Recensione di Giorgio Villani, “Un atlante della cultura europea. Vittorio Pica: il metodo e le fonti”

Author di Alessandro Gaudio

Dalla prima metà degli anni Ottanta del XIX secolo, la letteratura europea ha fatto i conti con una fittissima trama di rapporti, studi e ricerche che, non muovendosi in ambito accademico, avevano il coraggio di cogliere forme artistiche insuete, agevolandone la valorizzazione da parte della critica successiva. Di questa geografia letteraria estremamente dinamica faceva parte senz’altro Vittorio Pica, non troppo noto ma attivissimo intellettuale napoletano, amico e corrispondente di una fitta schiera di artisti e scrittori sia italiani sia stranieri, che in quegli anni si stava interessando a un nuovo modo di intendere la letteratura. In una città che registrava già la grande operosità di Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco, Giuseppe Mezzanotte, Federigo Verdinois e tanti altri ancora, Pica contribuì in maniera decisiva ad alimentare un clima effervescente che faceva di Napoli una capitale europea della cultura. Qui circolavano le prime testimonianze del Naturalismo e del Simbolismo francese, da Zola ai Goncourt, a Mallarmé, letteratura d’avanguardia che trovò in Pica un vero e proprio precursore.

Eppure, non sono tantissimi gli studi sull’opera di Pica e si può dire che, fatta salva qualche isolatissima eccezione (ascrivibile all’impegno di Gianni Oliva o di Ugo Piscopo), essi siano stati per lo più originati dalla riproposta delle sue opere principali: Letteratura d’eccezione (Milano, Baldini, Castoldi & C., 1899, ried. con presentazione di L. Erba e introduzione di E. Citro, Genova, Costa & Nolan, 1987), All’avanguardia. Studi sulla letteratura contemporanea (Napoli, Pierro, 1890, ristampa anastatica con introduzione di T. Iermano, Manziana, Vecchiarelli, 1993) e «Arte Aristocratica» e altri scritti su Naturalismo, Sibaritismo e Giapponismo (1881-1892), a cura di N. D’Antuono, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995.

Ad esse si è aggiunta la pubblicazione di alcuni carteggi fondamentali per comprendere il contesto di ricezione in cui operavano i letterati italiani e non; tra i più importanti è opportuno segnalare: F. Finotti, Sistema letterario e diffusione del decadentismo nell’Italia di fine ’800. Il carteggio Vittorio Pica-Neera, Firenze, Leo S. Olschki, 1988; F. Cameroni, Lettere a Vittorio Pica. 1883-1903, a cura di E. Citro, Pisa, ETS, 1990; V. Pica, Lettere a Federico De Roberto, con introduzione e note di G. Maffei, Catania, Biblioteca della Fondazione Verga, 1996; V. Pica, “Votre fidèle ami de Naples”. Lettere a Edmond de Goncourt (1881-1896), a cura di N. Ruggiero, Napoli, Guida, 2004 e P. Villani, La seduzione dell’arte. Pagliara, Di Giacomo, Pica: i carteggi, Napoli, Guida, 2010.

Questa rassegna bibliografica essenziale deve includere, infine, una parte degli studi che precorrono quello che qui si recensisce: partendo da N. D’Antuono, Vittorio Pica. Un visionario tra Napoli e l’Europa, Roma, Carocci, 2002 e arrivando a N. Ruggiero, La civiltà dei traduttori. Transcodificazioni del realismo europeo a Napoli nel secondo Ottocento, Napoli, Guida, 2009, nonché ai recenti studi collettanei curati da Davide Lacagnina, Vittorio Pica e la ricerca della modernità. Critica artistica e cultura internazionale, Milano-Udine, Mimesis, 2016 e L’officina internazionale di Vittorio Pica. Arte moderna e critica d’arte in Italia (1880-1930), Palermo, Torri del Vento, 2018; mi si consenta di passare anche per A. Gaudio, La sinistra estrema dell’arte. Vittorio Pica alle origini dell’estetismo in Italia, Manziana, Vecchiarelli, 2006.

Il risveglio dell’interesse intorno alla figura di Pica è supportato anche da una non esile sequela di articoli dedicati al modo di intendere il suo mestiere e ai suoi rapporti con alcuni grandi intellettuali (Croce, d’Annunzio, Dossi e moltissimi altri) e dalla fondamentale riproposta (in ristampa o in selezione antologica) delle gazzette («Gazzetta letteraria», «Cronaca Sibarita» ed «Emporium», sopra tutte le altre) sulle quali il nostro conduceva, quasi settimanalmente, la sua febbrile attività di divulgazione per un pubblico larghissimo e vivace. Il mosaico, che ancora non può dirsi completo, trova dunque un altro suo tassello in questo documentato saggio (Un atlante della cultura europea. Vittorio Pica: il metodo e le fonti, Firenze, Leo S. Olschki, 2018) che Giorgio Villani dedica alla ricostruzione delle fonti cui Pica ha uniformato il suo lavoro, specialmente quello giovanile, e della metodologia critica cui egli si atteneva, spiegando i motivi per cui questa, con ogni evidenza, scaturisce direttamente da quelle: ciò si evince dalla stessa struttura del volume nel quale, a una prima sezione, intitolata Vittorio Pica. Formazione europea e metodo critico, ne segue una seconda, denominata Le fonti francesi negli scritti giovanili.

Già, perché Pica, sin da quando aveva poco più di diciotto anni, leggeva una grande quantità di materiali: riviste, libri, giornali e cataloghi, oltre alle lettere di tutti i suoi corrispondenti «che ormai poteva considerare quasi suoi collaboratori nella stesura degli articoli» (p. 48). Grazie a tutto ciò, Pica cercava di ricostruire, tessera dopo tessera, il processo creativo, ossia la personalità, lo stile, la poetica dell’autore di cui si stava occupando, spesso accompagnando tale ricostruzione con una serie di brani salienti tratti dalle opere studiate. È per questo che del critico napoletano si può parlare come di un cartografo, spiega Villani, più che di un interprete: «Pica disegnò le carte d’un mondo letterario ed artistico non meno nuovo e inafferrabile di quello scoperto da Colombo e battezzato da Vespucci. Scritti, saggi, medaglioni e profili illustravano in dettaglio le varie regioni del Moderno, alla stregua delle mappe d’un atlante» (p. 65).

Per stabilire il carattere essenzialmente descrittivo e la scarsa consistenza teoretica degli scritti di Pica, l’autore di questo elegante volume (quasi per nulla rovinato da qualche refuso di troppo) edito per i nobili tipi fiorentini di Olschki segue il mirabile intreccio di fonti di cui si serve il critico napoletano nei primi anni della sua carriera: per quanto il più delle volte egli citi obiettivamente i suoi materiali, non sono poche le volte in cui Pica finisce semplicemente per trascrivere «con lo scrupolo suo solito i brani originali, traducendoli e lievemente adattandoli» (p. 116). Pur rapinando, per così dire, tanta critica italiana e straniera, Pica ebbe la capacità di fornire ai suoi lettori una sintesi tersa di opinioni diverse, impossibile da reperire altrove; lasciava, cioè, parlare gli altri (critici, poeti o romanzieri che fossero), individuando le opinioni che li avevano messi d’accordo e, dunque, conciliandole tra loro.

In questa estetica debole si spiega, perciò, l’assiduità dei riferimenti al Journal o a Idées et sensations di Edmond e Jules de Goncourt, oppure a Les romanciers naturalistes di émile Zola, a L’évolutions naturaliste di Louis Desprez o magari ai Portraits contemporaines di Théophile Gautier o quelli direttamente estratti dalle opere di Albert Glatigny, di Edmond Duranty e di Louis Bouilhet. L’attitudine all’ascolto del giovane critico, nonché la serena e fedele esposizione delle idee, delle opere e dei dibattiti che avevano originato suscitò la gratitudine sincera degli artisti posti di volta in volta sotto la sua lente d’ingrandimento. Ammirazione senz’altro legata alle virtù mediatrici di Pica ma anche, ed è questo l’aspetto maggiormente evidenziato da Villani e l’elemento di novità più ragguardevole del suo studio, alla grande capacità di «disciplinare l’eterogeneità dei documenti» (p. 128) che riusciva a procurarsi, arricchendo enormemente le informazioni sulle avanguardie francesi di cui disponeva la critica coeva in Italia.

Villani, oltre a seguire, spesso passo per passo, il percorso trasparente che conduce Pica dal testo originario alla sua trasposizione nell’articolo informativo, non risparmia giuste critiche alla «macchinosa lunghezza del suo periodare» (p. 14), come alla prosa, troppo passiva rispetto ai propri modelli ed evidentemente «invecchiata male» (p. 128) o allo stile, «faticoso, purtroppo, e opaco» (ibidem). Tuttavia, si tratta di notazioni necessarie e obbligate, se si coonsidera il fine ultimo di un lavoro come Un atlante della cultura europea: far rivivere lo spirito del tempo nelle pagine di un eccezionale mediatore d’idee. Il fine perseguito è stato raggiunto e non è merito di poco conto.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

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