Recensione di Caterina Adriana Cordiano, “I giorni del mare”

Autore di Francesca Carla Neri

Dopo una lunga e fruttuosa attività di operatrice culturale ai più alti livelli e di impegno professionale nella scuola, Caterina Adriana Cordiano ci consegna il suo primo romanzo, ben scritto e seriamente meditato, provvisto di una significativa rielaborazione di feconde ascendenze intertestuali e di una piena e rigorosa padronanza dei meccanismi narrativi.

L’intreccio ruota intorno alla figura del protagonista, Andrea, colto in una fase esistenziale caratterizzata da un travagliato percorso di recupero della propria più vera identità, «quella che si era andata perdendo o appannando per lasciare il posto all’altro Andrea: il professionista affermato, l’uomo di città spregiudicato e arrivista che piaceva alla sua donna». Un percorso difficile, che presuppone il ritorno anche fisico al paese di origine, ma che soprattutto implica la necessità della più assoluta e finanche brutale sincerità con se stessi e il coraggio dell’autocritica. Sicché Andrea inizia il proprio «personalissimo percorso di liberazione da un’identità che non sente più sua». Tema novecentesco, questo, sviluppato dall’Autrice in un discorso che intreccia le parti più propriamente diegetiche a inserti riflessivi, la prosa alle citazioni poetiche; un discorso nel quale il versante affettivo ed emozionale risulta sempre sotto il segno della ragione, in obbedienza alla convinzione espressa già in esergo che «se il magma del pensiero trova il suo ordine/ è perché l’intelligenza ha fatto bene la sua parte». E se intelligenza vuol dire comprensione dei fatti, delle persone e delle cose e poi riflessione adeguata su di essi, chi più capisce più soffre e paga costi psicologici a volte altissimi.

La narrazione della vicenda di Andrea, declinata in venticinque scansioni, si palesa capace di coniugare intenzione realistica e approfondimento psicologico e di muoversi sul versante dell’interiorità del personaggio come su quello dell’individuazione dei condizionamenti costrittivi dell’ambiente e della mentalità corrente.

Sicché risulta del tutto convincente la direzione assunta dalla seconda parte del romanzo, quella in cui la vicenda del protagonista si colora di più decisi spunti di contestualizzazione. Siamo agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, quando, citando il film di Rosi, sulle città cominciano ad allungarsi le lunghe “mani” della speculazione edilizia e comincia a diffondersi il pernicioso (e ahimè durevole) fenomeno delle tangenti. Il lettore apprezza il modo in cui l’Autrice ha saputo dipanare la vicenda paradigmatica di Andrea legandola a precisi riferimenti di natura storica e sociale, senza che ciò confligga con l’affermazione preliminare che l’uomo è «sempre uguale e attuale nel tempo, con le sue grandezze e le sue debolezze, le sue verità e le sue ipocrisie, le sue speranze e le sue delusioni». Un uomo sempre uguale a se stesso, ma pur sempre inserito in un contesto specifico, nello spirito del proprio tempo che in qualche misura lo influenza.

Pur in presenza di un narratore esterno, largo spazio è dato al punto di vista del personaggio protagonista, sicché il lettore viene introdotto con naturalezza e senza inciampi all’interno dei suoi processi psicologici ed è in grado di seguire con la necessaria gradualità la loro evoluzione. Una serie di opposizioni dialettiche (presente/passato, paese/città, amore/disamore, fiducia/disinganno) permea il tormentato iter di Andrea e lascia intravvedere tra l’altro anche un tema a mio avviso centrale, quello della genitorialità attuata o mancata. In tale prospettiva acquistano particolare rilievo alcune figure femminili di tipo per dir così materno, affettuose e comprensive, espressioni di una femminilità confortante e consolatoria e pertanto compensative rispetto a forme di femminilità aggressiva e sleale. In questa vicenda popolata di oggetti e di luoghi familiari che richiamano il passato, di figure variamente caratterizzate, di piccole storie personali inquadrate nella più ampia cornice della Storia con la “S” maiuscola, di amicizie e amori spesso deludenti, ma anche di speranzose aspettative di serenità, si evidenzia il Leitmotiv del mare, opportunamente richiamato fin dal titolo dell’opera. Non si tratta di un mero elemento del paesaggio, che pure esso caratterizza: il mare si configura qui come un vero e proprio serbatoio di sensazioni e di associazioni simboliche, in qualche misura associato ai tratti salienti dell’intreccio e dunque anche al suo epilogo, quando il suo solo profumo è sufficiente a rinfrancare Andrea, ansioso fino a tremare: «Passò del tempo. Poi improvviso, come nato da chissà quale misterioso recesso, si levò un vento leggero; era profumato di erbe marine e portava con sé il salmastro umido del mare, i garriti euforici dei gabbiani lontani ed ebbri di aria, e lui si rinfrancò».

Ma questo mare, che con i suoi sospiri alimenta un’«atmosfera quasi metafisica», che è incessantemente sottoposto all’«eterno e tormentato movimento delle onde», è metafora di tante cose, tutte fondamentali: di luce e di ombra, di silenzio e di mistero, di magia e di inganno, di vita e di morte, oltre che metafora della mente, del cuore, dell’amore. Mi piace pensare che qui si alluda anche al fatto che il mare stesso, in virtù del continuo movimento delle onde, sia simbolo anche di uno stato transitorio tra ciò che si è già realizzato e quel che è ancora realizzabile, dunque di una situazione ambivalente e incerta, aperta a una soluzione forse positiva o forse negativa. In un certo senso con il richiamo al mare dell’Epilogo si chiude un cerchio rispetto alla descrizione di esso che apre il romanzo. In mezzo, la presa di coscienza della propria situazione da parte di Andrea, il suo vedersi vivere, la disamina senza infingimenti di un legame deludente, la scoperta dell’inganno e della slealtà e il coraggio di attingere alla parte migliore di sé, eliminando le incrostazioni di un’identità rivelatasi ormai fittizia. L’epilogo, pirandellianamente, “non conclude”: mi pare che ciò sia richiesto anche da una concezione dell’identità intesa non come una veste assunta una volta per tutte, bensì come una dimensione dinamica e multidimensionale e come tale capace di mutamenti, slanci in avanti e regressioni. Non è solo il nucleo tematico ad essere significativo in questo romanzo: chi legge apprezza, altresì, una forma espressiva che senza inopportuni aulicismi, ma anche senza concessioni all’indigenza linguistica del parlato medio, si connota come un linguaggio alto e al contempo di grande impatto comunicativo, pienamente aderente alle esigenze della narrazione e del rapporto col lettore. I giorni del mare è, dunque, un’“opera prima” pienamente in sé conclusa: il che non accade frequentemente ma, quando accade, va sottolineato con forza e merita ammirazione.

(fasc. 28, 25 agosto 2019)

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