Recensione di Carmine Abate, “L’albero della fortuna”

Autore di Alessandro Gaudio

Ben noto è il talento di Carmine Abate per le immagini e le parole, e non sorprende il fatto di ritrovarlo interamente nel suo ultimo romanzo, L’albero della fortuna. Si tratta, in realtà, di un racconto lungo, appena uscito per la collana, intitolata «Il bosco degli scrittori», che accoglie le prove di alcuni autori italiani di oggi (Paolo Cognetti, Luca Doninelli, Enrico Brizzi, tra gli altri) i quali, su indicazione dell’editore, hanno raccontato il mondo e la loro visione della realtà partendo da un albero. Abate ha trovato il senso peculiare delle storie che narra da più di trent’anni (è appena il caso di ricordare che i suoi primi racconti, pubblicati in Germania, risalgono al 1984 e che Il ballo tondo, suo primo romanzo, è del 1991) nell’immagine del fico, e la cosa, per chi conosce i suoi lavori, non sorprende affatto. Tutti i lettori di Abate, infatti, ricordano i frequenti riferimenti dello scrittore di Carfizzi alle peculiarità di quest’albero meraviglioso. Si rammenti, ad esempio, la vicenda di Giorgio Bellusci che, nel bellissimo Tra due mari (romanzo del 2002), sogna di ricostruire il Fondaco del fico, famosa locanda situata in Calabria, tra Pizzo e Maida, tra Ionio e Tirreno, appartenuta a un suo antenato; intorno al desiderio e alla visione di Giorgio si muove tutta la vicenda allora narrata da Abate.

Allo stesso modo, intorno all’alone di luce che sprigiona il fico situato accanto alla casa di Carmine, protagonista dell’Albero della fortuna, si consuma la sua storia, il suo destino. La storia, come avvenuto già in molte altre occasioni, ha di nuovo origine da un’immagine, quella del fico: piantato da chissà chi, esso «cresceva rigoglioso tra la siepe di sambuco di un orto e la stradina sterrata» (p. 13), dietro la casa di Carmine. Si tratta di un vero e proprio albero del destino, dunque, anche perché vicino a esso brulica la vita: «mi rifugiavo sotto il nostro fico ed era come se sentissi le sue mani verdi che mi accarezzavano il viso, carezze ruvide, calde» (p. 41). Di volta in volta, la storia di Carmine, della sua famiglia, dei suoi amici, Vittorio e Mario, si impiglia in alcune parole − come bottafichi («appena ne pronunci il nome, senti scoppiare l’estate», p. 12) o nivurelli («mi sento scamazzato come un nivurello sotto la scarpa!», p. 96) o grisce (che «non si lasciano fricàre da nessuno», p. 26), termini dialettali che indicano rispettivamente i fioroni, i fichi invernali e le ghiandaie − e in diversi avvenimenti ricorrenti che scandiscono le giornate del ragazzo: gli incontri nei pressi del fico, le scorribande nei campi alla ricerca di uova e frutta, le infinite partite a pallone con i ragazzi del quartiere e anche la vana lotta per salvarlo dalle spire del progresso. Tali eventi sono riportati anche servendosi dei ricordi, dei sogni, dei miti di Carmine che, a sua volta, li desume da una capacità percettiva sensibilissima, accresciuta dai continui stimoli dello smagliante ambiente in cui vive, e dai racconti appassionati di nuni Argentì, nonnetto ultranovantenne che è solito prendere il fresco del pomeriggio all’ombra del fico, «l’albero di tutti» (p. 14), nel tentativo di «acchiappare l’energia della fortuna» (p. 56) che promana da esso. L’anziano signore − che, come tanti nell’immaginario paesello calabrese di Spillace, viene da una lunga vicenda di emigrazione − incarna una figura tipica nella narrativa di Abate: quella del narratore interno alla storia che, meglio di chiunque altro, riesce a trasformare le parole in immagini nitide che il giovanissimo Carmine (che ha una diecina d’anni all’epoca dei fatti raccontati) vede scorrere davanti ai propri occhi «come un film» (p. 108). Come non paragonare la fantasia (la sua «crozza fantasta», p. 53) e le capacità affabulatorie di nuni Argentì al talento per il racconto di Ardian Damisa, detto Gojàri − ovvero Boccadoro (con rimando esplicito a Hermann Hesse), ma anche Boccaperta −, ingegnoso mosaicista del Mosaico del tempo grande, romanzo del 2006? E come non rapportare gli abbondanti frutti dell’albero della fortuna alla feconda capacità di scrittura di Abate?

Al di là di questo fattore pure ricorrente e centrale, i procedimenti della descrizione e del ritratto adottati da Abate, la sua capacità di raccontare una storia attraverso un flusso di immagini si rifanno, lo abbiamo notato spesso e dobbiamo constatarlo anche all’interno dell’Albero della fortuna, a un modello che, laddove non possa dirsi fotografico, è di certo cinematografico. Lo è nella misura in cui, attratto dagli occhi, dalla luce, dagli spostamenti dello sguardo, esso fa capriole nei paesaggi, sui volti e nei cieli e dà consistenza e peso a quel regime sensoriale delle cose e della realtà che potrebbe essere definito meridiano, prima ancora che vagamente mediterraneo o perfino, con afflato troppo astrattamente regionalistico, calabrese.

Su un piano squisitamente semiotico, vale la pena precisare come l’atto fotografico sia dotato di una sicura indizialità e si distanzi, in questo suo primissimo momento, dalla metafora o da figure retoriche consimili che, più propriamente, rientrano nel novero delle rappresentazioni per rassomiglianza e non in quelle fisicamente contigue al referente. Tuttavia, il predominio della referenza è relativizzato nel corso delle fasi successive del processo fotografico il quale, in verità quasi immediatamente, è attaccato da molteplici effetti di senso dipendenti interamente da scelte e decisioni umane, dalla rappresentazione mentale, dall’influsso dell’esperienza intellettuale. Si tratta di un regime (tanto fotografico quanto narrativo) che è in grado di congiungere i sentimenti alle strade, alle persone, agli oggetti, infine proprio agli alberi, senza che il vento che ne scuote le cime riesca, poi, a separarli. In esso − che richiama da presso, fino a citarlo esplicitamente, quello disposto da Italo Calvino nel suo Barone rampante −, l’animo è decontratto, le paure passano, le lacrime si asciugano e i sensi sono esaltati dall’effluvio che emanano i frutti accesi di luce. Visto in quest’ottica, lo sguardo, che raggruppa in un’unica entità organo e simbolo della luce, è rappresentativo di quella trascendenza psicologica che Freud definisce Super-io, in altre parole dello sguardo inquisitore della coscienza morale o intellettuale, secondo uno scivolamento del tutto naturale che, dall’alone di luce, muove verso l’occhio. Ciò è vero tanto per la psicanalisi − che vede nel regime dello sguardo l’immagine del grande sorvegliante (del dio-linguaggio, se si vuole, ma, su un altro piano, soprattutto del padre, il più delle volte esiliato e lontano o comunque, come nell’Albero della fortuna, in procinto di partire per la Germania o del dio-vicinato, del dio-paese o del dio-albero, nel nostro caso, che sta al di sopra di ogni individuo e di ogni luogo) − quanto per la mitologia universale, che in esso identifica il sole ascendente o, se si vuole, la quintessenza di quel meridianismo di cui si diceva.

è come se Abate accordasse un’aria, un’espressione di verità, un’ombra luminosa al corpo che incrocia il suo sguardo e che lo rende fecondo: ed è proprio per via di questa sorta di cordone ombelicale che il soggetto vive e che l’oggetto è stato lì dove io ora lo vedo, dando origine a un realismo che può dirsi relativo oppure, ma è la medesima cosa, meridiano. Relativo perché Abate ne riannoda i fili allo stesso modo in cui il polverio atmosferico, sfidando l’occhio umano, gioca con la prospettiva, con la dimensione ontologica dell’immagine, dilatando e restringendo a suo piacimento toni e contorni delle cose, temperandone l’evidenza come accade, di volta in volta, intorno all’albero del fico. Quello cui Abate fa riferimento sistematicamente nei suoi romanzi è uno sguardo che agisce, che influenza la realtà. Come quello di Carmine che si mangia il mondo e che, nella sua spontanea luminosità, mi spiega qualcosa in più della sua semplice occorrenza. è proprio attraverso lo sguardo di Carmine che comprendo come il senso dell’albero, sacrificato alle esigenze della modernità e poi ripiantato in campagna, sia legato a doppia mandata al destino, alla fortuna, per così dire, della comunità calabrese: alla sorte dei padri, costretti, come alla fine anche i figli, a emigrare in un rincorrersi di avvenimenti che tornano sempre uguali, allo stesso modo del coro furibondo degli uccelli che apre e chiude il racconto e che, a distanza di trent’anni, continua a svegliarmi.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)

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