Recensione di Gabriele Sabatini, “Numeri uno. Vent’anni di collane in otto libri”

Autore di Niccolò Amelii

Numeri uno. Vent’anni di collane in otto libri di Gabriele Sabatini, ultima uscita di Minimum fax per la collana «Filigrana», è un volumetto agile e godibilissimo, accurato e approfondito, che si inscrive nel filone ormai codificato (chiamarlo genere sarebbe forse eccessivo) del racconto editoriale, di cui capostipite indubitabile, almeno in Italia, è Gian Carlo Ferretti, che ha tracciato per primo la strada con lavori di storia dell’editoria oggi imprescindibili per gli studiosi del settore, come Storia dell’editoria letteraria in Italia (Einaudi 2004), Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti dal 1925 a oggi (Bruno Mondadori 2012) e Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, scritto con Giulia Iannuzzi e pubblicato proprio da Minimum fax nel 2014.

Il testo di Sabatini, sin dall’epigrafe di Kurt Wolff – storico fondatore della Pantheon Books – che impreziosisce l’introduzione di Hans Tuzzi, mette subito in chiaro qual è l’orizzonte di riferimento verso il quale tende e si approssima l’operazione di scrittura e ricognizione: tornare a parlare (perché non se ne parlerà mai abbastanza) di come funzionava l’editoria di qualità in Italia, sondandone le dinamiche più evidenti e quelle più latenti, negli anni centrali del Novecento.

L’apprezzabile intento che anima il pamphlet di Sabatini è infatti quello di scandagliare il divenire dell’editoria in Italia, il suo mutarsi inevitabile, nel ventennio che va dal 1939 al 1958, un periodo storico di forti alti e bassi, rapide metamorfosi ed evidenti disomogeneità (nella proposta, nell’offerta e nella produzione) che però, mediante la transizione accelerata del periodo postbellico, trasforma l’editoria italiana da raffinato artigianato a vera e propria industria, destinata a cavalcare il boom economico imminente, a diventare mercato multimilionario già pesantemente condizionato da rigide logiche interne e strategie di vendibilità e marketing, e a crescere di pari passo al bacino di utenza dei nuovi lettori (sempre troppo pochi in Italia, la nazione con il più basso indice di lettura tra la popolazione adulta tra i cinque maggiori mercati editoriali europei secondo il Rapporto AIE sull’Editoria del 2019; dato ancora più allarmante, se consideriamo che proprio il nostro paese è stato fondamentale nel periodo inaugurale della stampa a caratteri mobili a metà del XV secolo, affermandosi da subito come una delle principali culle della nascente editoria europea. È a Venezia, inoltre, che vedono la luce e si sviluppano i prototipi rinascimentali di collana editoriale e di libro tascabile: basti pensare all’“Aldina” progettata dal maestro stampatore Aldo Manuzio nel 1495).

Sabatini nella sua accorata analisi si sofferma su otto libri, alcuni più celebri come Paesi tuoi di Pavese, Menzogna e sortilegio di Elsa Morante e Il deserto dei tartari di Buzzati, altri meno, come Quaderno proibito di Alba de Céspedes e Il soldato di Carlo Cassola, che hanno inaugurato (ecco perché definiti “numeri uno”) altrettante collane editoriali – alle più famose einaudiane «I Coralli» (evoluzione dei «Narratori contemporanei»), «Supercoralli» e «I Gettoni» si affiancano «Il sofà delle muse» di Rizzoli (affidata a Longanesi), «I Grandi narratori italiani» di Mondadori, la «Biblioteca di letteratura» di Feltrinelli – o ne hanno rivoluzionato lo spirito e l’assunto iniziale – come nel caso del Prete bello di Parise nella collana «Romanzi moderni» di Garzanti –, gettando uno sguardo indagatorio sul retroterra delle vicende editoriali che di questi libri hanno segnato e in parte determinato l’elaborazione, la stesura e la pubblicazione.

La venatura aneddotica ma mai divagante, che si arricchisce anche di sezioni biografiche capaci di abbozzare un necessario inquadramento storico, nonché di fornire un’intelaiatura prospettica indispensabile per comprendere con maggior chiarezza i personaggi e le relazioni in gioco, rimane salda all’indirizzo focale di studio di Sabatini, la cui costante di approfondimento e riflessione resta sempre predominante.

La nascita del singolo libro è, allora, collocata di volta in volta all’interno della specifica cornice della più ampia iniziativa editoriale, in un momento di svolta relazionale e produttivo in cui la riconoscibilità del marchio, che passa dal rafforzamento crescente del catalogo e dalla strutturazione rinnovata e peculiare delle stesse collane, diviene elemento vitale, essenziale trait d’union con il pubblico di riferimento e preferenziale sistema di fidelizzazione per i cosiddetti “lettori forti”.

Con piglio documentaristico e oculato (la bibliografia è assai vasta), che non lesina sull’utilizzo reiterato di passi epistolari, interviste, stralci di diario, Sabatini indugia con legittimo sforzo sulla ricostruzione dettagliata degli accordi (o presunti tali), dei compensi economici, delle offerte e delle scadenze, tratteggiando con sicurezza il valzer oliato (a noi ormai quasi definitivamente sconosciuto) di accostamenti e repulsioni, di affinità e corteggiamenti, di ripensamenti e rotture, di riscritture e promesse non mantenute, che ha caratterizzato per decenni il mondo editoriale italiano, dando adito a leggende romantiche e a mitologie variopinte ancora oggi tramandate.

L’utilizzo sapientemente dosato di recensioni e articoli critici dell’epoca, oltre a permettere una doverosa contestualizzazione della contingenza e convergenza storica e letteraria in cui ciascun libro raccontato è apparso, consente inoltre di gettare nuova luce sull’estro, il talento e la professionalità propri del critico novecentesco, almeno di quelli appartenenti alla categoria sopraffina qui rappresentata dai suoi massimi esponenti, come Debenedetti, Bo, Cecchi, Montale e persino Lukàcs – insperatamente folgorato da Menzogna e sortilegio della Morante.

Meritoria anche l’iniziativa di Sabatini di restituire al lettore parte della corporeità fisica del libro preso in esame tramite l’indicazione precisa delle misure del formato e del numero delle pagine presente all’inizio di ogni singolo capitolo.

Mantenendo saldamente in equilibro il baricentro del volume a metà tra il racconto “esistenziale” degli autori, che consta come già ricordato anche di utilissimi e preziosi brani biografici e autobiografici – affanni, richieste, tribolazioni –, e il suo puntuale controcanto critico e teorico, finalizzato a verticalizzare l’aspetto propriamente editoriale e commerciale dell’oggetto-libro, Sabatini designa con una prosa piana e limpida ogni fase del fenomeno in fieri: il prima, il dopo e soprattutto ciò che c’è in mezzo, lo spazio intermedio fatto di incontri, scontri, divergenze parallele, scambi e accuse, impulsi e riflessioni, consigli e rifiuti, che rende un libro e una collana culturalmente molto più importanti e segnanti di ciò che potrebbe sembrare all’apparenza.

Le parti maggiormente documentaristiche puntellano il sostrato informativo di Numeri uno senza però appesantirne l’intero apparato, garantendo un’apertura esaustiva sul mondo proprio dell’autore e sulle sue valutazioni in merito al proprio operato e al contempo rivelando sfumature inedite e originali del laboratorio editoriale, illuminandone i momenti febbrili e le coloriture più vivide, dalla gestazione creativa al lavoro di bottega e limatura, dai dubbi irrisolti fino ai compromessi decisivi per raggiungere infine il visto “si stampi”.

L’esegesi di Sabatini, che si avvicina consapevolmente alla vivisezione meticolosa di quello che potremmo definire il progetto-libro, diviene ancora più interessante nel momento in cui le singole vicende editoriali dischiudono i fenomeni basilari – la cui casistica, seppur variegata, si incanala spesso in simili e accostabili risoluzioni finali – nella preparazione di una collana, estensione prediletta di ciascuna casa editrice, traiettoria di azione privilegiata che nel suo farsi innesca, come logica conseguenza, una giostra di bisticci e ripicche, depistaggi e anticipazioni, cambi di casacca e drastici allontanamenti, a cui fa da controbilancia naturale il dedalo di reazioni umane e del tutto legittime degli scrittori, in alcuni casi pedine impotenti e manovrabili, in altri artefici consapevoli e astuti di strategie e sabotaggi fatti ad arte.

Le geometrie dialettiche e le architetture della composizione, i dissapori più o meno velati, gli errori taciuti o rinfacciati, i sodalizi duraturi, le gelosie o i rapporti interrotti vengono puntualmente accompagnati dall’analisi precipua dei romanzi presi in esame – spunti tematici e formali –, in un accrescimento graduale di argomenti che permette di ampliare il perimetro entro cui affacciarsi globalmente sulle diverse opere e sulle differenti esperienze di sviluppo e pubblicazione, queste ultime di notevole e inestimabile esemplarità, data la rilevanza e la centralità dei personaggi chiamati in causa, da Calvino a Vittorini, passando per Pavese, Sereni, Ginzburg e Bertolucci.

Di grande interesse anche la chiosa finale in cui Sabatini, oltre a un breve accenno a tre considerevoli case editrici – il Saggiatore, Marsilio, Adelphi – nate tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, dunque leggermente oltre il lasso di tempo preso in esame, nomina in concisi paragrafi altre collane importanti e ragguardevoli, oggi meno ricordate ma di valore e impatto assoluto in termini di intraprendenza e proposta d’avanguardia, come ad esempio «La ricerca letteraria» di Einaudi, varata nel 1965 su proposta di Guido Davico Bonino e che, nella sua ramificazione straniera (rimasta in piedi sino al 1973), avrà l’onere e l’onore di pubblicare tra gli altri Beckett, Weiss, Cortázar, Sollers e Nathalie Sarraute.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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