Recensione di Emanuele Trevi, “Sogni e favole”

Autore di Tommaso Di Pierro

La materia di cui sono fatti i sogni in Sogni e favole di Emanuele Trevi

«Un esempio davvero impareggiabile di armonia e reciproca illuminazione tra scrittura e immagini»: così si potrebbe definire il nuovo romanzo-saggio di Emanuele Trevi Sogni e favole-Un apprendistato, uscito per la casa editrice Ponte alle Grazie nel gennaio del 2019 nella collana «Scrittori».

Il romanzo, ambientato a Roma nei primi anni ’80 del Novecento, segue le vicende di Emanuele, svogliato studente liceale (alter ego o semplice incarnazione libresca dell’autore Trevi), e, in particolare, il suo folgorante incontro con Arturo Patten (fotografo ritrattista statunitense) nel cineclub dove lavora, in una notte del 1983, dopo la visione di un film di Tarkovskij. Questo evento inatteso porterà il protagonista a una maturazione di coscienza prima personale e poi letteraria.

Incomincia per lui un vero e proprio apprendistato (così il sottotitolo dell’opera) non solo di letteratura, ma anche di vita, nell’incontro con molteplici figure letterarie del Novecento italiano, dal grande critico Cesare Garboli alla poetessa Amelia Rosselli, capitanate appunto dalla delicata ma imponente figura del demiurgo Arturo – un rapace dominato dalla fame di vivere, insofferente verso ogni regola di vita, vertice e cuore del romanzo stesso –, che lo accompagnerà in un viaggio alla scoperta di sé, fra le vie di una Roma in decadenza, tra palazzi fatiscenti e ricordi sbiaditi dal succedersi inesorabile del tempo.

Il quadro, però, non sarebbe completo se non si includesse tra tutte queste figure quella del poeta e librettista Pietro Metastasio e del suo formativo sonetto Sogni, e favole io fingo, che dà il titolo al romanzo e che servirà a Emanuele e al lettore stesso a capire la sostanza di cui è fatta la nostra breve vita in un comune sentire e apprendere.

Sogni e favole è un autentico e armonico esempio di più generi letterari; la bussola estetica di Trevi si orienta in tutte le direzioni, dal romanzo al saggio letterario e artistico, dall’autobiografia alla letteratura odeporica. Il genere, però, che più gli si addice è la forma ritratto, stessa forma d’arte del protagonista Arturo, con cui traccia di volta in volta i brillanti quadri saggistici di Metastasio, Rosselli e Garboli, facendoli diventare i nostri più cari amici e confidenti.

Come accade nella Divina Commedia, in Sogni e favole ci sono l’Emanuele narratore e l’Emanuele personaggio, ma, a differenza dei loro corrispettivi danteschi, i due si fondono senza apparente distinzione, pronti a seguire il loro Arturo/Virgilio nel viaggio di presa di coscienza della realtà: una realtà vicina al vero, in cui un presente più maturo si confronta con la nostalgia di un passato da sogno, ma nel quale i segni della vecchiaia già si coglievano in ogni cosa.

Nel dipingere i ritratti di queste figure così vicine a noi, umanamente e temporalmente, Trevi cerca di svelare il senso del loro operato in una realtà fatta di sogni e illusioni, le stesse illusioni che troviamo nei libri, ma anche nella vita quotidiana. Tutto è menzogna e, come Metastasio piange sui propri versi autobiografici, sui suoi personali sogni e favole, così fa Trevi, nel tentativo di cogliere la lezione del maestro e affrontare il tempo che era e che non basta più.

La sovrapposizione di più generi, capace di tessere «un ornamento mentale di vertiginosa e illuminante complicazione» (p. 62), è il pregio e il difetto di Trevi. La scelta di fare critica letteraria, arte e romanzo allo stesso tempo su più piani narrativi, anche se con una lingua piana e semplice, molto spesso lirica, rischia, infatti, di allontanare un gran numero di probabili lettori.

Al contempo, argomenti così seducenti invitano una schiera di appassionati a farsi partecipe del racconto autobiografico di Trevi, a viverlo con lui in prima persona, a farsi incantare dalle sue considerazioni sulla vita e sulla poesia, toccando le sue corde più profonde col rimpianto di un tempo che pochi hanno vissuto.

Il libro di Trevi è un libro per pochi, ma in senso positivo. È dedicato alle poche anime grandi in circolazione che amano leggere per davvero, vedere il cinema per davvero, assaporare la vita per davvero, capaci di lasciarsi trascinare dal titanismo di una città come Roma e allo stesso tempo di rinchiudersi in un cinema d’essai a contemplare i film di Tarkovskij. Anime grandi, pronte a cogliere il messaggio che Emanuele personaggio ed Emanuele narratore vogliono trasmettere: «Il poeta infatti, per essere tale, non è solo. A distinguerlo dal pazzo ci sono coloro che leggono ciò che scrive. E dunque esiste un terzo dolore, il dolore letto» (ibidem).

Il palpabile dolore comunicatoci da Trevi con pace e sollievo è ora appannaggio del lettore “straordinario”, quello che vive onestamente delle proprie illusioni.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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