Recensione di Donatella Di Pietrantonio, “L’Arminuta”

Autore di Marika Lauria

Il titolo solitamente è lo scoglio più difficile da superare per un autore: non si sa mai cosa possa essere interessante ed efficace, saltare all’occhio del lettore in libreria. In questo Donatella Di Petrantonio mostra un’abilità particolare. Il titolo è, in questo caso, un termine dialettale, abruzzese per la precisione, e intende alludere al ritorno forzato di una persona; la protagonista, una poco più che ragazzina di tredici anni, torna dalla propria famiglia, dopo essere stata cresciuta da altre persone, i suoi “mamma” e “papà” di qualche tempo prima, che si rivelano essere “zia” e “zio”.

Non bastasse il dramma psicologico dell’abbandono e del rifiuto che un’adolescente può provare in una situazione del genere, dopo aver scavalcato leggermente la sorella minore Adriana, sciatta, con le trecce allentate e gli occhi stropicciati (p. 3), la ragazza si ritrova in una casa piena di fratelli che non ha mai incontrato prima. Si tratta, dunque, d’inserirsi in un contesto che ha già le proprie dinamiche, di doversi mettere in relazione con un padre violento e una madre rigida, avida di carezze, come la figlia la descrive; e della sua necessità di tornare a quella che è sempre stata la sua casa in riva al mare, con i genitori di prima.

Cresciuta tra corsi di nuoto e di danza, i libri di una buona scuola e amiche della stessa levatura, la protagonista si ritrova catapultata in un ambiente sporco e tetro, a condividere il letto con la sorella minore, nella stessa stanza con i fratelli più grandi, per poi studiare in una piccola scuola media di paese, a corto di mezzi e, ormai, di speranze. Ma il tempo stringe dei legami indissolubili, come quello con Adriana, Vincenzo e Giuseppe.

La prima, compagna d’avventure notturne, è forse ciò che la tiene più ancorata al mondo; il secondo è il fratello più grande, intelligente, con l’indole del girovago e innocentemente attratto dalla sorella; l’ultimo, il piccolo, quello che «non è normale, non te n’eri accorta?» (p. 65).

Il tempo scorre sempre troppo velocemente, gli eventi quasi si accavallano, trasportati dalla scrittura dell’autrice, che si ferma a tratti con la durezza espressa dal dialetto di una volta; in poco tempo l’Arminuta si ritrova nuovamente nella situazione iniziale: «Salivo scale diverse con la stessa valigia in una mano, la borsa con le scarpe confuse nell’altra» (p. 123). Deve frequentare un liceo di città: così hanno deciso quelle due madri che vegliano su di lei, in maniera un po’ diversa. La madre di città ne parla con tranquillità per telefono («Tua madre forse ti ha già detto che vogliamo mandarti in un buon liceo, te lo meriti»; p. 119), quella di paese un po’ più agguerrita («Alla scuola non ci so’ andata, ma stupida io non so, professore’. L’ho capito pure da sola che essa tiene il cervello per lo studio»; p. 119), ma entrambe sono in accordo con la Perilli, la professoressa delle medie che sembra voler far di tutto per la ragazza, intelligente, pronta a studiare, che la colpisce fin dal primo giorno con un’analisi di “armando” (p. 68).

Paradossalmente, la ragazza scopre lentamente il segreto che ha sconvolto la sua vita, grazie alla sincera e priva di filtri Adriana. Le ultime pagine del libro, infatti, che interrompono quel flusso repentino descritto dall’autrice, sono dedicate a un piccolo incontro tra vecchio e nuovo.

Particolarità del testo sono sicuramente il linguaggio scelto, i nomi, la forza delle parole. Di Pietrantonio rispolvera un abruzzese degli anni passati, senza specificare luogo e tempo, raccontando di scelte opinabili, di una vita familiare spigolosa e piena di segreti, di caratteri non sempre facili, grezzi come piccoli potenziali diamanti ancora carbone. Il lettore potrebbe essere dissuaso da questi termini dal sapore antico, credendo che possano incidere sulla comprensione del testo, ma in realtà il dialetto sembra essenzialmente funzionale a descrivere quel posto, ciò che accade, quei personaggi. Allo stesso tempo, è indice di un’ulteriore differenziazione tra l’Arminuta e il mondo che la circonda; lei che ha studiato e che non parla come gli altri deve, infatti, capire come vivere, come le consiglia la sorella («Tu sei vuoi sta’ ecco, i verbi te li devi impara’ pure in dialetto»; p. 71).

I nomi delle “macchiette” che popolano questo ritratto ingiallito, del resto, destano interesse; tutti hanno un nome, a partire dagli amici girovaghi di Vincenzo fino ai fratelli, ai compagni di classe che non sono particolarmente attratti dalla protagonista, alla professoressa della classe, alla “madre” di prima, Adalgisa, ai parenti alla lontana come Mezzosigaro; tutti, ma non la protagonista, come anche la “seconda madre” e il padre. L’assenza del nome proprio potrebbe, infatti, rappresentare in che modo l’essere l’“arminuta” abbia pesato sulla vita della ragazzina, che con esso si identifica. Non ha bisogno di un nome perché non ha un’identità: non sa da dove viene e verso dove va, non sa cos’è una madre e forse non lo capirà mai.

Particolare, ancora, la decisione di non regalarle effettivamente un modo per appellarsi alla donna che l’ha messa al mondo; scelta, anche questa, sicuramente ponderata. Infatti, la madre del mare ha un nome, una sostanza, una figura; della madre del paese si sa poco, se non che è avida di carezze, che spesso ricorre alle mani, ma solo sulle figlie femmine, che non ha studiato e che la protagonista ha con lei un rapporto davvero travagliato e altalenante. Il tema della maternità e del rapporto con i figli è forse quello predominante, assieme a quello dei legami familiari e al motivo del sentirsi persi, tipicamente adolescenziale. Del resto, la figura paterna viene quasi completamente sorvolata, solamente tratteggiata, quasi a voler sottolineare l’importanza della madre come figura dominante nell’ambito famigliare.

I pezzi del puzzle della storia materna vengono a galla con fatica: si scopre un personaggio forte e fragile allo stesso tempo, che tenta sempre di contrastare quell’odio-amore che lega la figlia all’altra madre. Il legame con l’Arminuta si ricrea lentamente, partendo da «La donna che mi ha concepita non si è alzata dalla sedia» (p. 4); passando per la scena della stesura dei panni sul terrazzo:

– Che te lo ricordi quando ci siamo incontrate allo sposalizio? Potevi tenere sei, sette anni.
Mi ha riaperto la memoria con una frustata.

– […] Mi giro di botto e ti vedo, non ti potevo riconoscere per quanto ti eri fatta grande e bella.

– E chi te l’ha detto che ero io?

– Prima di tutto me lo so’ sentito e poi ci stava Adalgisa, no? Chiacchierava con una parente e non si è accorta subito di me. Io ti ho chiamata e hai alzato la coccia. Sei rimasta a bocca aperta, forse perché mi scappavano le lacrime.
Oggi chiederei ogni minimo dettaglio di quell’incontro, ma allora ero troppo confusa. […]

– Appena mi ha vista, Adalgisa si è messa in mezza, tra me e te. Ma tu t’affacciavi da dietro a essa con quella coccetta curiosa e mi guardavi. (P. 41)

O quando la protagonista riesce a prendere la licenza di terza media con ottimi voti:

Al momento di entrare nell’aula dove sarebbe avvenuta la consegna dei diplomi, avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata di un poco. (P. 117)

I rapporti sono i fili che cuciono le stravaganti disavventure della protagonista, ma nessuno è importante come quello con Adriana. La ragazza è ribelle, non ha paura di niente, neanche delle botte del padre, come dice una volta di lei la madre; è intelligente ma non è adatta allo studio come la sorella maggiore. All’inizio, magari è un po’ restia ad accettare la nuova persona che sta entrando nella sua casa e con cui deve addirittura condividere il letto, ma l’affetto non tarda a nascere. Adriana, spesso, si ritrova a proteggere la sorella che, seppur più grande, non sa come vivere nel suo mondo («Sei tutta coccia, con le mani sai tene’ solo la penna»; p. 88), come quando cerca di risparmiarle le botte della madre:

Mi proteggevo con le mani sopra le orecchie e lei cercava spazi scoperti dove colpire e far più male.

– No, no, a essa no! – Era l’urlo di Adriana appena rientrata con Giuseppe, non avevo potuto sentire la porta.

– Mo pulisco io, non devi mena’ pure essa – ha insistito fermando un braccio della madre, nel tentativo di difendere la mia unicità, la differenza tra me e gli altri figli, lei compresa. (P. 78)

Il romanzo fa rivivere un passato non troppo lontano, attraverso gli occhi di una bambina-quasi-donna spaventata e sola. Parla di quanto sono importanti le persone, come la Perilli, come i fratelli, come le due madri. Non importa quanto qualcuno sia diverso o non adatto al mondo in cui cerca di entrare.

 

(fasc. 27, 25 giugno 2019)

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