Recensione di Fabrizio Lombardo, “Coordinate per la crudeltà”

Author di Matteo Bianchi

Fabrizio Lombardo e il lascito autentico della nostalgia

«Finirà che se ne andranno tutti», anche chi eravamo, o meglio, chi siamo riusciti a essere per pochi istanti. Lo scriveva Giuliano Mesa, autore molto caro a Fabrizio Lombardo, che lo riprende a chiudere le sue nuove Coordinate per la crudeltà.

Si tratta di settantacinque poesie edite da Kurumuny nella collana «Rosada», con la prefazione di Caterina Serra e una nota in versi di Gian Mario Villalta: «andrà a finire. e se non ora, / o quando, sarà come se fosse, / dentro un pensiero, trito, / che si sgranocchia la sua noce», insisteva Mesa alla stregua dell’autore, per il quale nasce storto tutto ciò che non si realizza «tra le righe storte scritte a matita».

Il suo tormento non sta tanto nell’amare, quanto nel sostenere l’amore altrui, nell’esserne all’altezza, nell’accontentarsi del suo riflesso mutevole: «almeno oggi, metti ordine alle cose / rimaste indietro, pulisci casa, indossa la mia ombra».

Lombardo considera la nostalgia un sentimento troppo autentico per lasciarlo metabolizzare dalla ratio. La scena del suo vissuto si libera dei corpi per popolarsi di ombre, la sua e quella dell’amata, a seconda della luce; ombre che gli mancano terribilmente, come fosse in una bolgia infernale: «quel giorno hai annotato solo una data / sopra il tovagliolo. Poi lo hai nascosto nella borsa».

Privato di un corrispettivo interiore, il tempo esteriore diventa vano, finché l’amante non finisce per identificarsi in toto con il medium del suo amore deluso: «Incidi / lacera e dividi perché d’ora in poi / sarai solo veleno / acqua per i morti, lastra di ghiaccio / nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre».

Pare che il tempo lo condanni ad allontanarsi – «l’eco della porta che si chiude» –, a dividersi tra la percezione che ha di sé e quella da sostenere in mezzo agli altri, quando non si vuole soccombere alle aspettative altrui, che si fanno sempre più pesanti. Allora, «prova a spargere sale sui giorni», a risalire il traffico delle lancette, sotto una pioggia di minuti, come opponendosi all’immobilismo gelido di una nevicata e all’auto che sbanda lungo l’A14, sebbene stringa il volante tra le mani. La via d’uscita «sta sul bordo di un’eclissi che tarda ad arrivare», è accettare i propri limiti volgendoli a proprio vantaggio, è «la traccia curva lasciata dalla luce» di fronte al buio del casello.

Il poeta si tiene addosso le conseguenze di ogni suo gesto, alla maniera di Antonio Porta, subendo le relazioni di cui credeva di avere il controllo. Di Porta, non a caso, ha curato l’apparato critico del postumo Yellow (2002) con Niva Lorenzini.

È scomoda la poesia di Lombardo, non mette il lettore a proprio agio, non asseconda una metrica prestabilita se non dettata da un motivo, da un’accentazione necessaria. Dietro il suo sforzo linguistico c’è l’ostinazione di chi mantiene uno sguardo onesto sulla scena, nonostante l’impotenza di sentirsi complice e la visuale ridotta di una vetrina. «Occorre stimare il danno», sebbene faccia male, e dire le cose come stanno: dalle False partenze personali della prima sezione l’autore giunge a un Retail universale con le ultime prove.

Il poeta si mette nei panni di chi verrà dopo di lui, mentre osserva il figlio che studia, che si prepara alla crudeltà dei rapporti di causa ed effetto. E sul finire, a proposito di generazioni, esorta i colleghi che si sono fatti dominare dal «monopolio di mercato» a passare la mano, per quanto allettante, «invece di barare».

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

• categoria: Categories Recensioni