Recensione di Erri De Luca, “La natura esposta”

Autore di Chiara Esposito

La natura esposta è la storia di un artigiano e del suo particolarissimo viaggio, non verso terre lontane e paesi sconosciuti, ma nell’abisso della fede, dell’arte e della profonda intimità dell’umanità. Queste tre componenti nel romanzo di Erri De Luca non solo ricorrono come temi portanti del filo narrativo, ma si intrecciano fino a fondersi, alimentandosi e vivificandosi reciprocamente.

Protagonista della storia è un vecchio artigiano che abita in montagna. Di giorno è un tuttofare ma di notte accompagna degli stranieri oltre il confine dello Stato attraverso percorsi tortuosi e segreti. Per questa sua fatica egli decide di non farsi pagare ma di restituire i soldi una volta giunti a destinazione, poiché non sente di star offrendo un servizio ma di star svolgendo un dovere verso il suo prossimo. Quando la sconcertante generosità del suo agire viene a galla, l’ira dei due che come lui accompagnavano i viaggiatori e l’attenzione dei media lo spingono a emigrare verso un piccolo villaggio vicino al mare. È qui che, alla ricerca di un lavoro, gli si presenta l’impresa: arrivato nella chiesa del posto, il prete gli propone di restaurare un crocifisso in marmo a grandezza naturale nella sua parte più delicata, quella del sesso. Lo scultore decide di eliminare il panneggio aggiunto per coprire la nudità e ricostruire la natura esposta, non per affronto o per suscitare scandalo bensì per incutere pietà nell’osservatore, poiché Cristo, sottoposto alla condanna della croce, deve subire anche quella della vulnerabile nudità, senza potersi proteggere: «le sue mani non la possono coprire, le gambe non possono accoglierla all’interno. Lo strazio della posizione crocifissa culmina in quella parte denudata» […]. (P. 86).

L’artigiano si avvicina al lavoro con umiltà e spirito di sottomissione: studia la versione originale dell’opera, le scritture dell’Antico e del Nuovo testamento, cerca di replicare e condividere le condizioni fisiche e psicologiche dapprima dell’artista del crocefisso, e poi della stessa figura rappresentata. Da questo momento in poi, il lettore è portato a vivere ogni passaggio del processo di immedesimazione vissuto dal protagonista, e l’autore sembra voler sottolineare quanto ciò sia reso possibile dall’arte, che permette di sentire emozioni mai provate prima:

[…] Cos’è la misericordia che provo davanti a questa figura? È una spinta improvvisa dentro il sangue. Questa misericordia non proviene da nessuna richiesta. Non è la carità di una elemosina calata su una mano aperta. La figura non mi sta chiedendo, non si sta muovendo verso di me. È il mio impulso che supera la distanza di spettatore e mi fa avvicinare (p. 34).

Interessante, poi, come il lavoro sulla scultura diventi un espediente per indagare non solo sul valore dell’arte, ma anche per approfondire la religione, intesa in senso assoluto. Il protagonista infatti, per comprendere taluni indizi che l’opera gli rivela, si avvale delle spiegazioni fornite dal prete, ma attinge anche dalla testimonianza di un rabbino, fino a consultare l’opinione di un operaio musulmano conosciuto per caso. In particolare, quest’ultima figura consente all’autore di inserire all’interno del proprio racconto il rilevante e attuale tema della migrazione, ponendo in risalto come la società sia portata ad accogliere lo straniero solo a patto che quest’ultimo non abbia pretese, non dia fastidio e stia in silenzio. Il valore che, invece, l’artigiano attribuisce al dialogo con l’operaio diventa in tal senso emblema di cosa significhi davvero includere l’altro, e dunque di come ogni singola vita abbia importanza.

Continuando a sfogliare le pagine del romanzo, si ritrovano alcuni riferimenti sparsi sul ruolo fondamentale dei libri, resistenti «più di noi all’usura, al gelo, agli esili e ai naufragi» (p. 117), e capaci di evocare altri tempi e storie nel presente.

È un tema, quello della lettura, molto frequente nelle opere di De Luca, così come quello della città di Napoli. Una digressione notevole viene difatti dedicata dall’autore al suo luogo natio, attraverso incursioni storico-artistiche locali che si intrecciano perfettamente al tessuto narrativo: il protagonista si reca nella città per poter meglio studiare l’anatomia delle statue al Museo Archeologico, ed è descrivendoci la sua breve gita fuori porta che lascia trasparire dettagli e informazioni sul modus vivendi degli abitanti, le loro tradizioni e usanze, il loro passato.

A sorprendere particolarmente in questo racconto è come esso risulti autentico e reale, nonostante lo scrittore manchi di fornire notizie dirette e precise quali il nome dei personaggi e dei luoghi, gli anni in cui è ambientata la storia e via discorrendo. Tuttavia, l’utilizzo della prima persona, le proposizioni brevi ma cariche di significato, la scelta accurata di parole schiette e prive di inutili ornamenti trasmettono in maniera immediata le sensazioni, le emozioni e i sentimenti dell’artigiano al lettore, in questo modo partecipe più che mai della sua esperienza. D’impatto anche la scelta di non separare il testo in capitoli: chi legge, infatti, non può immaginarsi cosa gli riserverà la storia, non ha anticipi, è completamente disarmato da ogni tipo di aspettativa e dunque viene sorpreso di continuo dalla narrazione.

Il termine del libro coincide con il compimento dell’opera e, dunque, del viaggio dello scultore. In un attimo solenne e divino, il protagonista, tremante e prostrato ai piedi della statua, con orgogliosa umiltà riesce a rimettere la natura – potente, per contrastare l’abuso della morte – al suo posto:

Mi appoggio ai piedi della statua, mi rialzo. Faccio la mossa che dovevo fare entrando qui. Mi levo le scarpe. Poi tolgo il resto dei panni. Ho i brividi. Raccolgo il pezzo. Applico la resina alle due superfici di contatto. Avvicino la natura alla sua congiunzione. Non controllo il tremito delle mani, temo di attaccare male, di essere impreciso. Le due parti si attraggono da sole. Accosto. Unisco. Fine. (P. 123)

Con la natura esposta, l’autore sembra aver voluto mostrare al lettore l’inestimabile valore di ciò che è sacro, l’ineguagliabile forza comunicativa dell’arte e la tenera quanto possente fragilità dell’essere umano.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

• categoria: Categorie Recensioni