Recensione di Annie Ernaux, “Gli anni”

Author di Nicola Curti

Acquistai anni fa Gli Anni di Annie Ernaux, nella traduzione di Lorenzo Flabbi, alla Fiera della piccola e media editoria di Roma, attirato dalla fascetta bordeaux che indicava la vittoria del Premio Strega Europeo, conseguita dall’opera francese nel 2016.

Accade spesso che un libro nuovo rimanga intonso, a riposare stretto fra i suoi simili, nella libreria di casa; talvolta vi resta anche per qualche anno, a causa di interessi o esigenze che si presentano nel corso della vita, modificando via via precedenze di lettura che ne escludono o rimandano altre. Nel caso degli Anni, l’aver procrastinato il desiderio di leggerlo è stata una scelta felice: molto di quest’opera, infatti, avrei perso senza aver precedentemente letto Il secolo breve, Modernità liquida e Alla ricerca del tempo perduto, ad esempio. In effetti, Gli anni non è un libro facile, specie per chi come me ha vissuto solo una piccola parte – l’ultima – di quel tempo che Annie Ernaux racconta.

Nelle 266 pagine del volume celeste pubblicato da L’orma, vengono narrati quasi settant’anni di vita e di Storia; «Kreuzville aleph», collana alle fonti del contemporaneo, è in questo senso l’habitat naturale per Gli anni, così come lo è per tutta l’opera di Ernaux.

Leggo nella bandella di sinistra: «Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l’Algeria, la maternità, de Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l’avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l’avvento di internet, l’undici settembre, la riscoperta del desiderio». È tutto qui, nelle prime righe dell’aletta di sinistra, il succo di ciò che si potrebbe dire della trama degli Anni; eppure – come è ovvio che sia –, leggendo l’opera, molto di più traspare: qualcosa coinvolge il lettore, immalinconendolo, mentre, assieme alle pagine via via sfogliate, si vanno sfogliando con la mente vecchie foto e ricordi di vecchi pranzi. Il susseguirsi delle fotografie, il loro tecnologico mutare nel tempo – dallo stampato in bianco e nero al digitale colorato – sono forma strategica, narrativa ed estetica per affrontare l’andare del tempo nella scrittura, e, pur conservando una specificità individuale propria di quel “lei” narrato, toccano in chi legge qualcosa di profondo, qualcosa che è sia individuale sia comune all’esperienza di tutti: sale dall’imo della memoria la folla fantasmatica di visi sconosciuti, intravisti tante volte nei vecchi album fotografici di famiglia; i volti bicolori dei bisnonni, mai incontrati, trasportano assieme alle loro facce sbiadite una nostalgia indicibile per un tempo andato e sconosciuto, quello in cui mamma e papà erano bambini. Questo è il filo emotivo che attraversa tutti gli anni di Annie Ernaux: una nostalgia elegante che, raccontando, salva ciò che fu e che ora non è più. Coerente con questo filo continuo è la disposizione del testo, che non si spezza in capitoli, ma rimane continuato; soltanto la doppia spaziatura fra i paragrafi interviene a indicare il passaggio da un anno a un altro successivo: più un utile soprassalto che una discontinuità, quindi.

L’io scrivente, nel raccontare il proprio cammino nella Storia, non punta la “camera” della narrazione su di sé, ma fa l’esatto contrario: il “lei” narrato è lo specchio nel quale si riflette la Storia. L’autobiografia che si va dipanando lungo il romanzo non è costruita secondo l’accumulazione dei fatti personali, i quali sono appena accennati, ma è piuttosto una biografia dell’anima, una voce dell’essenza dell’individuo, di quel “lei” che, mutando, cuce insieme le fotografie e i pranzi che via via vengono descritti. Si potrebbe parlare dell’aspetto autobiografico dell’opera come di una strategia estetica: una “camera” che acquista un punto di vista specifico, muovendosi di volta in volta in un tempo e in un luogo circoscritti e registrando tutto quello che il proprio diaframma e il proprio microfono riescono a raggiungere. Dal punto di vista contenutistico, quindi, Gli anni sembra essere tanto parente delle opere più importanti di Hobsbawm e Bauman quanto lo è della Recherche proustiana. È la stessa autrice, del resto, nelle pagine conclusive del romanzo, a renderci partecipi delle sue intenzioni circa il metodo di composizione e lo scopo del romanzo, del rapporto fra l’io scrivente e il “lei” narrato: «ciò che conta per lei è affermare la durata che costituisce il suo passaggio sulla terra in una determinata epoca, il tempo che l’ha attraversata, il mondo che ha registrato in sé semplicemente vivendo. […] La forma del suo libro può dunque emergere soltanto da un’immersione nelle immagini della sua memoria per esporre in dettaglio segnali specifici dell’epoca, dell’anno, più o meno certo, nel quale esse si situano […] Di ciò che il tempo ha impresso in lei e nei suoi contemporanei se ne servirà per ricostruire un tempo comune, quello che è trascorso da un’epoca lontana fino ad oggi – per restituire, ritrovando la memoria della memoria collettiva in una memoria individuale, la dimensione vissuta della Storia. […] Sarà una narrazione scivolosa, in un imperfetto continuo, assoluto, che divori via via il presente fino all’ultima immagine di una vita. Un fluire interrotto, tuttavia, da foto e sequenze di filmati che a intervalli regolari coglieranno la forma corporea e le posizioni sociali successive del suo essere, fermi-immagine della memoria e allo stesso tempo resoconti sull’evoluzione della sua esistenza, ciò che l’ha resa singolare, non in virtù degli elementi esterni della sua vita (traiettoria sociale, professione) o di quelli interni (pensieri e aspirazioni, desiderio di scrivere), ma per la combinazione degli uni e degli altri, unica in ciascun individuo. A questo “continuamente altro” delle foto corrisponderà, a specchio, il “lei” della scrittura. In quella che vede come una sorta di autobiografia impersonale non ci sarà nessun “io”, ma un “si” e un “noi”, come se anche lei, a sua volta, svolgesse il racconto dei tempi andati» (pp. 261-64). In queste ultime pagine, Annie Ernaux si fa critica di se stessa, realizzando un’analisi del proprio lavoro che lascia poco altro da dire ai critici letterari.

Il racconto della Storia e l’analisi sociale s’intrecciano alla ricerca del tempo perduto, fondendosi in una prosa elegante, risultato della cultura letteraria dell’autrice (e dell’accertata competenza del traduttore, nella versione italiana), in cui i termini più raffinati fioriscono naturalmente, senza esibizioni leziose o ricercate sofisticherie. L’eleganza della scrittura di Ernaux appare anche nella capacità lapidaria di emettere sentenze asciutte, brevi periodi che racchiudono il senso dell’insegnamento tratto dall’esperienza, con piglio d’aforisma. La voce dell’io scrivente oscilla fra toni miti, i quali raccolgono gli eventi con estrema cura e ce li restituiscono con studiata discrezione, quasi si trattasse di oggetti fragili, a toni più cinici, che esprimono disincanto e rammarico per un’umanità futura, apparentemente senza meta.

Quest’ultimo tratto, una sussurrata morte della speranza, può forse lasciare nel lettore più giovane e ottimista l’amaro in bocca. Ciò che invece non può mutare, nel giudizio critico, è il riconoscimento di un’assoluta qualità letteraria del testo, magistralmente composto e confezionato. Qualità certificata, peraltro, anche dalla già citata vittoria del Premio Strega Europeo (2016), oltre che dalla vittoria dei premi Marguerite Duras (2008), Francois-Mauriac (2008) e del Prix de la langue francaise alla carriera (2008).

(fasc. 40, 5 ottobre 2021)

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