Recensione di Davide Barilli, “Cuba Altravana. Nel cuore di una città perduta”

Autore di Maria Panetta

Quello di Davide Barilli, giornalista della «Gazzetta di Parma» e responsabile della sua pagina culturale, è un libro che si situa in quella particolare zona franca all’intersezione di generi diversi: non solo diario di viaggio, non solo reportage, non solo silloge di racconti, non solo romanzo, non solo guida turistica[1] o raccolta di articoli né solo autobiografia, addirittura quasi giallo nella pagina finale, partecipa di tutti e non è identificabile in toto con nessuno.

Perla nera (con la sua affascinante copertina dall’aletta posteriore in parte trasformabile in segnalibro) della collana «Passaggi di dogana» ˗ riuscita collezione dell’editore romano Giulio Perrone ˗, il testo si snoda attraverso trenta agili capitoli, collegati fra loro da continui rimandi tematici, da linguistici «fili invisibili» (per adoperare un’espressione dello stesso Barilli) e dalla medesima voce narrante, che spesso descrive ciò che vede con l’oggettività dell’osservatore esterno, ma talvolta si palesa in maniera inaspettata irrompendo sulla scena con un volitivo «Io».

Sono proprio queste irruzioni dell’Io – assai significative perché non numerose – a conferire alla narrazione un sapore anche – ma sempre discretamente – autobiografico: «Ma basta percorrere pochi passi, avventurarsi nelle calles, per imbattersi in un’altra città. È Centro Habana, il sogno perduto su cui, mentre sto scrivendo queste pagine, c’è un’altra memoria, combattuta e indesiderata, su cui la ruspa della contemporaneità sta iniziando la sua opera senza pietà» (p. 35); ecco il primo momento in cui l’Io si mette in scena, ritraendosi nell’atto stesso della scrittura.

«Non mi piace affatto questa Avana che sta distruggendo i ricordi», prosegue qualche pagina dopo (p. 40), prendendo posizione in maniera netta contro la direzione verso la quale sembra marciare inesorabilmente la città. L’irruzione della soggettività che segue è una vera e propria dichiarazione di poetica: «All’angolo dell’Hotel Deauville mi convinco (ancora) che la bellezza non è nelle hall degli alberghi o nei ristoranti con l’aria condizionata e i camerieri dall’uniforme perfetta. Ma lungo la strada, distesa nei corridoi dei vecchi edifici, nelle stanze trasformate in presepi di vite eventuali, non certo nello sguardo improvviso che in ogni momento si può trasformare in una chat di incontri casuali. Dentro i quartieri c’è qualcosa di più profondo e vitale che palpita mentre avanzo verso il punto finale della mia passeggiata. È la quotidianità della gente, di tutta la loro vita che costituisce la bellezza delle virtù e dei mestieri. Ha a che fare con i suoni, le emozioni, le notizie della radio, o le difficoltà condivise dagli avaneri» (pp. 70-71)[2].

Nettissima, in questi itinerari, è la percezione dell’Avana come di una città che va percorsa a piedi: «Cammino spesso per Calle San Lázaro» (p. 98). Nuovamente l’Io fa capolino per esplicitare alcune delle ragioni del fascino di quelle terre e, forse, anche l’essenza della “cubanità”: «Mi piaceva (e continua a piacermi) quel sapore di un mondo sopravvissuto, il mosaico di vetro devastato in mille schegge colorate da cui filtravano gli spifferi era un pertugio di un luogo che aveva il sapore di una leggenda invecchiata, molto cubano, come il ricordo di una camera dalla luce che andava e veniva, le pareti che sudavano, le finestre che sbattevano, un bagno che faceva rumore tutta la notte, un vecchio televisore issato su un pianale di legno come una madonnina, la porta che chiudeva malissimo, fessure, altri spifferi (che forse non avevano a che fare con il vento): accatastavo un tavolo e l’armadio contro la porta per poter dormire tranquillo. Cuba, la vera Cuba, per chi ama le emozioni forti» (pp. 138-39).

Proseguendo in questo itinerario in soggettiva: «Voglio segnalarvi un film che ho visto a Cuba. Si intitola Los dioses rotos. […] Io l’ho visto un giorno di febbraio di alcuni anni fa» (p. 143). E assai suggestivo si rivela anche il passaggio «Distraevo gli occhi con i quadri, i ritratti, gli oggetti, fra cui una confezione di fiammiferi personalizzata, cupa, funerea, teatrale, nera, con la firma sbiecata in oro. E, nel frattempo, mi facevo domande mano a mano che diminuiva lo spazio tra una stanza e l’altra, come se la casa fosse destinata a rimpicciolirsi passo dopo passo, fino a scomparire. Ogni oggetto aveva una sua storia, da cui ero totalmente alieno», laddove si notano il senso di morte che aleggia un po’ per tutto il libro (in particolare, nel malinconico capitolo La casa degli scrittori morti), nel barocco tetro di alcune atmosfere, e la sensazione di estraneità che, talora, pervade il “viaggiatore”, sebbene si sia ambientato da tempo in quel luogo nel quale era arrivato da straniero.

Le ultime due esternazioni dell’Io: «A cena, a casa di Alberto Guerra, […] si chiacchiera con il padrone di casa che mi sfotte» (p. 183); «E così finalmente arrivo dove volevo. Ma prima leggo un passo del diario dello scrittore, tratto sempre dal libro Piñera en persona» (p. 213). Persino i riferimenti bibliografici hanno un inedito taglio personale: «Alla fine ho compilato questa lista di libri che parlano dell’Avana, una sorta di “rumore di fondo”, comprendente testi e storie che mi sono entrati dentro, per richiami o emozioni. E che ho condiviso in queste pagine che avete appena letto» (p. 214).

Mi è parso interessante affrontare questo excursus attraverso i rari momenti di palesamento dell’Io dell’autore anche perché mi sembra che se ne possa dedurre chiaramente che il libro di Barilli non è una guida statica e fotograficamente descrittiva, ma ha il dinamismo di una scrittura itinerante: l’Io dell’autore si ritrae quasi sempre – dantescamente – in movimento, in perlustrazione, attraverso i “gironi” infernali della città, i quartieri-purgatorio e i pochi squarci paradisiaci, che – come si è visto ˗ per Barilli non coincidono con i classici loci amoeni cui ci ha abituato la tradizione letteraria. In tal senso, questo libro propone un chiaro rovesciamento della concezione classica del Bello, in quanto non sempre la Bellezza vi coincide con l’armonia e la perfezione delle forme, ma ben più spesso si manifesta nel difforme, nel logoro, nel barocco estenuato, nel precario, nel non-integro: nel disfacimento, nello sgretolamento, nell’evanescenza o, al contrario, nell’esuberanza della materia, nel rigoglio prepotente della natura e nell’horror vacui delle forme umane.

Da sottolineare è, certamente, l’originalità del punto di vista del narratore, che non si aggira per le strade della città come un annoiato o un entusiasta turista – a seconda dei casi ˗, ma le descrive con la consapevolezza dello straniero “non più straniero”, che, ormai, conosce bene luoghi e paesaggi, e talvolta tenta di mimetizzarsi fra i cubani. Ad esempio, in questa chiusa il narratore sposa in toto il punto di vista del cubano anche nel lessico: «Un luogo bellissimo, ma svuotato della sua anima: di sera in giro si vedono solo yuma [«così vengono chiamati gli stranieri», si precisa a p. 23] e polizia» (p. 34). Oppure, indicativo in tal senso è il commento che segue: «Ma una dote fondamentale che deve possedere il viaggiatore che sceglie Cuba è quella di saper assaporare i tempi d’attesa. […] Scoprirai subito che basta immedesimarsi con i cubani per non essere trattato da turista» (p. 111), suggerisce la voce narrante, alla fine, apostrofando a sorpresa il lettore con uno spiazzante “tu”.

Obiettivo dichiarato di Barilli è, infatti, quello di allestire non una guida per turisti attratti da preconfezionati pacchetti vacanza all inclusive, che comprendono il soggiorno in hotel superlussuosi, dotati di ogni confort; o il tour a bordo di autobus che si guardano bene dall’allontanarsi dalle arterie principali che attraversano i quartieri della città, fermandosi solo davanti alle principali attrazioni di una “certa” Cuba mondana e già proiettata nel villaggio globale. L’intento chiaramente palesato del libro è quello, invece, di tracciare degli insoliti itinerari non solo “cartografici”, un «itinerario della lentezza» (p. 11) attraverso il variopinto e caleidoscopico mondo della Cuba più verace, più popolare (non quella «raccontata dallo Stato», p. 159): quella dei cubani che ci vivono da generazioni, quella delle casupole dai muri scrostati e dagli interni degradati, che, però, magari si affacciano su suggestivi cortili nascosti all’occhio del turista standard, intrisi di umori, profumi, sentori che sanno raccontare la quotidianità della gente e anche le sue difficoltà nella gestione del quotidiano, senza sconti (perché «L’Avana è la sua gente, piena di problemi e di soluzioni», p. 30).

L’obiettivo è descrivere «l’Avana nascosta» (come recitano i versi iniziali, tratti dalla colonna sonora di Habana Blues, a p. 7), intrisa di nostalgia e rassegnazione: tracciare una «(contro)mappa avanera» (p. 12) alternativa a quelle più battute e convenzionali.

Il lettore viene preso per mano e accompagnato in mezzo ai vicoli e, rassicurato dalla presenza al suo fianco di una guida evidentemente esperta, si lascia condurre, affidandosi alla voce narrante, persino nei locali meno sicuri o negli edifici più fatiscenti. Segue fiducioso il proprio, mai saccente, cicerone persino per gradini sdrucciolevoli che si arrampicano in luoghi/non-luoghi in fisico disfacimento, come fossero precari ponti di corda lanciati da una riva all’altra e sospesi, da pareti a picco, sul letto di fiumi dal corso tortuoso. Persino il turista più appesantito dagli anni e dalla pinguedine può provare il brivido dell’avventura, abbandonandosi all’immaginazione sull’onda delle descrizioni di Barilli, seppur rimanendo comodamente seduto sulla poltrona di casa: anche perché la sua sapiente prosa a volte descrive, ma più spesso allude, sorniona; dice e non dice, ammiccando con complicità al lettore e invitandolo a proseguire nel racconto grazie alla propria immaginazione. Specie se si tratta di rum, donne o denaro, tre grandi temi intorno ai quali ruota la “leggenda cubana”.

Se dovessi darne una “definizione”, parlerei, per questo volume, di “libro sinestetico”, perché riesce a coinvolgere proprio tutti i sensi: al di là delle varie descrizioni, ricche di dettagli (questo è un libro anche di dettagli, perché Barilli, da giornalista professionista, ha l’occhio attento dell’osservatore cui nulla sfugge), largo spazio è dedicato ai suoni (ad esempio, si nominano spesso il reggaetton, il bolero, la rumba, nonché varie canzoni e autori di musica), agli odori (declinati a tutto tondo in profumi e afrori, come quelli di «gasolina e frutta marcia», a p. 20; delle «sigarette di tabacco nero Criollo» o dei «sigari puzzolenti venduti sciolti dentro a un sacchetto di carta», a p. 47[3]), alle sensazioni tattili (come quella dei gomiti appoggiati sui preziosi banconi antichi di legno di alcuni storici bar: ibidem); infine, ai sapori.

Grande attenzione è, infatti, tributata sia al cibo, specie locale (il lechon, i bocadillos, il congri, il lomo ahumado, il pollo al carbon; «tamal e noccioline tostate», a p. 20)[4], sia alle bevande, dagli intrugli magici del “curandero” (pp. 61-63), una sorta di santone guaritore (Barilli, riuscendo a traslare nella scrittura la tradizionale abilità pittorica di famiglia[5], è anche un ironico e divertente ritrattista), alla cerveza (p. 26), alla «birra Polar ghiacciata» (p. 202) o all’immancabile rum, noto “spaccabudella” in cui annegare i dispiaceri e dimenticare la solitudine, sul quale l’autore rivela un’indubbia competenza almeno in un paio di pagine (pp. 52-53) in cui si elencano marche più o meno conosciute: commerciali, in voga, per estimatori o introvabili.

Direi, però, che Davide Barilli eccelle anche nel descrivere sensazioni: «quando arriva l’apagón – il buio che annerisce contorni e profili, occhiaie e ombre – tutti costoro si radunano, come un drappello macilento e silenzioso, reggendo in mano una piccola candela rossa» (p. 102) e vanno a bussare dal babalao, il «santone»; «Trascorsi un paio d’ore sulla sedia a dondolo, sorseggiando quell’intruglio, riempiendomi le orecchie di musica, mentre la moglie del professore raccontava […] cose che non capivo, in una nenia che, insieme alla brezza, al rum, ai rumori della calle, al senso di precarietà del mio essere lì in quel momento, si stava facendo sogno ad occhi aperti, indefinito galleggiare in una sottile inappartenenza alle sensazioni che non avrei più dimenticato» (p. 129).

Uno dei “passaggi sinestetici” più suggestivi, a mio avviso, lo si legge nel capitolo dedicato alle Poliziotte dell’Avana: «è il delirio avanero che va a cominciare, svelto e truce come un passo di reggaetton e di bolero messi insieme. Un ritmo che percorre da cima a fondo l’Isola. La scansiona. La palpa» (p. 26). Perché – viene spiegato in seguito ˗ «L’Avana va toccata, annusata, percorsa a piedi, come un corpo vasto e molle in cui sprofondare» (p. 68).

In generale, comunque, si tratta di una scrittura ad altissima densità retorica: a parte varie similitudini («un uomo di mezza età con le scarpe rotte in punta come le fauci di un coccodrillo impagliato», a p. 24), è prevalente la presenza di metafore. Qualche esempio tra i più interessanti: «Muoversi in questo luna park dalle luci singhiozzanti significa attraversare la logica di un linguaggio che si inceppa di continuo, sprofondare nelle sabbie mobili di un vivere quotidiano che alterna acque di scolo a statue variopinte di sante cubane, le orishas, che giganteggiano su sgangherate mensole barocche accanto a crepe che attraversano le pareti, ferendo ogni senso di equilibrio possibile» (p. 38).

Numerosi, non a caso, sono i rimandi ad autori e opere della letteratura mondiale, specie cubana (preziosissimi suggerimenti di lettura per chi desideri approfondirla si trovano soprattutto nel capitolo intitolato Nuove voci, alle pp. 152-59): Hemingway (p. 15), García Márquez (p. 18), Tomasi di Lampedusa (citato a proposito dell’immobilismo del paese a p. 19), Abilio Estévez (p. 32), Cintio Vitier (p. 32), il “Bukowski cubano”[6] Pedro Juan Gutiérrez (pp. 36, 57, 75-85, 88 e passim), Marguerite Yourcenar (p. 41), Antonio José Ponte con la sua Fiesta vigilada (p. 45), Reinaldo Arenas (p. 64), il saggista Ivan de la Nuez (p. 65), Ciro Bianchi Ross (ibidem), un significativo e illuminante Marcel Proust (p. 66), Tras los pasos de Hemingway (ibidem)[7], Abilio Estévez (p. 71), José Martí (p. 76), Guillen (ibidem), Padura Fuentes (ibidem), Zoé Valdés (ibidem), Virgilio Piñera e Leonardo Padura (p. 79), Cecilia Valdés, Cirilo Villaverde, Montenegro, Cabrera Infante, Lima (p. 84), Ahmel Echevarría (p. 94), la saggista Arassay Carrelero (p. 94), Calvino, indirettamente (almeno ci sembra: «Il palazzo dei destini incrociati è stato raso al suolo», p. 103) etc. Tra le pagine, affiora talvolta anche qualche riferimento a versi sincopati e franti dello stesso Barilli (ad esempio, alle pp. 44 e 123).

Non sono rare neanche le allusioni alla cinematografia: Vertigo (p. 15), Fitzcarraldo (1982) di Werner Herzog (p. 41), il documentario Arte nuevo de hacer ruinas di Floran Borchmeyer (ibidem), Il nostro agente all’Avana (p. 45); vari nomi di attrici e attori sono elencati in una densa pagina sulle star hollywoodiane che frequentavano assiduamente Cuba (p. 48), oltre a quello di Alberto Sordi (p. 62) etc.

Ancora, Barilli si rivela grande conoscitore anche del mondo della musica: cita il percussionista Chano Pozo (p. 42), Pérez Prado e Mercedita Valdés (ibidem), Issac Delgado e Juan Formell con la loro canzone El solar de la California (ibidem), svariate sigle dell’industria discografica cubana (p. 49), Benny Moré (p. 50), Osmani Garcia, Daddy Yankee, Yandel, Gente de Zona (p. 91), Chet Baker (p. 99) etc. E numerosi sono i riferimenti agli ambienti della fotografia, della pittura, degli artisti: ai fotografi Leandro Feal (p. 58) e Walter Evans (p. 84), a Cirenaica Moreira e al pittore Carlos Quintana (p. 86), a Ramón Perez Pereira detto Rapé (p. 91), Diego Guerra (p. 94), Laura Domingo (ibidem), Reynier Leyva Novo (p. 97) etc. All’UNEAC, l’associazione degli scrittori e degli artisti cubani, Barilli dedica un intero, denso e illuminante capitolo (pp. 146-51). E si noti che gli esempi elencati sono tratti soltanto dalle prime cento pagine del volume: per dare l’idea della ricchezza dei riferimenti culturali in cui ci s’imbatte, anche solo sfogliando questo libro.

Certo, qua e là fa capolino il cronista, specie nelle pagine che raccontano la storia di Cuba, scandita con evidenza da un “prima” e da un “poi”, una demarcazione nettissima prodotta dall’evento della morte di Castro, il 26 novembre 2016: la Cuba che ha pianto Fidel – nota Barilli – è quella più popolare e semplice, ma più autentica, che ha lamentato la scomparsa del proprio eroe «come si piange la giovinezza perduta» (p. 19). Anche a tale proposito emerge il giornalista che si cela dietro lo scrittore, il professionista che si sofferma a intervistare la gente e a registrarne opinioni ed emozioni, o indaga su questioni economiche e politiche (cfr., ad esempio, le pp. 23, 53, 86, 104-105, 108, 176-77 e tutto il capitolo Nuove voci).

Il volume, come anticipato, offre un suggestivo spaccato del mondo cubano pure dal punto di vista letterario, con dei doverosi omaggi alle glorie dell’isola, ma anche con un sincero interesse per l’evoluzione dei linguaggi nell’epoca contemporanea: si denuncia il rischio di «snaturarne le radici» (p. 174) «mettendo l’accento sulla vocazione meticcia e pluralista di Cuba e della sua cultura» (ibidem), nel tentativo d’internazionalizzarne la narrativa. Si celebra l’immaginario della generazione passata di scrittori (come Alberto Guerra Naranjo, Marcial Gala ed Emerio Medina[8]), legata all’insegnamento di Alejo Carpentier e a un’attitudine a raccontare il proprio mondo «dal di dentro» (p. 181), che Barilli teme vengano travolti da una «visione stereotipata e commerciale dell’Isla, vincolata a un mercato non solo editoriale» (p. 178). Infine, se ne coglie l’essenza di letteratura appartata e di nicchia nel gioco continuo di «equilibrismo tra metafora e rappresentazione del reale» (p. 182) che Barilli stesso sembra aver introiettato, nella propria scrittura.

Il libro, infine, se vogliamo, è anche una sorta di vocabolarietto tascabile, in cui viene illustrato, in maniera sempre narrativa, il significato di termini assai “significativi” (non necessariamente i più ricorrenti) della lingua cubana. Un esempio per tutti, il termine «guagua» (p. 184), che indica un autobus cui viene associata una delle pagine più felicemente riuscite di tutto il volume, un capolavoro di arguzia, ironia e leggerezza: la descrizione del viaggio, in un mezzo affollato, di un «prieto nero come la pece» (p. 185) che regge su una mano un cartone con una «tremolante» (ibidem) e succulenta fetta di torta bianca e rosa. Perché le guaguas sono «racconti potenziali, eventualità di storie e di trame che nascono dal nulla» (p. 184). E, infatti, Cuba, a dire di Alberto Guerra, è «fondamentalmente un paese di scrittori di storie (vere o presunte), e […] di eccellenti scrittori di racconti» (p. 192) più che di romanzi.

Una delle parole-chiave del testo è, poi, «Eventual», cui è dedicato un apposito capitoletto: simboleggia la capacità dei cubani di vivere come «sull’orlo di un abisso» (p. 92), in una dimensione in cui tutto è possibile (forse non a caso, come nella finzione narrativa). Ma Barilli precisa, senza barare, che il termine allude anche alla possibilità che cose o persone a Cuba improvvisamente sterzino «in direzioni ondivaghe, ma sempre legate a questioni di denaro» (p. 114): «una verità senza fronzoli» (p. 29) che definisce l’essenza dell’Avana, ma anche quella dello stile diretto di Barilli stesso.

Tra le metafore ricorrenti di tale scrittura insieme retoricamente lussureggiante e lucidamente asciutta, due mi hanno particolarmente colpito: quella del trucco e quella dello specchio. Specie in relazione al deprecato processo di «decubanizzazione» (p. 33) in atto (perlopiù dal punto di vista architettonico e urbanistico), Barilli parla di luoghi storici «ripuliti e truccati» (ibidem), di «belletto dell’anima» (ibidem), «maquillage» (pp. 35, 46, 119), «città rimessa a nuovo» (ibidem), «volto laccato, mascherato» (ibidem), «lacca del belletto» (p. 45), «laccatura» (p. 47), «belletto di mitologie e romanticismi» (p. 78), in contrapposizione alla «decadenza fascinosa» (p. 35) della vecchia Avana. Ne avverte, tuttavia, ancora la «pulsazione di vita autentica» (p. 36), ad esempio negli «antichi palazzi percorsi dalle rughe di inferriate arrugginite, boccascena di una teatrale commedia umana della popolazione habanera di cui è fin troppo facile essere spettatori, finendo a volte risucchiati in una sceneggiatura di cui non sempre è facile intuire la regia sottesa» (p. 36). La bellezza dell’Avana è fatta, dunque, di «doppifondi e di anime sdoppiate» (ibidem): e, infatti, la teatralità barocca ˗ talora cupa, ridondante e funerea talora luminosa e abbagliante ˗ rappresenta un motivo costante nei vari capitoli in cui si snoda la narrazione.

A tale teatralità non può che connettersi anche la metafora dello specchio, altrettanto ricorrente, a mio avviso indipendentemente dal fatto che Barilli descrive le sontuose specchiere antiche di alcuni bar storici sui quali si sofferma: «specchio falsificato» (p. 46), «ragnatele di vetro sulla enorme specchiera» (p. 50), «Oltre le rovine del portale, come in un quadro di Magritte, il vuoto si specchia nel vuoto» (p. 134), «le enormi specchiere dalle cornici arzigogolate; […] gli enormi specchi che riflettevano un’epoca socchiusa dietro i profili delle porte di legno massiccio intarsiate» (pp. 135-36), «In bagno lo specchio con la scritta Lincoln in smalto» (p. 138), «in un gioco di specchi e inganni di sottile suggestione» (p. 181) etc. A mio parere, infatti, lo specchio rimanda inequivocabilmente a quella dimensione del viaggio interiore evocata nelle prime righe della Premessa: «La descrizione di una metropoli come L’Avana, fra le più raccontate e fotografate al mondo, si sa, rischia di essere una rassegna di percezioni solidificate. Viaggiare verso i propri fantasmi e luoghi segreti, allora, può diventare davvero un atto di libertà assoluta. E, per logica conseguenza, un luogo di felicità» (p. 11).

Questo libro comunica, infatti, che la felicità è nel viaggio; e testimonia, prima di tutto, dell’amore del proprio autore per Cuba. Mette in scena malinconicamente – come un rito apotropaico volto a trasformare un luogo in leggenda, in «favola» (p. 65), prima che possa svanire ˗ la nostalgia per un mondo che, però, ancora non è perduto. E lo fa – proustianamente – proprio opponendo, all’inesorabile dilagare degli oggetti «di pessimo gusto» (p. 138) della contemporaneità, delle «nobili memorie moribonde» (ibidem) di sapore vintage.

E, sebbene Barilli continuamente metta in guardia il lettore sulla china pericolosa che la città sta prendendo e sulla strada di snaturamento che sta imboccando, si limita comunque a parlare di «rischio» che il suo «essere orgogliosamente controcorrente, per scelta e per altrui sopraffazione» (p. 15), possa identificarsi, ormai, con un «destino impossibile da mantenere in equilibrio» (ibidem): ma senza mai ˗ di fatto ˗ decretarne l’avvenuto disfacimento e la definitiva sconfitta.

Ed è per questa ragione che, quando afferma in tono serio e solenne che Altravana sarà il suo ultimo libro su Cuba, non gli crediamo[9].

  1. Alle pp. 55-56, ad esempio, un elenco di bar di Centro Habana. Cfr. anche la descrizione della Plaza de Toros alle pp. 130-31.
  2. E ancora: «Ma questa tristezza esteriore era strettamente legata alla sua antica bellezza, alla memoria sfocata di ciò che era stata, perché la bellezza di ogni cosa risiede nei sentimenti che suscita» (p. 14).
  3. Sui sigari cfr. anche la p. 202.
  4. Al riguardo, cfr. L. Martinelli, E nel rum si nasconde il vero spirito dell’Avana, in «Repubblica.it», 2 aprile 2019.
  5. Cfr., ad esempio, la URL: https://www.gazzettadiparma.it/archivio/2011/11/17/news/l_arte_di_cecrope_e_latino_barilli-733914/.
  6. Altra definizione assai suggestiva è quella di “Mozart degli scacchi” attribuita a Capablanca. Cfr. il capitolo a lui dedicato alle pp. 168-73.
  7. Cfr. la URL: https://elpais.com/cultura/2011/09/16/actualidad/1316124003_850215.html.
  8. È Medina a esprimere la netta preferenza per una concezione del romanzo che coinvolga il lettore «non per la trama che racconta, ma per la plasticità del linguaggio, per la forza della parola, per la densità dell’atmosfera, per l’autenticità dei personaggi» (p. 190): concezione che, peraltro, condivido pienamente.
  9. Si tratta del testo, molto ampliato, della presentazione del volume presso la libreria L’Altracittà di Roma, nel tardo pomeriggio del 18 giugno 2019.

(fasc. 27, 25 giugno 2019)

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