Recensione di Massimo Gramellini, “Prima che tu venga al mondo”

Autore di Rachele Callegari

A sette anni dalla pubblicazione di Fai bei sogni, primo romanzo autobiografico, Massimo Gramellini ci consegna la sua ultima fatica, Prima che tu venga al mondo. Un romanzo, autobiografico anch’esso, che forse già nel titolo svela quella che è stata l’evoluzione dell’autore da un testo all’altro: da un titolo che è congedo, che è ultimo messaggio di una madre scomparsa troppo presto, a uno che è invece accoglienza, braccia già aperte a un figlio in arrivo, nei nove mesi, o forse anche più, che precedono la sua nascita.

Gramellini ci guida attraverso nove capitoli, uno per ogni mese di gravidanza, in un percorso che è attesa ma anche allo stesso tempo addio: addio a un padre, il suo, che, anche se non c’è più da qualche anno, c’è sempre, forse nella maniera sbagliata. «Si comincia a diventare padri quando si manda a stendere il proprio (tienilo a mente), ma io non ho mai trovato il coraggio di farlo» (p. 43): in poche parole Gramellini condensa secoli di storia e psicanalisi, accosta Freud e Ivan Karamazov, il più timorato fra i tre fratelli, il più succube, ma non abbastanza coraggioso da farsi esecutore materiale del delitto. Una presenza costante, che resta però senza nome, resta “mio padre”, quasi a voler dire che in fondo è il suo, ma anche quello di tutti; una figura dai contorni sfumati dalla quale sente la necessità di distaccarsi. Come se non si potesse essere padri e al contempo figli: «Ecco che cosa mi preoccupava della paternità. Non la procreazione in sé, ma il passaggio. Dalla condizione di figlio a quella di padre» (p. 26).

La “condizione di figlio” di cui parla è qualcosa che va oltre la semplice genetica, è un atteggiamento dietro al quale si era barricato, come egli stesso racconta, una comfort-zone che era scudo alla paura: paura che la sua infanzia di dolore potesse ripetersi. E invece è la prima riga del romanzo a scardinare questa convinzione: infatti, proprio dal ricordo di una famiglia dissoltasi troppo presto nasce il desiderio di costruirne un’altra.

Ricorrono, nel corso di tutta la narrazione, storie di figli e di padri, quasi a fare da cornice alla Storia. Gabriele Francesco, Jase, Paolo e Marco Simoncelli sono solo alcuni. Storie diverse e con esiti diversi, accumunate dallo spirito di chi le racconta per il loro messaggio: l’amore che va oltre il tempo, oltre la morte, l’amore di un padre per il figlio, di un figlio per il padre, l’amore per un figlio di nessuno che diventa figlio di tutti.

È un romanzo dedicato, ma narrato in prima persona. Il vero protagonista non è il figlio che arriverà, che è nelle parole del padre; il vero protagonista è il padre. Meglio, protagonisti sono i pensieri, le sensazioni, le paure che accompagnano un uomo verso la condizione di padre. E la scrittura diventa quasi catarsi. Una scrittura sincera, con un sottofondo talvolta ironico, ma che riesce a trasmettere sentimenti a volte scomodi da dire a voce alta: «Continuo a osservarti nel televisore e ho l’impressione di non provare niente» (p. 39); «Per ora sei un rigonfiamento nel suo ventre che dovrebbe commuovermi, ma non sempre ci riesce» (p. 74). E forse la paura più inconfessabile, più vigliacca, ma più vera e legittima: «Sarò ancora capace di vivere con me, adesso che mi toccherà vivere per te?» (p. 75). Un libro che è un cammino, che non pretende di dare risposte, ma che a volte ci riesce.

Attorno al protagonista ruotano una serie di personaggi che si potrebbero definire secondari dal punto di vista letterario, ma primari, coprotagonisti, dal versante umano. Fra tutti spicca la figura di Diego, primogenito della compagna dell’autore, sei anni. Un personaggio che emerge attraverso i dialoghi; senza il bisogno che l’autore lo descriva, viene a stagliarsi l’immagine di un bambino come tutti, emozionato all’idea dell’arrivo di un compagno di giochi, preoccupato che il fratellino possa essere una sorellina, spaventato talvolta per la futura ma inevitabile condivisione: di giocattoli come di affetti. Ma è soprattutto interlocutore, interlocutore di quel figlio che sta per diventare padre e che, attraverso il dialogo con quello che è diventato suo figlio, prende coscienza di cosa significhi la paternità.

Gramellini porta sulla pagina una tematica sempiterna e lo fa in maniera leggera ma mai scontata, velando dietro all’ironia una grande profondità, di anima e di pensiero, in quella che a tutti gli effetti potremmo chiamare una Lettera al figlio.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)

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