Leggere Tozzi a scuola: una proposta metodologica per “La matta”

Author di Damiano D'Ascenzi

In un suo intervento del 2018[1] Silvia Tatti ha individuato alcune domande che sarebbe consigliabile orientassero, a scuola, la fruizione dei testi narrativi: in che modo l’autore evidenzia la pressione delle dinamiche collettive sulle vite dei singoli; attraverso quali risorse stilistiche viene condensata l’esemplarità dell’esperienza dei personaggi; se e come l’opera rappresenta il conflitto tra ragione e follia, ferinità e umanità; se e come l’autore affronta la condizione delle minoranze di ieri e di oggi.

Tali quesiti – che la docente formula a partire da un confronto con il finale della Storia morantiana e in conformità dei costanti appelli ministeriali per una lezione in classe che incentivi una delibazione della letteratura emancipata da tecnicismi soffocanti[2] – saranno tanto più funzionali se a monte si saranno selezionati testi già in possesso delle caratteristiche più favorevoli all’interrogazione stessa.

Uno scritto tozziano che ben si presterebbe a questo tipo di pratica didattica (si pensa nello specifico a un utilizzo nel primo anno della scuola secondaria di secondo grado) è, ad esempio, la novella La matta, apparsa sul quotidiano romano «Il Tempo» il 18 dicembre 1917 e ripubblicata tre anni più tardi nella silloge Giovani.

A seguito di alcuni spogli diretti, è emerso che il bozzetto del senese non ha goduto finora di grande visibilità né nelle storie letterarie per il quinto anno né nei florilegi destinati al primo biennio superiore, se si eccettua il caso dell’antologia a cura di Marco Romanelli edita verso la fine dello scorso decennio[3]. Eppure, La matta soddisfa in pieno alcuni standard – modica estensione, periodare scorrevole, memorabilità del personaggio principale, vivezza delle situazioni descritte – per cui non sfigurerebbe affatto accanto agli inossidabili classici da antologia per la scuola di paternità pirandelliana o maupassantiana.

Si potrebbe obiettare che la scabra lingua di Tozzi, con i suoi spigolosi senesismi, rischia di risultare indigesta o poco motivante per nativi digitali di quattordici anni, avvezzi nel migliore dei casi a una contemporanea letteratura di consumo, magari tradotta dall’inglese: occorre dire che nel nostro racconto lessemi/locuzioni davvero opachi sono rarissimi (tra i più eclatanti, registriamo cànova, attraventò, in proda a)[4]; non si perda, poi, di vista che, semmai, la «complessità è una risorsa del testo letterario: capire un linguaggio raffinato e diverso dalla comunicazione quotidiana è un esercizio stimolante e ha un’indubbia valenza metodologica»[5]. Tenteremo adesso di lumeggiare il potenziale didattico della novella prescelta, non prima però di aver avviato, assistiti dalle voci del dibattito critico pregresso, una ricognizione di ordine formale e tematico.

L’esordio è in medias res[6], trainato da un verbo di movimento: «Accompagnavo un amico al cimitero, dove andava a portare un mazzo di fiori alla tomba della sua fidanzata morta un anno prima»[7]. Vi è dunque un personaggio che dice io, anche se non si verrà a sapere molto del suo passato: è il narratore interno eterodiegetico (o, per usare un’espressione invalsa nella critica anglosassone, frame narrator, il narratore “della cornice”) colui che si incarica di raccontare, limitando al minimo le incursioni autoreferenziali, una storia che non lo vede coinvolto in prima persona, ma ai cui snodi salienti ha assistito con i propri occhi.

Segue l’avvistamento di una lapide e il colloquio con il guardiano del camposanto:

mi venne fatto di leggere su una delle tante pietre il nome di una donna: Anna Franchi. Sentii un leggero brivido di freddo; e non so perché desiderai di sapere chi era stata. Ma c’era soltanto la data di nascita e della morte: nient’altro. Allora, siccome il becchino ci passava accanto con la pala sulla spalla, mi rivolsi a lui. Mi guardò, meravigliato della mia curiosità; e mi rispose, appoggiando a terra la pala: «Anche quella l’ho seppellita io!» – E si mise a ridere. Allora io dissi, tanto per farlo parlare: «Credo di averla conosciuta». «Certo. Ma non pensavo che la conoscesse anche di nome. Non so se lo sa: la chiamavano tutti la Matta […]».

A questo punto l’orizzonte di attesa è stato apparecchiato e al lettore non rimane altro che fare il primo incontro con la protagonista:

La prima volta che vidi la Matta, finivo di salire Via delle Terme, verso la Lizza. Ella invece andava in giù. Per reggere meglio il carretto, appuntellava i piedi e si buttava all’indietro tenendo le stanghe con le braccia tese. Le era caduto dietro il collo il fazzoletto e aveva i capelli, già grigi, arruffati. Si capiva che per lei era un grande sforzo. Ma due ragazzi, fingendo di rincorrersi, uno le dette uno spintone e un altro le fece uscir di mano le stanghe. Il carretto si fermò in fondo alla scesa, di traverso, ad una porta. Le frutta, già cadute, seguitarono a rimbalzare sino alla fine dell’altra scesa di Via delle Belle Arti. Anche la Matta era caduta, ma si rialzò con un grido che non finiva mai. […]. Da una cànova di vino escirono cinque o sei facchini con i bicchieri in mano. Io guardavo le persone che s’erano fermate. Tutti ridevano: un facchino, incitato da quelle risa, le attraventò addosso il vino che gli era rimasto in fondo al bicchiere; e da tutte le parti le gridavano: «Matta! Matta! Come farai a ritrovare la tua merce? È meglio che tu la lasci mangiare a chi è più svelto di te». Ognuno diceva qualche cosa, che facesse ridere sempre di più. Allora la donna, come se non ci fosse stato nessuno, si sedè su lo scalone del botteghino del Lotto […]. Qualcuno si mise a fischiarla; alcuni ragazzi raccattarono le frutta che si erano meno ammaccate e insudiciate, e si misero a mangiarle proprio dinanzi a lei.

Dopo questa scena di gazzarra[8] e prima di accelerare con una serie di quadri sorretti da verbi all’imperfetto, tempo tipico delle azioni consuetudinarie e ripetute negli anni[9], il necrologio di Anna Franchi provvede un supplemento prosopografico:

Questa donna era stata, da giovane, quasi ricca; aveva avuto in dote due poderi. Ma, mortole il marito per un calcio preso da un bove, si trovò dopo pochi anni nella più umile miseria. Sarebbe stata quasi bella se non avesse avuto il naso piccolo e a becco di civetta, e un taglio dritto sul labbro di sopra. Aveva il mento che faceva vedere la forma dell’ossa, ma la faccia rotondetta; e gli orecchi piccoli. […]. Era sciancata e teneva la testa tesa in avanti e rialzata: il collo le era restato piegato a quel modo[10].

In un tale montaggio di sequenze (una figura umana dapprima còlta nel rapporto dinamico con l’ambiente e poi scolpita in un identikit) verifichiamo l’«atteggiamento caratteristico di Tozzi […] di descrivere in ritardo un personaggio, aspettando che un suo atto o una sua parola lo abbiano definito moralmente. A quel punto scatta la descrizione fisica, quasi sempre terrificante: come se sulla persona si fosse abbattuto un castigo»[11]. Non desta eccessiva sorpresa nemmeno che l’eziologia del tracollo finanziario della matta chiami in correità un bue scalciante, dal momento che l’autore anche in altre opere si è mostrato propenso a rappresentare una «disumanità che vede gli animali protagonisti alla stregua degli uomini, competitivi con essi nel fornire esempi di crudeltà»[12].

L’incidenza sulla pagina tozziana della lettura dei mistici medievali (Caterina da Siena, Tommaso da Kempis) è un’acquisizione stabile degli studi sul senese e, invero, lo scavo interdiscorsivo fa affiorare nella Matta una soggiacente trama di allusioni cristologiche. Il crollo al suolo di Anna Franchi raffigurato nella prima scena può essere accostato alle cadute del Nazareno nella Via Crucis, mentre il pane e il vino, in pratica gli unici costituenti della dieta della tapina, sono un richiamo al sacramento fondamentale della messa, quantunque adombrino un’eucaristia al negativo:

Mangiava soltanto quando non ne poteva più dalla fame e dalla stanchezza, sedendosi su gli scalini delle chiese; tenendo sempre d’occhio il carretto. Per solito comprava il pane la mattina, che le bastasse tutto il giorno, dal fornaio di faccia alla sua stanza; e lo teneva tra cestino e cestino, perché non si divertissero a portarglielo via. Per companatico mangiava le frutta andate a male, di quelle che non riesciva a vendere. Andava a bere un bicchiere di vino quando aveva finito di mangiare. Ma nessun vinaio la trattava bene, perché gli avventori dicevano che era troppo sudicia e aveva male in bocca. Allora la servivano con i bicchieri rotti perché non tornasse più, e non la facevano né meno entrare entro la bottega. Ho visto io respingerla fuori, a gomitate[13].

Dal canto suo l’ultima istantanea di Anna Franchi ventenne, che sottentra in stretta contiguità a quella di lei inferma, vale come una sorta di metaforica resurrezione in chiave laica:

La sua faccia era diventata orribile, e non si capiva dove fossero sparite le sue pupille[14]. Dal suo letto veniva un odore nauseabondo, che molestava gli altri malati. Ella non si lamentava mai: soltanto respirava eguale se dormisse o fosse desta. Che era morta se ne accorsero il giorno dopo; perché ormai non si sentiva né meno più respirare. Gli altri malati, quando la portarono via, dissero alla suora: «Oh, ora, s’è avuto un sollievo!».

A venti anni, Anna Franchi era stata sposa.

Con ciò, beninteso, non si vuole confortare la proposta ermeneutica di un’allegoria del rapporto fra il credente e il Creatore[15]: il tenore spirituale della novella risiede piuttosto nella lontana parentela tra la storia di una demente angariata dai compaesani e quella dell’accanimento vessatorio patito dal Messia morituro, che può aver guidato la fantasia dell’autore a enfatizzare o instaurare talune convergenze.

Il penultimo passo che si è riportato, se si vuole, schiude un percorso di indagine alternativo. Alla donna, riferisce il narratore, viene puntualmente interdetto l’accesso alla bottega: persino lì, insomma, si officia il feroce rito dell’umiliazione e dell’esclusione. Tozzi lambisce, dunque, uno dei cronotopi per eccellenza del genere picaresco, l’osteria/taverna, ma a conti fatti non lo abilita quale risorsa finzionale. Di norma la proiezione libresca dell’osteria «facilita l’esperienza liberatoria e solidarizzante del vino»[16], e pone l’eroe nelle condizioni di interagire dialogicamente con i tipi umani più vari; nulla di tutto questo è concesso al personaggio di Anna Franchi, che al contrario resta fatalmente ingabbiato in un binario narrativo che non contempla incrementi esperienziali o sconfinamenti nel romanzesco.

Riguardo al modello speculativo da cui abbiamo preso le mosse, quello valido per qualsiasi tipo di narrazione, si rende ora indispensabile integrarlo con dei quesiti più mirati, eventualmente proponibili dall’insegnante di lettere ai propri studenti nell’ambito della cosiddetta attività di laboratorio: il contenuto della Matta è pertinente al titolo generale della raccolta da cui è tratto? Perché la protagonista è solita desinare seduta sui gradini delle chiese? Che cosa rivela della sua personalità il gesto di nascondere un frutto in una tasca del ragazzo che l’aiuta con il carretto[17]? Interrogativi del genere sono concepiti allo scopo di consolidare le capacità di astrazione e di operare inferenze.

Il primo prevede la schedatura di tutti gli elementi afferenti alla categoria “giovinezza”; appurata l’impalpabilità di questo campo semantico all’interno del racconto, il docente ragguaglierà sulla peculiare sfumatura di significato che l’autore associa a quel sostantivo, ovvero una sorta di disadattamento alla società, indipendente dall’età anagrafica. Il secondo, invece, mira a far inquadrare in maniera obiettiva e non idealizzata i rinvii espliciti al sacro: la classe dovrebbe ragionare sulla maggiore plausibilità che il bivaccare all’ingresso di un luogo di culto sia spiegabile con un puro meccanismo di sopravvivenza (difficilmente qualcuno oserebbe schernire o derubare la sgraziata erbivendola davanti alla casa di Dio). Infine, il terzo interrogativo si prefigge di incoraggiare uno scandaglio nell’inconscio della protagonista, lavorando sui dati indiretti[18]: il narratore garantisce che il dono del frutto al giovinetto è solo un modo per prevenirne l’aggressività, ma non è da escludere che nel gesto vi sia anche una latente pulsione materna (uno degli attributi della matta, benché il testo non ne parli apertamente, è il non aver avuto figli). Sempre nell’ottica che sia altamente raccomandabile «chiamare in gioco l’esperienza dello studente segnalando le implicazioni esistenziali dei temi affrontati […] per tornare poi sul presente con maggiori strumenti conoscitivi»[19], esaurita l’analisi testuale, il docente potrebbe favorire ulteriori spazi di discussione sulla problematica del bullismo (fenomeno di per sé atemporale, ma oggigiorno purtroppo declinato, come sappiamo, soprattutto in cyberbullismo e body shaming), quindi esortare gli allievi, a titolo di approfondimento multidisciplinare, a svolgere in autonomia una ricerca sui pària.

Mi sia consentito di ritornare ancora sulle ipotesi critiche. Per tutta la parte centrale del racconto domina l’asciutta cronaca del progressivo declino psicofisico della defunta, dal ruolo di moglie abbiente, passando per una quarantennale vedovanza all’insegna dell’indigenza e dell’alienazione, fino allo stato vegetativo; l’explicit, con un inopinato balzo all’indietro, la restituisce novella sposa, in una contingenza di lieta inconsapevolezza dei rovesci della sorte che l’avrebbero attesa. Se è vero che, tra tutti i luoghi di una creazione poetica, il finale è quello decisivo per misurare la coerenza dei processi di significazione posti in essere dall’autore[20], bisognerà forse riconsiderare La matta come apologo di una dignità riconquistata sul filo della commemorazione simpatetica del narratore[21], che di fatto premia la protagonista eternandola in chiusura nella sua parvenza migliore. Non passa inosservato, infatti, che Anna Franchi acquisisce plasticità e vigore drammatico proprio in virtù delle reminiscenze dell’io anonimo, il cui discorso, peraltro, assume a tratti gli accenti di una deposizione giurata: così farebbero presumere l’iniziale profusione di deittici topografici e l’enunciato «Ho visto io respingerla fuori, a gomitate», il cui ordine sintattico marcato, oltre a sottolineare il coinvolgimento emotivo del mittente, tradisce una certa premura che i ricordi riescano quanto più fededegni.

«L’insegnante dovrebbe accompagnare lo studente alla scoperta di tutte le potenzialità personali e formative della letteratura, della sua funzione contro il degrado e l’inciviltà, il suo potere conoscitivo nei confronti dell’esistenza e della memoria»[22]: questo, allora, se non erriamo, potrebbe essere l’apporto psicagogico della composizione tozziana da valorizzare di fronte a una platea di giovani discenti, e cioè il suo dimostrare quanto la letteratura, l’autentica letteratura, sia capace a volte di divenire testimonianza di profondissimo afflato civile per rendere giustizia ai diseredati, agli invisibili che non hanno voce per raccontarsi da sé.

  1. Ci si riferisce all’intervento alla Giornata Come si leggono i libri, tenutasi al Maxxi di Roma il 28 febbraio 2018: cfr. il sito www.raiscuola.rai.it.
  2. Restringendo il campo al settore liceale, troviamo ribadito che il «gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative» (Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali).
  3. M. Romanelli, I. Biondi, G. Capecchi, Quaderni. Il quaderno di narrativa, Torino, Edisco, 2007. Sulla disuguale fortuna del Tozzi romanziere nei libri di testo, cfr. M. R. Manzoni, Il canone letterario del Novecento nella manualistica letteraria, in Il Novecento a scuola, a cura di G. Langella, Pisa, ETS, 2011, p. 66 e M. Tortora, Il canone narrativo del primo Novecento nelle antologie scolastiche, in «Allegoria», 62, 2011, pp. 155-56, 160-61.
  4. Imbastisce un inventario di questi e altri regionalismi/arcaismi G. Tellini, La tela di fumo. Saggio su Tozzi novelliere, Pisa, Nistri-Lischi,1972, pp. 157-72.
  5. S. Tatti, Insegnare didattica della letteratura: una riflessione operativa per la formazione degli insegnanti, in «Griseldaonline», 16, 2016-2017; cfr. l’URL: https://site.unibo.it/griseldaonline/it/didattica/silvia-tatti-insegnare-didattica-letteratura.
  6. «Il classico incipit di Giovani, presente in sedici novelle, è ex abrupto, così da attivare in maniera fulminea il circuito comunicativo» (M. Codebò, La rappresentazione del tempo in Giovani di Federigo Tozzi, in «Rivista di Studi Italiani», XVI, 1, 1998, p. 242).
  7. Da qui in avanti tutti i passi della novella debbono intendersi tratti da F. Tozzi, Giovani, ed. critica a cura di P. Salatto, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, pp. 281-85.
  8. C’è chi ha voluto scorgere in questo ritratto di una donna vittima delle soperchierie del branco un’eco dell’epilogo della Madre di Gor’kij (cfr. M. A. Balducci, Il nucleo dinamico dell’imbestiamento. Studio su Federigo Tozzi, Anzio, De Rubeis, 1994, p. 167), romanzo in effetti nella disponibilità del Nostro fin dal 1908 (cfr. C. Geddes da Filicaia, La biblioteca di Federigo Tozzi, Firenze, Le Lettere, 2001, p. 131).
  9. Tozzi si affida «al racconto di singoli eventi campione […] in un narrato che procede per grandi archi paratattici […]. Quello di Anna Franchi […] è il tempo statico e circolare dell’Inferno, non quello in movimento, lineare del Purgatorio» (M. Codebò, La rappresentazione del tempo in Giovani di Federigo Tozzi, op. cit., pp. 245 e 250).
  10. Si occupa della caratterizzazione fisico-morale dei personaggi muliebri in Giovani S. Sgavicchia, Figure femminili nelle novelle di Federigo Tozzi, in“La punta di diamante di tutta la sua opera”. Sulla novellistica di Federigo Tozzi, Atti del Convegno di Perugia (2012), a cura di M. Tortora, Perugia, Morlacchi, 2014, pp. 109-19.
  11. F. Ferrucci, Tozzi e la poetica degli occhi chiusi, in «Studi novecenteschi», 24, 1982, p. 205.
  12. N. Mainardi, Uomini e rospi. Le nature morte di Tozzi e Viani, in «Italianistica», XXVI, 3, 1997, p. 415.
  13. Sul binomio nutrimento-violenza nel ciclo novellistico tozziano si veda C. SERAFINI, La rabbia e lo schifo. Le rappresentazioni del cibo, in ID., Il quinto comandamento. Studi su Federigo Tozzi, Manziana, Vecchiarelli, 2008.
  14. Il dettaglio delle pupille miotiche origina probabilmente dall’ossessione di Tozzi per il senso della vista, maturata, come è noto, a seguito dei problemi di oftalmia di cui egli soffrì per un periodo.
  15. È questa la tesi di Codebò: «Dio è […] una presenza secondaria, citata con molta parsimonia. All’interno di queste marginali citazioni, soltanto una è investita di un vero senso religioso, in quanto tratta del rapporto fra una creatura umana e la Divinità. La creatura in questione è la protagonista de La matta […] che in un momento della sua quotidiana sofferenza “si metteva le mani al viso e alzava la testa su in aria: forse pensava a Dio”» (M. Codebò, La rappresentazione del tempo in Giovani di Federigo Tozzi, op. cit., p. 250). Ciononostante, la fede di Anna Franchi è solo presunta: nella frase «forse pensava a Dio» il narratore usa un perspicuo qualificatore modale, che modera l’assolutezza della sua chiosa.
  16. M. Veglia, Osteria, in Luoghi della letteratura italiana, intr. e cura di G. M. Anselmi e G. Ruozzi, Milano, Mondadori, 2003, p. 265.
  17. «Poi, cavava il carretto, e qualche ragazzo che per caso si trovava lì, l’aiutava; ma ella non osava ringraziarlo, per paura che poi cominciasse a molestarla. Piuttosto gli regalava, senza dirgli niente, qualche cosa dei suoi cestini».
  18. Un simile approccio ermeneutico potrebbe essere legittimato dalla familiarità tozziana con gli studi psicologici della scuola francese pre-freudiana, come ampiamente documentato da Marco Marchi.
  19. S. Tatti, Insegnare didattica della letteratura italiana, op. cit.
  20. Si mutua qui, fra i numerosi contributi critici, di autori italiani e stranieri, usciti sull’argomento, l’assunto di Beatrice Alfonzetti, per cui il «finale di un’opera» diviene «emblema epocale per la sua capacità di condensare i vari significati che attraversano e costituiscono un testo» (B. Alfonzetti, La “fine veemente”. Sul finale dei Sepolcri, in «Lettere italiane», 1, 2011, p. 35).
  21. Un fuggevole accenno all’explicit della Matta quale spia del superamento della neutralità del narratore è in C. Geddes da Filicaia, La biblioteca di Federigo Tozzi, op. cit., p. 73.
  22. S. Tatti, Insegnare didattica della letteratura italiana, op. cit.

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

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