Che la civiltà occidentale non versi in buone acque è ormai un noto Leitmotiv costantemente ripetuto da intellettuali, giornalisti, politici, letterati, figuri dell’intellighenzia dall’identità più o meno definita che popolano svariati circoli del beau monde. Molto spesso (sempre?) i loro discorsi sfociano fatalmente in critiche sociali strettamente legate all’attualità e alla cronaca, pronunciate con tale cattivo gusto che viene da pensare che, se si vogliono rintracciare valori per i quali vale la pena lottare, non resta che rifugiarsi nell’antica età dell’oro, nella mitica Arcadia perduta per sempre, e contemplarla nostalgicamente. A salvare il mondo dall’inarrestabile declino dovrebbe essere la Bellezza, e i poeti (posto che, com’ebbe a pensare Cioran, non tutto è perduto, e in questo caso non ci resta che attendere i barbari). Ma, se i veri poeti non esistono (quasi) più, allora chi salverà il mondo?
Il mondo sarà salvato da Donatien, l’ultimo poeta in un universo ipertecnologico che ha perduto il senso dello Spirituale, della Bellezza, della Poesia (ovviamente con l’iniziale maiuscola). Il romanzo L’ultimo poeta di Silvio Raffo (Elliot 2023) è una favola in cui un essere incorporeo è inviato da un «mondo parallelo» sulla terra per salvare la Poesia dalla sua distruzione. L’assassinio della Poesia potrebbe avvenire per mano della «Logosfera Advance Trust Company», i cui componenti si riuniscono in un’idillica isola spagnola per definire il futuro della Letteratura, che sarà trattata secondo mere logiche commerciali. Per una missione tanto importante, che implicherà anche un atto di necessaria violenza (esiste qualcosa di più importante del salvare ciò che rende l’uomo uguale o superiore agli dei?) si metterà in moto un meccanismo in cui ognuno dei personaggi svolgerà la propria parte. E i personaggi, elegantemente presentati sin dall’inizio nell’elenco delle Dramatis personae, sono tessere di un mosaico in cui ognuno farà la propria parte, esercitando il proprio libero arbitrio, laddove le loro azioni creano un circolo virtuoso e sono “destinate” a convergere positivamente verso la fine sperata.
Si tratta, dunque, di una favola, di una storia fantastica, che cela il significato profondo del libro, che è ovviamente la necessità di cercare ancora la vera Poesia e i veri Poeti in un mondo che sembra aver perduto il senso della Bellezza. Con Poesia ci si riferisce ovviamente alla grande Poesia, ovvero alla poesia eterna e svincolata da qualsiasi contingenza, a quella Poesia che trasmette la luce senza che nemmeno il Poeta stesso sappia come la trasmette. A quella Poesia, insomma, che guarda ancora alla classicità come al periodo del massimo splendore dell’uomo, e che aspira alla grandezza, al grandioso, allo spirituale, al bello, al vero, e questa poesia coincide fondamentalmente con la lirica. Ovviamente, questa è la Poesia per come è intesa dall’autore Silvio Raffo, e ciò che è espresso nel libro è espresso, come sempre nei libri dell’autore, in maniera “sincera”, e dunque “poetica”, giacché dietro la finzione romanzesca si cela, è ovvio, l’autore; sicché questa sincerità rende il romanzo stesso poetico e la prosa trova un punto di incontro con la poesia. D’altro canto, il protagonista del libro, inviato sulla Terra dal mondo parallelo da Madame (che lo chiama Chéri), ha vaghe reminiscenze di quando egli stesso abitava la terra, e la sua stessa nostalgia è uno degli elementi più struggentemente poetici del romanzo, così come la nostalgia che si suppone egli sentirà una volta che avrà lasciato la terra, dopo aver compiuto la missione. Infatti, dovrà lasciare Donatien, di cui ha preso l’identità e che si rivela essere proprio l’ultimo poeta del titolo, l’unico che ancora sente la Bellezza e scrive vera poesia.
Donatien è un essere che ha un corpo, ma che sembra etereo e pare provenire da un altro mondo. È ovviamente giovane, perché c’è sempre coincidenza tra Poesia e giovinezza. Ma i corpi, con tutti i loro bisogni, sono impoetici, perché contingenti. Ciò che è poetico ha a che fare con lo spirituale, con l’assoluto, e l’autore indugia spesso a descrivere l’orrore che prova nei confronti dei bisogni degli uomini (sostanzialmente grotteschi), opposti alla bellezza spirituale. Per questo, la Poesia ha a che fare con il mondo dello spirito, e non del bisogno, per quanto faccia uso di strumenti «approssimativi», come le parole che sono «decisamente strumenti di potere limitato» (p. 15). Ma con questi strumenti i veri Poeti comunicano l’essenziale e la Bellezza, al contrario dei «falsi poeti», contro i quali c’è un acceso J’accuse perché le loro poesie «non sono che pulci al peggiore dei mercati».
Questo J’accuse non intacca la leggerezza del romanzo, lontano anni luce dall’essere un pamphlet contro la corruzione dei tempi moderni. Anzi, si potrebbe dire che il contingente non esiste, che è fuori dal mondo dell’autore. Donatien dice a pagina 67: «Un tratto tipico del mio temperamento è la refrattarietà a qualsiasi pensiero che apporti un qualche turbamento». Si tratta sostanzialmente di una dichiarazione di superficialità. In un mondo in cui la gravitas è sovrana, e in cui gli intellettuali ritengono di potere salvare il mondo con la pesantezza delle loro paturnie, Silvio Raffo ritiene ancora che, a rendere il mondo un posto migliore, potrebbe l’Arte. Ma quest’arte non è un’arte impegnata, non è un’arte che ha a che fare con il contingente, con la cronaca, con il bisogno, ma solo con lo Spirito, con l’eternità. Se poi tutto ciò può influenzare le scelte di chi comanda effettivamente nel mondo, tanto meglio.
Silvio Raffo è, dunque, un autore scandalosamente disimpegnato? Ma chi ha detto che il poeta deve interessarsi di incidere “direttamente” sul reale e sul contingente? «Ciò che dura lo fondano i poeti»; Silvio Raffo cita Holderlin nel libro, che è un capolavoro di leggerezza, a difesa della Poesia, ad opera di un autentico inattuale.
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)