Volevo scrivere un’altra cosa, pubblicato da Passigli nel 2019, si presenta come una serie di racconti, alternativamente narrati da voci maschili e femminili, completata da una postfazione che non s’intitola “Postfazione” ma, come i testi che la precedono, ha un suo titolo e una dedica a uno scrittore; e naturalmente ha un autore, anzi un «critico del “Gazzettone”», dal poco credibile, veneto-toscaneggiante, nome di Ciapo Populin, dietro il quale è facilissimo intravedere l’autore che gioca a fare l’interprete di sé stesso. Per completare l’informazione sulla struttura del libro va detto che ogni racconto (pseudo-postfazione compresa), dopo l’apparente conclusione, e dopo lo stacco di una riga bianca, riprende con una postilla della stessa voce narrante che, all’insegna del “volevo scrivere un’altra cosa”, autocritica sé stessa e precisa meglio, o ribalta, le sue intenzioni: un’espediente che risulta divertente per il lettore anche quando il contenuto del racconto non lo è affatto, perché rimette in gioco certezze apparentemente acquisite. Come la vera letteratura sempre s’incarica di fare, per imitare – soprattutto in questo – la vita.
Con i precedenti A ciascuno i suoi morti (Nerosubianco, 2010) e Quartiere non è un quartiere (Amos, 2013) Luciano Curreri ci ha già abituati a una scrittura nient’affatto convenzionale, che maschera dietro le malizie delle simmetrie strutturali una sapienza letteraria apparentemente negata dal tono conversevole dello stile, che quasi sempre si propone come dialogo con il lettore e dunque, coerentemente, assume l’andamento del parlato – ovvero, per citare Populin, il lettore fa i conti «con un narratore che incarna per davvero la necessità di dialogare, attraverso una parola che bene o male è più orale che scritta; e pur restando, forte nella sua finta semplicità, la complessa (Lui direbbe “birichina”) consapevolezza della scrittura». Basta questa citazione per farci capire quanto il Curreri studioso e docente (all’Università di Liegi) di letteratura italiana non rinunci alla sua anagrafe nemmeno quando scrive i suoi testi narrativi: eppure questa curreriana continuità tra lo scrittore e lo studioso riesce nel laico miracolo di non ingenerare noia profonda nel malcapitato lettore (come spesso, invece, succede quando gli studiosi si provano nel difficile mestiere di narratori) e le ragioni del laico miracolo stanno nel rispetto per il lettore che l’autore nutre e che lo porta, nella triangolazione sempre ironica (e non di rado satirica) fra autore, lettore e contesto culturale, a risultare sempre affettuoso nei confronti del lettore e sempre spietato nei confronti del contesto culturale: critico, universitario, editoriale, giornalistico, e dunque, in senso lato e sacrosanto, politico.
Ma di cosa parlano questi racconti? Di vicende il più delle volte bislacche, ma non per questo slegate dall’autenticità e semplicità della vita; di vite giocate tra passato, presente e futuro, tra città e campagna, tra nord del corpo e sud dell’anima, tra appetiti e giochi di parole. Vite nelle quali non di rado si cresce (ma ciò non vuol dire che siamo di fronte a dei Bildungsromans in sedicesimo), nelle quali le famiglie (intese al modo patriarcale per cui una nonna o un cugino non hanno minore importanza di una madre o di un fratello) hanno un notevole rilievo (ma ciò non vuol dire che siamo di fronte a delle saghe familiari in trentaduesimo), nelle quali si scoprono verità profonde (ma ciò non vuol dire che siamo di fronte a romanzi polizieschi dell’anima) e nelle quali l’autore, senza manifestarsi, parla molto anche di sé stesso (ma ciò non vuol dire che siamo di fronte a memoirs).
Insomma, questi racconti (e il macrotesto coerente, al di là dell’apparente incoerenza, che li racchiude) sono davvero “un’altra cosa” rispetto alle categorie pre-riscaldate dalla pseudo-critica ebdomadaria che ha ceduto alla necessità di spiegare i libri secondo categorie merceologiche (insomma: di far capire ai commessi delle librerie in quali scaffali collocare i parallelepipedi cartacei che hanno tirato fuori dalle loro scatole di cartone). E il recensore odierno, per tema di avventurarsi in discorsi che potrebbero per avventura ingenerare nuove equivoche categorie scaffalarie (o scaffalistiche?), prudentemente raccomanda di leggere Volevo scrivere un’altra cosa con la stessa allegria seria con cui l’autore l’ha scritto; di seguire – come si segue il corso d’un fiume e ogni tanto bagnandosi in esso – il bisogno di vita che scorre in queste pagine, l’anelito a far coincidere la fame di vita con la fame di scrittura e con un’altra fame, di cui poco si parla, ma che accomuna – guarda un po’ – gli scrittori a cui ogni racconto è dedicato: la fame della scrittura letteraria che prende vita, la più autentica di tutte, anche quando è scaltrita dalla confidenza con gli studi letterari, che non è affatto detto rovinino l’autenticità di un testo narrativo (semmai la migliorano).
Sballottati con divertimento tra un «subappalto delle vacanze» e una partita fra calciatrici divorziate e sposate, tra il tentativo di replicare un’operetta leopardiana e il gusto dell’impiantare la narrazione sul gioco di parole, tra copie di furti e belle copie autorizzate, sorpresi a scoprire la metà nera del cuore e l’intero nerissimo delle retoriche tecnocratiche dominanti, i lettori ritrovano ben presto il bandolo di una matassa originale, per scrivere la quale Curreri ha pagato i suoi debiti con le dediche ad alcuni fra i “suoi” scrittori (spesso scrittori “di genere”, in coerenza con una sua idea di letteratura già ben divulgata dai suoi studi critici e che non consiste soltanto, come scrive Populin, nella «mania di mescolare le carte») – ma qualche altro debito, forse, avrebbe potuto pagare a Cesare Zavattini o ad altri sornioni maestri del racconto umoristico (magari padano, magari “a veglia”). Oppure, più sullo sfondo ma non troppo, a un paio di “maestri” (d’Annunzio, Pinocchio) che si celano (ma non troppo) dietro lo slancio curreriano verso la vita: l’arte di una vita come tuffo, fuga, rincorsa, ritorno (magari d’un fantasma); quella “vita” accettata come un gioco di fondamentale importanza, in cui rilanciare finché è possibile ma in cui, soprattutto, capire che, come per un portiere sul campo di calcio, «stare in porta vuol dire potere e dovere uscire dalla porta».
Questo libro, insomma, richiede un lettore onesto, disincantato ma appassionato (ce ne sono, ce ne sono…), refrattario alle etichette e (potrebbero essercene, potrebbero essercene…) non smanioso di diventare a sua volta scrittore ma innanzitutto aduso a godersi il libro che legge (e così ne leggerà altri, inevitabilmente). Un lettore che non somigli a quegli «intellettuali» sui quali cade di taglio la scure giocoliera di Curreri: quelli che «non amano certo bruciare i libri ma sono attirati dal lezzo della carne umana bruciaticcia». Ecco: la vita umana, dentro o fuori (dentro e fuori) la porta della vita, è il vero fil rouge di questi racconti.
(Volevo scrivere un’altra recensione: al più recente libro di Curreri, che s’intitola Il non memorabile verdetto dell’ingratitudine. Seguito dai Sei pensieri grati e gratis, ed è stato pubblicato quest’anno da Inschibboleth: ma quel birichino dell’autore ha voluto infilarmi, con tanto di nome e cognome, in un capitolo centrale che avrebbe dovuto essere conclusivo. L’autore ha fatto, insomma, una cosa molto amichevole e che molto mi onora, ma che molto m’impedisce di recensire un libro di cui sono, sia pure in minima parte, parte. E allora ho recensito, o forse raccontato, il suo libro precedente: in barba a quei doveri editoriali secondo i quali pure le recensioni, non solo i libri, ormai debbano essere «di giornata, come le uova»: lo scrisse un autore molto caro a entrambi e, trentatré anni dopo, purtroppo nulla è cambiato. Ma quest’autore non aveva potuto conoscere «Diacritica», una rivista che rifiuta questa logica da pollaio; e dunque, grazie a «Diacritica», eccomi qui a recensire, o a raccontare, un libro del 2019: un anno in cui sono successe tante cose, un po’ prima che ne succedessero tante, ma tante altre…)
(fasc. 39, 31 luglio 2021)