all’inizio dell’incrinatura filosofica, con la Grande Guerra. Gentile – che era sempre stato anti-nazionalista – aveva mostrato, nella fase giovanile, qualche vicinanza all’irredentismo5, quando invece Croce non ebbe mai alcun cedimento in quel senso. Per Croce l’irredentismo era impregnato di volontarismo politico. Gentile, all’opposto, sul patriottismo diventava radicale e rivoluzionario. L’idea delnociana di un Gentile rivoluzionario, che poi è legata alla più generale problematica della quota di giacobinismo insita nel fascismo, va vista anche in questi termini: il conservatorismo sussume la rivoluzione quando si tratta di affermare l’organicità della patria rispetto alle spinte conflittuali di classe, oppure rispetto a un nemico esterno. Ecco, perciò, che Gentile abbraccia integralmente e da subito la causa dell’intervento, persino sposando la retorica “democratica” dell’intesa contro le presunte violazioni del diritto internazionale da parte dei tedeschi. Croce, al contrario, pur sospendendo l’iniziale neutralismo per parteggiare per il proprio paese dopo l’intervento, non ascolta nemmeno una volta le sirene dello scontro di civiltà, facilitato in ciò dal suo filo-germanesimo.

Si potrebbe pensare che le tendenze “restauratrici” in Gentile, di cui ho parlato sopra, possano essere smentite da alcune dichiarazioni pro-democratiche del filosofo di Castelvetrano – anche in polemica con i cultori di Treisckhe -, risalenti, appunto, alla fase della guerra: ma questa difesa della democrazia, in quel contesto, va presa più come un segno di appartenenza anziché come un quadro di valori politici. Già nel gennaio del 1919, però, vediamo come Gentile, assieme alla critica dell’etnicismo nazionalistico, precisi, in un paio di articoli6, che “democrazia” può essere intesa soltanto come riconoscimento dei doveri del popolo verso lo Stato. Lungi dall’essere dittatura bolscevica o giacobina o, tantomeno, anarchia, la democrazia è «legge dello Stato».

In quei primi mesi del ’19 Gentile inizia peraltro a criticare la società delle nazioni e il wilsonismo7, allora visto come maschera di un imperialismo da cui non è esente neppure Lenin8. Gentile diventa “mazziniano” esattamente dopo la guerra, nei testi pubblicati nel ’19 sulla rivista nazionalista (non a caso!) «Politica»9, dopo qualche spunto, in questo senso, all’inizio della guerra (mentre prima, da buon liberale di destra, Gentile considerava il genovese una testa confusa). Mazzini, da tempo, era stato, d’altronde, recuperato dall’area moderato-conservatrice in funzione anti-operaia (si pensi al Luzio), come pensatore che potesse rappresentare le esigenze popolari senza essere socialista. Di Mazzini Gentile valorizzava ciò che poteva giustificare una comunità politica in cui i soggetti trovassero un fondamento, che solo surrettiziamente egli cerca di far apparire “dentro di loro” ed emergente dall’attualità dell’atto: in realtà, è il comando di uno Stato che a loro pre-esiste. Mazzini viene, inoltre, riconciliato con Gioberti, a cui vengono dedicati altri corposi saggi nei primi fascicoli di «Politica». Il recupero di Mazzini da parte di Croce, fino ad allora visto attraverso le lenti critiche del realismo politico, invece, non avviene nella fase “conservatrice” fra il ’14 e il ’24, bensì dopo, quando, cioè, viene tessuta la “religione della libertà”.

Quando la guerra finì, se Gentile ebbe toni affini a quelli nazionalisti sui risvolti potenzialmente positivi del sangue versato, Croce ebbe un ben diverso registro elegiaco nel sottolineare come, dopo una guerra di quel genere, non potevano esserci né vinti né vincitori né celebrazioni, ma solo la consapevolezza della tragedia.

Detto questo, ciò non significa che anche Croce non fosse percorso da tensioni “rigenerative”: più precisamente, dall’idea che la guerra potesse essere stata il viatico per un elevamento del livello etico della vita italiana e che il liberalismo potesse trasvalutarsi in qualcosa di più votato alla coesione sociale10. Da questo punto di vista Croce e Gentile, dopo la guerra, si ritrovarono in una comune apertura di credito al nazionalismo. In entrambi c’era, allora, l’esigenza di porre argine a una deriva particolaristica, rilanciando il ruolo dello Stato. Il nazionalismo di Rocco e Coppola sembrava, più di quello di Corradini, potersi emancipare dalla sensibilità decadente e volontaristica e contribuire a un irrobustimento realistico della cultura politica italiana. Croce e Gentile finirono per ritrovarsi a collaborare insieme alla rivista «Politica», in cui, in effetti, lo “Stato” era più importante della “Nazione” e in cui si intendeva svolgere un ruolo “contro-egemonico” rispetto alle ideologie democratiche e pacifiste. E, tuttavia, il ruolo di Gentile appare più “organico” di quello di Croce. Quest’ultimo manda alla rivista qualche “postilla”, che solo talvolta si incrocia con le problematiche nazionaliste nella critica dell’ideologia democratica. Gentile, invece, contribuisce con il saggio che in pratica inaugura la sua scesa in campo, appunto, politica e, cioè, Politica e filosofia: in posizione strategica, in apertura del primo fascicolo, nel dicembre del 1918. Seguiranno due corposi saggi, spalmati in alcune puntate, su Mazzini e Gioberti. È vero che, mentre per Rocco si tratta di fondare lo “Stato Nuovo”, per Gentile il superamento della liberal-democrazia deve avvenire all’insegna del recupero di Cavour e Spaventa: ma, in lui, appare chiara la convergenza con i nazionalisti sul piano di una subordinazione dei soggetti allo Stato, che in Croce deve essere attitudine etica piuttosto che istituzione giuridica. La collaborazione al governo Giolitti e poi l’adesione di Rocco e Coppola all’impresa fiumana contribuirono ad allontanare di nuovo Croce dai nazionalisti. L’Archivio di Palazzo Filomarino attesta come l’avvicinamento di Croce ai nazionalisti fosse anche legato alla conoscenza del napoletano Coppola, che invano, dal ’20 in poi, chiese all’antico maestro di tornare a collaborare a «Politica»11.

Nemmeno Gentile tornò a scrivere sulla rivista, ma, certo, per lui iniziò un cammino di avvicinamento politico ai nazionalisti che sarebbe sfociato nella comune militanza nel fascismo. Mentre il demone patriottico, il fantasma della finis Italiae, spingeva Croce a guardare con speranza al fascismo come tentativo di rinsaldare il liberalismo italiano, per Gentile il fascismo e il liberalismo dovevano identificarsi. Se per Croce, infatti, l’eticità doveva instaurarsi attraverso un elevamento della vita dei soggetti e una provvisoria stretta autoritaria avrebbe dovuto servire a creare le condizioni statuali di tale processo, per Gentile era lo Stato stesso a dover diventare etico.

Non a caso il Manifesto degli intellettuali antifascisti sottolinea prima di tutto il tema dell’autonomia della cultura rispetto alla politica di partito. Lo Stato, scriverà Croce qualche anno dopo, può incarnarsi nel governo ma anche nell’opposizione.

Sulle diverse strade intraprese durante il regime si è scritto molto finora. Qui voglio concentrare l’attenzione sul tema di come fu da loro diversamente considerato il tema della “patria”. Voglio partire da un libro uscito qualche anno fa, La ghirlanda fiorentina di Luciano Mecacci12. Non è mia intenzione intervenire sul libro e le sue tesi di fondo. Sollevo soltanto una questione che può avere interesse in questa sede. Mecacci, in tutto il libro, sembra abbuiare una vasta gamma di personaggi legati all’antifascismo, specie azionista, in un cono d’ombra caratterizzato da opportunismo e trasformismo, rispetto a cui non solo personaggi della cultura fascista non vengono sottoposti ad analoga analisi inquisitoria, ma, anche, la figura di Gentile si staglia come esempio di coerenza e nobiltà d’animo.

Quel cono d’ombra non viene risparmiato neppure a Croce13, colpevole, per Mecacci, di aver connesso, nei suoi Taccuini, la morte di Gentile al conflitto in corso (in qualche misura, facciamo notare noi, ripetendo l’ordine del discorso con cui, mezzo secolo prima, aveva rimandato l’omicidio di Umberto I alle violente repressioni del dissenso sociale), senza l’indignazione che si sarebbe potuta pensare nell’antico amico. Nel paragrafo su Croce del libro, Mecacci riporta una pagina del nazionalista e fascista Barna Occhini, genero di Papini, in cui lo studioso viene accusato di non essersi indignato per l’8 settembre e la dichiarazione di guerra alla Germania. Più in generale, perciò, Gentile, nel libro adelphiano, viene valorizzato proprio per ciò che avrebbe convinto gli antifascisti a ucciderlo: e, cioè, il suo atteggiamento volto a garantire – diversamente da quello di Croce – l’unità della patria al di sopra delle divisioni.

Ecco, a prescindere dalla posizione di Mecacci, che non condivido (ma su questo non posso soffermarmi in tale sede), il rinvio alla sua tesi è utile per mostrare la differenza fra Croce e Gentile. Se il secondo si tenne sempre fedele (con indubbia coerenza, che gli costò la vita) al valore supremo dell’Italia e della sua unità morale, Croce mise in dubbio tale primato assiologico proprio negli anni Trenta. Con il Concordato la sua identificazione con lo stato-nazione, nato dal Risorgimento, si incrinò. Cominciò a guardare all’Europa come a una prospettiva possibile e, negli anni della guerra, come attesta il suo Diario, visse una lacerazione profonda fra l’incoraggiare i soldati italiani a fare il loro dovere e la speranza, nell’intimo, della sconfitta dell’Italia. La possibilità di un ripristino del liberalismo su nuove basi era ormai vista nelle mani delle potenze alleate. Non che questa centralità dell’Idea di patria non avesse spinto Croce sullo stesso piano di Gentile al tempo della guerra d’Etiopia; né che, subito dopo la guerra, non abbia posto di nuovo Croce, come dopo la Grande Guerra, in polemica con gli alleati, visto il trattato di pace. Ma, certo, Croce ritenne di non rispondere all’invito di Mussolini a lanciare un appello all’unità agli italiani. A prescindere dal valore morale delle due diverse posizioni, o del diverso grado di coerenza, non si può non vedere come quella di Gentile rimanesse del tutto ancorata al nazionalismo14.

  1. C. Allasia, Lettere a Procaria. Benedetto Croce, la letteratura e il fascismo nel carteggio di Vittorio Cian, Lanzo torinese, Società storica delle Valli di Lanzo, 2010, p. 128.
  2. S. Cingari, Il giovane Croce. Una biografia etico-politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000.
  3. S. Cingari, Alle origini del pensiero “civile” di Benedetto Croce. Modernismo e conservazione alle origini dell’opera, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002, p. 320.
  4. Cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, Firenze, Giunti, 1995, pp. 43-49.
  5. G. Gentile, “Dall’antico al moderno”. Giovanni Gentile e la cultura siciliana. 1895-1899, in «Belfagor», n. 2, 1993, p. 189.
  6. G. Gentile, Dopo la vittoria (1920), Firenze, Le Lettere, 1989, pp. 73-82.
  7. Ivi, pp. 83-92.
  8. Ivi, pp. 195-98.
  9. Cfr. G. Gentile, Mazzini, in «Politica», vol. I, fasc. II, 19/1/1919, pp. 184-205; Ciò che è vivo di Mazzini, ivi, vol. I, fasc. III, 10 marzo 1919, pp. 336-54.
  10. Al riguardo, cfr. S. Cingari, “Guerra” e “democrazia” nel pensiero politico di Benedetto Croce. Un percorso fra articoli e recensioni, in «Il pensiero politico», nn. 1-2, 2015, pp. 288-90.
  11. Ciò si evince dall’inedito carteggio fra Croce e Coppola, custodito presso l’Archivio Croce. Al riguardo, cfr. S. Cingari, Il problema della collaborazione di Croce, Gentile e De Ruggiero alla rivista “Politica”, in «Il pensiero politico», n. 2, 2016, pp. 194-201.
  12. L. Mecacci, La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Milano, Adelphi, 2014.
  13. Ivi, pp. 233-40.
  14. Questo saggio esce contemporaneamente sulla rivista «Polis».

(fasc. 13, 25 febbraio 2017)