Recensione di Edoardo Calandra, “La falce”

Autore di Monica Lanzillotta

Il romanzo breve La falce, pubblicato da Edoardo Calandra nel 1902 unitamente a due racconti (Punizione e L’enigma), è stato rieditato per la prima volta dalla casa torinese Robin, grazie alle cure di Leonardo Lattarulo. Questi, da molti anni, è appassionato studioso dello scrittore piemontese uscito dal canone anche a causa della mancata ristampa della maggior parte delle sue opere: Lattarulo ha curato la pubblicazione di alcuni testi di Calandra, corredandoli di preziose introduzioni (La bell’Alda, pubblicata nella Bottega dello stregone. Cent’anni di fiabe italiane, per Editori Riuniti nel 1985; Dame Isabeau e altri racconti fantastici, editi con Solfanelli nel 1990; Juliette, con Fazi nel 1995), ed è anche autore di diversi studi critici sullo scrittore piemontese.

La falce è un romanzo breve di ambientazione contemporanea, le cui vicende si svolgono in un anno non precisato, ma da collocare diversi anni dopo l’Unità d’Italia, tra Torino e Casaletto (identificabile con Murello, cittadina in provincia di Cuneo che Calandra aveva eletto a “paese dell’anima”). Qui è collocata la villa di campagna di Roberto Duc, il protagonista del romanzo. Roberto è un aristocratico di circa trent’anni che vive delle rendite delle sue proprietà e che ha dissipato il patrimonio in una fatua vita mondana; proprio all’inizio del romanzo, appare attanagliato da uno stato depressivo-malinconico. Per sfuggire al malessere, pensa di recarsi nella propria villa di campagna, denominata Fortino, ubicata a Casaletto, cittadina in cui è nato e in cui è stato nominato consigliere comunale al posto del padre (deceduto da poco); proprio il ritorno al paese natìo si configura come regressione all’infanzia e alla campagna: l’aristocratico Roberto verrà, infatti, gradualmente conquistato dal caloroso mondo paesano, attraverso un vero e proprio rito di passaggio “invertito” (dalla città alla campagna, dallo stadio adulto a quello infantile) che lo porterà a eleggere come dimora definitiva Casaletto. A questo luogo egli si legherà indissolubilmente anche perché si innamorerà perdutamente di Susanna, la figlia di un contadino del posto che gli restituirà il senso dell’esistenza.

Lattarulo, nello scritto introduttivo, osserva che «uno dei motivi per cui il libro è stato per lo più trascurato o svalutato» (persino Croce, uno dei maggiori ammiratori di Calandra, lo ha giudicato uno dei suoi lavori «minori») è probabilmente il suo «carattere “tutto campagnuolo”», aggettivo che «non va letto nei termini di un’adesione calandriana al verismo regionalistico o di una ripresa della tradizione del racconto campagnolo» (pp. 7-10). Il mondo paesano, che fa da fondale al romanzo, rimane senz’altro un punto di forza: lo scrittore descrive magistralmente personaggi-macchiette dai nomi coloriti, ripresi in pose rustiche che declinano il romanzo su toni comici, e dimostra di conoscere profondamente l’animo umano quando fa seguire al lettore le emozioni che accompagnano Roberto: da aristocratico cittadino, egli si abbandona alla vita istintuale della campagna e animali, suoni, luci, odori campagnoli invadono ogni spazio del protagonista, soggiogandolo.

Lattarulo individua il tema centrale della Falce nella «ricerca di vita autentica» inficiata dall’«“inettitudine” del protagonista» (p. 10) e rileva come nel romanzo si alternino «due stati d’animo: il vagheggiamento di un piccolo mondo limitato e sereno e, insieme, il persistente timore di una negatività nascosta e indefinita» (p. 18). Calandra dà ampio spazio a questa negatività misteriosa nella parte centrale della narrazione, quando istituisce un rapporto stretto fra oggetti occultati e sentimenti rimossi: lo fa, in particolare, attraverso due vecchie bottiglie di vino, rinvenute dietro il muro della cantina di Fortino da alcuni operai intenti a ristrutturare la sua villa, per mezzo delle quali il protagonista stringe un patto d’amicizia con tre suoi compaesani (Baldassarre Baino, Ponzio Tomatis e Pietro Galosso), giurando che non si separeranno più. Questo patto determina non solo il cambiamento di carattere dei pattuenti, ma lo stravolgimento dell’intero paesino: nell’arco di pochi mesi, infatti, muoiono i tre amici di Roberto e gli abitanti di Casaletto mettono in relazione la loro morte con il patto stipulato, per cui iniziano a considerare Roberto un condannato a morte. Lo scrittore descrive minutamente gli stati d’animo che accompagnano il protagonista mentre attende di essere “falciato” dalla Morte (da qui, il titolo del romanzo) e tiene il lettore col fiato sospeso, sciogliendo la tensione solo nell’ultima pagina della Falce, che si conclude felicemente. In queste vicende ha grande rilievo, come sottolinea Lattarulo, uno dei temi dominanti nella narrativa di Calandra, «quello dell’impossibilità di elaborare il lutto a causa del persistente potere dei morti sui vivi» (p. 21), e lo scrittore lega questo tema al fenomeno della suggestione in un climax ascendente: parte dal contagio dei quattro amici fino ad arrivare a coinvolgere tutti gli abitanti di Casaletto. L’interesse per la suggestione contribuisce a conferisce valore al breve romanzo perché la suggestionabilità della folla è molto viva in questi anni: è oggetto di studio di antropologi, psichiatri e criminologi, come dimostra sia la fortuna di testi come Le lois de l’imitation (1890) di Gabriel Tarde, La folla delinquente di Scipio Sighele (1891) e Psychologie des foules (1895) di Gustave Le Bon, sia l’ampia discussione sulla suggestione ipnotica in campo medico, riassumibile nella diatriba tra la scuola di Salpêtrière e quella di Nancy, dunque tra Charcot e Bernheim.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)

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