Recensione di Giulio Ferroni, “La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere”

Autore di Maria Panetta

Dopo tanti anni dedicati allo studio, all’insegnamento e all’esercizio della critica letteraria, Giulio Ferroni torna a far riflettere con un libriccino edito da Salerno Editrice nella serie «Astrolabio», una «piccola collana per “fare il punto” su grandi temi, figure, momenti, aspetti della nostra cultura e della nostra storia».

In sei densi capitoli Ferroni ripercorre la storia della critica letteraria del secondo Novecento, specie a partire dalle correnti in voga negli anni della sua formazione, quando «la critica letteraria aveva […] un non trascurabile rilievo pubblico»[1], in quegli anni Sessanta in cui «le discussioni critiche, teoriche e metodologiche, potevano avere anche determinanti ricadute di tipo “politico”»[2].

La contrapposizione all’oggi è inevitabile, e voluta: Ferroni racconta il nostro tempo «della moltiplicazione, della pluralità, dell’eccesso […], dell’oltre, dell’ultra e del post, in cui tutto può apparire a disposizione per consumarsi e per perdersi, lasciando comunque sempre nuovi resti, residui, rifiuti»[3]. Il nostro è un tempo in cui la letteratura sembra essere diffusa ovunque, anche grazie ai nuovi media, ma avendo perso la propria specificità ed essendo perlopiù soggetta a «ibridazioni»[4]; pertanto, «l’ipertrofia della comunicazione e dell’universo culturale mette in difficoltà ogni tipo di critica, scalza ogni pretesa di controllare il panorama, di interpretarlo e di giudicarlo»[5] (e a maggior ragione – aggiungerei – sono degni di considerazione i temerari tentativi che vanno in questa direzione, come quello di Gianluigi Simonetti, citato fra le righe anche da Ferroni)[6].

Di fronte all’attuale perdita di senso del riferimento a un «sistema di valori condiviso o condivisibile, a quel quadro universale a cui mirava la critica “classica”, nei suoi fondamenti umanistici e illuministici»[7], il critico letterario si sente oggi, adoperando le parole di Ferroni stesso, avvolto dall’«angoscia della quantità»[8]. La critica sta vivendo, infatti, una stagione di crisi legata, come lucidamente si riscostruisce nel volumetto, alla sua «perdita di prestigio»[9] e alla sua poca incisività sulle direzioni che va percorrendo il mercato editoriale, a meno che, ovviamente, essa non si ponga come «sua subalterna fiancheggiatrice»[10], alimentando il circuito dei “critici amici” dei vari marchi, disseminati nelle redazioni di quotidiani e riviste. Ma questa – mi si permetta – è una sconfitta per i singoli critici che si prestano al gioco: non per il valore della disciplina in sé.

Se attraversiamo le partecipate pagine di Ferroni non soffermandoci sulla pars destruens, ma riannodando i fili del suo ricordo di stagioni passate e più floride della critica letteraria nel suo vitale rapporto con la letteratura, ecco che possiamo ricostruire l’implicito ideale sotteso a questo pacato “pamphlet”, condotto nello stile sempre cortese e “illuminista” di Ferroni: «in tutta la letteratura si ritrovava un aperto orizzonte di coscienza e di bellezza, di riconoscimento di sé, di partecipazione ad un orizzonte integralmente umano, ad una ricerca di verità e di giustizia. E nel rapporto con la letteratura la critica agiva come approfondimento di conoscenza, mediazione di esperienza, esplicitazione e coscienza della scrittura, delle sue ragioni: e queste si risolvevano nelle ragioni dell’essere nel mondo, della vita, di quella vita che allora era tanto desiderata e cercata»[11]. Ancora: «La critica si nutriva di teoria, proiettava dal proprio seno le più[12] articolate prospettive teoriche, riconnetteva l’ascolto della letteratura ai più vasti ambiti dell’estetica e della filosofia. Non solo c’erano grandi critici, maestri la cui autorevolezza coincideva con il prestigio pubblico della letteratura, ma era evidente come la stessa letteratura che si veniva facendo era sostenuta da complesse riflessioni di poetica, alimentate in molti casi da un diretto esercizio della critica: si sa del resto che molti dei maggiori scrittori del secondo Novecento, da Montale a Zanzotto, da Pasolini a Calvino, da Fortini a Sciascia, sono stati anche grandi critici»[13].

Come rileva l’autorevole autore del volumetto, la situazione è cambiata a partire dagli anni Settanta, nel «progressivo intreccio tra crisi della critica e più generale crisi delle humanities e della scuola»[14]; e non è, di certo, un caso – aggiungerei – che questo periodo coincida, anche nella storia della mediazione editoriale, con il passaggio dalla nostra grande editoria del Novecento al periodo delle concentrazioni e della verticalizzazione nella gestione delle case editrici, con l’ingresso di manager a sostituire le generazioni dei valenti consulenti letterari, dei “letterati editori” (per citare Cadioli) che avevano indirizzato e “creato”, con la loro capacità di visione, la gloriosa editoria di progetto che ha dominato gran parte del XX secolo in Italia, anche durante il ventennio fascista (combattendo, in modo più o meno radicale, contro la censura di regime, in un consapevole e testardo tentativo di “resistenza”: ecco un’altra delle parole-chiave di Ferroni).

Nel libriccino, con l’usuale curiositas e l’onestà intellettuale dello studioso di razza, che di tutto discorre dopo aver letto senza preclusioni, Ferroni attraversa senza pregiudizi e passa in rassegna, rapidamente ma incisivamente, numerose correnti della critica letteraria e diversi orientamenti filosofici (e non solo) che hanno influito sui suoi sviluppi (strutturalismo, stilistica, decostruzionismo, critica reader-oriented, semiotica, tradizione storicistica, critica marxista, sociologia della letteratura, scuola di Francoforte, critica semiologica, teoria della letteratura, formalisti russi, scuola di Praga, critica psicanalitica, cultural studies, cognitivismo, neuroscienze, biopoetica, geocritica, ecocritica, antropologia etc.); ne ricorda i principali protagonisti (Cesare Segre, Mario Lavagetto, George Steiner, Paul de Man, Federico Bertoni, Natalino Sapegno, Walter Binni, Antonio Gramsci, György Lukács, Lucien Goldmann, René Girard, Theodor Wiesengrund Adorno, Max Horkheimer, Roland Barthes, Giacomo Debenedetti, Jacques Derrida, Maria Corti, Ezio Raimondi, René Wellek, Austin Warren, Tzvetan Todorov, Roman Jakobson, Francesco Orlando, Michail Bachtin, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Hans Magnus Enzensberger, Alfonso Berardinelli, Cesare Cases, Costanzo di Girolamo, Franco Brioschi, Antoine Compagnon, Mario Perniola, Michele Cometa, Bertrand Westphal, Carlo Dionisotti, Sergio Luzzatto, Gabriele Pedullà, Maurice Blanchot, Georges Poulet, Paul Valery, Benedetto Croce, Mario Luzi, Yves Bonnefoy, Pier Paolo Pasolini etc.) e le loro opere più significative, quelle che hanno segnato delle svolte nella storia della critica italiana (e non) degli ultimi decenni. A tal riguardo, per ragioni di convinzione e gusto personali ho molto apprezzato, fra gli altri, il ricordo della concezione di Lavagetto di una critica disposta a un «ascolto paziente dei testi, traendo alla luce le procedure che li costituiscono, “qualcosa che c’è, che è nel testo e che ne determina – invisibile – il funzionamento”: qualcosa di nascosto da scovare, esemplificato dall’immagine della “cifra nel tappeto”, suggerita da un formidabile racconto di Henry James, The Figure in the Carpet»[15]. Forse perché mi pare che oggi si tenda a portare avanti discorsi sulle opere che troppo spesso prescindono dal cosiddetto “corpo a corpo” col testo e che, per questo, a mio avviso, rischiano di essere generici e, a volte, anche di andare “oltre” i testi stessi.

Le conclusioni del proprio ragionamento Ferroni le anticipa già alla fine del primo capitolo, Quantità, critica, crisi, sottolineando la radice etimologica comune che congiunge, appunto, le parole “critica” e “crisi”: la critica che «ostinatamente resiste, che continua a chiedere alla letteratura qualcosa di essenziale, le tracce di un destino, la comprensione del mondo attraverso il linguaggio»[16], la “vera” critica, non può che continuamente interrogare se stessa e dubitare dei propri fondamenti. «I veri critici – aggiunge Ferroni, con una frecciata al nostro «tempo della valutazione e del rating»[17] – non sono mai stati quelli che si sono limitati a creare tassonomie, a proporsi come custodi di una presunta “verità” della letteratura, con pretese di scientificità o di oggettività oracolare, esibendo le proprie scelte come assolute e incontrovertibili: la critica autentica non può non diffidare di se stessa, della propria sufficienza»[18].

L’attraversamento non fazioso e la rievocazione di tutte le stagioni della critica precedentemente ricordate non implica, però, che Ferroni non esprima, talora, il proprio motivato dissenso: ad esempio, discorrendo delle mode semiotiche e strutturalistiche degli anni Settanta, con le loro «dissezioni geometriche dei testi letterari»[19] che contribuirono anche ad «allontanare le giovani generazioni dal reale rapporto con i testi, uccisi da esercizi narratologici, linguistici, retorici»[20]; oppure, quando scrive che per raggiungere una vera padronanza della lingua materna non ci si può limitare a uno studio della linguistica, essendo «necessaria un’immersione nel corpo vivo della sua letteratura, accompagnata dall’esercizio di pratiche di argomentazione scritta e orale»[21] (l’attenzione alla didattica ricorre spesso, infatti, nella produzione di Ferroni, accademico accorto, che non ha mai sottovalutato né trascurato di porre attenzione al rapporto di continuità che lega il percorso dello studio scolastico a quello universitario).

Ricordando l’occasione festosa della presentazione romana del libro, nel novembre scorso, mi ha fatto particolarmente impressione, rileggendo il capitolo quarto, Sul campo: dalla geografia all’ecologia, riflettere su quanto sia mutato da allora (in soli quattro mesi) lo scenario di riferimento, per cui una riflessione assolutamente condivisibile come quella che segue oggi risulta, per certi aspetti, più che mai confermata e, per altri, si trova ad assumere nuovi e imprevisti significati, almeno temporaneamente, alla luce dei cambiamenti in atto: «Per la letteratura del Novecento e per quella contemporanea l’infittirsi delle relazioni internazionali, il moltiplicarsi e il velocizzarsi dei viaggi e dei mezzi di trasporto (e dello stesso quadro antropologico del viaggio), l’ampliarsi e il progressivo globalizzarsi del mercato e del movimento delle merci hanno agito in modo nuovo sui caratteri della letteratura, vi hanno creato decentramenti di ogni genere, hanno fatto vacillare ogni certezza sulla densità temporale e spaziale dei luoghi […]: e l’occidente si è trovato a fare più direttamente i conti con il suo oltre, con gli spazi coloniali e postcoloniali, e ora sempre più con le migrazioni, con l’inserzione di territori “altri” dentro i propri territori e spazi sociali e culturali»[22]. Assolutamente attuale suona anche quest’altra considerazione: «A tutto ciò occorre aggiungere l’ulteriore modificazione della spazialità e dello sguardo geografico data dagli sviluppi dell’informatica e della rete, con virtualizzazione del viaggiare […], immediatezza e simultaneità della comunicazione, sincronicità e sintopicità, che non corrispondono a un reale annullamento delle distanze fisiche e degli scarti temporali (davvero paradossale la diffusa formula in tempo reale): ne risulta una percezione labile e aleatoria dello spazio geografico, una deriva dell’orientamento […]»[23]. Non potrebbe essere, infatti, più vero che siamo condizionati da una «realtà irriducibile (o comunque da qualcosa che materialmente ci limita), che nel nostro vivere e nel nostro passare continuiamo a fare i conti con un’oggettività esterna, con l’alterità dei luoghi che cerchiamo di percepire, attraversare, controllare, misurare, alterare, ma il cui senso inevitabilmente ci sfugge»[24]. E non potrebbe, inoltre, essere più drammaticamente calzante il monito di Ferroni: «il destino dell’ambiente è parallelo al destino della stessa letteratura (e, aggiungo, dello stesso umanesimo): […] all’ecologia dello spazio è parallela una necessaria ecologia della parola e della letteratura […]»[25].

Assai suggestivo è il percorso che Giulio Ferroni intraprende, a partire da Saffo, sulla poesia e sul linguaggio, che «ci parlano di ciò che non abbiamo, della mancanza che fonda il nostro essere nel mondo»[26]. La poesia è qualcosa di finito «dietro cui sentiamo vibrare l’infinito, ciò che ci sfugge»[27]; tutte le forme poetiche trovano, dunque, «la loro forza nel palpito di questo rapporto tra la volontà, l’ambizione di dire e la verifica del fatto che non è mai possibile dire fino in fondo, che il senso del mondo resta opaco e inattingibile»[28]. Molto opportunamente, a mio parere, il critico si sofferma a lungo sul rilievo che «il suono»[29] ha nella poesia, riconducendola al suo originario rapporto con la musica, sebbene senza che essa approdi all’asemanticità della musica stessa. E al riguardo ricorderei, oltre al suono, l’importanza del “ritmo”.

La riflessione accorata sulla poesia e sul suo valore per la vita umana è il necessario preludio all’ultimo capitolo, quello che, chiudendo il cerchio, illustra il titolo del volumetto: Solitudine della critica.

Critica e poesia sono, infatti, accomunate da questo congenito senso del limite, per cui anche il critico, come il poeta, «nella sua posizione di ascolto, giunge a verificare la propria insufficienza di lettore (lo sfuggire finale del senso)»[30]; e, a tal riguardo, mi fa molto piacere che Ferroni abbia citato il Croce del volume su La poesia del 1936, a cui, peraltro, sono particolarmente legata perché fu oggetto dell’ultima lezione del mio Maestro, Mario Scotti, nell’ormai lontano autunno del 2007.

Sebbene la critica si trovi a interrogare le «ombre tra l’intenzione e l’atto»[31], secondo la calzante e struggente definizione di Anthony O. Scott, in una ricerca di senso destinata inevitabilmente al fallimento e allo scacco finale, proprio quel «senso di perdita»[32] e quella dimensione “postuma” sono i suoi dati costitutivi. E, dunque, secondo Ferroni, essa non può che agire «in opposizione a quello che appare l’universo della comunicazione dominante, l’impero del pensiero unico economico e computazionale»[33]. La critica, dunque, trova il proprio senso ultimo proprio nella resistenza alla “barbarie”, forte e orgogliosa della propria «inattualità»[34]. Perché «ogni autentico atto critico è un atto di resistenza»[35].

Questo, il “sugo” della lezione di un grande Maestro, che con tale libriccino indica ai giovani un prezioso “Piano di studi” che attraversa la migliore critica di questi ultimi decenni. E, al contempo, induce chi da tempo prova a interrogare i testi con onestà di sguardo a perseverare nella strada intrapresa, consapevole che il destino del critico è un destino di «solitudine»[36], che richiede lentezza, silenzio e pazienza, in un mondo che procede a ritmi vorticosi. Anche se in questi tristi giorni l’isolamento forzato cui siamo stati necessariamente costretti ha dimostrato che, nonostante la febbrile interconnessione mondiale, la solitudine è, sempre di più, una condizione comune e condivisa.

  1. G. Ferroni, La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, Roma, Salerno Editrice, 2019, p. 9.
  2. Ivi, p. 10.
  3. Ivi, p. 7.
  4. Ibidem.
  5. Ivi, p. 8.
  6. Cfr. G. L. Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2018.
  7. Cfr. G. Ferroni, La solitudine del critico, op. cit., p. 8.
  8. Ibidem.
  9. Ivi, p. 9.
  10. Ibidem.
  11. Ibidem.
  12. Nel riportare le citazioni, non sono state rispettate le norme redazionali Salerno, che prevedono accenti acuti anche sulla “u”.
  13. Ivi, p. 10.
  14. Ibidem.
  15. Ivi, p. 13.
  16. Ivi, p. 16.
  17. Ibidem.
  18. Ivi, p. 17.
  19. Ivi, p. 26.
  20. Ivi, pp. 26-27.
  21. Ivi, p. 33.
  22. Ivi, pp. 44-45.
  23. Ivi, p. 45.
  24. Ivi, p. 46.
  25. Ivi, p. 48.
  26. Ivi, p. 50.
  27. Ivi, p. 52.
  28. Ivi, p. 54.
  29. Ivi, p. 59.
  30. Ivi, p. 61.
  31. Ivi, p. 64.
  32. Ibidem.
  33. Ivi, p. 65.
  34. Ivi, p. 65.
  35. Ibidem.
  36. Ibidem.

(fasc. 32, 25 aprile 2020)

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