Senesi, gente vana

Author di Simonetta Losi

Dante e Siena: lo pungiglione e ’l bue

Se al tempo di Dante fossero esistiti i social, il rapporto fra Siena e il Divino Poeta sarebbe stato probabilmente definito come “relazione complicata”: un rapporto controverso ma sicuramente privilegiato, che pone Siena, i suoi personaggi[1] e alcuni avvenimenti storici in una posizione di rilievo nella Divina Commedia.

Siena ha risposto a queste attenzioni in vari modi: già verso la fine del Trecento Giovanni di Buccio da Spoleto, maestro di grammatica e di retorica nello Studio senese, nei giorni festivi leggeva Dante al popolo nella chiesa di San Vigilio, per deliberazione del Concistoro[2].

La Città ha proseguito il rapporto con il Sommo Poeta a vari livelli: facendo degli studi danteschi un punto fondamentale all’interno del dibattito sulla lingua toscana e nell’ambito della Cattedra di Toscana Favella; celebrando in maniera solenne il VI centenario della morte[3] e, nel 1965, il VII centenario della nascita dell’Alighieri con eventi culturali importanti[4]; apponendo, nel 1921, otto targhe per ricordare fatti e personaggi senesi citati nella Divina Commedia.

Pietro Rossi, nel suo Dante e Siena pubblicato nel 1921 in occasione del VI centenario della morte[5] dell’Alighieri, incrocia documenti e congetture sul rapporto fra Dante e Siena, restituendoci l’idea che non si sia trattato affatto di un rapporto episodico. Come già espresso, tra gli altri, da Bartolomeo Acquarone nel 1889[6] e come riportato anche in studi successivi[7], argomenta che Dante abbia soggiornato a Siena e abbia, dei personaggi e dei fatti senesi, una conoscenza diretta. Con Cecco Angiolieri, per esempio, avvia una pungente tenzone letteraria. Non ci sono giunti i versi di Dante con i quali viene apostrofato il poeta senese, ma ci è giunta la risposta pepata di Cecco nel sonetto CCII, che si conclude con un frizzo graffiante:

[…] E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’i’ so’ lo pungiglion, e tu se’ ’l bue[8].

Fra i tanti personaggi incontrati a Siena, Dante strinse amicizia anche con uomini come Capocchio senese, arso il 15 agosto 1293 per avere esercitato in Siena l’alchimia[9]. Con lui, conobbero il rogo Griffolino d’Arezzo e Albero, nobile senese, uno degli esempi di “gente vana” che non perdonò la burla di Griffolino, che lo aveva abbindolato con l’idea di renderlo capace di volare e lo fece condannare a una morte atroce. Nell’Inferno questi personaggi sono collocati nella X Bolgia dell’ottavo cerchio tra i falsari, puniti con la lebbra[10].

Al di là di effettive conoscenze personali da parte del Divino Poeta, la Commedia è popolata di fatti e personaggi senesi dei quali il Poeta non poteva venire a conoscenza se non a Siena, ascoltando testimonianze dirette: è verosimile che abbia conosciuto i discendenti di Provenzano Salvani[11], di Sapìa[12], del Conte Omberto degli Aldobrandeschi[13], di Albero da Siena, di Lano[14], di Caccia d’Asciano[15], di Stricca de’ Salimbeni[16], dei discepoli di Pier Pettinaio[17].

Tutto questo, in ogni caso, non spiega fino in fondo l’attenzione che Dante riserva a Siena e ai suoi cittadini. Il Rossi[18] parla di «manifesta simpatia di Dante per le cose senesi», ma l’affermazione appare discutibile e non sufficientemente sostenuta da prove. Sembra, invece, evidente che il Poeta non ami i senesi: del resto Dante non ama nessuno, denigra tutti e parla male di tutti: dei pisani («Pisa vituperio delle genti»[19] e «pisani volpi e lepri»[20]), degli aretini («botoli ringhiosi»)[21], dei fiorentini stessi («ciechi e ingenui»)[22]. E questo soltanto per restare in Toscana.

Siena è, dopo Firenze, la città più citata nella Divina Commedia, probabilmente anche in virtù di una vicinanza fisica, politica, di rapporti fra persone, sia a livello personale che collettivo. Per contro, Dante è l’autore che più di tutti gli altri Siena porta scolpito nella pietra, il poeta che anima i palazzi senesi: ad esempio, cento anni fa, nell’ambito delle celebrazioni dantesche senesi, per volere dell’allora sindaco Angiolo Rosini, furono realizzate le otto targhe con i versi della Divina Commedia che vediamo in alcuni punti della Città, oggetto di un recente restauro da parte del Lions Club di Siena.

Sperare in Talamone e nella Diana

I senesi come comunità sono descritti da Dante Alighieri come «gente vana», assai più della «francesca»[23], portando due argomentazioni: una riguarda il sogno mai realizzato (ma fino a un certo periodo accarezzato anche dai fiorentini) di costruire un porto a Talamone[24] per utilizzarlo come scalo commerciale, l’altra si riferisce alla spasmodica ricerca dell’acqua che vide i senesi in cerca della Diana[25], un fiume sotterraneo che avrebbe risolto i problemi dell’approvvigionamento idrico della città[26]. Sapìa, una delle due donne senesi citate nella Divina Commedia delle quali parleremo, rivolge a Dante questa preghiera[27]:

E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli.

Anche riguardo alla battaglia di Montaperti i fiorentini si chiedono come i senesi «besciolini»[28] abbiano avuto l’ardire di scendere in campo contro Firenze[29].

La costuma ricca

Fra gli scialacquatori[30] condannati da Dante troviamo Lano da Siena[31], da identificarsi forse con Ercolano Maconi[32], del quale Boccaccio dice che appartenesse alla Brigata Spendereccia. Dante non risparmia il proprio biasimo neppure per gli eccessi di questo sodalizio di giovani nobili che, nella Casa della Consuma, nel giro di pochi anni aveva dissipato ingenti fortune. L’appartenenza ad esso dei vari personaggi è stata discussa fin dai primi commentatori: quello che è certo è che, dopo aver creato una cassa comune, gli appartenenti alla Brigata si dettero a un lusso sfrenato e a sprechi scellerati, fra banchetti sontuosi, posate di metallo prezioso gettate via di volta in volta, arrosti profumati da costosissime spezie gettate sulle braci e altre follie:

Onde l’altro lebbroso che m’intese,
rispuose al detto mio: “Tra’mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoperse
nell’orto dove tal seme s’appicca;
e tra’ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fronda
E l’Abbagliato suo senno proferse[33].

Lo strazio e ’l grande scempio

4 settembre 1260: tutti i senesi conoscono questa data e la celebrano tuttora. È l’emblema della gloria repubblicana, dell’affermazione di una città e di una comunità. È il ricordo perenne di una vittoria strepitosa, schiacciante, conseguita nonostante le circostanze avverse. Dante pone il riferimento alla Battaglia di Montaperti nel Canto X dell’Inferno, più precisamente nel sesto cerchio, dove si trovano gli eretici. Fra loro, ecco che si palesa Farinata degli Uberti, ghibellino di Firenze che partecipò alla Battaglia di Montaperti e che nella Commedia rivendica a buon diritto l’aver difeso Firenze dall’ipotesi di una sua distruzione, portata avanti con ferocia da Provenzano Salvani nel Convegno di Empoli:

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto[34].

Fra i molti studi storici ce n’è uno, l’ultimo per così dire “senese” in ordine di tempo, molto importante: è il saggio di Duccio Balestracci[35], che mette in luce tutti gli aspetti della battaglia e ne chiarisce i punti salienti. Al di là della prospettiva storica e dello studio delle fonti documentarie, il mito di Montaperti e di Siena ghibellina (che in verità fu tale per poco tempo) perdura ancor oggi: sembra che il tempo storico si sia in qualche modo fermato, per permettere alla memoria di sedimentare e far assumere alla Battaglia – la madre di tutte le battaglie senesi per la libertà – un paradigma di vittoria e di fiero eroismo[36]. I venti di guerra fra Siena e Firenze soffiavano già da tempo: lo testimonia Vincenti di Aldobrandino Vincenti in una lettera scritta nel luglio 1260 a Giacomo di Guido Cacciaconti mercante in Francia[37].

La lettera si apre riportando qualche notizia sulla spedizione contro Montepulciano, che rappresenta uno dei preliminari della battaglia che si sarebbe svolta tra la Biena e la Malena, due torrenti che metaforicamente, per assonanza, simboleggiano il Bene e il Male; è proprio su questa linea di confine che si svolge la Battaglia di Montaperti[38].

Il 2 settembre 1260, alla vigilia dello scontro, i senesi guidati da Bonaguida Lucari, magistrato di Siena, e «da messer lo Vescovo Tommaso» si riunirono nel Duomo per offrire alla Vergine le chiavi della città e invocare la sua protezione[39]: sull’altare maggiore stava la Madonna dagli Occhi Grossi, oggi conservata nel Museo dell’Opera del Duomo. Il ritorno dei combattenti fu trionfale[40]: all’interno dell’epica senese, che si nutre di suggestioni e di eroismi, la narrazione rivolge uno sguardo anche a Usiglia, la “treccolona”[41], che dopo la vittoria trascinò in città una sfilza di prigionieri fiorentini[42].

Del «grande scempio» oggi restano nei senesi una memoria perpetua, un cippo commemorativo, molte opere d’arte ispirate all’epopea della battaglia[43]. Nella Cattedrale di Siena, «spazio dei tempi»[44], sono conservati quelli che il popolo crede siano i pennoni del Carroccio senese e che altri studiosi identificano in segnalazioni dei punti di comando[45]. Ma c’è di più: vi si trova anche la tomba del capitano Andrea Beccarini, uno degli eroi di quel 4 settembre 1260; il suo sacrificio gli valse, come “medaglia” accordata dalla Repubblica di Siena, il potersi fregiare del leone rampante. Entrando dalla porta mediana si trova un’altra sepoltura, anche questa di un laico: Giovanni Ugurgieri, pure lui caduto in battaglia[46]. Tutti e due i nobili caduti vennero tumulati nella Cattedrale per pubblico decreto[47].

Siena, sempre molto attenta alle proprie patrie memorie, ha dedicato alla Battaglia la Festa della Città: una sorta di mito nel Rito, per celebrare, nel 1960, i 700 anni dalla Battaglia di Montaperti con un Palio vinto dalla Civetta, la Contrada di Cecco Angiolieri[48]. Anche il Palio del 2 luglio 2010, vinto dalla Selva, è stato dedicato al 750° anniversario della battaglia di Montaperti, con un drappellone dipinto da Ali Hassoun[49]. In precedenza la Selva, il 16 agosto 1965, era stata vittoriosa sul Campo con un Palio dedicato a Dante Alighieri, che celebrava il settimo centenario della nascita del Poeta.

Il condottiero protervo

La figura di maggiore spicco della Battaglia di Montaperti, il suo eroe, è Provenzano Salvani[50]: personaggio prima osannato, poi discusso, successivamente fatto segno di una sorta di damnatio memoriae, con le case della famiglia rase al suolo al mutare della situazione politica e degli avvenimenti storici. Dante lo addita così:

“Quelli è”, rispuose, “Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta a le sue mani[51].

Un uomo che rappresenta «la superbia e l’orgoglio di Siena trionfante contro la feudalità territoriale»[52], potentissimo, che aveva in mano le sorti della città e che avrebbe subito una caduta rovinosa, con una sorta di contrappasso in vita proporzionato alle proprie ambizioni; tuttavia, quella esercitata da Provenzano sembra essere una signoria temperata, che aveva l’appoggio del popolo e che riceveva sempre una legittimazione istituzionale.

Il Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti rappresenta una sintesi dell’idea senese di libertà repubblicane, ben inquadrate in un contesto tripartito, che va dalla terra al cielo, dove il potere è esercitato con fermezza, ma sempre orientato al bene comune[53].

Il Salvani, che può essere anche metaforicamente considerato l’emblema della fortuna e dei suoi rovesci, della sorte così come è rappresentata nella tarsia della cattedrale di Siena, per Dante è:

Colui che del cammin sì poco piglia
Dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia[54].

La parabola ascendente di Provenzano ha il proprio apice nella vittoria di Montaperti. Ma da essere personaggio superbo, che «teneva Siena tutta nelle sue mani» e per questo esecrato da Dante per voce di Oderisi da Gubbio, si trova ad avere la testa mozzata e portata a vista di tutti.

Narra il Villani che «messere Provenzano Salvani, signore e guidatore dell’oste dei Sanesi, fu preso, e tagliatogli il capo, e per tutto il campo portato fitto in su una lancia». Secondo la leggenda, si avverò così la premonizione: «la tua testa fia la più alta del campo»[55].

Liberamente, nel Campo di Siena

Dopo la morte sul campo di battaglia, a Colle nel 1269, che provocò lo scellerato giubilo di Sapìa Salvani[56], la superbia avrebbe dannato in eterno Provenzano, se non fosse intervenuta un’azione di segno totalmente diverso sulla Piazza del Campo di Siena.

«Quando vivea più glorioso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogne vergogna diposta, s’affisse;
e lì, per trar l’amico suo di pena
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena»[57].

Dopo la battaglia di Tagliacozzo (1268), pochi mesi prima della morte, per riscattare un amico prigioniero di Carlo d’Angiò che – forse in odio a Provenzano, che, pur nel trionfo della parte angioina, si manteneva fedele alla caduta Casa di Svevia[58] – aveva imposto sulla sua testa una taglia di 10.000 fiorini d’oro, Provenzan Salvani

fece ponere uno banco con uno tappeto sulla piazza di Siena, e puosevisi a seder suso, e domandava ai Senesi vergognosamente ch’elli lo dovessino aiutare in questa sua bisogna di alcuna moneta, non sforzando persona, ma umilemente domandando aiuto, e veggendo li Senesi il signore loro, che solea esser superbo, dimandare così graziosamente, si commossono a pietade e ciascuno secondo suo podere li dava aiuto. Lo re Carlo ebbe li X mila fiorini e ’l prigioniero fuor di carcere, liberato dalla iniquità del re predetto (Lana)[59].

Nel Purgatorio Provenzan Salvani, nipote di Sapìa, è costretto a portare sulla testa un pesante masso: forse è stato questo, assieme all’amicizia, l’unico modo per fargli abbassare la testa.

Federigo Tozzi, nella sua Antologia degli Antichi Scrittori Senesi[60], riporta le rime – peraltro incomplete – di Ruggieri Apugliese. Si tratta di una tenzone del 1262 sugli avvenimenti politici senesi, che ha come protagonista Provenzan Salvani. Il testo critico, recentemente pubblicato a cura di Francesca Sanguineti[61] e molto interessante dal punto di vista linguistico, contiene puntuali osservazioni di Gabriella Piccinni sui contenuti, con un messaggio finale di riconciliazione tra guelfi e ghibellini[62].

L’invidiosa Sapìa e Pier Pettinaio

Sapìa Salvani[63] è uno dei due personaggi femminili senesi citati nella Commedia. Di lei si ricordano l’invidia e l’astio che la portarono a gioire della sconfitta di Siena e della morte del nipote Provenzano. La probabile causa sono i dissidi fra Ghinibaldo Saracini, Podestà di Colle val d’Elsa e marito di Sapìa, e Provenzano, riguardanti la conquista di Castel Ghinibaldi, di Belforte, Radicondoli e Monteguidi[64].

Savia non fui, avvegna che Sapìa

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

più lieta assai che di ventura mia.

E perché tu non creda ch’io t’inganni,

odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,

già discendendo l’arco d’i miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo giunti co’ loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,

gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,

come fé ’l merlo per poca bonaccia[65].

Sapìa si riscatta solo grazie alle sue opere caritatevoli – con la trasformazione di Castel Ghinibaldi in un ospizio – al suo pentimento e alla sua devozione a Pier Pettinaio[66], il beato vegliardo morto ultracentenario nel 1289, venerato come santo dai senesi[67]:

Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.

Ricorditi di me che son la Pia

Il senso della Libertas senese, che si picca orgogliosamente di piegare la testa soltanto di fronte alla potenza divina della Vergine, ha il proprio contraltare in una storia di ripudio e prigionia: quella della Pia de’ Tolomei, che alla furia di Sapìa contrappone una soave dolcezza[68]. Pia dei Tolomei – che un’antica tradizione vuole appartenente a quella casata[69] – è un personaggio molto discusso, per vari motivi.

Da un punto di vista storico, è molto difficile ricostruire la vicenda di questa sfortunata nobildonna senese[70], che s’inserisce nel contesto delle lotte per il potere politico ed economico, delle fazioni, delle alleanze e delle inimicizie, dei matrimoni combinati. Roberta Mucciarelli ne ha fatto qualche anno fa una ricostruzione puntuale, cercando di fare chiarezza su questo antico omicidio proprio a partire dai versi di Dante[71]:

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò ’l terzo spirito al secondo,
«Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma[72]:
salsi colui che inanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma»[73].

Da tempo gli studiosi cercano di acclarare la reale identità della Pia – se fosse una Tolomei, una Malavolti o se appartenesse a un’altra casata – e le circostanze della sua morte[74]. La storia di questa nobildonna, spirito lieve e dolente, narrata da Dante, è diventata parte della leggenda e dell’immaginario collettivo senesi come Pia de’ Tolomei: lo testimoniano – in particolare a partire dall’Ottocento fino ad arrivare alla rockstar senese Gianna Nannini – una lunga serie di opere dedicate alla Pia e alla sua triste vicenda, fra le quali novelle, componimenti in ottava rima, opere liriche, tragedie, romanzi, film, canzoni.

La Divina Commedia, oltre a proporsi come un grandioso affresco e come un testo che si presta a molteplici letture, dà voce ad eventi e personaggi che sono entrati a far parte dell’inconscio collettivo dei senesi, producendo memoria e senso di appartenenza. Si ritrovano tracce di ispirazione dantesca anche nell’arte senese[75]: infatti, «Tutto l’ambiente di Siena medievale rivive nelle rappresentazioni dantesche […]. Studiare la sua poesia è per i senesi come studiare la storia della loro città»[76].

Al di là dell’interesse storico delle vicende e dei personaggi senesi rappresentati nella Divina Commedia, riteniamo fondamentale la ripresa dello studio approfondito della questione del rapporto fra la “lingua” senese e quella fiorentina, che nel 1589 ha portato, a Siena, all’istituzione della Cattedra di Toscana Favella e che ha appassionato, tra gli altri, studiosi come Scipione Bargagli, Fabio Benvoglienti, Diomede Borghesi, Belisario Bulgarini, Girolamo Gigli, Adriano Politi, Claudio Tolomei.

Apparato iconografico:

C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 1 - XIII Congresso Dante Alighieri 1902.jpg
XIII Congresso della Dante Alighieri, Siena 1902 (Collezione Pier Guido Landi).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 2 - Il palazzo della Consuma.jpg
Il Palazzo della Consuma, ritrovo della Brigata Spendereccia (Collezione Pier Guido Landi).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 3 - IL COLLE DI MONTEAPERTI.jpg
Il colle di Montaperti (Collezione Pier Guido Landi).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 4 - Palio 2 luglio 2010 Selva Hassoun.jpg
Palio del 2 luglio 2010 dedicato ai 750 anni della Battaglia di Montaperti, dipinto da Ali Hassoun e vinto dalla Contrada della Selva (da: Pallium, Betti Editore).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 5 - Palio 16 agosto 1965 Selva Lorenzini.jpg
Palio del 16 agosto 1965 dedicato a Dante Alighieri, dipinto da Francesco Lorenzini e vinto dalla Contrada della Selva (da: Pallium, Betti Editore).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 6 - Amos Cassioli, Provenzan Salvani chiede l'elemosina in Piazza.jpg
Dipinto di Amos Cassioli intitolato Provenzan Salvani nella Piazza del Campo in atto di raccogliere elemosine per trar l’amico suo di pena, commissionato nel 1869 e premiato all’Esposizione internazionale di Vienna del 1873.
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 7 - Sapia da Siena e Pier Pettinaio.jpg
Copertina del volume Sapia da Siena e Pier Pettinaio nella Divina Commedia, a cura di S. Ginanneschi, Roma, S. Paolo, 1936 (Collezione Pier Guido Landi).
C:\Users\MP\Desktop\DIACRITICA\Annata VII - 2021\Materiali VII, 5 su Dante\Simonetta Losi\IMMAGINE 8 - Pia de' Tolomei_Pagina_01.jpg
Copertina del volume Pia de’ Tolomei. Composizione in ottava rima di Giuseppe Moroni detto il Niccheri, illetterato, Firenze, Salani, 1920.
  1. Cfr. C. Mazzi, Documenti senesi intorno a persone od avvenimenti ricordati da Dante Alighieri, in «Giornale d’Italia», I (1894), p. 31.
  2. Cfr. P. Provasi, Un’escursione dantesca in Siena, in Le istituzioni culturali in Siena, Siena, Editrice San Bernardino, 1935, pp. 165-80.
  3. Cfr. La commemorazione del seicentenario dantesco a Siena, in «Rassegna d’Arte senese – Bullettino della Società degli Amici dei Monumenti», Siena, anno XIV, n. IV, 1921, p. 169.
  4. Cfr. B. Bucciarelli Ducci, Siena e Dante: discorso celebrativo del VII centenario della nascita dell’Alighieri pronunciato il 5 dicembre 1965 a Siena nella Sala del Mappamondo dal Presidente della Camera dei Deputati in occasione della consegna del “Premio Toscana” di lingua italiana per la prosa scientifica ed erudita, Siena, Azienda Autonoma di Turismo, 1965.
  5. Cfr. P. Rossi, Dante e Siena, Siena, Betti, 2015 (ristampa).
  6. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena – ovvero accenni nella Divina Commedia a cose senesi, Città di Castello, Tipografia dello Stabilimento S. Lapi, 1889.
  7. Cfr. P. Provasi, Un’escursione dantesca in Siena, art. cit., p. 166.
  8. Dante Alighier, s’i’ sono bon begolardo, in C. Angiolieri, Rime, Milano, Mursia, 2016.
  9. Nell’Archivio di Stato di Siena esiste un documento dal quale risulta che il Comune di Siena avesse pagato 38 soldi di fiorino a tre sicari, con l’incarico di giustiziare Capocchio e il figlio di ser Guido da Pometta.
  10. Cfr. Inferno XXIX, vv. 109-39.
  11. Cfr. Purgatorio XI, vv. 121-38.
  12. Sapìa Salvani, zia di Provenzano, moglie di Ghinibaldo Saracini. Ghibellina di nascita, abbracciò la parte guelfa della quale faceva parte il marito. Cfr. Purgatorio XIII, vv. 100-32.
  13. Cfr. Purgatorio XI, vv. 46-72.
  14. Si tratta di Arcolano di Squarcia de’ Maconi. Cfr. Inferno XIII, vv. 119-21.
  15. Cfr. Inferno XXIX, vv. 126-32.
  16. Ibidem.
  17. Terziario francescano, nato a Campi nel Chianti, presso San Gusmè. Morì a 109 anni, nel 1289, venerato come santo dai senesi, che gli eressero in San Francesco, per decreto pubblico, un sepolcro e un altare che sono andati perduti. Cfr. Purgatorio XIII, vv. 100-32.
  18. Cfr. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit.
  19. Inferno XXXIII, vv. 79-81.
  20. Purgatorio XIV, v. 53.
  21. Purgatorio XIV, vv. 46-48.
  22. Inferno XV, vv. 61-69.
  23. Inferno XXIX, vv. 121-23.
  24. Una possibilità ottenuta attraverso lunghe trattative con l’abate di San Salvatore sull’Amiata, che i senesi proteggevano dall’aggressività degli Aldobrandeschi. Cfr. P. Provasi, Un’escursione dantesca in Siena, art. cit., p. 174.
  25. Sembra che la ricerca della Diana fosse diventata proverbiale nel popolo fiorentino: cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., p. 58.
  26. Sempre in tema di acque, si ha il riferimento a Fontebranda, che studi approfonditi non fanno corrispondere al toponimo senese.
  27. Cfr. Purgatorio XIII, vv. 100-32.
  28. Cioè “bessi”: ‘stupidi’, ‘sciocchi’. La fama di gente vana dei senesi continua anche in altri autori come il Boccaccio, il Burchiello, il Pulci. Ma non è questa la sede opportuna per approfondire.
  29. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., p. 11.
  30. Forse ispirati dai Frati Gaudenti; cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., pp. 43-46.
  31. «E l’altro, cui pareva tardar troppo, / gridava: “Lano, sì non furo accorte / le gambe tue alle giostre del Toppo!”»: cfr. Inferno XIII, vv. 119-21.
  32. «Per molti modi fu guastatore e disfacitore di sua facultade; ma, innanzi ch’elli avessela tutto distrutta, nella battaglia ch’ebbono i Sanesi con li Aretini alla Pieve del Toppo nel distretto di Arezzo, ove i Sanesi furono sconfitti (1267) Lano fu morto»: B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit.
  33. Inferno XXIX, vv. 126-32.
  34. Inferno X, vv. 91-93.
  35. Cfr. Duccio Balestracci, La Battaglia di Montaperti, Bari, Laterza, 2019.
  36. Forse più che della storia è opportuno parlare della “narrazione” di Montaperti perché questa è, da sempre, una storia romanzata. Infatti, le fonti coeve sono molto scarse: le cronache sono tutte più tarde, sia quelle di parte senese che quelle di parte fiorentina, come quella di Giovanni Villani. Molti documenti, registrazioni contabili e registri sono andati perduti. Da parte fiorentina, per molti aspetti “la sconfitta di Montaperti” è stata una vera e propria operazione di cancellazione della memoria. Per quanto riguarda Siena, dove non si trova l’appoggio delle fonti si sopperisce con la tradizione, con la narrazione, con la costruzione del mito.
  37. Cfr. G. Gargani, Della lingua volgare in Siena nel secolo XIII per una originale lettera mercantile di Vincenti d’Aldobrandino Vincenti a’ 5 di luglio 1260 spedita in Francia; discorso con annotazioni di G. Gargani Corrispondente della Società Senese di Storia Patria, Siena, Lazzeri, 1868.
  38. «[…] Sappi, Iacomo, che noi avemo guasto tutto Colle e Montalcino intorno intorno, e a Montepulciano andamo per guastare. E sappi che ne la città di Siena sono posti ottocento cavalli per dare morte e distruggimento a Fiorenza. E sappi che essi hanno sì grande paura di noi e de’ nostri cavalieri che essi si scompisciano tutti e fuggono. […] E sappi che noi a loro daremo el malanno unguanno in chesto anno, se a Dio piace […]».
  39. Nel racconto dell’eroismo e dei personaggi della città si inserisce anche lo scrittore Federigo Tozzi, con La Città della Vergine: cfr. F. Tozzi, La Città della Vergine, Genova, A. F. Formiggini, 1913.
  40. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., p. 21.
  41. La vivandiera dell’esercito senese. I “treccoloni”, fino alla metà del XX secolo, giravano per le campagne, comprando e rivendendo animali da cortile e generi alimentari di varia natura.
  42. La vittoria di Montaperti ha avuto un risvolto economico anche nei profumati riscatti richiesti alle famiglie dei prigionieri al fine di restituire loro la libertà. La Chiesa di S. Clemente in S. Maria dei Servi tutt’oggi conserva quella Madonna del Bordone che dopo lo scontro consentì al prigioniero Coppo di Marcovaldo di pagare il proprio riscatto. Per approfondimenti si veda B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., p. 18.
  43. La battaglia di Montaperti è celebrata da Siena anche nel Novecento. Nel salone dei concerti del Palazzo Chigi-Saracini, sede dell’accademia Musicale Chigiana, c’è un grande soffitto di Arturo Viligiardi (1920) che rappresenta il ritorno trionfale dei senesi da Montaperti. Si narra che Cerreto Ceccolini, una vedetta di buona vista, proprio dalla torre del palazzo annunciò la vittoria dei senesi. Allo «strazio e ’l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso» nel tempo sono stati dedicati, oltre a importanti contributi scientifici, rievocazioni di parte guelfa e ghibellina, in costume d’epoca. I riferimenti sono numerosi: «La Diana» (oggi il nome di una benemerita associazione che tutela i bottini) e «La Martinella» sono stati anche i titoli di due riviste. Una rivista importante di arte, storia e cultura senese è stata «Il Carroccio di Siena». Il settimanale «Il Campo di Siena», oggi «Nuovo Campo», riporta le parole di Dante su Provenzano: «Liberamente nel Campo di Siena, ogni vergogna deposta, s’affisse». Vari toponimi richiamano fatti e personaggi senesi. La Battaglia è entrata anche nell’immaginario delle canzoni: il cantante Mario Castelnuovo, ad esempio, ha composto il Lamento della vedova di Montaperti.
  44. F. Ohly, La Cattedrale come spazio dei tempi – il Duomo di Siena, Siena, Accademia degli Intronati, Monografie d’arte senese VIII, 1979.
  45. Cfr. M.A. Ceppari Ridolfi – P. Turrini, Montaperti. Storia, iconografia, memoria. Con un saggio introduttivo di M. Ascheri, Siena, il Leccio, 2013.
  46. Sulle fasi preliminari e centrali della battaglia e sulle azioni di disturbo dei senesi verso i fiorentini, vedi B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., pp. 12-16.
  47. Cfr. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit., p. 19.
  48. Il drappellone, dipinto da Aldo Marzi, venne benedetto in San Cristoforo e lì la Contrada vittoriosa cantò il Te Deum di ringraziamento, perché proprio in quella chiesa, nel 1260, i senesi decisero di scendere in battaglia contro i nemici della libertà.
  49. La dedica di un Palio è da considerarsi uno dei tanti modi in cui l’inconscio collettivo della città si è appropriato dell’evento.
  50. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., pp. 107-20.
  51. Purgatorio XI, vv. 121-23.
  52. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit., p. 82.
  53. La libertà “risiede” tra il mantenimento di una pace armata e la giustizia umana, che garantisce la Securitas attraverso la certezza della pena. Le virtù indicano la strada della nobiltà d’animo, della concordia, del dominio sulle proprie passioni. Seguendo la simbologia e il dualismo della balzana, la Bauceant dei Templari stemma di Siena, che ci parla del bene e del male, dello spirito e della materia, il “bianco” del Buongoverno si contrappone al “nero” della tirannia, con la sua vanagloria, con il suo furore, con la superbia. Qui trionfano i conflitti, la distruzione e l’ingiustizia. La libertà è in catene e regnano la violenza e il timore.
  54. Purgatorio XI, vv. 109-11.
  55. G. Villani, Nuova Cronica, a cura di G. Porta, Parma, Guanda, 1991, vol. 1, I-VIII.
  56. Cfr. Purgatorio XIII, vv. 115-23.
  57. Purgatorio XI, vv. 133-38.
  58. Cfr. P. Provasi, Un’escursione dantesca in Siena, art. cit., p. 176.
  59. In Piazza del Campo una pietra bianca, quadrata, detta la Pietra dell’amore, ricorda l’episodio.
  60. Cfr. F. Tozzi, Antichi Scrittori Senesi, Siena, Giuntini e Bentivoglio, 1913.
  61. Cfr. F. Sanguineti, Ruggeri Apugliese: Rime, Roma, Salerno, 2013. Il tono dell’eroe qui è diverso, più distaccato, più saggio, più incline alla pacificazione, alla meditazione sulle passioni che sottostanno alle vicende terrene che le muovono.
  62. «Provenzano, al tuo parere, / ke faranno li ’sciti? / Raveranno el loro avere, / k’al papa ne son giti? / Fieno sì arditi / K’a Siena fien guerrieri? / Paionti forniti / Di genti et di kavalieri? / Rugieri, al buon ver dire / Paion sì ismarriti! / Meglio è kacciare che fuggire, / meno ne sono ischerniti; / molti vengono falliti / pensieri; / assai ne sonno periti /pedoni et kavalieri. / Provenzano, buon’è la pacie / Ke la terra agenza / Ki mette briga e tenza / In mal’ora fu nato! / Non die avere penetenza / Ki non fa pecchato. / Rugieri, ben mi piacie / Ki à providenzia; / la guerra molto mi dispiacie, / ke frutta pistolenzia. / Die avere grande dolenzia / Ki fugie se non è kacciato. / Non à di valenzia / ki non è invidiato»: F. Sanguineti, Ruggeri Apugliese: Rime, Roma, Salerno, 2013.
  63. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., p. 120.
  64. Cfr. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit., p. 100.
  65. Purgatorio XIII, vv. 106-23.
  66. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., pp. 121-27.
  67. Cfr. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit., p. 103.
  68. Ivi, pp. 105-16.
  69. Cfr. P. Provasi, Un’escursione dantesca in Siena, art. cit., p. 178.
  70. Cfr. B. Acquarone, Dante in Siena, op. cit., pp. 71-84.
  71. Cfr. R. Mucciarelli, Io son la Pia: un enigma medievale, Siena, Protagon, 2012.
  72. Luogo nominato da Dante anche nel Canto XXIX dell’Inferno. La Maremma, paludosa e infestata dalla malaria, è stata fino alla metà del XX secolo un luogo di miseria e di morte, entrato anche nella memoria orale collettiva con la canzone popolare Maremma amara.
  73. Purgatorio V, vv. 130-36.
  74. Il Catalogo pubblicato in occasione della Mostra Dantesca, inauguratasi nell’Archivio di Stato di Siena il 25 settembre 2021, riporta gli interventi di Mario Ascheri e Maria Mardini che fanno il punto sulle varie posizioni dei ricercatori.
  75. Cfr. P. Rossi, L’ispirazione dantesca in una pittura di Giovanni di Paolo, in «Rassegna d’Arte senese – Bullettino della Società degli Amici dei Monumenti», Siena, anno XIV, n. IV, 1921, p. 137.
  76. P. Rossi, Dante e Siena, op. cit.

(fasc. 41, 5 dicembre 2021)