Recensione di Paolo Piccirillo, “La terra del sacerdote”

Autore di Sebastiano Bisson

Agapito è un carceriere involontario, incastrato dalla sorte in un ruolo che non ama, ma a cui non sa opporsi, anzi ci si affeziona perché paradossalmente, grazie a quel deprecabile compito, egli trova modo di esprimere la sua umanità inaridita, come un compassionevole sadico che infligge ferite per poterle poi curare quasi con amore. Flori è la prigioniera, una donna umiliata, ridotta ad animale di riproduzione nella meccanica di un commercio immondo e crudele.

In un Molise a cui la povertà sembra aver tolto ogni barlume di sensatezza morale, il rapporto particolare di Agapito e Flori si sviluppa a forza di silenzi e di dialoghi spezzettati fra dialetto e ucraino, e trovando spesso come unico luogo d’incontro il gesto antico e universale del coltivare la terra. Sono due vittime, in fondo, che dunque non dovrebbero che condividere il proprio dolore e tendersi la mano nel momento della fuga. Se Flori è davvero l’innocenza pura violata, lo stesso non si può tuttavia dire di Agapito, che nasconde alle spalle una storia torbida e che, pur con lo scopo di espiare il suo passato, si rende complice di un sistema criminale della peggior specie.

L’ambiguità di Agapito fa paura, perché assomiglia alla crudeltà dell’uomo saggio. A Stoccarda, dove era emigrato da giovane, era conosciuto come il Sacerdote, e da prete si comportava per la comunità italiana lì residente. Ai gesti e alle parole religiose si accompagnavano però atti, se non cattivi, accondiscendenti con chi peccava con violenza e prepotenza. Di fatto c’è una dinamica che Agapito non può fare a meno di seguire prima in Germania e molti anni dopo nella terra natìa: quella dell’uomo piccolo, ingobbito dal timore, inerte rispetto agli eventi, una sorta di don Abbondio che fa fatica a confidarsi persino con Amalia, sua moglie, così come il personaggio manzoniano rifuggiva il confronto con Perpetua. La terra del sacerdote è la storia del tentativo di riscatto di un uomo che, negli ultimi anni della sua vita, si trova costretto a spalancare le ante dell’armadio in cui conserva un polveroso scheletro.

Gli emigranti vivono spesso in condizioni estreme, costretti in comunità ghettizzate, osteggiati, privati degli affetti al punto da inclinare verso la disumanità. È una conseguenza difficile da arginare e che nel corso dei secoli ha colpito le più diverse popolazioni nel momento in cui hanno dovuto sfuggire povertà e carestia. In quelle contingenze accadono cose a volte indicibili, e mi torna alla mente Il popolo degli abissi, il romanzo documento di Jack London, oppure le più recenti riflessioni di Gian Antonio Stella in L’orda, quando gli albanesi eravamo noi (Milano, Rizzoli, 2003).

È rimestando in quel torbido, nella realtà dura degli emigrati italiani in Germania, che Agapito ottiene la sua terra, la terra del sacerdote, più arida e avara di quanto aveva immaginato, forse proprio a causa del modo in cui è stata ottenuta, ma capace infine di fiorire, profittando della vicinanza della fanciulla ucraina, non a caso di nome Flori, e del “sacrificio umano” che è all’origine del loro rapporto. Un cerchio si chiude in qualche modo: gli sfruttati nelle fabbriche tedesche diventano sfruttatori delle genti dell’est. Il circolo perciò si presenta vizioso: dalla sofferenza dei primi pare discendere solo un desiderio di riscatto a tutti i costi, esasperato sino al punto di calpestare il prossimo, come se dal dolore potesse nascere solamente altro dolore, e nessuna compassione.

Si è detto prima dell’ambiguità del personaggio, ma altrettanto ambiguo, in senso buono, è lo stile con cui Paolo Piccirillo racconta l’intreccio di questa e delle altre vicende umane che costituiscono La terra del sacerdote. C’è l’ambiguità temporale e geografica fra quanto accade nel passato in Germania e lo svolgersi nel presente degli eventi molisani. C’è l’ambiguità di un punto di vista spesso volutamente laterale, lontano dall’oggetto o dalla scena su cui l’attenzione dovrà convergere, come se gli eventi fossero tanto accidentali quanto fatalmente inevitabili. Emblematico in tal senso il volo perlustrativo dell’airone cinerino in cerca di cibo per i suoi piccoli (pp. 206-207): il far passare più volte l’ombra sopra al corpo che scopriamo essere l’ennesimo triste cadavere; l’avvicinarsi cauto al sangue «che la terra lentamente assorbe». La sequenza asettica dei movimenti dell’airone ci racconta, senza dirlo, quanto è successo qualche ora prima. Un’altra ambiguità capace di aumentare la forza comunicativa di un romanzo che non lascia indifferenti.

(fasc. 1, 25 febbraio 2015)

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