Poesia e nichilismo nell’ultimo Luzi

Autore di Alberto Luciano

Una paradossale e irrisolvibile dialettica sembra caratterizzi il discorso lirico luziano dell’ultima tranche (dal Battesimo dei nostri frammenti a Frasi e incisi di un canto salutare), dialettica in cui vige un robusto afflato speculativo e una radicale frizione: la parola, intesa come Oggetto e Soggetto del discorso, si profila come luogo agonico e mortale, voce straziata e metamorfica, segno opaco e svanente. La riflessione di Luzi sul linguaggio o, meglio, sulla parola poetica trova una compiuta formulazione proprio nelle opere della maturità, laddove Luzi si interroga circa le possibilità conoscitive della poesia: l’istanza metalinguistica, espressa in più punti dell’opera, ne rappresenta, così, la cifra istitutiva, delineandosi come impalcatura del discorso e della riflessione.

La specola da cui vagliare tali aspetti potrebbe essere agevolmente individuata nella produzione tarda del grande poeta toscano, quella che va da Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) a Frasi e incisi di un canto salutare (1990) sino a Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), raccolte riunite sotto il titolo assai significativo di Frasi nella luce nascente[1]; fase che segna uno scarto, stilistico, tematico, formale, assai cospicuo rispetto alla stagione lirica precedente[2].

In questa nuova, fecondissima stagione, la poesia di Luzi si accampa non solo come lucida, e altissima, riflessione sul dissolvimento delle tracce del divino. Essa ora, animata da un fertile afflato speculativo, ne indaga conseguenze e modalità, in un’indagine stringente, serrata, rigorosissima, mai meramente fideistica o consolatoria.

In questi termini, ha ragione Verdino quando afferma che

il decisivo incremento di “spiritualità” non si dà assolutamente come trascendenza, e neppure come vocazione o scelta, dal momento che la stessa fede non è paradossalmente necessaria, ma è totalmente “incisa” in una generale riscossa della materia e della natura, grazie al proliferare continuo di messaggi[3].

In questa prospettiva, seppur modulatasi entro «un nuovo e radicale movimento che vede più frontale anche il proprio rapportarsi con il messaggio cristiano»[4], la poesia di Luzi non si assesta né riposa pacificamente in esso, ma ne sperimenta, per così dire, la problematicità, l’incertezza, la fragilità: il kérygma, in questi termini, non è sfolgorante annuncio che splende sulle macerie della storia, che illumina le scorie del mondo e in esse scende per redimerle. Esso, ora, come impastato e dissolto nel magma del creato, screziato dei detriti del mondo, appare indissolubilmente intrecciato agli innumerevoli codici che compongono la babele sublunare. Di qui, esso sgorga, trapela intermittente, giunge a brani[5]: non più fulgida e nitida promessa ma parola annichilita, anch’essa invischiata nel magma del mondo e della storia. In tal guisa, la riflessione di Luzi giunge a confrontarsi con la questione stessa del linguaggio e della poesia[6].

Traversando le regioni misteriose e oscure di un annuncio disperso, opaco, frammentato, captando i «lacerti sanguinosi» (BF, Frasi, v. 31) del Verbo, in interrogazioni fulminee e vibranti (cifra stilistica ricorrente del dettato lirico luziano, ma che in questa fase diviene più radicale)[7], il rapporto col divino si concreta in tutta la sua drammaticità, scandendosi in un confronto tragico e serrato: il poeta si scontra, ora, con la natura problematica e paradossale del linguaggio, inteso come spazio di apertura alla Trascendenza, sua emanazione, e, nel contempo, come luogo precipuo del suo nascondimento, della sua fuga, della sua latitanza[8], scarto perenne, necessaria «lacuna / d’oscurità rimasta in sua vece» (BF, Nel museo, vv. 8-9).

In questa ricerca ostinata si consuma il destino ultimo della poesia, «la sua necessaria dinamica che», secondo un celeberrimo assioma di Luzi, «è quella di distruggere la lettera per espandere e ripristinare lo spirito»[9]. La poesia, dunque, demolisce il linguaggio, o, meglio, smantella l’ipostasi spuria del segno, ne squarcia i confini per far luogo al silenzio[10], affinché possa dimorarvi il «non detto / e non dicibile […]» (FCS, Non detto. Non detto, vv. 1-2), quell’indicibile che «indenne / sguscia […] dalle reti / calate dagli scribi» (vv. 8-9), quell’ineffabile che è «lo spirito / non raggiunto dalla parola, / non fucilato dal vocabolo» (vv. 15-17). Tesa a questo «impossibile aggiogamento» (v. 19), «termine, / ancora, / d’una silenziosa caccia» (FCS, Lei era e non era, vv. 15-17), volta a imbrigliare un significato sfuggente, inafferrabile, a conchiudere un senso inesauribile, ineffabile[11], la poesia giungerà, allora, a profilarsi come testimonianza tragica quanto cogente insidiata da una contraddizione radicale.

Se, come ha osservato Stefano Verdino, l’«esperienza del divino è […] nello stesso tempo decisa e indicibile e la lingua umana è sì inadeguata, ma anche luogo della sua contraddittoria apertura», ora proprio il «divino è captato nell’ossimoro più radicale»[12] e il linguaggio si configura, pertanto, come lo spazio periclitante e fragile in cui la divinità trapela velandosi, come il luogo contraddittorio e paradossale della sua presenza[13]: «Il roveto in fiamme lo rivela, / però è anche il suo / impenetrabile nascondiglio» (da FCS, Non startene nascosto, vv. 4-6).

La Rivelazione, in tal guisa, si configura, direbbe Boutang, come istituzione di un segreto[14]: annuncio fondato e propagatosi tramite la sua stessa indicibilità, il suo stesso silenzio. Ma, se è così, come pensare una lingua che possa farsi carico di tale messaggio? che possa veicolare il senso, senza, tuttavia, schiuderlo, tradirlo? che riesca a custodire «il celestiale carico / della significazione»? (FCS, Troppo, da troppe fonti, vv. 29-30). In ultima analisi, di cosa è latore il messaggio, cosa reca l’annuncio? Alcuni interpreti affermano che il significato di tale annuncio risiede nella sua autoreferenzialità: «questo idioma», osserva, ad esempio, Agosti, è, in altre parole, «lui l’oggetto stesso del discorso, lui il soggetto dell’enunciazione»[15]; anche per Massimo Cacciari «il destinatario dell’invocazione è la Parola stessa»[16]: fonte, quindi, e, nel contempo, luogo precipuo del suo manifestarsi.

Da parte nostra tenteremo, invece, una lettura inversa, tesa, cioè, a dimostrare che l’oggetto del discorso e il soggetto dell’enunciazione non tanto coincidono con il linguaggio quanto piuttosto col suo ritrarsi, che il linguaggio non esibisce se stesso, bensì il suo rovesciamento, che il suo significato, in altri termini, è la sua morte: non plenitudine, ostensione, allora, ma vuoto, silenzio, lacuna. In questa prospettiva, l’artefice, così come l’oggetto, di tale epifanico squarcio non sarà, dunque, il linguaggio, ma la sua defezione. Esso non manifesta se stesso, non proclama la propria essenza, ma annuncia e testimonia la sua stessa morte.

Vedremo come al culmine della parabola descritta dalla poesia luziana, da BF a FCS, tale rovesciamento, tale feconda morte risulti gravida di conseguenze per il possibile destino della poesia nell’epoca del nichilismo, profilandosi come l’unico luogo da cui sia possibile ricominciare e nel quale alla parola sia concesso di perpetuare se stessa proprio in virtù del suo mortale annientamento.

Come osserva al riguardo Massimo Cacciari:

Non vi è anastasis, resurrezione, senza anastasia, rovina, sovvertimento degli ordini e dei valori apparenti. Non ci si eleva, nulla si erige, se non sul fondamento di ciò che si è abbattuto. La resurrezione è compimento, non superamento della croce. È la croce a elevarsi, a ergersi su, a balzare in alto, in-sorgendo, nella sua follia, contro la sapienza del mondo[17].

È «dal gemito / della crocifissa incarnazione»[18] che il logos trapela in quanto voce che si espone alla morte: è questa parola agonica e crocifissa il luogo stesso della redenzione, aurorale sorgiva di una palingenesi, promessa di resurrezione. In epigrafe a BF Luzi appone significativamente il celebre passo del prologo giovanneo: «In lei [la parola] era la vita; e la vita era la luce degli uomini». Quel fulgore, però, quella pienezza, che intridevano la Parola, che suggellavano il Verbo, appaiono ora strozzati; il poeta amaramente constata l’esilio, la scomparsa di una «lingua dura / e celeste», di quella lingua primigenia e vitale, che, anteriore all’entropia babelica, fu «infrasentita a Efeso» (BF, Frasi, vv. 36-37); di una lingua il cui soffio primevo e celestiale diviene oramai labile promessa di un annuncio: «C’era, sì, c’era, ma come ritrovarlo / quello spirito nella lingua / quel fuoco nella materia. / Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?» (C’era, sì, c’era, ma come ritrovarlo, vv. 1-3). Così recita la poesia che apre BF, attestando questa voluntas tenace con cui il poeta, lo scriba irrompe entro il baratro incrostato del nome, si china sul grembo svuotato del Logos per auscultarne il silenzio, entro il carcere di una parola che riverbera «palpitando dalla sua indicibile simiglianza» (BF, Frasi, v. 49). E qui non solo scintilla il mare magnum della teoresi mallarmeana[19], fertile humus, sostrato necessario e ineludibile, pur da Luzi fecondamente solcato, ma anche il lascito cospicuo e prolifico dell’eredità “simbolista”, ché egli irromperà in quei chiusi spazi incrinandone la fallace, a tratti capziosa, autonomia, facendovi risuonare una domanda scomoda e difficile: «Di chi è la lingua, chi ha la parola?», come recita l’incipit di un testo in BF.

Da questo cortocircuito, in questa sintesi folgorante e paradossale[20], ecco, dunque, profilarsi, prima che si smorzi in un indecidibile aut-aut[21], la necessità di scorgere la fonte primigenia del nome, la sua radice ontologica, di scrostarlo affinché possa trapelare quella vampa, quel fulgore, primevo ed essenziale, che esso custodisce. Così, sotto la melma che lo soffoca, dietro il fango che lo ricopre, ancora promana un barbaglio, ancora resiste l’annuncio, ancora, tra le sue ceneri «cova l’incendio / l’immemorabile evangelio…» (vv. 9-10); un fuoco che il poeta è chiamato a riattizzare per ravvivarne lo stento e tenue lucore, al fine di scoccare «il fulmine / della ritrovata consonanza» (BF, Non la tollera oltre, L’infrange, vv. 13-14). Il tentativo, pertanto, è quello di ristabilire un’alleanza, un patto, perché la parola si slanci come folgore che possa «squarci[are] il tempo interminabile / di silenzio delle cose, / di non parola del mondo» (vv. 15-17). Ma lo scriba luziano soccomberà alle ustioni di quell’evangelio, verrà arso dal kérygma non più distinguibile da un «infernale alfabeto» (BF, Alfabeto infernale di che inarticolato dialetto, v. 1).

In Maceria e fonte, sezione VII di BF (sintagma paradigmatico che già prefigura, come vedremo, l’epilogo della raccolta[22]), il poeta trascrive l’invito fattogli: «“Resta, resta sul posto / fin quando non l’avrai scorta la luce / di quella oscurità”» (“Ed eccolo, ancora riconoscibile”, vv. 18-20). Qualcuno lo esorta a vegliare, a scorgere l’abbacinante lucore della tenebra: luce e tenebra, adesso, sono impastate, intrise l’una nell’altra in un amalgama indissolubile, l’una nell’altra, indistinguibili. Non vi è più un aut-aut, «la conoscenza per ardore o il buio» (da Onore del vero, Las animas, v. 37); la dialettica luce-tenebra ora, difatti, determina questo groviglio tragico, questa contraddizione imperscrutabile, questo viluppo che cova in sé l’ossimoro e l’antinomia[23]. Indecidibile è anche la provenienza del messaggio, la sua sostanza precipua: «Fonte?, quel febbricitare / celeste. O è sfacimento?» (BF, Fonte? – quel febbricitare, vv. 1-2), fertile origine o infeconda maceria?, così come il suo significato: «Non dice cosa sfolgora / in lei notte di luglio…» (vv. 2-4).

L’eloquio riverbera e non dice, propagandosi in un brulichio indistinto di segni, araldi muti, nunzi paradossali, dominati da una radicale entropia[24]: «Che lingua è questa / che non parla / e abbacina e stordisce / con la sua moltitudine / di segnali e rimandi / e sono pieni, questi, / d’insignificanza, colmi / di mancamento…» (FCS, La vita cerca la vita, vv. 65-73).

L’ángelos muto, paralizzato, risulta, altrove, prigioniero di un silenzio assoluto, recluso in esso. L’emblema di tale figura si concretizza sovente nell’immagine degli uccelli, messi paradossali, messaggeri muti, segregati in un fondo silenzio, come, ad esempio, accade in VSM, nella bellissima Lied-aubade: «Dove / sono, / non li sento / ancora, / quei rari / che dichiarano: / è giorno, e ne ripetono / l’annuncio / […] Non li sento / non ci sono, / E gli uccelli persi / nell’universo loro, muti, / fino a quando?» (vv. 1 e sgg.). In FCS, invece, l’«ispezione celeste» dell’uccello è tutta tesa a captare l’annuncio ovvero il «silenzio della risposta» (La rondine ultima rimasta, v. 30), non più, dunque, ángelos muto ma oracolo.

È in questa dimensione paradossale che si muove e opera lo scriba, balbettando quei richiami, sillabando quelle note in un indistinto farfuglio, al limite del silenzio e dell’afasia: «Eccola, le insorge /dentro, le sbreccia, / quella nota, la massa / di notte e di afasia» (Canto, vv. 1-4), scrive Luzi, in una poesia dal titolo emblematico, posta a suggello di BF. E l’afasia da BF a VSM è termine costante e originario di ogni eloquio: «Strappi / di raucedine / dal punto / d’afasia / e inarticolazione millenaria / riaffiorano, gorgogliano / altrove il ghirigoro / vocale / e celestiale / di qualche non più udito / cantore del mattino / / notti con crepitio / di nacchere e dispari, // lingue / zittite / anch’esse da estinzione, / non da raggiunta pace» (FCS, Pace? – non terminato, vv. 8-24).

La parola poetica è abitata da questa assenza paradossale che la anima e ne definisce l’essenza. La sua verità lampeggia nell’attimo in cui essa si sporge nel vuoto, rivolgendosi a un’alterità fragile e distante, se non mortale. E in questa pronuncia esatta e dolente la parola diviene necessità:

Solo la parola del poeta in quanto puro ad-verbum può custodire il paradosso. Essa ci “salva” solo in quanto lo serba in sé. Parola concretissima, idea della cosa, della più vicina presenza, ma detta ad Altro, significata alla più lontana assenza. Questo far segno della destinazione dell’esserci all’Aperto della sua provenienza costituisce l’essenza dell’ad-verbum: parola destinata alla Parola, luce che si “invia” alla Luce. Ma l’ad-verbum è veramente tale quando ri-vela questo “destino” nel volto stesso della creatura, quando ne fa segno semplicemente nominandola. E cioè quando “avviene” che esso riesca a nominare l’intatta e intangibile singolarità della cosa. Allora l’effimero è detto all’Altro da sé e “salvato” restando se stesso; allora il suo nome si rivela necessario[25].

Quel canto, allora, quella nota, vengono modulati su un abisso, si articolano nel vuoto ed è in questa catabasi tragica che avviene la sconfitta del Nome, della parola, poiché «non le torna niente / dal fondo, non risale / suono / o segno dal precipizio» (vv. 16-19). Non resta nemmeno quel «nulla / d’inesauribile segreto» che ricompensava l’orfica discesa ungarettiana; qui anche quel nulla le si volge contro: «le torna / indietro il messaggio, le si torce / contro l’annuncio, perpetuamente…» (vv. 32-34). Ci troviamo di fronte a un paradosso, ma proprio in tale contraddizione risiede lo scandalo assoluto di cui la poesia si fa testimone, qualora si ponga in ascolto volgendosi alla trascendenza. In questa aporia tragica si perpetra, come verrà compiutamente esplicitato in FCS, il suo stesso martirio:

a troppe metafore mi chiami,
a troppi emblemi mi sollevi,
lasciami, ti prego
alla mia creaturale oscurità,
non può essere mio
come tu pensi
tutto
il celestiale ed infernale carico
della significazione

(da FCS, Troppo, da troppe fonti, vv. 22-30)

Così leggiamo nella sezione V di FCS, così reciterà lo scriba, il testimone di Luzi, rivolgendosi a Colui che «suscita quei semi», che «anima quel firmamento» (BF, Scrive, lui, vv. 16-17). L’ipertrofica e prodigiosa scrittura celeste, l’ineffabile codice annichilirà lo scriba, in un martirio in cui la voluntas soccombe all’immane compito. «Lo scriba», in tal senso, rappresenta «una contraddizione in termini»[26], verrà arso, dicevamo, dal «celestiale carico», così come da un «infernale alfabeto»: «Si erge / ad anti me / scattato ad annientarmi, / mi si avventa contro / il suo contatto mi folgora, / il suo fuoco mi sopprime» (BF, …E ora, vv. 7-12). Ma egli «muore nella traccia per farla vivere come tale, cioè per farla sopravvivere alla propria morte in essa, per contenderla alla morte»[27]. Così, in quest’agone tragico, nella morte dello scriba che rappresenta la morte stessa della scrittura, il linguaggio, oramai, può imporsi solo come scoria, barbaglio, stento lucore e la parola, contesa alla morte, brucerà dissipandosi, divenendo cenere, traccia ignota e precaria, cifra innominabile, simile ai segni che il Cristo tracciò nella polvere.

E, non a caso, l’episodio biblico assurge, proprio nel nostro ’900 poetico, a grandiosa e stupenda metafora del linguaggio poetico[28], esso diviene la tragica allegoria di uno scacco; purtuttavia, si impone come il luminoso simbolo di una condizione precipua, laddove viene patita la precarietà del segno, la sua oscurità, al cospetto di un annuncio fattosi ormai impenetrabile, di fronte al kérygma tramutato in enigma: simbolo precipuo di quelle tracce che la poesia è chiamata ad accogliere, a decifrare, ad indicare nella loro stessa fragilità e insignificanza[29]. Così, la parola giungerà a profilarsi come luogo dell’attesa, che è anche un tendere, inesausta tensione verso un significato, pur sempre differito, non mai raggiunto. Ed è proprio in questa tensione perpetua che avverrà, alfine, la combustione del nome, la sua mortale, salvifica alchimia.

BF si chiuderà circolarmente con l’immagine che inaugurava la raccolta, quella del fuoco, l’incendio che cova nell’«immemorabile evangelio». Così, non l’acqua, dunque (culla del canto, del mélos)[30], redimerà, come pure Luzi aveva auspicato[31], ciò che è scisso, frammentato, disseminato, ma il fuoco[32]. Dapprima infiammando la sorgiva: «S’aprì, acqua di roccia, / stillò, vena indecisa / fino a un gorgoglio di sorgente / sotto il sole che la incendia» (BF, S’aprì, acqua di roccia, vv. 1-4), poi trasmutando, secondo una progressione sempre più dinamica, in essa: «acqua e fuoco, ora / ed infanzia / divenuta eloquio» (vv. 9-11). È stupefacente ravvisare come in questa fertile regressione (acqua → fuoco → infanzia), in questa feconda alchimia, in questa «metamorfosi del fuoco», come recita un celebre frammento eracliteo[33], l’annuncio arretri per dis(farsi) in silenzio, imploda e retroceda sino a scintillare, si esponga in una vorticosa trasmutazione per divenire «infanzia» (infāns), laddove il termine va inteso, oltre che come luogo epifanico, aurorale, anche, o soprattutto, nella sua implicazione etimologica: (infāri). Non lallazione, dunque, né grido, balbettio primordiale, e nemmeno afasia, ma propriamente non-parola, tacita fonte «divenuta eloquio».

Osserva al riguardo Givone rispetto a questa interruzione del linguaggio che in Luzi rappresenta la cifra immemoriale e originaria del discorso:

Luzi prendendo a tema l’origine della parola, ossia il suo stare tra voce e silenzio, scopre che la forma poetica è essenzialmente interrogativa, e questa è la sua essenza più propria […] è nella voce che la parola poetica “insorge” sbriciolando l’immane massa del silenzio […] A insorgere nella voce non è neppure la parola, ma piuttosto quella sua anticipazione che è la nota, il suono, quasi che la parola fosse preceduta da una modulazione immemoriale, che increspa la levigata e impenetrabile superficie del silenzio, convertendola in moto ondoso, turbolenza di acque risonanti, rigurgito dal profondo ormai prossimo alla gola […] La parola poetica giace in una profondità dove non c’è che silenzio – il “suo” silenzio. Del quale deve sbriciolare la dura compattezza, l’impenetrabilità. Per accedere alla voce. E ricadere, finalmente salva, nel suo significato non più revocabile[34].

La parola imporrà la propria identità negandosi, sino a coincidere con la sua stessa morte. Solo così, rifluendo verso le proprie macerie, e tramite il suo annientamento, essa potrà, «per età aride, / in terre deserte», essere «profusa a ogni battesimo» (vv. 15-17). Ma perché ciò accada, essa, «landa accecata / dall’incendio di tutte le sue acque» (BF, Rifulse, si screziò il diaspro, vv. 6-7), dovrà trasfigurarsi, secondo un’indicazione che verrà raccolta e sviluppata in FCS[35], nello spazio della sua morte.

Il fuoco, allora, come quello in cui procombe, «non renitente», la ginestra leopardiana, quello, altresì, del roveto ardente, diviene la cifra essenziale di questo battesimo, di questa oscura, irreversibile, mortale metamorfosi. L’annuncio folgora e si annienta col suo stesso labile rogo:

Tace nel silenzio
delle sue lontane rocce
l’antica parleria –
o il silenzio
è nostro, e non più lacuna,
ora, di parola ma annullamento
e cenere da cui tutto risorgerà?

(BF, Padri dei padri, vv. 87-94)

Olocausto del Nome, labilità di tracce, feconda cenere su cui tracciare un segno. La parola, allora, come il divino, è, per dirla con Derrida, «ciò che resta del fuoco»[36]: arsa dentro sé stessa, quid immolato sull’ara del silenzio, «notte che sfolgora, / alta, sulla morte di tutti i dialoghi…» (FCS, «Il dio pensato dagli uomini», vv. 29-30), luogo desertico, scosceso, solitario, eppur fecondissimo:

Infine crolla
su se medesimo il discorso,
si sbriciola tutto
in un miscuglio
di suoni, in un brusio.

Da cui
pazientemente
emerge detto
il non dicibile
tuo nome. Poi il silenzio,
quel silenzio si dice è la tua voce.

(da Dottrina dell’estremo principiante, Infine crolla)

Così il logos dissipa perpetuamente la propria origine, si immola, sorgendo, nel luogo stesso della sua morte. Strenuamente si volge verso questa sua paradossale anteriorità, come una promessa sempre differita, patendo l’incolmabile distanza che lo disgiunge da sé stesso[37]. Ma proprio in virtù di questo differimento, tramite questa dilazione perenne, il Verbo appare, sussiste, si espone in un brusìo che dice e nomina la sua stessa morte[38]. Perpetuamente esso addita, dissipandosi, questa sua inafferrabile genesi, buia scaturigine, sorgente del non più e non ancora, come il barbaglio di una stella morta. Parola: culmine dell’Assenza.

La genesi di questo mormorio primordiale, creaturale e divino, di quel gemito primevo (stupefazione attonita o mortale sgomento?)[39], riposa, dunque, entro sé stessa, confitta nel suo nihil[40], nel suo stesso silenzio. La sostanza del Verbo, la sua plenitudine, risiedono proprio in questo annichilimento perpetuo, in questo suo scarto perenne[41], in questo silenzio: «non più lacuna», però, squarcio originario, vuoto, ma promessa di resurrezione, luogo diruto, eppur fecondo, nella sua stessa morte.

  1. L’indagine verterà soprattutto sulle due opere che inaugurano questa nuova stagione, Per il battesimo dei nostri frammenti e Frasi e incisi di un canto salutare, non senza incursioni sporadiche nella terza. Nel corso del saggio verranno utilizzate le seguenti sigle: Per il battesimo dei nostri frammenti (BF), Frasi e incisi di un canto salutare (FCS), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (VSM).
  2. Cfr. S. Verdino, Introduzione a M. Luzi, L’opera poetica, Milano, Mondadori, 1999, pp. XXXIX-LII. Per una rassegna complessiva degli studi dedicati all’opera luziana rimandiamo al repertorio bibliografico curato da Stefano Verdino che correda il volume succitato (ivi, pp. 1846-82). Ulteriori indicazioni bibliografiche verranno fornite di volta in volta rispettivamente alle questioni affrontate.
  3. Ivi, pp. XLI-XLII.
  4. Ivi, p. XXXIX (sulla presenza del Cristo nella poesia novecentesca rinviamo a G. B. Gandolfo, L. Vassallo, Icona dell’invisibile. La ricerca di Cristo nella poesia italiana del Novecento, Milano, Ancora, 2005, il cui taglio antologico illustra compiutamente, e nitidamente, le tappe specifiche di tale quête).
  5. «Non sempre tace, gorgoglia / a tratti il messaggio, / a tratti in emersione lo sorprende / tempestosa / la sua / interminabile / traversata delle epoche» (BF, Frasi, vv. 1-7).
  6. Si vedano le puntuali osservazioni di L. B. Licata, Per il battesimo dei nostri frammenti: l’itinerario del dicibile nella poesia di Mario Luzi, in «Italica», 77 (2000), pp. 105-25.
  7. Dice bene Agosti quando afferma che «ciò che caratterizza il Luzi dell’ultima tranche è senz’altro la tensione inesausta alla circoscrizione di un significato autentico», sebbene gli «informatori [tutto ciò che, nell’universo culturale entro il quale si muove il Soggetto è depositario di informazione (n.d.a.)] non fornisc[a]no […] significati stabili, ma solo informazioni contraddittorie, o antitetiche, o indecidibili»; ebbene, in tale contesto «La figura retorica […] che normalmente viene chiamata a farsi carico di questo stato di cose è la figura dell’interrogazione» (S. Agosti, Luzi e la lingua della “verità”: dal Canto salutare ad Avvento notturno, in Poesia italiana contemporanea. Saggi e interventi, Milano, Bompiani, 1995, p. 12, già in «Strumenti critici», VI (1991), pp. 173-84). Negli stessi termini si esprime Galaverni osservando che «è proprio la fissità dell’interrogazione l’elemento distintivo di questa poesia», stigma peculiare che certifica come in essa fermentino «la domanda, il rovello conoscitivo, l’indagine ontologica» (R. Galaverni, Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei, Roma, Fazi, 2002, p. 47).
  8. «e lo vede splendido occultarsi / in lei, nella sua ombra / come per una necessaria latitanza. / E lei lo accoglie, lei gli dà ricetto. / E gli è grata. Grata di questo» (BF, Rubato? Non altrimenti, vv. 17-21).
  9. M. Luzi, Esperienza poetica ed esperienza religiosa, in Enciclopedia delle religioni, Vallecchi, Firenze, 1972, vol. IV, coll. 1675-1676.
  10. Su tale aspetto rinviamo all’articolo di P. Baioni, “Il silenzio…è la tua voce” “Il nome non ha limiti neppure di silenzio…” Onomastica luziana, in «Otto/Novecento», 1 (2006), pp. 194-195 e relativi rimandi bibliografici.
  11. «Scrive / lui scriba / il già scritto da sempre / eppure mai finito, / mai detto, detto veramente» (FCS. Scrive, lui, vv. 11-15).
  12. Tali osservazioni sono estrapolate dall’intervista a Mario Luzi pubblicata in appendice al volume mondadoriano. Cfr. A Bellariva. Colloqui con Mario Luzi, a cura di S. Verdino, in M. Luzi, L’opera poetica, op. cit., p. 1280.
  13. Sulla teofania distorta, opaca, paradossale di cui il linguaggio si fa testimone cfr. C. Mezzasalma, Il roveto ardente lo rivela, in «Hellas», X, 13 (1990), pp. 49-58.
  14. Cfr. P. Boutang, Ontologie du secret, Paris, PUF, 1988.
  15. S. Agosti, Luzi e la lingua della “verità”: dal Canto salutare ad Avvento notturno, op. cit., p. 19.
  16. M. Cacciari, Insostenibile incarnazione, in «Nuova Corrente», XLVI (1999), p. 274.
  17. Ivi, p. 273.
  18. Da FCS, Prova, prova umana, vv. 21-22.
  19. «Ove la parola», come scrive Foucault (autore meditato, seppur con un certo disincanto, da Luzi maturo), «non può avere né sonorità né interlocutore, ove non ha nient’altro da dire che se stessa, nient’altro da fare che scintillare nel bagliore del suo essere» (M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Milano, BUR, 2006, VII ed., p. 325).
  20. Poiché saremmo «ricondotti», per dirla ancora con Foucault, «nel posto indicato da Nietzsche e da Mallarmé allorché il primo aveva chiesto: “Chi parla?” e l’altro aveva veduto scintillare la risposta nella Parola stessa» (ivi, p. 409).
  21. «Mia è la prova, mio il martirio – pensa lui che scrive – o è questa la creazione, – lui che scrive appunto?» (FCS, Scrive, lui, vv. 23-26).
  22. Il crollo e la devastazione recheranno il germe fecondo e vivificatore di una genesi, come sarà poi ribadito in FCS, in una lirica dal titolo esemplare, Crollo e sgorgo, che ricalca quello della sezione di BF testé citata.
  23. Come raggio di «luminosa / inesistenza-essenza» (VSM, Primo cantore, vv. 26-27), discende il «verbo, / muto ma conclamato» (VSM, Dentro la lingua avita, vv. 17-19), si impone come «eloquio […] / mutevole e eterno» (BF, S’aprì, acqua di roccia, vv. 11-12). La fonda scaturigine da cui promana, si chiederà Luzi, è «Luce da quel solare scintillamento? / O brividi di oscurità?», e conclude, «L’una e gli altri, certo» (BF, Lingua, vv. 6-8).
  24. Cfr. G. Amoretti, Mario Luzi: la parola e l’indicibile, in La letteratura e il sacro. L’universo poetico (dalla seconda metà del Novecento ai nostri giorni), Prefazione di G. Langella, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011, vol. III, pp. 131-42.
  25. M. Cacciari, Insostenibile incarnazione, op. cit., p. 276.
  26. P. Bigongiari, Tra phoné e graphé, in L’evento immobile, Milano, Jaca Book, 1987, p. 12.
  27. Ivi, pp. 12-13.
  28. P. Bigongiari, Col dito in terra, Milano, Mondadori, 1986.
  29. «Rimani tesa volontà di dire, / Tua resti sempre / e forte / la nominazione delle cose […] Muta / la subdola intrusione / dell’insignificanza» (FCS, Rimani tesa volontà di dire, vv. 1-4 e passim).
  30. Interessante riportare un’indicazione di Franco Loi il quale segnala l’ipotesi etimologica del matematico De Murs che ricollegava la parola musica a moysica, da moys, ‘acqua’. Cfr. F. Loi, Acque e poesia, in La radice del Mare di Maria Luisa Spaziani, in M. L. Spaziani, La radice del mare, Napoli, Pironti, 1999, p. 5.
  31. «Lingua – acqua dal suo primevo. / Acqua, lei, in alto / dalla rupe / appena dirocciando» (BF, Lingua –, vv. 1-4).
  32. Sulla metafora ignea nella poesia luziana rinviamo a U. Motta, Ipazia, Clizia e la bufera: Luzi fra Montale e Teilhard de Chardin, in Studi di letteratura italiana in onore di Francesco Mattesini, a cura di E. Elli e G. Langella, Milano, Vita e Pensiero, 2000, pp. 565-620.
  33. Eraclito, Dell’Origine, traduzione e cura di Angelo Tonelli, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 45.
  34. S. Givone, Voce e silenzio nel linguaggio poetico di Luzi, in Gli intellettuali italiani e la poesia di Mario Luzi, a cura di R. Cardini, M. Regoliosi, Roma, Bulzoni, 2001, pp. 27, 29, 32.
  35. «Ed ecco s’incendiò / d’un subitaneo / ravvisamento / lei, nota alta, / eternamente chiusa nel suo grembo, / si offerse, / ci mandò incontro / il suo abbacinato appressamento / e la sua indicibilità, tutta» (FCS, Risposta? Niente, vv. 22-30); «Molto ho avuto io da fare / all’impossibile aggiogamento, molto. / Lingua umana / bruciata nel mio libro, / tutta, secolarmente» (FCS, Non detto. Non detto, vv. 18-22).
  36. Cfr. J. Derrida, Ciò che resta del fuoco, Milano, SE, 2000.
  37. «E ha per un attimo una fonda / luminosa cecità / da dea il suo sguardo ultramarino, / per un attimo la sua / mai raggiunta, millenaria anteriorità» (BF, Lei che avvampa da sotto un’antica cenere, vv. 22-26).
  38. Su tale aspetto si veda il saggio di G. Agamben, Il Linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Torino, Einaudi, 2008, pp. 55 e sgg.
  39. Si torna, così, al problema antichissimo della scaturigine del pensiero e del linguaggio (e in questi termini la genealogia della “parola”, primevo balbettio della creatura, e quella del logos, radice primordiale, ipostasi assoluta e fondante, essenza, ab origine, costitutiva e assoluta del mondo, collimano): scaturigine contesa tra l’inebetito stupore, secondo un millenario mito d’origine che vede nel thaûma la radice stessa del pensiero, e horror vacui, seguendo la linea che da Schopenhauer giunge sino a Rosenzweig. Quale, dunque, la terra mater del logos? stupefazione od orrore del nulla? Su tale aspetto cfr. G. Colli, La nascita della filosofia, Milano, Adelphi, 1975 e M. Cacciari, Icone della Legge, Milano, Adelphi, 2002, II ed., pp. 13 e sgg.
  40. «Senza eco, senza esodo oltre, / calato in sé, / finito nel bruto / accadere / l’avvenuto evento, / disfatto nella sua polvere, / precipitato nel suo niente» (FCS, Crollo e sgorgo, vv. 1-7).
  41. «e rode / e polverizza / la metafora / di sé, / distrugge il proprio simbolo / lui, abrupto ed assoluto evento / sempre, / sempre, in ogni istante / al suo cominciamento» (FCS, È, lui., vv. 8-17).

(fasc. 32, 25 aprile 2020)