Recensione di Fernando Aramburu, “Patria”

Author di Nicola Curti

Ho acquistato Patria – nella traduzione italiana di Bruno Arpia, edita da Guanda nel 2017 –, attirato dal commento del premio Nobel peruviano Mario Vargas Llosa che giganteggia in copertina: «Da molto tempo non leggevo un romanzo così persuasivo, commovente, e così brillantemente concepito». Ho divorato in due giorni le 626 pagine del romanzo e già sento allargarsi in me la sensazione di vuoto-mancanza che sempre m’assale quando finisco un romanzo che fa bene il proprio lavoro: “nutrire l’essere”.

Patria fa immergere il lettore nelle vicende di due famiglie, quelle di Txato e di Joxian, amici d’infanzia che vivono in un paesino basco, a pochi passi dalla cittadina di San Sebastian. Anche le loro rispettive mogli, Bittori e Miren, erano amiche sin dalla giovinezza, e dovrebbero esserlo, inevitabilmente, i loro figli.

L’arco narrativo, compreso tra gli anni Settanta e i giorni nostri, ha come perno e motore un evento cronologicamente centrale: l’assassinio di Txato da parte dell’ETA, l’organizzazione terroristica basco-nazionalista separatista nelle cui fila milita il primogenito di Joxian e Miren. L’attentato spacca i rapporti tra le famiglie. Bittori, vittima scomoda, abbandona il paese, ma non definitivamente: tornerà per scoprire le verità che si celano dietro la morte del marito.

La storia delle due famiglie viene raccontata in 125 brevi capitoli dai suoi nove membri: Txato e Bittori, con i figli Xabier e Nerea; e Joxian e Miren con i tre figli Joxe Mari, Arantxa e Gorka. La cronologia dei fatti è, dunque, spezzata in capitoli la cui disposizione narrativa si caratterizza per un intreccio che costringe il lettore a un’attenzione costante, necessaria per mantenere il filo del racconto. La tensione narrativa è, quindi, altamente sostenuta dall’inizio alla fine, e chi legge non può non rimanere incollato alle pagine. È questo, a mio parere, un primo elemento vincente del romanzo. Gli eventi, cronologicamente scombinati, si rivelano, infine, incastrati ad arte: le informazioni carpite man mano che la lettura avanza vanno come a costruire un puzzle la cui immagine finale è interamente visibile solo con l’acquisizione dell’ultimo pezzo-evento, nell’ultima pagina.

Per rimanere nella metafora, tale puzzle narrativo, però, non è bidimensionale, ma si caratterizza per una profondità di immagini che costituisce la vera forza del romanzo. La sola trama col suo intreccio, infatti, nonostante sia di per sé avvincente, non basta ad esplicare la bellezza dell’opera, che vive, piuttosto, nelle diverse prospettive date delle nove voci dei personaggi.

La narrazione in terza persona raggiunge sempre un punto di saturazione in cui si fa porosa e finisce per sfumare nel pensiero del personaggio che, di volta in volta, occupa il breve capitolo. Si ha, quindi, un costante passaggio dalla terza alla prima persona, con soluzione di continuità. Da un’immagine oggettiva e panoramica del racconto si passa a una prospettiva soggettiva dello stesso, in cui la narrazione viene filtrata attraverso la realtà interna del personaggio a cui è affidata. Tale andamento consente al lettore di muoversi dentro e fuori da ogni personaggio e, in tal senso, ognuno dei nove membri delle due famiglie diventa, di volta in volta, protagonista della storia. Tale espediente permette a chi legge di rivivere più volte lo stesso evento da prospettive umane differenti, con sentimenti, passioni, amori e disamori ogni volta diversi. Una tensione narrativa magistralmente sostenuta e una profonda conoscenza dell’umano, impastate alla perfezione, fanno, dunque, di Patria un romanzo da non perdere.

Anche gli aspetti linguistici e stilistici non sono da trascurare. Innanzitutto, occorre segnalare l’utilizzo dell’euskera (la lingua basca), disseminata in tutto il romanzo, ma maggiormente laddove sono presenti i personaggi più aberzales (patrioti, sostenitori dell’indipendenza basca). I termini e le espressioni in euskera non sono stati tradotti nell’edizione italiana, motivo per il quale è presente un Glossario in appendice.

Lo stile di Patria si caratterizza per un uso linguistico che ben si adegua alla tensione narrativa continua: i periodi, infatti, sono brevi e la coordinazione è preferita alla subordinazione, così da rendere la lettura il più possibile fluida.

L’uso del lessico è diversificato in base alla voce narrante: la terza persona accoglie più volentieri termini strettamente letterari, insoliti nell’uso comune del parlato; invece, le prime persone si attengono a un uso parlato della lingua, con significative sfumature di linguaggio, le cui motivazioni risiedono nelle diverse nature dei personaggi che pensano/parlano. È per questo che Aramburu si avvale dell’uso di errori grammaticali – soprattutto congiuntivi sbagliati, nel testo segnati in corsivo –, specie nei dialoghi, per caratterizzare alcuni personaggi: è il caso dei militanti dell’ETA e della famiglia di Joxian e Miren. Questa scelta segnala al lettore anche una posizione sociale e politica implicita: non sembra un caso, infatti, che gli errori grammaticali abbondino proprio nella bocca di coloro i quali praticano la violenza e la rivendicano e/o giustificano.

Ancora diversa è la lingua di personaggi come Xabier, medico ben istruito: in tal caso non vi sono errori di grammatica, ma il linguaggio rimane comunque semplice, il lessico privo di ostentazioni ampollose, fedele alla voce del pensiero.

I temi che emergono nella lettura di Patria sono molteplici, legati a doppio filo con la storia dei personaggi e mai strappati dalle contingenze del racconto per essere trattati in astratto: si va dal lutto di Bittori all’amore cieco di Miren per Joxe Mari; dall’omossesualità di Gorka alla depressione di Xabier; dell’inettitudine di Joxian alla separazione di Nerea dalla sua vicenda famigliare; dalle difficoltà della condizione d’invalidità di Arantxa alla convivenza di Txato con la paura etc.

Nel 2018, Patria si è meritatamente aggiudicato il Premio Strega Europeo e il Premio Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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