Tutto il cibo di traverso: il pasto inquieto nella narrativa di Federigo Tozzi

Author di Luca Chiurchiù

Introduzione

Federigo Tozzi, il crudele[1] e l’ingiusto[2]. Federigo Tozzi, il moderno[3] e l’insurrezionale[4]. A partire dagli anni Sessanta, da quando cioè Giacomo Debenedetti ha dissotterrato la mina solo in parte esplosa delle sue opere, non sono mancate le formule icastiche con cui la critica ha cercato di designare l’autore senese e la sua scrittura. Una scrittura di cose, senza dubbio, avrebbe detto il suo amico Pirandello, ma di cose ben differenti da quelle raccontate da Verga, pur amato da Tozzi[5]. Cose opache, che non si lasciano più afferrare, che sfuggono alla briglia delle parole; cose che restano al di qua del dicibile e del completamente rappresentabile. Da qui la celebre e fulminante formula debenedettiana, divenuta ormai proverbiale: «il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare»[6]. Ma da qui anche la volontà di Tozzi di concentrare la sua attenzione su quelli che solo all’apparenza, solo non andando a fondo, possono considerarsi i nostri gesti più innocui.

«Ai più interessa un omicidio o un suicidio», afferma Tozzi nel ben noto saggio Come leggo io (p. 1325), mentre a lui, invece, importa constatare come dietro i nostri atti minimi, quelli più insignificanti, covi, denso e senza fondo, un mistero. Un mistero che è già quello dell’inconscio, certamente, ma di un inconscio, per così dire, ancora innominato. Di un inconscio senza Freud, insomma, dato che la cultura psicologica di Tozzi, appresa da quest’ultimo in maniera autodidatta e ben indagata negli anni da Marco Marchi[7], si assesta quasi per intero su autori non ancora influenzati dalla lezione del padre della psicanalisi.

I protagonisti della narrativa tozziana sono gravati dal peso oscuro di un inconscio disturbato e ingombrante: dalla loro anima (termine fondamentale)[8], di cui però non si avvedono affatto. Non c’è consapevolezza da parte loro, dunque, ma nemmeno l’intenzione, da parte di Tozzi, di offrire al lettore una soluzione, o una spiegazione per ciò che dicono o fanno: di sbagliato e di inopportuno, perlopiù. Quello dei personaggi tozziani, afferma ancora Debenedetti, è un «insindacabile modo d’apparire e di esistere»[9]. Le creature ideate dal senese sembrano spiate di sottecchi: quasi tenessero nascosto, con impaccio, qualcosa di cui doversi vergognare. E invece Tozzi si ostina, con acribia, a sorprenderle all’improvviso, queste creature, a inchiodarle in maniera irreversibile nelle loro bassezze, nelle loro mancanze, nelle insufficienze proprie di chi non è tagliato per la vita. O meglio, di chi non è tagliato per una vita in cui domina sovrana e incontrastata la legge della violenza, della sopraffazione del più forte sul più debole, del raggiro sistematico ai danni dei soccombenti nati.

Come si accennava, simili rapporti non emergono da fatti eclatanti. Non ci sono trame dense di avvenimenti, nei romanzi e nelle novelle di Tozzi, così come nelle sue opere teatrali. Piuttosto, sono i gesti meno appariscenti a parlare, a rendere un poco più trasparenti i pezzi di una realtà che però, avverte Tozzi, resta comunque «fuggitiva» (Come leggo io, p. 1325), mai del tutto e definitivamente comprensibile. Sono gli atti insignificanti che dunque possono far intravedere, per un breve istante, i «movimenti determinati da cause ignote», come li chiama Baldacci, rifacendosi alle parole dell’autore stesso[10].

Alcune di queste piccole azioni (o inazioni) vengono rappresentate con una certa costanza nella produzione narrativa di Tozzi. Gran parte dei personaggi tozziani sono infatti caratterizzati dagli stessi tic, dalle stesse deficienze, rese manifeste attraverso delle situazioni altrettanto frequenti e codificate. Situazioni ritornanti che potremmo definire semplicemente col termine “scene”[11]. Tra queste ultime, ve ne è una particolarmente rivelatrice e di cui vorremmo occuparci in questo articolo: quella del pasto.

Il pasto inquieto: tra ordine e trasgressione

Lo ha ricordato Romano Luperini: Auerbach, in Mimesis, ha rilevato «il fondamento del realismo moderno» in un passaggio di Madame Bovary apparentemente satellitare[12]. Nello specifico: un pranzo spento e quotidiano, che l’annoiata protagonista consuma insieme con suo marito. Luperini afferma che, proprio in un episodio così anonimo, si può intercettare in filigrana la novità dell’opera di Flaubert. Non solo perché tale episodio rivela stilisticamente l’adozione di un nuovo sguardo, di una nuova prospettiva da cui raccontare; ma anche perché, tra le sue pieghe, esso riverbera un senso di vuotezza: quello proprio di una classe sociale, la borghesia, che sta progressivamente trasformandosi, a causa dell’erosione e dell’implosione di quelli che erano stati i suoi pilastri ideologici.

Stando a quanto appena visto, possiamo affermare che anche nelle pagine di Tozzi la scena del pasto conserva un ruolo centrale e chiarificatore. Per due motivi. Il primo è lo stesso messo in evidenza da Luperini per il caso di Flaubert: la rappresentazione di eventi quotidiani come un pranzo o una cena, in casa o presso un luogo pubblico, non si limita a restituire solamente uno o più spicchi di realtà. Non conserva, cioè, un semplice intento descrittivo e naturalistico, ma dà conto, in piccolo, di dinamiche di più ampio respiro, che travalicano il semplice rito del pasto e che pure lo informano strutturalmente. Detto altrimenti, tentando di essere più chiari: il momento deputato al mangiare, nel romanzo otto-novecentesco[13], sembra restituire anche (e soprattutto) i modi d’essere di una determinata società e di un determinato momento storico. Nel caso di Tozzi, si tratta nella maggioranza dei casi della società di provincia del primo Novecento italiano, più in particolare quella della sua Siena, divisa tra la “vita dei campi” dei contadini e dei proprietari terrieri, e gli appuntamenti, mondani e non, di convivialità o meno, propri dell’allora piccola città toscana, restituita sulla pagina come un labirinto, o al massimo come un claustrofobico manipolo di case pronte a rovinare al suolo da un momento all’altro. Non mancano eccezioni, ovviamente: basti pensare agli Egoisti, di ambientazione romana.

La tavola diviene così il terreno, anche simbolico, in cui viene trasposta in miniatura la realtà storica e sociale raccontata (e vissuta) da Tozzi: una realtà di stampo ancora patriarcale, dove gli uomini, ossia coloro che lavorano e guadagnano, la fanno da padroni. Sono loro, infatti, che stabiliscono quanto e come si debba mangiare. Sono loro che dettano le disposizioni, pratiche e non: alle mogli, ai figli e ai sottoposti. Non si considerino peregrine queste considerazioni, dal momento che gli inetti tozziani, destinati puntualmente alla sottomissione, al raggiro, al sacrificio inutile di sé, sono tali, sono cioè reputati degli inadatti alla vita, proprio perché non riescono a conformarsi a un preciso sistema culturale di riferimento. Un sistema in cui, ricordiamolo, vige la legge aurea e inscalfibile della violenza. Ecco perché vorremmo servirci della formula “pasto inqueto”: sotto simili gesti, quotidiani e banali, ribolle, in tutta la sua portata, il mistero che Tozzi vuole raccontare.

Siamo qui giunti alla seconda, cruciale valenza che pare conservare il pasto nei testi tozziani. Nello svolgersi di questa scena si rendono evidenti non solo i rapporti di forza di tipo “strutturale”, espliciti o rimossi, ma anche altri, più profondi ancora, forse. Di tipo esistenziale. In altre parole, la tavola, quella domestica o quella pubblica dell’osteria (del caffè o del bar), diventa fuori di metafora un campo di prova per i personaggi. È su questo banco di prova che essi dimostrano il proprio fallimento, totale, e la propria difficoltà a stare al mondo, irredimibile. Specialmente i personaggi maschi, e pour cause. Non solo perché, come abbiamo appena affermato, durante i pasti traspare con chiarezza l’assetto patriarcale del mondo crudele messo in scena da Tozzi, ma perché i pranzi, le cene e i convivi sono momenti durante i quali si misura, più in generale, la virilità. Sono momenti in cui un uomo deve dimostrare di esser tale. Agli occhi della sua famiglia o degli altri suoi pari.

A questo proposito, dobbiamo ancora rifarci a Luperini, il quale, in una sua fondamentale monografia su Tozzi, ha messo in luce come la dialettica tra salute e malattia (esistenziale), che informa gran parte della produzione del senese e che molto spesso corrisponde a quella tra padri e figli e tra veri giovani e “giovani” intesi come individui a mezzo incapaci di crescere, si misuri proprio sul capitale simbolico della virilità[14]. Quest’ultima è una qualità fondamentale perché si costituisce come la pietra di paragone, l’elemento dirimente per stabilire chi, nella catena di sopraffazione messa in scena da Tozzi, debba poi travolgere e sottomettere il suo prossimo. Il vero uomo, in prima istanza, è colui che in famiglia porta il pane in tavola e che, per tale motivo, stabilisce le regole secondo cui questo pane deve essere mangiato. È colui, insomma, che fa rispettare un preciso ordine, un preciso corredo di norme e di comportamenti da tenere. Norme non per forza coincidenti col galateo, con quelle della rispettabilità borghese[15], o con un comune senso del decoro. Si prenda come esempio la novella Vita, contenuta nell’unica raccolta messa a punto dall’autore: Giovani. In questo racconto un padre dispotico e alcolizzato obbliga suo figlio e sua moglie a ubriacarsi, a sottomettersi alla sua volontà di uomo di casa, e, in quanto tale, di padrone assoluto di cose, bestie e persone. Come dimostra la vicenda in questione, per “ordine” si può quindi intendere qualcosa che oltrepassa il senso proprio del termine. Non si tratta tanto del rispetto di regole al di sopra delle parti. Piuttosto, dell’adattamento a una precisa gerarchia, stabilita e imposta da chi, in virtù della sua virilità e della sua capacità di usare violenza, possiede il diritto di disporre ciò che più gli aggrada. E, soprattutto, di far valere il suo onore.

A guardar bene, non siamo troppo distanti dalle considerazioni fatte da un altro autore che già Debenedetti aveva accostato a Tozzi nel suo saggio seminale su Con gli occhi chiusi: Franz Kafka. Si ricordino le parole di fuoco di questo “maestro del digiuno” nei confronti del padre, di cui, nella lettera a lui indirizzata, Kafka descrive con esattezza il contegno durante i pranzi e le cene[16]. Il contegno di un individuo quasi senza fondo, famelico e furioso. Il contegno di chi è sano, di chi sa stare al mondo e gode sapendolo. Di chi si fa beffa dei deboli di stomaco e degli inappetenti, dei figli per sempre. Quale è Franz (che però, a suo vantaggio, ha la scrittura), e soprattutto quali sono i personaggi ideati da Tozzi: giovani terrorizzati e disgustati dai loro genitori maschi e dai loro “doppi” vincenti, ma al contempo attratti dalla loro risolutezza e dalla loro capacità di usare violenza (da qui il sadomasochismo diffuso nei testi tozziani rintracciato da Luperini e da Petroni[17]; da qui anche i frequenti rapporti in double bind degli inetti coi loro rivali o coi loro aguzzini). Grazie a Kafka, troviamo conferma di come la tavola possa intendersi anche come il perimetro dove si sprigiona un campo di forze la cui posta in gioco è quella del dominio sugli altri commensali.

Abbiamo appena visto quale sia l’attitudine del vero capofamiglia durante i pasti. Abbiamo visto, insomma, in che modo un vero uomo si comporta nella sua casa, e in che modo stabilisce una rigida gerarchia di cui si fa custode e incarnazione. Eppure, come ricorda Stefano Ciccone, la virilità non si misura e non si conferma soltanto nella sfera dell’ordine, ma anche in quella, altrettanto probante e decisiva, della trasgressione[18]. Sono due facce della stessa medaglia. Come a dire che l’uomo che vuole dirsi e dimostrarsi tale ha il dovere di rispettare sia l’ordine, sia, paradossalmente, la rottura dell’ordine. Abbiamo detto “dovere”, e non a caso. Come ci hanno insegnato i Men’s studies, infatti, la virilità è prima di tutto un peso[19], un carico simbolico da riconfermare di volta in volta attraverso il superamento di alcune prove. Prove «corporali» e spesso violente[20]. Il vero maschio si conferma tale se, per mezzo del suo corpo, è in grado di attagliarsi a una certa immagine condivisa e dominante, di soddisfare determinati requisiti agli occhi degli altri. Qui le parole molto chiare di Bourdieu:

La virilità, intesa come capacità riproduttiva, sessuale e sociale, ma anche come attitudine alla lotta e all’esercizio della violenza (in particolare nella vendetta) è prima di tutto un carico. […] Come l’onore – o la vergogna, la sua contropartita, che, a differenza del senso di colpa, sappiamo esser provata davanti agli altri – la virilità deve essere convalidata davanti agli altri uomini, nella sua verità di violenza attuale o potenziale, e certificata dal riconoscimento dell’appartenenza al gruppo dei “veri uomini”[21].

Il concetto di verità di violenza di cui parla Bourdieu è necessario per comprendere molti dei rapporti tra i personaggi di Tozzi. E in particolare quelli che si manifestano durante il pasto inquieto. Non soltanto quando quest’ultimo si consuma nell’ambiente domestico. Ma anche quando si verifica negli spazi pubblici della trasgressione: le osterie, i caffè e i bar. Sono luoghi riservati allo svago, certo, ma anche, e soprattutto, alla sregolatezza. È in questi contesti, infatti, che l’uomo virile deve dar sfoggio della sua propensione all’eccesso. Che deve dar prova (anche di coraggio, quasi si trattasse di un rito di passaggio[22]) del superamento dei propri limiti: bevendo a oltranza, bestemmiando (e bisognerebbe pure discutere del fatto che gli inetti tozziani sono sempre incapaci di farlo, oppure costantemente in soggezione di fronte alla blasfemia altrui) e attaccando briga.

In particolare, è l’osteria a trovare molte corrispondenze nella narrativa di Tozzi, e ciò non stupisce, dal momento che l’autore era figlio del proprietario di una taverna a Siena. Una taverna dal nome possente e abbastanza lugubre, a dirla tutta: il Sasso. Come ha scritto Giancarlo Bertoncini, si tratta di uno spazio di per sé già «connotato letterariamente»[23], forse mutuato da certa una tradizione tutta toscana, come quella di Fucini. Tuttavia, dalla nostra prospettiva la locanda tozziana ci appare radicata in una tradizione ben più torbida e oscura: meno legata a intenti realistici. Si tratta infatti di un luogo notturno, basso e soffocante, dove la luce non filtra mai bene, dando vita a situazioni ambigue e pericolose. Nell’osteria gli sprovveduti, i forestieri e gli inesperti vengono circuiti e messi in trappola: ma questo lo si sa, ed è un discorso che attraversa la tradizione del romanzo moderno. Si pensi a Renzo Tramaglino, si pensi a Pinocchio; si pensi anche agli incontri perturbanti del Raskol’nikov di Delitto e castigo, o del K. del Castello, di cui ha trattato Luperini[24]. Anche i protagonisti di Tozzi possono ascriversi a questo elenco di personaggi imbrogliati e incastrati durante il pasto in una locanda. Come nel caso della novella intitolata proprio L’osteria, una delle più note e trattate dalla critica, in cui una povera maestrina giunta da un altro paese è vittima sia degli autoctoni, che la deridono per il suo essere così diversa (per il suo essere così “normale” al cospetto degli altri avventori, descritti come bestie), sia dal protagonista-narratore e da un suo amico. Questi ultimi inizialmente la pungolano con domande imbarazzanti e poi la seguono fin nella sua stanza, spiando di nascosto il suo pianto di capro espiatorio.

Per cogliere appieno l’atmosfera oppressiva che si respira in questo tipo di luoghi, dobbiamo però rifarci a un altro racconto di Tozzi: La vinaia. Al centro di questa novella sta la figlia del proprietario di una locanda, una diciottenne costretta ad assistere tutte le sere allo stesso spettacolo. In particolare, si narra dell’arrivo di una zingara cantante, che scatena gli appetiti sessuali di tutti i maschi presenti, funzionando quasi da ulteriore catalizzatrice degli istinti bestiali già rappresi nell’ambiente e acutizzati dall’alcol. Citiamo:

La bettola era piena di fumo […] Quella sera c’era gente […] perché sapevano che la bella zingara giovine sarebbe tornata a cantare e a suonare la chitarra. […] Tutti la desideravano e le dicevano qualche cosa […]. Qualcuno la voleva trattenere, ma ella si divincolò ridendo sempre […].

Era un grido assordante e confuso: non si capivano che le bestemmie e lo sbattere delle carte su le tavole.

In un angolo, cominciarono a cantare […]. Cantando si storcevano tutti, alzavano il collo e mandavano il ventre in fuori […].

Ma un altro briaco gridò:

– State zitti voi!

– E che te n’importa, imbecille?

Quegli attraventò il bicchiere ancor pieno di vino. Prese un giovine vicino alla tempia. Il sangue cominciò a escire. Allora, due suoi amici s’avventarono addosso a quello che aveva attraventato il bicchiere e lo stesero in terra a forza di pugni; poi lo misero fuori dell’uscio. (La vinaia, pp. 482-83)

In questo piccolo passaggio, per la verità abbastanza grottesco ed espressionistico, troviamo descritto quello che, nelle pagine di Tozzi, è il corretto codice di condotta da tenere all’osteria. Una condotta tutta al rovescio, naturalmente, dove a farla da padrone è ancora la violenza. Dunque, bestemmie, risse con accoltellamenti, partite a carte che degenerano nel litigio, chiacchiere oscene, dispetti e canzonature sono la regola, non l’eccezione. Se la tavola domestica è quella in cui l’ordine e l’onore prevalgono, quella pubblica, delle osterie o dei caffè, è invece caratterizzata dallo sgarro e dalla trasgressione. Uno sgarro e una trasgressione che però sono reputati “giusti”, normali e quantomeno sani, per un uomo virile.

Per quanto riguarda la cosmogonia degli inetti tozziani (maschi, certamente), tutti questi atteggiamenti sono disattesi con un’esattezza e con una (contro)puntualità addirittura sconcertanti. Essi non sanno stare al proprio posto, né in casa né fuori casa; né nel regno dell’ordine né in quello del disordine. Le prove per dimostrare la loro virilità sono fallite a ogni piè sospinto. Il cibo che mangiano e il vino che ingurgitano è destinato ad andare comunque di traverso.

L’osteria, il bar, il caffè

Andiamo ora a verificare nei testi quanto detto. Si procederà per campioni, con l’intento di dimostrare come la scena del pasto inquieto, pur situata in plot molto differenti tra loro, conservi sempre un ruolo determinante e rivelatore. È durante questa scena che emergono in maniera sottile e allo stesso tempo incontrovertibile le storture esistenziali dei protagonisti tozziani. È questa una delle prove a cui sono chiamati e che, puntualmente, falliscono.

Cominciamo con l’ambientazione pubblica dell’osteria. Abbiamo già detto di due novelle, ma ora focalizziamo la nostra attenzione su un romanzo chiave, nella produzione tozziana: Ricordi di un giovane impiegato (con il titolo restaurato da Luperini e da Castellana)[25]. Si tratta di un’opera decisiva, non solo perché è l’ultima a cui Tozzi attende (nonostante la prima stesura sia degli anni giovanili), ma perché, in poche pagine, racchiude bene la tragedia di chi non è capace in nessun modo di integrarsi nell’ambiente che lo circonda. Ambiente che corrisponde alla Pontedera di inizio Novecento, una cittadina chiusa e ostile, dove la virilità è la posta simbolica decisiva da conquistare, se non si vuole essere schiacciati. Leopoldo Gradi, il giovane protagonista che racconta in un diario il primo incarico lavorativo, pare proprio non avvedersi di ciò: cerca qualunque scusa per non comportarsi da uomo, e per restare nella sua adolescenza tardiva e guasta. Cerca, cioè, di rifugiarsi in un mondo immaginario, retto da un’innocenza ipocrita e da amori incorporei. Un mondo senza responsabilità.

Una delle prime dimostrazioni dell’inadeguatezza del personaggio si manifesta proprio a cena: appena arrivato nella cittadina presso cui deve prendere servizio come impiegato delle ferrovie, desta il disprezzo della proprietaria di una trattoria, perché “si permette” di ordinare una bistecca. Riportiamo il passo in questione:

Un macchinista mangia una coppia d’uova, dà un’occhiata al giornale aperto e una a me. Divengo impaziente; e batto con le nocche il piatto vuoto che ho dinanzi. […]

[La padrona] sopraggiunge; e ambedue mi guardano tacendo. Il macchinista mi fissa così intensamente che io debbo voltarmi dall’altra parte. Con una voce che cerco di rendere grata, domando:

– Che cosa c’è?

Ma la padrona è anche più scorbùtica, e vuol farmi intendere che io non debba essere tanto esigente:

– Vuole una minestra, una coppia d’uova, una bistecca…

– Una bistecca.

Ella non mi nasconde la sua aria di offesa:

– Non vuole la minestra?

– No.

– Ma c’è un brodo eccellente!

E guarda il macchinista, perché si metta con lei. Tuttavia, tengo duro:

– Io voglio una bistecca.

Allora, con uno sdegno che non perdona, mi risponde:

– Sissignore.

Mi ci vuol poco a capire che sono molto antipatico; e il macchinista me lo dimostra in un modo lampante con i suoi sguardi.

Mangio e vado a letto; e, prima, devo confermare a quanti si trovano nella trattoria che io sono il nuovo impiegato. (Ricordi di un giovane impiegato, pp. 11-12)

La proprietaria «con uno sdegno che non perdona» comunica, dunque, al nuovo giunto tutto il suo disprezzo, solo perché, almeno a prima vista, quest’ultimo ha osato chiedere una pietanza diversa da quella che la donna si aspettava. Non stupisce: gran parte degli inetti tozziani non sanno comportarsi di fronte ai sottoposti, o comunque di fronte a persone a cui dovrebbero comandare qualcosa. Anche questo è un topos o, meglio, un segno di riconoscimento proprio dei personaggi inadatti alla vita: si ricordino, a titolo di esempio, Una vita di Svevo, oppure le Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, romanzi in cui i protagonisti vengono sbeffeggiati da camerieri, servi e subordinati.

A guardare meglio lo stralcio, però, emerge anche un altro elemento non secondario. E cioè che l’astio della padrona non deriva tanto dalla bistecca, futile motivo, ma dal tentativo di Leopoldo di apparire “grato” agli occhi della donna. Sta qui il suo peccato, si gioca qui la questione. Gli atteggiamenti di Leopoldo sono così inopportuni e infantili, in un contesto dominato dalla violenza e dalla sopraffazione, che non possono che risultare incomprensibili e destare sospetto. Come ha sottolineato magistralmente Petroni[26], infatti, l’intera comunità pontederese guarda con circospezione e antipatia un individuo che è troppo “buono” (altro refrain, in Tozzi), troppo ingenuo, troppo accomodante, per poterlo essere veramente. A darci conferma di ciò è proprio un altro episodio relativo a un pasto. O meglio, relativo a un pasto mancato. Leopoldo è al suo primo giorno di lavoro, e viene rimproverato per aver mancato la cena con i colleghi della sera prima (quella del suo arrivo):

Mi vesto e vado all’ufficio. I miei colleghi fanno colazione […].

Sono molto impacciato ed evito di parlare. Frattanto, entra il gestore […]. Io mi tolgo il cappello, ed egli mi chiede con un’aria tra indagatrice e maliziosa:

– Perché ieri sera non venne a cenare con noi? Le avevamo fatto preparare il posto.

– Non sapevo dove fossero.

Egli non mi crede, e mi rimprovera:

– Eh, non ci vuole mica tanto! È lì; guardi.

E mi accenna una piccola osteria di fianco al piazzale della stazione. I miei colleghi stanno attenti a quel che gli rispondo.

– Verrò oggi. […]

Ed esce. Ma, mentre io sto per domandarmi se ho commesso qualcosa di male, i miei colleghi fanno una risata […].

Dopo mezz’ora, posso lavorare. Ma i registri sono così pieni di correzioni e di scarabocchi che io non so quel che devo scrivere. (Pp. 13-14)

Dalle parole appena lette si intuisce perfettamente il senso di fastidio che provano tutti nei confronti di Leopoldo, un giovane incapace perfino di presentarsi in un’osteria dove lo stanno attendendo. Ecco, se dovessimo sintetizzare il dramma dei maschi tozziani (perché le donne, a nostro avviso, hanno un destino diverso) con un’immagine, potremmo scegliere proprio quella di una tavola preparata degli invitati che non sanno nemmeno sedersi al proprio posto, e che non arriveranno mai puntuali. Del resto, sembra proprio questo il destino di Pietro Rosi, protagonista di Con gli occhi chiusi, il quale non riesce a stare al passo col padre Domenico (proprietario di un’osteria e quindi maestro di trasgressione e di ordine contemporaneamente), nonostante quest’ultimo, con modi tutt’altro che affettuosi, tenti di instradarlo sulle sue orme di padrone e di uomo di casa. Sforzi vani. Pietro è incapace di crescere, e difetta in virilità. Lo testimonia bene un episodio del romanzo che si svolge in un bar. Tale scena risulta esemplificativa perché, sintomaticamente, mette a stretto contatto la prestanza sessuale con la capacità di saper ordinare, mangiare e bere nei posti deputati al ristoro. Leggiamo:

Domenico, quasi a metà della strada, entrava in un bar dov’era una ragazza con una veste così scollacciata che Pietro aveva paura si aprisse tutta. […]

Pietro non voleva entrare. Domenico tornava fuori, strascinandocelo.

La ragazza faceva la sguaiata con Domenico: ma Pietro se ne stava a capo chino, impacciato di lei, del suo vezzo, e degli specchi grandi come le pareti; non sapendo né meno come prendere il caffè. E si bruciava le dita e la bocca.

Esciva prima che il padre avesse avuto il tempo di bevere; e, dai vetri velati di vapore, che si scioglieva in sgocciolature lunghe e torte, lo vedeva ridere con la ragazza. (Con gli occhi chiusi, p. 65)

Se avevamo dubbi sul fatto che i luoghi e i momenti deputati al mangiare e al bere fossero trascurabili, ora dobbiamo ammettere quanto questi stessi luoghi e questi stessi momenti siano decisivi. Essi rappresentano infatti delle occasioni, ineludibili, per affermare la propria virilità. È evidente nel passo appena citato: chi sa consumare e stare a suo agio nel bar, e cioè Domenico, è anche colui che non ha paura delle donne. Ed è anche colui che cerca di dare l’esempio al figlio, trascinandolo a forza di fronte alla ragazza e mostrandogli come si comporta davvero un uomo.

Certo, si potrebbe anche obiettare: Pietro in questa scena è ancora un ragazzo, troppo acerbo per comprendere le dinamiche adulte del sesso e della violenza. Tuttavia, come sappiamo e come ha spiegato Luperini, la “giovinezza” dei personaggi di Tozzi, questa malattia esistenziale, non passa col passare degli anni. Anche quei protagonisti che paiono a prima vista sani e risoluti trasecolano non appena devono dimostrare realmente la loro virilità. A riprova di ciò, riportiamo un passaggio dall’ottavo capitolo del romanzo postumo Gli egoisti. Capitolo nel quale un amico del protagonista Dario Gavinai, Ugo Carraresi, quarantenne assai contrariato dall’atmosfera di decadenza che si respira nella Roma descritta nel libro, si spaventa alla vista di un alterco che si verifica proprio in un caffè. Qui il lacerto in questione, dove a parlare per primo è proprio Carraresi:

– Io vado alla messa ed anche a confessarmi. E, perciò, mi sento anche disposto a uccidere tutti quelli che non credono.

L’uscio, con i vetri coperti da tendine verdi, dietro il quale erano i bigliardi, si spalancò con fracasso; sbatacchiando. Un giovanotto elegante, in maniche di camicia e la stecca in mano, fece un passo nel caffè per cercare un riparo. La voce rauca d’uno fuori di sé, gridò:

– Se non te ne vai, ti piglio a revolverate.

Ma dovevano tenerlo, perché si udivano trascinare sedie e tavolini. Accorsero due camerieri; e le grida si acquietarono. Il giovanotto, che ora brandiva la stecca, osò rientrare.

Il Carraresi, doventato subito bianco, senza né meno finire il caffè, benché desse un’occhiata al fondo della tazza, si alzò per andarsene; dimenticando perfino di pagare. Dario gli disse:

– Non vedi che tutto è finito? Non vedi che nessuno ha paura?

Ma egli non riesciva, né meno a cavare dal taschino del panciotto i denari; e, s’arrabbiava, pigliandosela con tutti quelli che leticano. Mise nel vassoio quel che gli venne alla mano; poi, pentito, cercò di contare, puntando lesto lesto le dita su ogni moneta, imbrogliandosi inutilmente. (Gli egoisti, pp. 478-79)

Il contegno ridicolo di Carraresi dissipa ogni dubbio rimasto. I personaggi tozziani, anche quando hanno quarant’anni, anche quando dovrebbero comportarsi da uomini fatti, non riescono a dismettere i loro panni di giovani impreparati e, soprattutto, terrorizzati. È da notare, purtroppo solo di sfuggita, che qui affiora anche la questione del duello[27], il rito virile per eccellenza che spaventa anche quando non li riguarda (e soprattutto dopo che il personaggio in questione si dichiara disposto, “in teoria”, a uccidere tutti i non credenti). Una questione a cui si aggiunge quella consecutiva dell’uso del denaro: argomento ben analizzato, di recente, da Marialuigia Sipione[28].

Anziché dedicarsi alla dissolutezza e alla trasgressione, all’eccesso e alla perdita del controllo, anziché addentrarsi con coraggio in quel rito iniziatico che implica, sì, la discesa in un mondo fosco e pericoloso, ma anche la conoscenza delle dinamiche della virilità e della vera giovinezza, i protagonisti di Tozzi preferiscono evitare il contatto. Preferiscono fuggire al modo di Carraresi, risoluto e schietto in apparenza, ma in fondo terrorizzato da tutto quanto lo circonda e che non risponde alla sua idea, tutta astratta e pacificante, di mondo.

Bocconi amari: in casa

Passiamo ora al pasto inquieto in ambiente domestico. Com’è intuibile fin da subito, il confronto vero si gioca quasi sempre tra padri e figli maschi. Nella vasta produzione novellistica del senese, è presente un racconto che illumina meglio di altri in quali termini i protagonisti inetti, inappetenti e irrimediabilmente fuori posto non sappiano “tenere banco”. Il racconto in questione reca come titolo Un giovane: da questa piccola spia paratestuale possiamo già comprendere come esso si inserisca alla perfezione nel sistema, teorico e letterario, culturale e poetico, messo a punto da Tozzi intorno alla giovinezza come malattia. Tale malattia affligge il protagonista della novella, Alfonso Donati, il quale, come tanti suoi simili, si illude di essere un giovane sano, e gode nel perdersi nella campagna durante il pomeriggio. A sera, però, è costretto a tornare a casa per la cena. Ed è proprio a casa che Alfonso incontra suo padre Filiberto, marmista «molto bravo e riconosciuto» (Un giovane, p. 561). Questo dato non sembra del tutto casuale: Filiberto non è solo un artigiano stimato e solerte, un uomo del fare, insomma, ma il suo mestiere implica il rapporto con la materia assai difficile da trattare: la pietra. Il padre di Alfonso è dunque un uomo capace di piegare al suo volere qualunque cosa, metaforicamente e non solo. E Tozzi aggiunge un altro dettaglio rivelatore: «Lavorava dalla mattina alla sera, e faceva colazione sulla pietra sepolcrale stesa sopra il banco che egli aveva da lavorare. Poi, pulitasi la bocca alle maniche della camicia, ripigliava gli scalpelli e la mazzuola» (p. 561).

Non paia di poco conto questa breve precisazione sulle colazioni consumate dal padre. Perché proprio da tale precisazione deriva anche la differenza con quanto segue, nel racconto. Filiberto mangia sopra le lapidi, quasi sfidando la morte, dunque, ma soprattutto rendendo manifesta l’effettiva corrispondenza tra le due attività inscindibili: quella lavorativa e quella del mangiare. C’è una continuità effettiva tra lavoro e cibo, infatti: a tavola si vede chi è che ha portato il pane a casa. Si vede chi è l’uomo che lavora, che adempie cioè al ruolo a cui è chiamato, e chi no. Qui la scena centrale:

Erano lui e il padre soltanto. Una vecchia portava i piatti: una vecchia grossa e zoppa, che spariva nell’ombra a pena si allontanava dal cerchio di luce che veniva giù dal lume. Alfonso si volgeva sempre a vederla sparire, per il bisogno che aveva di vedere come tutte le volte ella spariva allo stesso modo. […]

Filiberto, stizzito che egli non lo guardasse né meno, si alzò dalla sedia e gli levò il piatto, mettendolo in fondo alla tavola. Il giovane lo lasciò fare; ma, dopo un poco, senza dir niente, rimise il piatto al posto e ricominciò a mangiare. Allora il marmista, posati gli occhiali come per una faccenda qualunque, cominciò a gridare: «Tu fai la marmotta, con me!… Ti voglio aprire la testa, per vedere che c’è dentro!… La pappa!… La pappa, c’è dentro!… Smetti di mangiare!… Tu mangi le mie fatiche!…». […]

– Io ti fo quel che ti meriti. Credi tu che un altro figliolo si comporterebbe come te?

Allora, Alfonso pensò: «Perché non ha un altro figliolo? Perché non c’è qui un altro figliolo?». E girò gli occhi intorno, come per cercarlo; mentre gli tornava a mente la passeggiata limpida e tepida di sole. (Pp. 562-63)

Come dimostra quanto letto, nei testi di Tozzi il pasto inquieto in ambiente domestico si esplica nei termini di un confronto inevitabilmente impari tra chi produce (chi, quindi, permette che il pasto ci sia) e chi, invece, è incapace di creare profitto, di fare alcunché, men che meno di lavorare e contribuire al sostentamento della propria famiglia. Si tratta nella maggioranza dei casi di un confronto tra giovani indecisi e inappetenti e uomini più avanti con gli anni ma comunque più vitali ed energici rispetto alla loro progenie, che non sa raccogliere l’esempio di chi è adulto. Come in Con gli occhi chiusi, in cui casa e osteria corrispondono. Vi è una sovrapposizione totale e perfetta tra i due luoghi.

I pasti inquieti che vengono rappresentati (in continuazione) nel libro non solo scandiscono le fasi della scarna vicenda, ma servono a rimarcare le differenze che intercorrono tra padre e figlio. È durante uno di questi ritrovi a tavola che Domenico si accorge della totale inadeguatezza del suo ragazzo: «Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a Domenico un senso d’avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque!» (Con gli occhi chiusi, p. 82). E Domenico in questo caso risulta il termine di paragone, colui che ce l’ha fatta. Che si è arricchito grazie alle sue fatiche e al suo lavoro.

Il lavoro è una delle prove essenziali per poter dimostrare la propria virilità[29], in particolare se si intende quest’ultima nei termini di una smania di fare, di agire senza riserve e senza limiti di sorta. Gli atleti mancati della vita raccontati da Tozzi, come li chiama Debenedetti, non sanno agire e dunque, come logica conseguenza, non sanno nemmeno mangiare. Sentono disagio a stare a tavola perché è lì che si misura la quantità e la qualità dei risultati, quanto si è stati utili. Ancor più, dunque, che sulla capacità di ingurgitare cibo, sulle sfide a chi beve e chi mangia di più, sull’eccesso, si gioca tutto quanto sul rispetto di un ordine, di una gerarchia e di un processo emulativo che non trova conferma.

Giunti a questo punto, però, potrebbe sorgere un dubbio, del resto avanzato per primo da Debenedetti. Il dubbio è il seguente. Si potrebbe arrivare a dire che Alfonso Donati, Pietro Rosi e tanti altri falliscano di proposito (inconsciamente, certo) i compiti a loro assegnati? Non è che in questa recidiva incapacità di assomigliare ai propri padri si nasconda la voglia di distruggerli e di distruggere il loro lascito, la loro eredità (altro tema cardine nella narrativa tozziana)[30]? Non è che nell’impaccio con cui ingurgitano il cibo portato in tavola dai loro genitori vogliono allontanarlo da sé? Non è, insomma, che ci troviamo nel solco d’Edipo?

Si direbbe di sì, a prima vista. Specialmente se si prendesse in considerazione un’altra opera fondamentale, e cioè Tre croci, in cui il cibo occupa un ruolo ben preciso. In questo romanzo i tre fratelli protagonisti, i Gambi, nonostante siano sommersi dai debiti, perseverano nel compulsivo acquisto del cibo più sfarzoso e prelibato. Certo, il fratello responsabile degli affari di famiglia, Giulio, sembra non partecipare attivamente alla caccia famelica degli altri due, o comunque manca della stessa ottusa voracità. Ma non è questo il punto.

Pur tenendo presente la posizione condivisibile di Piero Pieri[31], il quale ha affermato che è da ridimensionare la matrice edipica indicata da Debenedetti, non possiamo fare a meno di riprendere alcune osservazioni di quest’ultimo, che ci paiono determinanti per il nostro discorso:

questi fratelli […] pare che puntino tutte le loro aspirazioni sulla buona tavola, riequilibrino la loro vita ansiosa, depauperata, angosciata nel mettere sotto i denti i cibi più succulenti, fini e deliziosi, raggiungano in questo una specie di euforia sovraeccitata, un rialzo del tono vitale al pari dell’orgasmo degli amanti. […] Ostentano con truculenta tracotanza e senso di superiorità le soddisfazioni della loro ghiottoneria come i campioni del gallismo le loro imprese dongiovannesche. La mensa ricca e appetitosa è propriamente una espressione della loro protesta virile. E raggiungono quella protesta proprio distruggendo la roba, il potere del padre che li ha resi degli incapaci; i loro banchetti sono inconsapevolmente grevi, tetri, melensi, feste e tripudi banditi a celebrare l’offesa al nome stesso e all’onorabilità del padre[32].

A nostro avviso, le parole debenedettiane colgono bene il processo messo in atto dai tre protagonisti, anche se non tengono conto del fallimento di questo stesso processo, il cui destino non può essere che quello della morte precoce e banale. In tal senso, il suicidio compiuto da Giulio non ha niente della «protesta virile», come la chiama il grande critico letterario. È, anzi, il suo contrario. Non si tratta di un’autodistruzione conscia, né di una vendetta portata a compimento come si deve. O, meglio, come un vero uomo dovrebbe.

Per una specie di paradosso, l’appetito smisurato e ipertrofico dei Gambi finisce per impedire il loro godimento reale del cibo. Proprio come lo sperpero finanziario di molti personaggi tozziani termina – invece che con la diserzione volontaria da posizioni scomode e schiaccianti (e quindi con un superamento cosciente dei propri traumi) – con una rinuncia inutile, senza un qualche accenno di maturazione o di miglioramento. È qui che il confronto attuato da Debenedetti col gallismo dongiovannesco – forse proprio lo stesso di Vitaliano Brancati – risulta assai calzante. Più i tre fratelli si ostinano a “mangiare le fatiche” del loro padre (riprendiamo l’espressione dalla novella Un giovane già vista), più non sono capaci di godere di ciò di cui si cibano.

E, sempre per una specie di paradosso, nel momento in cui tentano di cancellare il loro padre, proprio in quell’esatto momento, i Gambi (e tutti gli inetti ideati da Tozzi) lo rimettono al centro di tutto, in un processo non troppo dissimile da quello individuato da Pierre Klossowski nel tentativo di Sade di annientare per sempre Dio[33].

Ma, in fondo, come suggerisce Debenedetti, siamo pur sempre nel solco del mito dongiovannesco. Dove un convitato di pietra pare presenziare agli infiniti pasti dei tre fratelli: è il loro padre, e siede ancora a capotavola.

  1. Cfr. Tozzi: la scrittura crudele, a cura di M. A. Grignani, Atti del Convegno internazionale (Siena, Santa Maria della Scala, Palazzo Pubblico, 24-26 ottobre 2002), num. monografico di «Moderna», IV, 2, 2002.
  2. Di un’«antipatia» e di un’«aderenza ingiusta» di Tozzi nei confronti delle sue creature letterarie ha parlato A. Moravia, Introduzione a F. Tozzi, in F. Tozzi, Novelle, I, Firenze, Vallecchi, 1976, pp. V-XII.
  3. Cfr. l’imprescindibile L. Baldacci, Tozzi moderno, Torino, Einaudi, 1993.
  4. Con questo aggettivo lo scrittore Antonio Moresco designa autori come Leopardi, Tozzi, De Roberto e Pasolini, i quali, a suo giudizio, «osano tormentare e sfidare i confini, i cardini stessi della vita e del mondo. In questi scrittori la ferita non è mai sanata, si vede il doloroso formarsi della perla». A. Moresco, Leopardi insurrezionale, in «Il primo amore», www.ilprimoamore.com (ultima consultazione: 25/07/2020). Sulla “lunga fedeltà” di Moresco a Tozzi cfr. anche l’intervista A. Moresco, «Tozzi? Mi ha salvato quando deragliavo», in «Il corriere fiorentino», 2 febbraio 2018.
  5. Cfr. F. Tozzi, Giovanni Verga e noi, in Id., Opere. Romanzi, Prose, Novelle, Saggi, a cura di M. Marchi, introduzione di G. Luti, Milano, Mondadori, 1987, pp. 1304-308. D’ora in poi i saggi e i romanzi verranno estrapolati da questa edizione e citati a testo, indicando il loro titolo seguito dal numero di pagina. Farà eccezione F. Tozzi, Ricordi di un giovane impiegato, edizione critico-genetica, introduzione e apparati a cura di R. Castellana, presentazione di R. Luperini, postfazione di F. Petroni, Fiesole, Cadmo, 1999. Anche per le novelle si citerà a testo, riportando il titolo del racconto e il numero di pagina desunto dall’edizione F. Tozzi, Le novelle, a cura di G. Tozzi, con un saggio introduttivo di L. Baldacci, Milano, Rizzoli, 2008, 2 voll.
  6. G. Debenedetti, Il personaggio-uomo, Il Saggiatore, Milano, 1970, p. 95.
  7. Cfr. M. Marchi, Federigo Tozzi. Ipotesi e documenti, Firenze, Le Lettere, 2015.
  8. Sulla questione cfr. almeno L. Melosi, Anima e scrittura. Prospettive culturali per Federigo Tozzi, Firenze, Le Lettere, 1991; R. Luperini, Federigo Tozzi. Le immagini, le idee, le opere, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 58-64; F. Boccaccini, Uno scetticismo triste. Tozzi e la cultura psicologica del primo Novecento, in Federigo Tozzi in Europa. Influssi culturali e convergenze artistiche, a cura di R. Castellana e I. De Seta, Roma, Carocci, 2017, pp. 136-42.
  9. G. Debenedetti, Il personaggio-uomo, op. cit., p. 95.
  10. Cfr. L. Baldacci, Tozzi moderno, op. cit., pp. 101-36.
  11. Mutuo questo termine da due lavori di stampo tematico-comparatistico presi a modello per l’impostazione del presente lavoro: S. Lazzarin, Alfonso Nitti e la Question du costume. Note su Una vita e la tradizione del Bildungsroman, in «Rivista di Letteratura Italiana», XX (2002), pp. 125-52; B. Spackman, D’Annunzio e la scena della convalescenza, in Maschilità decadenti. La lunga fin de siècle, a cura di M. Pustianaz e L. Villa, Bergamo, Sestante, 2004, pp. 139-58.
  12. «Auerbach […] nel passo studiato vede il fondamento del realismo moderno, e cioè la trattazione seria della realtà quotidiana, lo svuotamento definitivo della separazione degli stili e il superamento tanto del tragico quanto del comico tradizionali»: R. Luperini, Un mutamento di paradigma: il romanzo d’adulterio e la trasformazione del personaggio femminile fra Ottocento e Novecento, in Id., Tramonto e resistenza della critica, Macerata, Quodlibet, 2013, p. 194.
  13. Sulla scorta di Bachtin e in riferimento a La disubbidienza di Moravia, Paola Montefoschi ha messo in luce come le scene deputate al mangiare, nella letteratura moderna e contemporanea, testimonino di una progressiva rottura dell’idillio famigliare e dell’equilibrio intergenerazionale. Cfr. P. Montefoschi, Moravia e il romanzo di formazione nell’età della disubbidienza, in Il romanzo di formazione nell’Ottocento e nel Novecento, a cura di M. C. Papini, D. Fioretti, T. Spignoli, Pisa, ETS, 2007, pp. 387-88.
  14. Cfr. R. Luperini, Federigo Tozzi, op. cit., passim. Sulla giovinezza intesa come una «malattia dell’anima» cfr. in particolare le pp. 209-10.
  15. Categoria fondamentale che si lega alla costruzione dell’“immagine dell’uomo” studiata per primo da uno dei precursori dei Men’s studies: George Lachmann Mosse. Cfr. G. L. Mosse, Sessualità e nazionalismo. Mentalità borghese e rispettabilità, Roma-Bari, Laterza, 1996 e Id., L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo maschile nell’epoca moderna, Torino, Einaudi, 1997.
  16. Si rileggano due passi tratti da F. Kafka, Lettera al padre, in Id., Confessioni e diari, a cura di E. Pocar, Milano, Mondadori, 1972: «Tu mi incoraggiavi […] quando mi riusciva di mangiar forte e persino di bere birra, o di ripetere canzoni che non capivo e le Tue frasi predilette» (p. 643); «Quando, bambino, mi trovavo con Te, specialmente durante i pasti, mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola. Quello che compariva sulla mensa doveva esser mangiato, non era permesso parlare della bontà dei cibi – Tu però li trovavi sovente immangiabili e li trovavi “buoni per le bestie”; la “cretina” (la cuoca) aveva rovinato tutto. Mentre Tu, grazie al Tuo gagliardo appetito e al Tuo amore della rapidità, mangiavi tutto bollente e a grossi bocconi, il bambino doveva affrettarsi; e intanto sulla tavola incombeva un tetro silenzio […]» (p. 647).
  17. Cfr. F. Petroni, Masochismo e autodistruttività nelle novelle di Federigo Tozzi, in «La punta di diamante di tutta la sua opera». Sulla novellistica di Federigo Tozzi, Atti del Convegno di Perugia, 14-15 novembre 2012, a cura di M. Tortora, Perugia, Morlacchi, 2014, pp. 77-78.
  18. «Se da un lato la virilità agisce come modello normativo e minaccia l’identità di ogni uomo che non corrisponda a ciò che ci sia aspetta da lui, la trasgressione appare come parte costitutiva dei processi di definizione della virilità, con la rappresentazione di una natura maschile che sfugge ai vincoli e alle regole sociali. I maschi devono essere esuberanti, i loro corpi mal sopportare le angustie degli spazi, i banchi scolastici, hanno bisogno di abiti comodi che permettano di essere scomposti. Devono fare battute volgari, devono ubriacarsi, calarsi, mangiare eccessivamente, fare i giochi pericolosi, godere nello sfidare i limiti e il rischio»: S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Torino, Rosenberg & Sellier, 2009, p. 101 [corsivo del testo].
  19. Per un’efficace ricognizione degli studi sul maschile si rimanda a A. De Biasio, Studiare il maschile, in «Allegoria», 61, XXII, 2010, pp. 9-36.
  20. Per il caso di alcuni romanzi di formazione di Moravia, Volponi e Morante al cui centro stanno giovani maschi, Emanuele Zinato ha parlato acutamente di «performances corporali». Cfr. E. Zinato, Agostino, Damìn, Emanuele: una controstoria corporale, in La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi, a cura di S. Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2015, pp. 353-62.
  21. P. Bourdieu, Il dominio maschile, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 62-64 [corsivi del testo].
  22. Torna alla mente un passaggio del Mio Carso di Scipio Slataper, in cui l’io narrante si compiace di essere entrato nella bettola più squallida e miserabile di Trieste, covo di reietti e gente di malaffare. Si tratta in questo caso di una speciale catabasi, della ricerca dell’ignoto e dell’abiezione che fa parte di un percorso preciso, intrapreso verso la crescita. Crescita che, nemmeno servirebbe ricordarlo, non sembra spettare ai giovani tozziani.
  23. G. Bertoncini, Narrazione breve e personaggio. Tozzi, Pirandello, Bilenchi, Calvino, Macerata, Quodlibet, 2008, p. 46.
  24. Cfr. R. Luperini, L’incontro e il caso, Roma-Bari, Laterza, 2017, passim.
  25. Il titolo scelto da Borgese (con l’avallo della moglie di Tozzi, Emma Palagi) era Ricordi di un impiegato. Un titolo caratterizzato dunque dall’espunzione di quell’aggettivo che risulta centrale, perché «la giovinezza (e il rischio del suo sacrificio) è il motore che determina l’evolversi dell’intera vicenda, ne è la chiave stessa di lettura. Tozzi, aggiungendo quell’aggettivo, dimostra con eloquenza di volere costruire fin dall’inizio un personaggio dall’identità fortemente compromessa per la natura ossimorica degli elementi che lo definiscono. Leopoldo si presenta appunto come “un giovane impiegato”, e noi sappiamo bene quanto gioventù ed impiego facciano a cazzotti in quella che è la mappa emotiva dello scrittore senese (lo dimostra l’intera sua produzione). È questa identità malferma che impone quindi di per sé un corso in qualche modo segnato alla rappresentazione, un cammino che proceda verso la risoluzione di quel disagio “verbale” che il personaggio porta sulle spalle e sente di soffrire sulla pelle»: S. Ghelli, I fantasmi, le ragioni dell’anima e la riscrittura dei Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi, in «Italica», 88, 3, 2011, pp. 399-400.
  26. Cfr. F. Petroni, Ideologia del mistero e logica dell’inconscio nei romanzi di Federigo Tozzi, Firenze, Manzuoli, 1984, pp. 50-51.
  27. Cfr. G. L. Mosse, L’immagine dell’uomo, op. cit., pp. 23-27. Recentemente è stata applicata una lettura di genere agli Egoisti da A. Benucci, La lunga attesa di Federigo Tozzi. Note sui romanzi postumi Gli egoisti e Ricordi di un giovane impiegato, in «Narrativa», n. s., 40, 2018, pp. 157-71.
  28. Cfr. M. Sipione, Fare i conti senza l’oste: il denaro nella narrativa di Federigo Tozzi, in «Critica letteraria», CLXX (2016), pp. 143-59.
  29. «Il lavoro – nella sua accezione più ampia di esperienza di socialità, di trasformazione della natura, di costruzione di saperi condivisi, di luoghi collettivi di produzione di ricchezza, di fondazione di identità sociali e di appartenenze, ma anche occasione di autonomia personale e di verifica del proprio ruolo basato su portare i soldi a casa – ha rappresentato per gli uomini una dimensione decisiva»: S. Ciccone, Essere maschi, op. cit., p. 93 [corsivo del testo].
  30. Su cui cfr. almeno P. Pellini, Padri e figli: da Verga a Tozzi, in «Transalpina», IV (2000), pp. 37-57.
  31. Cfr. P. Pieri, Il padre supplente in Tre croci e l’errato problema della “roba”, in «Otto/Novecento», 1, 2012, pp. 55-71.
  32. G. Debenedetti, Il romanzo del Novecento: quaderni inediti, presentazione di E. Montale, Milano, Garzanti, 1971, p. 243.
  33. Cfr. P. Klossowski, Sade prossimo mio. Preceduto da Il filosofo scellerato, trad. it. di A. Valesi, Milano, Sugar, 1970 (ed. orig.: Sade mon prochain, précédé de le philosophe scélérat, Paris, Seuil, 1967).

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)