Recensione di Domenico Zappone, “Cinquanta lettere a Mario La Cava”

Autore di Carmine Chiodo

Santino Salerno, palmese, è autore di studi pregevoli su autori quali Leonida Rèpaci, Domenico Zappone, Vincenzo Talarico, Domenico Antonio Cardone etc.

Questo carteggio è curato e commentato molto bene. Cinquanta sono le lettere che il giornalista e scrittore Domenico Zappone (Palmi, 1911-1976) manda a Mario La Cava. Esse provengono dall’archivio dello scrittore di Bovalino, ben custodito e curato da Rocco, figlio di La Cava. Già hanno visto la luce vari suoi carteggi, tra i quali, ad esempio, le Lettere dal centro del mondo (Rubbettino 2012), volume che contiene la corrispondenza di La Cava con Leonardo Sciascia.

Queste cinquanta lettere son state composte dal 1950 al 1976 e mostrano l’amicizia tra i due scrittori. Insomma (come giustamente scrive Santino Salerno), esse «rivelano il clima di cordialità che anima il rapporto tra i due intellettuali affratellati da una medesima passione: la scrittura; e danno conto, altresì, di una vicenda culturale ed umana che per molti tratti li accomuna nel difficile e tormentato rapporto con editori, direttori, redattori di riviste e giornali, ma anche in quelle che sono le difficoltà familiari e della vita quotidiana». Inoltre, balza fuori l’isolamento in cui sono costretti a vivere e operare i due autori, e in genere gli intellettuali meridionali che, «lontani dal dinamismo culturale centro-urbano, pagano con un surplus di fatica gli svantaggi della perifericità che, fatalmente, trasforma il già difficile mestiere di scrittore, nel più difficile mestiere di vivere».

Quarantacinque sono le lettere di Zappone, mentre quelle di La Cava sono appena quattro. Un carteggio, dunque, che si configura come un «monologo». Difatti, è Zappone che parla, espone i propri progetti, presenta la sua vita, confessa il male di vivere che lo porterà poi al suicidio. Emerge dalle lettere la personalità complessa e problematica di Zappone, che talvolta dà giudizi discutibili. Egli non è certo famoso e quotato come La Cava, il quale comprende «lo stato d’animo dell’amico e non è insensibile alle richieste che gli rivolge; l’un l’altro sono reciprocamente prodighi di consigli, ma lo scrittore di Bovalino, la cui disponibilità verso il prossimo è connaturata, sta con i pedi per terra e promette quel che può» (p. 15). La Cava è diverso da Zappone: è sempre in movimento, più pacato, più inserito nella società letteraria, e più accreditato presso i critici.

La prima lettera di Zappone risale al 14 aprile 1950; egli ringrazia il generoso La Cava: «La ringrazio anche per l’invito che mi fa di mandare qualcosa al «Ponte». Non ò [sic] spedito nulla, ma ò pronto un pezzo che devo battere, anzi ribattere, appena avrò la macchina in prestito» (p. 23). Zappone chiede a La Cava di raccomandarlo presso riviste e giornali: «So anch’io che molte riviste si stampano in Italia, ma il difficile è entrarci. Io volevo sapere se Lei conosce qualcuno che possa fare qualcosa per me; ma lei mi dice che non à [sic] amici e che la provincia è una nostra condanna» (p. 27). Dapprima i due scrittori si danno del lei, poi passano al tu e spesso Zappone loda ciò che legge di La Cava su giornali e riviste. Sovente egli confessa all’amico il proprio stato d’animo depresso, e nella lettera del 18 luglio 1950 si legge: «Sto attraversando un periodo triste e grigio». Si sente soffocato dalle tenebre e spera di potersi trasferire a Roma. Riguardo al loro rapporto, Zappone scrive: «Son lieto, comunque, di averti conosciuto. Ti facevo un po’ più complicato, invece sei proprio uno dei nostri, alla buona e tutto semplicità» (p. 43: lettera del 24 gennaio 1951).

Spesso nelle lettere di Zappone si parla anche di altri scrittori e critici: alcuni vengono lodati e altri stroncati, magari con parole pesantissime. Ad esempio: «A maggio andrò a Roma e vorrei conoscere Alvaro. Non so che tipo è, né vorrei sembrare provinciale importuno che scoccia in nome della comune terra. Non andrò invece da Rèpaci, mio concittadino. È un uomo cortesissimo e affabile, ma da vent’anni non fa che promettermi mari e monti. Non si fidi» (p. 29); «è uscito il volume di [Michele, n.d.c.] Prisco (lire 900) ed io voglio comprarlo appena lo troverò, per quanto sia convinto che non si tratti per nulla del capolavoro che tutti dicono»; in questa stessa lettera (del 29 dicembre 1950) si parla di Carlo Bo come di uno dei migliori e più acuti critici del tempo come pure viene lodato Bonsanti, mentre Seroni viene valutato come il solito «c… pieno d’acqua. Idem dicasi di [Mario, n.d.c.] Luzi, poeta ermetico e critico illeggibile» (p. 41).

Nelle lettere Zappone ritorna spesso a parlare della propria vita: «Non ti nascondo che sono molto seccato per affari miei che mi allontanano dalle mie care illusioni. Vivo scioccamente e senza entusiasmo. Avrei tanto desiderio di venire da te, non foss’altro per uscire da questo tragico quotidiano, che à tinte di commedia se non di farsa» (p. 56); «l’animo mio è pieno di malinconia. Forse questo è uno stato d’animo adatto a scrivere Speriamo che sia così anche per me» (p. 61).

Zappone legge e giudica le opere dell’amico La Cava ed ecco quanto gli scrive riguardo ai Colloqui con Antonuzza: «Il tuo è un libro felice. È la prima volta che s’interroga una bambina come tu hai fatto ed è la prima volta che una bambina dà quelle risposte terribili» (lettera del 12 ottobre 1954). Tutto sommato, secondo Zappone Antonuzza è «simile a una Sibilla, in panni nostrani. Tuttavia non meno sconvolgente ed enigmatica». Egli ha letto l’opera con la moglie e racconta che si sono «abbandonati ai più disparati commenti, pieni di meraviglia e intimiditi per non so che magica suggestione agghiacciante, che, credo, debbano sentire quanti leggeranno il libro» (p. 128).

Santino Salerno mette in evidenza tutte le caratteristiche di fondo delle lettere, dalle quali escono fuori le varie esperienze e i momenti di vita di Zappone: ad esempio quando, all’inizio degli anni Sessanta, vuole allontanarsi da Palmi, e quindi dalla provincia, e insegnare e lavorare a Roma, ma subito resterà deluso e farà ritorno alla base. A Palmi continua a vivere come sempre: «riacquisterà il ruolo di personaggio; continuerà ad assumere i soliti atteggiamenti padreternali, sostando e pontificando nella piazza grande» (p. 21). Fa qualche visita a La Cava e ad altri scrittori e nel contempo scrive, ma i sogni di gloria non si sono avverati e, come si legge nella lettera a La Cava del 21 maggio 1976, «sto ancora male» e «soprattutto mi è passata ogni voglia e velleità. A ottobre andrò in pensione, poi si vedrà», ma il 6 novembre del 1976 si toglie la vita, «incapace di prenderla per il suo verso», come scrive Salerno, il quale va ampiamente lodato per averci regalato, ben introdotte e commentate magistralmente, lettere che gettano maggior luce su questi due scrittori diversi ma amici.

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

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