Il romanzo come partitura: la variazione nella poetica kunderiana

Author di Elena Panzera

 

Abstract: Il presente articolo analizza la centralità del principio di variazione nell’opera di Milan Kundera, mostrando come la forma musicale diventi paradigma della sua poetica romanzesca. Attraverso l’intreccio con la polifonia e la “piccola composizione”, la variazione consente di tornare su motivi esistenziali senza esaurirli, trasformandoli in figure sempre nuove. Dal Libro del riso e dell’oblio fino alla trilogia francese, il romanzo kunderiano si configura come partitura conoscitiva: non progressione lineare verso una verità ultima, ma esplorazione tematica che accoglie ambiguità e contraddizioni. In questo senso, la variazione si afferma come metodo conoscitivo ed etico, capace di tradurre in forma narrativa la complessità dell’esistenza contemporanea.

Abstract: This article examines the centrality of the principle of variation in Milan Kundera’s work, demonstrating how musical form becomes the paradigm of his novelistic poetics. Through its interweaving with polyphony and the “little composition”, variation enables a return to existential motifs without exhausting them, transforming them into ever-new figures. From Il libro del riso e dell’oblio through to the French trilogy, the Kunderan novel assumes the configuration of a cognitive score: not a linear progression toward an ultimate truth, but rather a thematic exploration that embraces ambiguity and contradiction. In this sense, variation establishes itself as both a cognitive and ethical method, capable of rendering in narrative form the complexity of contemporary existence.

Verso una forma di sapere romanzesco

L’opera di Milan Kundera si inscrive con forza nella tradizione del romanzo europeo, ma vi introduce una rottura radicale che ne ridefinisce i contorni[1]. Se da un lato i suoi testi si pongono come eredi della linea che va da Cervantes a Broch, passando per Sterne e Musil, dall’altro incarnano un’esperienza storica e personale segnata dall’esilio e dalla crisi dei grandi paradigmi narrativi del Novecento. Nonostante la sua esperienza di espatriato per ragioni politiche, Kundera non guarderà mai al romanzo come a un genere da arricchire di contenuti morali o politici, né come a un veicolo di messaggi ideologici: lo considera piuttosto una forma di conoscenza, capace di esplorare le ambiguità del mondo moderno attraverso dispositivi formali.

L’arte del romanzo, scrive, «non dipende, per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati hanno tessuto durante il giorno»[2]. È in questa prospettiva che si comprende la sua insistenza sulla natura antilirica del romanzo. Laddove il poeta tende a proiettare nell’opera un “io” assoluto e totalizzante, a imporre un sentimento, il romanziere apre invece la sua opera a una pluralità di prospettive, alla tensione tra personaggi e temi, alla coesistenza di verità contraddittorie. È la lezione inaugurale di Cervantes, da cui Kundera non si distacca mai: spezzare l’unilinearità del racconto introducendo voci differenti, storie parallele, brecce narrative che interrompono la marcia uniforme della trama.

Dopo i primi romanzi cechi (Lo scherzo, La vita è altrove, Il valzer degli addii), ancora legati a un’architettura narrativa tradizionale pur nella sperimentazione, Kundera attraversa la crisi dell’esilio e inaugura una nuova stagione con Il libro del riso e dell’oblio (1979). Qui la forma romanzesca non è più unitaria nel senso classico: diventa frammentaria, modulare. Da questo momento in poi, la composizione non sarà più guidata dall’intreccio, ma dall’elaborazione tematica, dalla variazione e dalla polifonia.

Nella riflessione saggistica[3], d’altronde, Kundera formula la propria idea del romanzo come meditazione sull’esistenza attraverso personaggi immaginari, come spazio in cui interrogare le domande fondamentali della condizione umana. Da qui il rifiuto del romanzo “piatto” che si limita a seguire l’intreccio senza sviluppare temi. La grande tradizione romanzesca è per Kundera una costellazione di scrittori capaci, sopra ogni cosa, di piegare la forma narrativa a un’esigenza conoscitiva, con la convinzione che «Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale».

È proprio all’interno di questo orizzonte che emerge il legame con la musica. Essa rappresenta un modello formale alternativo alla linearità della trama e alla rigidità della «grande composizione romanzesca», uno spazio dai contorni indefiniti in cui variazione, polifonia, piccola composizione diventano dispositivi strutturali che danno al romanzo una nuova coerenza interna.

La «strategia beethoveniana» delle variazioni

Kundera descrive il romanzo come un insieme di «piccole composizioni indipendenti»[4]: sezioni autonome che non si susseguono per necessità d’azione, ma si richiamano attorno a nuclei tematici persistenti. Ogni parte opera come variazione su un tema, illuminandolo da un’angolatura diversa senza esaurirlo. L’effetto è quello di un movimento a onde concentriche: la scrittura non avanza accumulando eventi verso una rivelazione finale, ma ritorna su un medesimo problema esistenziale modulandone il colore, la tonalità emotiva, il contrappunto di esempi e situazioni.

Un esempio lampante è offerto dall’Insostenibile leggerezza dell’essere, dove la celebre dicotomia leggerezza/peso attraversa l’intera costruzione. Il motivo è ripreso in scene e personaggi diversi, ciascuno dei quali ne mette in luce una sfaccettatura. Emblematica a tal proposito è la sequenza in cui Tereza fotografa i carri armati sovietici durante l’invasione di Praga del 1968. Un gesto che potrebbe apparire leggero, quasi ingenuo, si rivela invece gravido di conseguenze storiche e morali. La macchina fotografica diventa strumento di testimonianza e, al tempo stesso, segno della vulnerabilità di chi guarda. Nella logica della variazione, l’atto non è isolato: richiama la leggerezza con cui Tomáš affronta la vita sentimentale, si oppone al peso che grava su Tereza nelle sue riflessioni sulla fedeltà e sulla fragilità del corpo, e trova un’eco nell’esilio di Sabina, che vive la leggerezza come fuga, ma ne sperimenta anche la solitudine. La tenuta del romanzo, insomma, non è cronologica ma tematica: «l’unità dei temi»[5] diventa il principio che tiene insieme la forma e ne giustifica la coerenza, mentre la variazione agisce come principio ordinatore.

Polifonia: uguaglianza delle voci e contrappunto narrativo

Alla logica della variazione si salda il principio della polifonia. Musicalmente, polifonia «è lo sviluppo simultaneo di due o più voci (linee melodiche) le quali, pur essendo perfettamente legate, conservano la loro relativa indipendenza»[6]. Trasferito alla narrativa, il termine descrive una scrittura che rifiuta la subordinazione a un unico punto di vista e che permette a prospettive diverse di coesistere nello stesso spazio romanzesco. Un principio che Kundera applica già nello Scherzo, dove le voci di Ludvík, Helena, Jaroslav e Kostka mantengono ciascuna la propria autonomia prospettica: nessuno possiede l’ultima parola, nessuno detiene il privilegio della verità. La polifonia è, dunque, sia strutturale sia epistemologica: non ricompone le differenze, ma conserva le tensioni tra verità parziali, facendo della molteplicità non un difetto, bensì la sostanza dell’opera. Il risultato è un tessuto in cui la voce narrante – dichiarata e riconoscibile – si sovrappone all’autore e interviene con commenti, digressioni estetiche o storiche, orchestrando un dialogo tra linee autonome. Anziché limitarsi a presentare frammenti, il romanzo li fa interagire, li contraddice, li fa risuonare secondo regole d’uguaglianza fra le voci, vero fondamento della tecnica contrappuntistica che vedrà la sua piena applicazione nei romanzi della maturità.

Modelli e maestri: Beethoven, Bach, Janáček

Figlio di un musicologo e devoto egli stesso alla musica nei suoi anni giovanili, Kundera rende esplicito il debito nei confronti della sua prima maestra. La musica è anche piacere della forma e, in questo senso, paradigma per tutte le arti: così da Beethoven deriva il modello della variazione; dalla tradizione bachiana il contrappunto; da Leoš Janáček una drastica estetica dello sfrondamento: giustapposizioni brusche, assenza di transizioni inutili, ripetizioni essenziali, coesistenza simultanea di emozioni contraddittorie; una polifonia delle emozioni che diventa principio romanzesco.

Questa lezione produce due effetti distinti. Il primo riguarda lo stile del montaggio: asciutto, essenziale, costruito su tagli netti e passaggi rapidi, laddove la tradizione avrebbe disteso ponti e transizioni. Il secondo investe la concezione stessa del romanzo, con il rifiuto dell’«imperativo della verosimiglianza»[7] tanto caro all’estetica ottocentesca, in virtù dell’intreccio libero di fili eterogenei, sezioni che mantengono la propria autonomia pur concorrendo all’armonia complessiva dell’opera.

Non a caso, quando Kundera presenta Jacques e il suo padrone, opera teatrale scritta durante l’invasione sovietica di Praga – un omaggio a Diderot –, accompagna il testo con un’Introduzione a una variazione. Qui chiarisce con decisione il senso del procedimento: la variazione non è adattamento né aggiornamento, ma un esercizio di fedeltà creativa. Riprendere Jacques il fatalista significa trattarlo come un tema musicale: riconoscerne il nucleo e, al tempo stesso, farlo vivere in metamorfosi sempre nuove. La fedeltà, infatti, non si misura nella ripetizione letterale, ma nella capacità di trasformare senza smarrire l’identità. In tal senso, questo breve testo rappresenta un vero e proprio laboratorio poetico: ciò che nei romanzi successivi verrà sviluppato come architettura compositiva – alternanza di linee autonome, libertà della digressione, logica delle variazioni – qui è già sperimentato in forma teatrale, nel dialogo contrappuntistico con il modello settecentesco di Diderot.

Vette della maturità. Dal Libro del riso e dell’oblio all’Immortalità

Pubblicato da Gallimard nel 1979, Il libro del riso e dell’oblio segna uno spartiacque: sette parti autonome, tenute insieme solo dall’unità dei temi e dal loro lavorio di variazione. Kundera stesso vi riconosce la fine della diffidenza verso «la grande composizione romanzesca»[8] e l’adozione della «strategia della piccola composizione»[9] ispirata a Chopin, che gli consente di creare un romanzo di racconti legati non dall’azione ma da un sistema di rimandi interni, dove memoria e oblio, potere e resistenza, corpo e riso ritornano come motivi musicali, oscillando fra tragico e grottesco. L’unità non procede per catena causale, ma per ritorno differente: lo stesso problema riaffiora con una luce nuova, come tonalità mutata all’interno di un motivo riconoscibile.

Con L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) e Immortalità (1990), poi, la ricerca formale di Kundera giunge a un equilibrio ancora nuovo, in cui variazione e polifonia si intrecciano in modo compiuto. Nel primo romanzo la strategia beethoveniana delle variazioni si concentra su un numero ridotto di linee e su codici esistenziali chiari (per Tereza: il corpo, l’anima, la vertigine; per Tomáš: la leggerezza, la pesantezza), mentre la sesta parte, lunga digressione sul Kitsch, esemplifica il ruolo della riflessione saggistica come variazione interna che riorienta la narrazione, contaminandola con il discorso filosofico.

Nell’Immortalità, invece, la polifonia trova una configurazione ancor più audace: il narratore-personaggio orchestra sette parti eterogenee in tempi diversi, come in una partitura musicale. La coerenza dell’opera non è garantita dall’unità dell’intreccio, ma, ancora una volta, da alcuni temi, domande esistenziali incarnate dai personaggi che attraversano tutte le parti. Il motivo dell’immagine e del desiderio di lasciare un’impronta produce una rete contrappuntistica tra i personaggi – Agnès e Laura, Goethe e Bettina – in cui le voci si rispondono e si contraddicono a distanza di secoli senza che una domini definitivamente. Ne nasce un tessuto narrativo che intreccia registri e prospettive multiple, liberando il romanzo dal vincolo della verosimiglianza e portandolo verso una forma musicale autonoma, audace, a tratti imprendibile.

Dal ciclo ceco alla «fuga romanzesca» francese

Dopo la stagione dei grandi romanzi scritti in ceco, Kundera affronta una svolta decisiva: l’approdo al francese come lingua d’adozione letteraria. Negli anni Ottanta, già in esilio a Parigi e afflitto dalla discrepanza che aveva rinvenuto fra il suo testo originale e la traduzione in francese delle prime opere, aveva iniziato a rivedere personalmente le traduzioni, fino a raggiungere la forma definitiva cui attribuire lo stesso valore degli originali. A partire dalla Lentezza (1995), tuttavia, sceglie di scrivere direttamente in francese, decisione che segna l’ingresso in un nuovo spazio creativo, privo della mediazione traduttiva, e un diverso rapporto con i lettori, con un accento maggiore sulla precisione stilistica e sul ritmo della frase.

È a questo punto che Kundera riduce ulteriormente la scala e radicalizza la «piccola composizione»: La lentezza e L’identità sono costruite in brevi capitoli numerati, con un unico nucleo tematico che passa da personaggio a personaggio come soggetto e controsoggetto di una fuga, secondo un principio di imitazione e contrappunto. L’architettura si fa rapsodica, la story perde centralità e diventa una possibilità formale tra le altre; riflessione saggistica, sogno, incontro di tempi storici e gioco sono coordinate sullo stesso piano, in perfetta non subordinazione, cifra della polifonia.

L’ignoranza (2003) porta a compimento questa ricerca. Diviso anch’esso in brevi capitoli, il romanzo ritorna sul tema dell’esilio e della nostalgia, intesa come ignoranza dell’altro, dell’altrui sorte e paese, nonché illusione di un grande ritorno. Qui la «fuga romanzesca»[10] diventa metafora della condizione contemporanea: a partire da un unico motivo – il ritorno impossibile – le voci di Irena e Josef si alternano come linee contrappuntistiche, variando e rilanciando lo stesso interrogativo esistenziale. L’armonia del romanzo non nasce, allora, dall’unità della trama, ma dalla circolazione del tema tra personaggi, situazioni e registri differenti.

La trilogia francese segna, così, l’ultima fase della sperimentazione kunderiana: da un lato il formato ridotto e la concentrazione tematica, dall’altro la libertà formale e la leggerezza ludica. Un laboratorio in cui la «piccola composizione» diventa principio ordinatore di un romanzo che coniuga pregnanza concettuale, libertà formale e musicalità interna.

La variazione come principio conoscitivo

La triade variazione-polifonia-piccola composizione non è un ornamento stilistico, ma la spina dorsale della forma romanzesca di Kundera. Tra queste, la variazione resta il nucleo generativo: assicura la ricorrenza e, al tempo stesso, la trasformazione dei motivi. Ogni ritorno non è ripetizione, ma metamorfosi: il tema resta riconoscibile, pur assumendo nuove tonalità, come accade nella musica.

La polifonia e la piccola composizione non fanno che sostenere questo movimento: la prima garantisce l’uguaglianza delle voci, evitando che una narrazione unilineare imponga una verità unica; la seconda calibra scala e densità, permettendo di contenere in strutture brevi una ricchezza tematica inesauribile. Insieme, questi dispositivi trasformano il romanzo in una partitura conoscitiva: non più un percorso lineare verso un traguardo, ma l’abitazione di un territorio problematico, da esplorare in tutte le sue pieghe.

Kundera stesso, evocando l’immagine della strada di montagna percorsa da Agnès nell’Immortalità, invita il lettore a rallentare, a sostare, a osservare il paesaggio che muta a ogni passo. La bellezza del romanzo non sta nella corsa verso una rivelazione finale, ma nel ritorno variato ai medesimi temi, che si illuminano di volta in volta in maniera diversa. La variazione è, in ultima analisi, il metodo per affrontare l’ambiguità dell’esistenza senza ridurla a schema interpretativo o a verità univoca, trasformando la molteplicità in figura e dando al romanzo la sua irripetibile musicalità.

  1. Questo estratto è tratto dalla tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Velocità e oblio, lentezza e memoria: l’arte della digressione in Milan Kundera, discussa presso Sapienza Università di Roma nel settembre del 2025: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta (oltre al Prof. Gaetano Lettieri), correlatore il Prof. Ludovico Battista.
  2. M. Kundera, L’arte del romanzo, Milano, Adelphi, 1988, pp. 221-22.
  3. Soprattutto L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Il sipario.
  4. M. Kundera, I testamenti traditi, Milano, Adelphi, 2010, p. 162.
  5. Ibidem.
  6. M. Kundera, L’arte del romanzo, op. cit., p. 109.
  7. M. Kundera, Nota dell’autore per l’edizione ceca de ‘L’immortalità’, in «Riga», 20, p. 249.
  8. M. Kundera, I testamenti traditi, op. cit., p. 162.
  9. Ibidem.
  10. F. Ricard, Lo sguardo degli amanti, in «Riga», 20, op. cit., p. 312.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Ziette, bambinacce, nipotini equivoci. Una rilettura delle “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi

Author di Massimo Scotti

Un uomo non è del tutto sé stesso

quando parla in prima persona:

dategli una maschera, e vi dirà la verità

(O. Wilde)

«Veramente non è mio zio».

«Non lo sono mai, cara».

Così una timida e onesta Julia Roberts, nei panni di Vivian Ward, cerca di spiegare un’ambigua situazione alla commessa della boutique da cui si sta servendo. Ma non ce n’è bisogno: esperta di queste cose, la saggia ragazza che lavora a Rodeo Drive sa benissimo che il signor Edward Lewis (Richard Gere) non ha nipoti, bensì, come molti affaristi miliardari, solo belle accompagnatrici passeggere.

Il notissimo film, Pretty Woman (1990)[1], mette in luce abitudini e costumi di un tempo – niente affatto lontano – in cui le escort venivano ancora chiamate “puttane” e dovevano passare per “nipoti” se i loro clienti avevano l’ardire di mostrarle in pubblico, cosa non molto diversa da quella che accadeva ancora qualche decennio fa alle coppie omosessuali maschili: il bel giovanotto spuntato dal nulla al fianco del suo amante più maturo andava presentato come un parente lontano (preferibilmente un “nipote”, appunto).

“Zio”, d’altra parte, è ancora oggi il termine confidenziale con cui si insegna ai bambini a chiamare un caro amico di famiglia; nel Sud italiano era inoltre un modo per designare una persona importante nella comunità – un ecclesiastico, un politico ecc.

Ma la “zia”, al femminile, era anche l’appellativo malizioso, non del tutto scomparso, per indicare l’omosessuale maschile, di solito passivo. Deriva direttamente dal francese tante, con lo stesso significato, attestato già in Balzac (Splendeurs et misères des courtisanes, 1838-1847). E sono “zie”, guarda caso, quelle che accolgono in casa loro il nipotino preadolescente nel romanzo Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, pubblicato nel 1934, quindi – attenzione – in piena epoca fascista. Niente di male. Poco di strano. Si aggiustavano così, spesso, le situazioni familiari difficili e ingarbugliate. Invece di abbandonare i nipoti all’orfanotrofio, i parenti più stretti si prodigavano per offrire una nuova famiglia ai figli di congiunti prematuramente scomparsi.

Ora, se noi proviamo a leggere questo romanzo palazzeschiano in un’ottica un po’ diversa dal consueto, rischiamo di scoprire qualche verità nascosta e un intero sottotesto fatto di allusioni, reticenze significative e non detti strillanti.

Per esempio, le “zie” del romanzo potrebbero non essere letteralmente delle “zie” ma bensì, metaforicamente, “anziani omosessuali maschi alle prese con una giovane marchetta”. E con questo ragazzo, generosamente mantenuto e vezzeggiato, sempre nella peculiare “realtà” della metafora, si crea così una famiglia del tutto anomala e profondamente bizzarra, dotata, com’è d’altra parte ogni famiglia, di specifici e singolari equilibri e squilibri. Parafrasando il celeberrimo esordio dell’Anna Karenina tolstojana, si potrebbe dire che “Tutte le famiglie ‘normali’ sono uguali, ogni famiglia queer è anormale a modo suo” per poi aggiungere, con la saggezza della Nonna in Mine vaganti di Ferzan Özpetek, «Uh, ‘normale’: che brutta parola!».

L’ipotesi è tutt’altro che pretestuosa. Dovrebbe essere introdotta da un’ampia premessa per spiegare chi era Aldo Palazzeschi, scomparso esattamente cinquant’anni fa, al quale chi scrive dedica questa rilettura della sua opera più nota: Sorelle Materassi, appunto. Raffinatissimo dandy fiorentino, estraneo a ogni milieu, eteroclito, disinvolto, sotterraneamente anarchico, si era accostato al Futurismo in gioventù, per entusiasmo e illusione di forza, novità, modernità, per poi distaccarsene forse con segreta, senz’altro sottaciuta, delusione.

In piena epoca fascista, quando la censura è particolarmente vigile e intrusiva (tanto da bloccare un romanzo come Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, uscito nel 1938, quattro anni dopo Sorelle Materassi)[2], Palazzeschi sceglie allegramente linguaggi criptati per dire le proprie verità e parlare – solo a chi sa comprenderlo – di qualcosa che l’epoca littoria non intendeva neanche ammettere, concepire, definire come reale: l’omosessualità. E lo fa con piglio fantasioso, ironico, sardonico, irridente, lo stesso con cui amava comporre poesie allusive come I fiori[3] e costruire storie balzane come la fiaba “transgender” Il Re bello o il bislacco romanzo Stefanino[4], in cui un leggiadro adolescente rivela una propria surreale anomalia: la testa al posto dei genitali, e viceversa.

Ora, per comprendere il discorso che si propone, dovremmo seguire attentamente, passo dopo passo, le pagine di Sorelle Materassi. Lo faremo invece solo per sommi capi, partendo dal capitolo introduttivo, che è già un ottimo esempio delle tecniche non solo narrative ma anche “dissimulative” palazzeschiane.

Si tratta di un omaggio alla terra toscana: una descrizione, arguta e doviziosa, del suo splendido paesaggio. Qui Palazzeschi insiste molto sull’opposizione fra le eleganti colline e la pianura, l’aristocrazia antica delle alture e la rozza ruralità delle “terre basse”, come nel passaggio seguente: «Se in questa terra la collina vi tiene il posto della signora, e quasi sempre della signora vera, principessa, la pianura vi tiene quello della serva, della cameriera o ancella»[5]. Proseguendo nella lettura, scopriremo ben presto che la descrizione del paesaggio è sorniona e allegorica: le colline altere rappresentano le Materassi, opposte ai villici, ai contadini, alla gente del loro paese, sorta di coro greco sempre attivo, presente e vociante nella tragicommedia delle due sorelle. Quindi, il panorama spaziale che ci è offerto da Palazzeschi è tutt’altro che esornativo: riprende la consuetudine ottocentesca in cui l’inizio di un romanzo presenta una descrizione dell’ambiente in cui si svolgerà la vicenda, ma non solo; la duplicità del paesaggio riflette il contrasto deciso fra il carattere delle Materassi e quello dei loro compaesani.

Non certo ricche ma molto benestanti, le sorelle hanno costruito da sole la loro fortuna, perché i beni di famiglia accumulati dal nonno erano stati metodicamente sperperati dal loro padre gaudente, e ripristinati da loro grazie a un’intera vita di impegno lavorativo e privazioni. Quelle venture sono destinate a ripetersi, perché un altro congiunto arriverà a minare un equilibrio economico faticosamente raggiunto; ma per chiarire la situazione, e anche l’allegoria descrittiva, è inevitabile narrare almeno in sintesi la trama del romanzo, le cui protagoniste sono le quattro sorelle: Teresa, Carolina, Augusta e Giselda. Le prime due non si sono mai sposate, la seconda ha fatto un matrimonio miserando e l’ultima, la più giovane e bella, un incontro disastroso. Un fatuo bellimbusto l’ha conquistata, tradita e abbandonata. Costretta a tornare in seno alla famiglia d’origine, Giselda nutre un risentimento insanabile nei confronti degli uomini ma anche delle sorelle, che la trattano quasi come una serva. Non le perdonano le sue scelte sbagliate e non la coinvolgono nel loro lavoro, che le ha rese famose nel circondario:

Per meglio precisare le qualifiche, e per quanto il ricamo sia la loro vera specialità, per la quale godono fama vastissima e solida reputazione, dirò che le sorelle Materassi sono ufficialmente, come si legge in testa alle loro fatture, delle cucitrici di bianco:

Sorelle Materassi

Cucitrici di bianco – Corredi da spose[6].

Questo lavoro è sostanzialmente l’unica ragione di vita, per Teresa e Carolina: claustrali artigiane dedite ai telai per la maggior parte del loro tempo, non concedono sosta alla loro fatica. Le aiuta nelle faccende domestiche Niobe, fedelissima inserviente, che le stima, le protegge e sa comprendere la loro delicata condizione di vecchie donne sole. Anche lei è stata tradita, e per ben due volte costretta a subire gravidanze indesiderate, ma, invece di detestare i traditori, nutre ancora, per il sesso maschile, un trasporto goloso e mai sopito.

In un’esistenza monotona come quella che si trascina nel paese di Santa Maria a Coverciano piomba come un meteorite l’inattesissimo arrivo di un uomo: è il nipote Remo, figlio di Augusta, la sorella prima trasferita col marito «in Ancona»[7] e poi prematuramente scomparsa. Le sorelle non pensano nemmeno per un attimo di lasciarlo solo. Né possono prevedere le conseguenze di una caritatevole adozione, perché il bambino, poi adolescente e poi ancora smagliante giovanotto, le porterà alla rovina.

Le trasformazioni portate da Remo nella vita di famiglia sono accuratamente analizzate da Palazzeschi come conseguenza diretta delle personalità di queste donne solitarie, che – attenzione, di nuovo – sono abituate a indossare maschere. E nella figura di Remo si potrebbero individuare alcuni tratti futuri del misterioso ospite che arriva in una famiglia solo per sconvolgerla con la sua dionisiaca presenza, nel film Teorema di Pier Paolo Pasolini, uscito nel fatidico anno 1968.

Bisogna andare, però, con ordine e spiegare punto per punto ciò che accade, iniziando magari da una questione che forma il sottotesto più tenace del romanzo di Palazzeschi: il contrasto del maschile con il femminile.

Più volte, e con molteplici dettagli, l’autore sottolinea la femminilità rattenuta delle sorelle Materassi. È un aspetto fra i più complessi nella fisionomia dei personaggi, quella componente muliebre che soprattutto Teresa e Carolina lungo il corso della loro intera esistenza hanno nascosto, soffocato e inaridito. Forzatamente vergini e mai spose, si sono trasformate in vestali del ricamo e degli indumenti intimi femminili. Cuciono, tessono e infiorettano mutandine, sottovesti, camicie, corredi nuziali che non indosseranno mai. La loro biancheria è rozza, spartana, tutt’altro che vistosa, tanto quanto quella che le loro mani confezionano per nobildonne e ricche borghesi dei dintorni è raffinata, lussuosa, alla moda, delicatamente o sontuosamente adorna, provocante e pregiata: le Materassi rendono desiderabili con i loro orpelli i corpi altrui.

Non esprimono la loro grazia femminile ma, anzi, la reprimono. In questa insistenza nel sottolineare il modo in cui castigano il loro aspetto e i loro istinti si può intuire un parallelo con la necessità sociale di nascondere pulsioni e apparenze che gli omosessuali avevano in quel tempo: le sorelle Materassi diventano così, si può dire, proustiane baronesse di Charlus. Come nella Recherche l’aristocratico personaggio nega e cerca in ogni modo di occultare l’evidenza della sua effeminatezza, così Teresa e Carolina puniscono e fiaccano con ogni mezzo le loro sembianze di donne.

Proprio come il barone, però, che nel più protetto segreto dà sfogo ai propri desideri focosi, anche le sorelle si concedono, almeno una volta alla settimana, la domenica pomeriggio e fino a sera, un’esplosione di civetteria. Si agghindano in modo inconsulto e si mettono alla finestra per vedere e commentare la passeggiata galante dei compaesani, mentre rievocano le loro avventure amorose ormai antiche, fra ingigantimenti e miraggi, proprio come fa la Perpetua manzoniana, istigata da Agnese, nell’ottavo capitolo dei Promessi sposi.

Ora, la trasparenza della messinscena di Palazzeschi è qui definita: le due “zie” sono trasposizioni letterarie delle “zie” maschi, che soprattutto nell’Italia fascista non potevano far altro che nascondersi. E tutta la narrazione lo rivelerà, soprattutto se pensiamo che troppo spesso i legami – affettivi, di dipendenza, passionali, in una parola “erotici” – si sono basati soprattutto sullo scambio di denaro (in tempi più lontani come in quelli più vicini)[8].

Remo, pur avendo i gusti raffinati, la disinvoltura e il fascino dell’escort di lusso, o meglio ancora del bel gigolo alla Richard Gere, si comporta, alla fin fine, come un tipico “marchettaro”. Sfrutta le zie, ha pretese impellenti e continue, le chiama «le mie scimmie ammaestrate». E loro cedono a ogni sua richiesta, al punto da firmare una cambiale. Il gesto è l’emblema di una resa. La rovina economica che seguirà è la stessa che la famiglia ha già vissuto a causa del padre di Teresa e Carolina, festaiolo e prodigo, viveur e fannullone. Anche questo elemento, insieme genetico e frutto del destino, è un riflesso dei rapporti instaurati all’interno del nucleo familiare di casa Materassi.

Appena arrivato a Coverciano, Remo è poco più che un bambino, ma già dotato di un suo charme nascosto, benché, forse proprio per questo, ancor più suadente e malioso: nessuna delle donne sa resistere ai suoi incantevoli silenzi, tranne Giselda, che avverte il pericolo del maschio seduttivo che conquista subito le due sorelle e più ancora Niobe, complice adoratrice del ragazzo, il quale porterà anche lei alla rovina.

Crescendo, Remo è sempre più viziato e potente, dispone del patrimonio delle due lavoratrici senza parsimonia, sicuro di veder soddisfatto ogni capriccio. Soggioga le donne di famiglia senza concedersi, offre le labbra ai baci colpevoli delle zie come se quelle parti del suo corpo fossero oggetti che non gli appartengono, perché capisce fin troppo bene che sono miraggi dei loro desideri mai appagati e perciò ancora più focosi, insaziabili. Si comporta come un “ragazzo di vita” sfrontato, indifferente e irresistibile; il denaro che spilla alle zie per soddisfare ogni sua voglia è il prezzo che le sorelle pagano per le loro brame proibite.

Si instaura così uno strano equilibrio, che non può comunque reggere a lungo, e verrà infatti spezzato. Ma questo più tardi, solo nella piena giovinezza di Remo. Fin dall’inizio, stupisce le zie e le fa indignare, non tanto per il suo comportamento da sfruttatore quanto per la scelta delle sue amicizie, che Teresa e Carolina giudicano imperdonabilmente vergognosa. Questo è un nuovo rivolgimento nella vicenda, una piega della storia che arriva all’improvviso, confermando la nostra ipotesi iniziale e offrendole inoltre un risvolto complicato, rivelatore ma, in fondo, logico e consequenziale.

Fra tutti i coetanei del circondario, che annovera anche ragazzi benestanti, quasi aristocratici, insomma, “dabbene”, Remo sceglie un unico amico inseparabile, che proviene però addirittura dal sottoproletariato. Doppio affronto. Non solo il ragazzo sembra far convergere su di lui ogni sua capacità affettiva, tradendo così l’amore delle zie, ma l’amico è a tutti gli effetti un impresentabile. Vive da solo con la madre vedova in condizioni di estrema povertà. Non ha alcun tipo di distinzione sociale, non appare più intelligente, svelto o brillante degli altri, è semplicemente il compagno ideale di giochi, scorribande, avventure, e forse anche loschi traffici. Tutti conoscono Palle (questo è il suo soprannome), e tutti lo disprezzano. Nessuno ricorda nemmeno più come si chiama davvero: «Se qualcheduno lo avesse chiamato Belisario, era il suo vero nome, con tutta sicurezza non avrebbe risposto, o ci sarebbe voluto uno sforzo per farglielo ricordare»[9].

Palle però possiede qualcosa di misterioso che svela le intenzioni, consce o inconsce, di Remo:

La faccia pallida, dall’apparenza impubere malgrado i suoi ventidue anni, lasciava luccicare sovente rade e tenui pagliuche d’oro intorno ad un sorriso come gli occhietti, buono e furbo insieme. Ma sopra ogni cosa risaltava dalla sua figura la forza fisica e la tranquillità virile, attraverso quel dondolamento che celandone l’energia e l’ardore lo faceva apparire indolente[10].

Forza fisica e tranquillità virile: l’amico inseparabile di Remo ha i connotati di un giovanotto mascolino e a suo modo attraente, adolescenziale nell’aspetto, che dissimula «l’energia e l’ardore». Con un ragazzo dal nome così comico e rivelatore, il nipote delle Materassi instaura quello che a tutti gli effetti si può considerare, con gli occhi di oggi, un bromance, l’unione maschile che va oltre le regole[11] e nasconde – in un accordo reciproco, consenziente e vicendevolmente appagante – le proprie implicazioni erotiche, altrimenti inesprimibili. È, in sostanza, un soddisfacente compromesso fra pulsioni omosessuali da tenere a bada, o nascoste, e apparenze da rispettare, per non essere derisi.

Ci troviamo dunque di fronte, nel romanzo, a una seconda situazione di queer kinship[12]: le anziane sorelle nubili adottano un bel nipote maschio seduttivo, che risveglia le loro smanie sopite (prima situazione)[13]; tale nipote individua in un ragazzo socialmente inferiore a lui, e in parte marginalizzato nel suo ambiente[14], “l’amico ideale”; il legame fra i due diventa ben presto inscindibile (seconda situazione).

E non è finita. Remo si comporta come un marchettaro di lusso[15]. Ben lontano dal carattere (ma anche dalle concessioni di sé) delle belle etere otto-novecentesche, condivide comunque con loro l’avidità di denaro, il gusto per i piaceri e il cinismo. Sa che il suo potere consiste nel desiderio che suscita, e che lascia sempre inappagato. I rapporti che stabilisce con le sue donne adoranti (non con l’amico Palle) sono basati su fattori economici; offre non sé stesso ma la propria immagine, e chiede in cambio tutto: denaro, dignità, amor proprio; non si cura affatto di portare le zie alla rovina. Non è nemmeno una figura negativa: è semplicemente amorale. O, meglio, è consapevole dell’immoralità delle pulsioni che risveglia, e del fatto che i rapporti economici sono intrinsecamente immorali. Per questo, con una certa coerenza, sfrutta la situazione a proprio vantaggio, con la sfrontatezza dell’ideale maschile littorio (del fascismo, peraltro, non si parla mai nel romanzo, ambientato in un’epoca precedente alla composizione, quindi dal 1918 in poi).

La sua vita sessuale è misteriosa; vi si allude, con espressioni velate, descrivendo in parallelo quella del suo amico fidato, che è – per quanto ci viene narrato – del tutto assente. Sappiamo solo che, a un certo punto, dopo un’ambigua relazione con una matura e danarosa contessa russa, Remo mette incinta una ragazza. La scarsa importanza che dà alla cosa contrasta con lo sconvolgimento che la faccenda provoca in famiglia; sarà Niobe a salvare le padrone dallo scandalo. La malcapitata fanciulla sarà indotta a un matrimonio riparatore, dopo un doloroso addio.

E pare che la Laurina, una sera, pochi giorni prima di sposarsi, fermasse Remo sulla via, per un’ultima spiegazione; ma del dialogo, brevissimo, corso fra i due, conosciamo soltanto le ultime battute che un colpo di vento volle portare fino a noi:

“Verrai qualche volta a prendere la gardenia da me?”.

Senza accorgersene egli rispose esattamente come aveva risposto alla contessa sportiva quando gli aveva chiesto se avesse trovato di quelle che danno tutto per nulla: “Eh… chi lo sa… forse”[16].

La sistemazione di Laurina è costata alle zie un’ipoteca di cinquantamila lire sulle case; altre somme ingenti verranno spese per ulteriori capricci di Remo, fra cui un’automobile sgargiante; si verrà a sapere che ancor prima Niobe ha dato fondo ai propri risparmi per comprargli una motocicletta. Le tre donne e Giselda saranno ridotte letteralmente alla fame.

Un altro colpo di scena, una terza queer kinship che si profila, sotto l’apparenza di una normalità consolidata: da uno dei suoi viaggi, Remo manda la notizia ferale. Sposerà una ricchissima ereditiera americana, Peggy.

La sua nuova condizione, prima di fidanzato e poi di sposo, che gli assicurerà sovrabbondanza di denaro liquido (il padre di Peggy è un generoso milionario) non gli suggerirà in alcun modo di aiutare finanziariamente le zie che ha ridotto in miseria. Dopo un fastoso matrimonio le lascerà sole. E le poverette, più che pensare alla loro povertà, si concentreranno sull’idea del tradimento. Remo le ha abbandonate. Solo questo conta, solo questo le fa soffrire. Ma nutrono caparbiamente una certezza: «Lui non l’ama». Si è sposato con Peggy solo per interesse; forse hanno ragione, forse no. Fatto sta che l’unione con la giovane e splendida americana ha risvolti misteriosi, perché non è solo a due, ma comprende anche l’amico del cuore di Remo:

A un certo punto Remo, lasciando il suo posto col bicchiere in mano, ed essendo giunto all’altra estremità della tavola, disse: “Salute, Palle!” tendendogli il bicchiere. Palle prese il suo e lo batté appena con quello dell’amico a testa bassa e senza rispondere; quindi Remo, messa la mano in tasca, ne trasse un librettino azzurro che gettò sulla tovaglia al posto del giovane. Era il passaporto per l’America. Fu un grido unanime, l’intera sala esplose: in America anche Palle! Ma Palle non ebbe un segno nel suo corpo che rivelasse l’interiore sentimento: la sorpresa, la contentezza o la commozione; prese il libretto dalla tovaglia e lo ripose in tasca nel modo che si pone la scatola dei cerini dopo averla prestata al proprio vicino per accendere una sigaretta.

Empossible senza de Palle!” disse Peggy superando il frastuono, mentre il gruppo degli amici si riversava su di lui abbracciandolo, sollevandolo in trionfo e portandolo in giro per la sala: “In America anche Palle!”.

Ma certemente” ripeteva Peggy al colmo della felicità: “senza de Palle noi non se può far niente[17].

Ménage à trois? Relazione torbida? Peggy come semplice copertura di una brotherhood maschile, più importante di qualunque “relazione regolare”? La bisessualità è parte integrante della vita dei prostituti, come lo era per le grandi cortigiane della Belle Époque: quindi, niente di strano. Una fra le caratteristiche precipue – e più antiche – di ogni demi-monde è la queerness in cui tutte le distinzioni fra generi, desideri, inclinazioni, ambiguità, irregolarità si intrecciano, sfumano si confondono.

Cosa resta alle zie e a Niobe della loro vita con Remo, degli innumerevoli sacrifici consumati sull’altare della bellezza? Quel che è più giusto, in qualche modo coerente: la permanente suggestione della sua immagine; e così si ritrovano, digiune, con le credenze vuote, ma con la grande tavola da lavoro completamente ricoperta dalle sue fotografie, che contemplano insieme, in preda al fuoco cinerino dei ricordi; la più grande delle fotografie, la più scollacciata, quella che era stata spedita a Niobe da una vacanza in località di mare, sarà ciclopicamente ingrandita e campeggerà per sempre nel salone, dove le sorelle riprenderanno il loro lavoro senza sosta, non più per nobildonne e altoborghesi, ma per le contadine del circondario.

Un finale malinconico, certo, ma non privo di un certo appagamento fantasmatico. È lo spettro del desiderio colpevole, della condanna morale, quello che Remo rappresenta in costume da bagno provocatoriamente succinto. Desiderio e condanna che le zie hanno vissuto ed espiato. È anche, in qualche modo, la palma orgogliosa del loro martirio.

E, quel ritratto ammiccante, non lo espongono con vergogna. È un gesto insieme purgatoriale e saturo di rivalsa, un paradossale trionfo, una dichiarazione d’amore postuma e anche in qualche modo una ricompensa, perché dopotutto hanno creduto e contribuito alla costruzione di una felicità, egoistica e sprezzante com’è sempre, in fondo, il senso della felicità nella giovinezza[18].

 

  1. Pretty Woman, di Gary Marshall, USA 1990, soggetto e sceneggiatura di J. F. Lawton, Silver Screen Partners, Touchstone Pictures, fotografia di Charles Minsky, montaggio di Priscilla Nedd e Raja Gosnell, musiche di James Newton Howard, costumi di Marilyn Vance, con Richard Gere, Julia Roberts, Ralph Bellamy, Jason Alexander, Laura San Giacomo et al.
  2. Il bellissimo romanzo, agli occhi di oggi del tutto innocuo, subì alla sua uscita la persecuzione della censura. Nella mentalità fascista la descrizione di figure femminili “non canoniche” né identificabili unicamente con i loro ruoli all’interno di una struttura familiare borghese e patriarcale suscitava scandalo. L’autrice ne subì le conseguenze e fu condannata anche a una – seppur breve – detenzione. Cfr., fra varie testimonianze, Loreta Minutilli, Alba de Céspedes e lo scandalo della scrittura, in “Il rifugio dell’ircocervo”, 11 marzo 2021, https://ilrifugiodellircocervo.com/2021/03/11/alba-de-cespedes-e-lo-scandalo-della-scrittura/, ma anche Ginevra Amadio, Non più ruoli ma donne: Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, in “FrammentiRivista: il mondo con gli occhi della cultura”, 17 novembre 2015, https://www.frammentirivista.it/nessuno-torna-indietro-alba-de-cespedes-analisi/.
  3. Divertentissima, sboccata, incredibilmente libera, è la cronaca, anche piuttosto esplicita, di un battuage. La interpreta nel suo modo usualmente impagabile Paolo Poli: cfr. https://www.google.com/search?q=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&oq=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&aqs=chrome..69i57j33i160l4.7826j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8#fpstate=ive&vld=cid:46af43b5,vid:ZjfV9FVLbUw,st:0 Si tenga presente che “fiori”, come nel francese fleurs (femminile), è un altro termine relativo all’omosessualità maschile (ampiamente usato già ai tempi di Palazzeschi).
  4. A. Palazzeschi, Il Re bello, nella raccolta a cui dà il titolo, Firenze, Vallecchi, 1921, poi, con la doppia maiuscola, Il Re Bello, in Id., Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 1957, quindi in Id., Le novelle, a cura di G. Tellini, “Edizioni scientifiche di opere palazzeschiane”, Milano, Mondadori, 2023, tomo I, pp. 9-35. La storia è quella di un erede maschio al trono troppo a lungo vanamente atteso; la dodicesima figlia del sovrano sarà fatta passare per un uomo, un po’ Papessa Giovanna e un po’ Lady Oscar. Il romanzo è Stefanino, Milano, Mondadori, 1969.
  5. A. Palazzeschi, Sorelle Materassi [1934], Milano, Mondadori, 1990, p. 6.
  6. Ivi, p. 18.
  7. La particolarità dell’espressione, che differenzia questa città da tutte le altre, mette in soggezione le sorelle quando dovranno recarvisi in occasione della malattia di Augusta, che poi morirà. Il dettaglio, gustosamente analizzato nelle pagine del romanzo, spiega molto bene la psicologia di Teresa e Carolina, morbosamente attaccate alle loro abitudini, ai loro luoghi, e soprattutto alla routine lavorativa, che le possiede e le domina. In realtà, poco tempo prima, erano state a Roma, ricevute in udienza privata dal Papa in persona. I due viaggi sono adeguatamente confrontati da Palazzeschi e svelati nel loro significato simbolico: l’incontro con il Sommo Pontefice rappresenta la santificazione del duro lavoro artigianale delle sorelle, mentre la visita anconetana sarà l’inizio del loro itinerario purgatoriale. In entrambi i casi sarà proprio il lavoro – assiduo e purificatore – il protagonista delle vicende narrate, nonché il rimedio all’umana miseria. Si potrebbe arguire una sorridente morale espressa in trasparenza dall’autore: il lavoro è la panacea di ogni passione; ma, a parte la scrittura, Palazzeschi, da buon ricco di famiglia, non lavorò mai.
  8. Questo ovviamente si può dire soltanto in relazione all’epoca moderna – successiva alle rivoluzioni industriali – e all’ambiente borghese. Dimenticata l’esperienza della civiltà ellenica, con i suoi rapporti fra erastès ed eròmenos sanciti, vincolati e controllati dalla società, appartiene al passato anche la condizione dei favoriti reali e nobiliari: l’era capitalistica si basa su legami eteronormativi che assicurano la perpetuazione della proprietà ed escludono ogni tipo di “trasgressione”. Proprio dall’ideologia del capitale sono provocati i rapporti di sudditanza e di sfruttamento reciproco, per le coppie irregolari, specialmente se condizionate anche dalle differenze di età fra i partner: rapporti fondati appunto sul mercimonio.
  9. Ivi, p. 122.
  10. Ivi, pp. 121-22.
  11. Sulla parola, composta dai due termini inglesi brother, ‘fratello’, e romance, ‘relazione amorosa’, si veda la voce relativa sul sito dell’Accademia della Crusca, che a mio parere pecca soltanto per una tendenza moralistica, definendo il rapporto «di natura non sessuale». Questo non è vero, e lo si sa, dal momento che il bromance non esclude affatto episodi di bud sex, ‘sesso fra amici’, altro tipo di attività erotica che cerca maldestramente di camuffare o di escludere le proprie componenti omosessuali: cfr. https://accademiadellacrusca.it/it/parole-nuove/bromance/23528.
  12. La queer kinship, ‘parentela queer’, è così definita nel Vocabolario Treccani (Neologismi 2023): «Comunità di persone che, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dall’orientamento sessuale, vivono insieme per scelta e sono legate da affinità affettive, sentimentali e dalla condivisione delle attività».Cfr.: https://www.treccani.it/vocabolario/neo-famiglia-queer_(Neologismi)/.
  13. Un’altra forma di queer kinship è quella rappresentata, stavolta in modo amaro e dolente, nel romanzo palazzeschiano I fratelli Cuccoli (prima edizione: Firenze, Vallecchi, 1948; poi in A. Palazzeschi, I romanzi della maturità, Milano, Mondadori, 1960, quindi in Id., Tutti i romanzi, sempre Milano, Mondadori, 2004). Qui il cinquantenne Celestino Cuccoli decide di adottare quattro ragazzi che lo feriranno con la loro avidità e il loro egoismo. Composto in dieci anni, fra ripensamenti e difficoltà, il testo è molto più esplicito di Sorelle Materassi, anche perché le pulsioni segrete del protagonista, che si trasformano in desiderio di paternità (mentre l’idea di maternità è del tutto assente nel romanzo del 1934), sono narrativamente contrapposte alla libertà erotica vissuta ed esibita da un altro personaggio, Fofo, lesbica attiva e vorace, incurante delle convenzioni sociali, che non nasconde affatto la propria sessualità predatoria e sfrontata.
  14. Vengono in mente, a tale proposito, le parole con cui Christopher Isherwood definiva i legami omoerotici “ammessi” dalla società in cui viveva: per lui giovane benestante, di classe elevata, era possibile e in qualche modo lecito avere un compagno, ma solo se di livello inferiore, preferibilmente minore d’età e straniero. Questo forse per giustificare il rapporto come una sorta di afflato caritatevole, educativo e filantropico che riproduceva a suo modo gli antichi ideali ellenici racchiusi nel concetto di “amore platonico”.
  15. La sua condizione è quella abilmente descritta da Rainer Werner Fassbinder nel film Lacrime amare di Petra von Kant (Die bitteren Tränen der Petra von Kant), del 1972, adattamento della pièce dello stesso autore, poi ripresa ed esplicitata da François Ozon in Peter von Kant (2022). Un riferimento palazzeschiano potrebbe essere il Bel-Ami di Guy de Maupassant (1885).
  16. A. Palazzeschi, Sorelle Materassi, op. cit., p. 208.
  17. Ivi, p. 269.
  18. Richiederebbe una trattazione a parte il magnifico sceneggiato che la RAI aveva tratto dal romanzo nel 1972, con i migliori interpreti dell’epoca: programmazione piuttosto temeraria per una RAI che oggi consideriamo – a torto – solo perbenista e democristiana. Sorelle Materassi, con la regia di Mario Ferrero e la sceneggiatura di Luciano Codignola e Franco Monicelli, fu trasmesso dal Programma Nazionale (poi RAI 1) in prima serata e in tre puntate: 24 settembre, primo e 8 ottobre; alla supervisione collaborò Palazzeschi stesso. Sarah Ferrati interpretava Teresa, e Rina Morelli, Carolina. Nora Ricci era Giselda e Ave Ninchi Niobe. Remo era uno splendido e giovanissimo Giuseppe Pambieri. Lo sceneggiato non era, però, la prima trasposizione cinematografica del romanzo, perché già nel 1944 era uscito un film diretto da Ferdinando Maria Poggioli, con le celebri sorelle Emma e Irma Gramatica nonché Massimo Serato e altre dive dell’epoca: Clara Calamai (nel ruolo di Peggy) e Paola Borboni (la principessa russa amante di Remo).

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)

Immaginario migrante e lessico d’infanzia. Storia di un’inaspettata corrispondenza nell’idea di scrittura di Adrián N. Bravi

Author di Alessandro Gaudio

Me l’aveva detto mio padre: «Dovresti imparare daccapo una lingua, così puoi pensare e sognare senza il ricordo di quelle vecchie parole. Nuova lingua, nuova libertà». È stata la prima volta che gli ho dato ragione[1].

Il concetto di immaginario verbale, spesso riconducibile alla sfera dell’infanzia o a quella del migrante, non è disgiunto da una disposizione interpretativa che consentirebbe di comprendere meglio il mondo che ci circonda, quello nel quale si è stati accolti così come quello che, crescendo o spostandosi, si è lasciato alle spalle. Il tentativo stesso di recuperare la sfera linguistica originaria, anche quando risulta frustrato dalla distanza e dai difetti della memoria, permette di determinare una linea di fuga, un’utile variazione che intacca l’omogeneità del nostro sistema linguistico ed ermeneutico di riferimento: «Non parlare come un irlandese o un rumeno in una lingua diversa dalla propria – scrive il filosofo francese Gilles Deleuze in una riflessione citata in un saggio che Adrián Nazareno Bravi, scrittore argentino ma trasferitosi in Italia nell’estate del 1987, ha pubblicato nel 2017 e intitolato La gelosia delle lingue –, ma, al contrario, parlare nella propria lingua come uno straniero»[2]. Ecco, in definitiva, l’origine di una visione contaminata, plurale, che fruisce, lungo tutta la produzione dello scrittore italo-argentino, di correnti carsiche, spesso inconsce, che si alimentano l’una con l’altra in modo che, pur cambiando registro, la maniera originaria di vedere il mondo non si perda mai del tutto: «Io parlo la mia lingua madre, lo spagnolo, in italiano», spiega Bravi in un’intervista del 2009[3].

La distanza, o il limite che dir si voglia, consente di maturare una certa visione che, paradossalmente, avvicina al posto che si è lasciato, al tempo che si è vissuto. Ma, al di là della pur importante questione della lingua, è a proposito della scrittura che il discorso qui presentato dice qualcosa: scrittura che, facendosi magia, invenzione, oblio e ossessione, non è soltanto corpo grammaticale o ricordo, divenendo anche un acceleratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo.

Magia e infanzia

Qual è il significato che hanno le parole la prima volta che le si ascolta durante l’infanzia? Magari si pensa che ne abbiano uno preciso e invece, poi, ne rivelano un altro. Ad ogni modo, l’infanzia è il tempo delle parole inventate. Il suo luogo è l’immaginario, dove le parole “si vedono”. Nell’immaginario le parole servono a delineare il nostro mondo e contribuiscono a cogliere il nocciolo delle cose. Lingua e mondo sono dunque intrecciati come un monogramma.

Il lessico abborracciato dei social network, quello emozionale della promozione commerciale o quello burocratico delle istituzioni separano dal nocciolo delle cose. Come quando, per troppo tempo, si sta in un certo luogo, e le chiacchiere della gente influiscono sull’immaginario verbale e non consentono più di far riferimento a sé stessi. Infatti, nominare l’esistente significa percepire la distanza che separa i nomi che ci si abitua a dare alle cose, il mondo vero fatto di parole, dalla prima sensazione che suscitano in noi. Tale mondo vero è riconducibile all’infanzia che, con i primordi dell’umanità, ha in comune l’effetto magico dell’uso della parola.

La concomitanza tra infanzia e magia si può cogliere appieno nell’Albero e la vacca, rivisitazione del racconto d’infanzia e stravolgimento della favola morale; in Verde Eldorado, storia della maturazione e degli inattesi cambiamenti del giovane Ugolino, e in più d’uno dei racconti inclusi nelle Variazioni straniere, raccolta pubblicata nel 2015. Ad esempio, in L’albino e il tumuto si può apprezzare la distanza che separa un’età dell’uomo dall’altra quando si tratta di interpretare ciò che ci circonda. La medesima distanza può dividere i membri di una stessa famiglia oppure due popoli confinanti ed è estremamente difficile scoprirne le ragioni. Con una certa regolarità, quella distanza scinde le credenze del protagonista dalle sue intime convinzioni: «Io non ero tanto sicuro di quella faccenda dell’insetto [che lo ha punto alla nascita], ma ci credevo lo stesso»; oppure, poco più avanti, «Non capivo cosa avessi fatto per meritarla [una bastonata sulla testa], ma ci doveva essere una ragione»[4].

Anche quella legata alle parole e al loro uso è una magia del medesimo segno rispetto a quella che attiene alla tensione innata verso il misterioso e l’invisibile che caratterizza l’infanzia, quasi manifestazione di ciò che di ineffabile c’è nello spirito: lottiamo tutta la vita per liberarci dai vizi della nostra educazione, ma i vizi dell’educazione ci restano stampati sullo spirito e, poi, nelle parole che usiamo come tatuaggi. Non è detto che nel corso della vita adulta si riesca a dilavare questi tatuaggi dello spirito, finendo per indugiare sul confine tra il mondo precedente e quello che, col tempo, ci siamo costruiti o abbiamo dovuto raggiungere. Qui, siamo sempre a un passo dal capire le parole della nostra vita che, se non ci fosse altro oltre essa, non comprenderemo mai. Crescendo, si dimentica la strada per la fonte diretta della lingua, per quella lingua vera (o lingua madre) così distante dalla lingua falsa (o lingua padre) che non è la lingua nativa di nessuno, essendosi alienata in strutture patriarcali, legate al potere economico o a quello politico, ma che è pur sempre il teatro di tutti i conflitti che l’uomo si trova a vivere. Bravi, dal canto suo, usa quella che egli stesso suole definire “lingua figlio”, una lingua ormai sbiadita, ma che permette di guardarci dal di fuori, facendo sì che i nostri pensieri, così come il nostro stile di espressione, mantengano una certa autonomia.

Invenzione e ricordo

Però alcune parole (come se fossero piccole camere delle meraviglie) ci trattengono nell’incantesimo, nell’infanzia, ai primordi dell’umanità e della vita. È in esse che risiede la religione dell’infanzia, la sua propria spiritualità. Bravi sfrutta per bene la capacità della scrittura di far fronte alla labilità del nostro spirito e della nostra memoria: non è forse vero che molti ricordi non sono che semplici frasi sentite chissà dove? L’infanzia e la giovinezza sono legate indissolubilmente a frasi e parole che vanno a comporre un vocabolario dei giorni andati, ma che costella anche il presente e la sua unità.

Il va e vieni incessante tra la maturità e l’infanzia costituisce la struttura stessa di molte storie raccontate da Bravi e, ma è la medesima cosa, della sua realtà biografica, in modo che la stagione più tarda arrivi a combinarsi alla primavera della vita. Lo stesso va e vieni è alla base anche di quanto avviene nella prima delle Variazioni straniere, intitolata Dopo la linea dell’equatore: è la storia della traversata in mare di Franco Jarkiewicz che, ogni volta che viene raccontata, diventa sempre più avventurosa perché ognuno aggiunge un’osservazione, un particolare, ma nessuno, ignorando la realtà dei fatti, riesce a immaginare il destino dell’uomo. La frase pronunciata dalla madre Maria sin dalla sua infanzia, «cinque bambini morti buttati in mare»[5], ricorre per tutta la vita di Franco ed è una spia della fine che lo attende in mare, fuori da ogni frontiera, proprio nell’unico posto in cui, con paradosso soltanto apparente, riesce a non sentirsi uno straniero. Si tratta dello stesso posto dal quale Giuseppe Spadoni, ucciso dalla moglie da due o tre mesi, narra la storia della propria badante ucraina in Io, il badato: dall’altro mondo Giuseppe racconta gli accadimenti che lo hanno condotto oltre quello che è il limite per eccellenza dell’uomo.

D’altronde, la maturità, proprio in ragione della distanza che la separa dall’infanzia, deve fare i conti con una sorta di barriera che, talvolta, è linguistica. Nel tentativo costante di superarla e a prescindere dal successo di tale tentativo, attiviamo un meccanismo retrospettivo che quasi costringe i nostri occhi a prestare attenzione al passato. A salvarci è la pendolarità del rapporto tra gli agenti irritanti della maturità e l’autenticità dell’infanzia e della lingua che la contraddistingue con la quale chiunque deve fare i conti. La capsula del linguaggio – chiarisce il poeta e saggista russo Iosif Brodskij parlando della condizione dell’esiliato – non gravita verso la terra, bensì verso l’esterno, assecondando una propensione centrifuga che abbraccia, sì, il vuoto, ma che le consente di recuperare anche una certa vitalità interiore[6].

Dovendo fare i conti con una lingua a volte priva di infanzia, perché i colori e i sapori che la caratterizzavano erano espressi con altre parole, ecco che l’adulto, maturo ma esiliato, estraniato, è costretto a riscrivere la propria vita, a ridisegnare il proprio immaginario, ricucendo gli stralci di un tempo perduto, letteralmente inventando sé stesso giorno per giorno. Rovesciando la questione, è come se il ricordo fosse possibile unicamente nella finzione: il passato si rivela, così, una possibilità aperta all’interno della quale cercare di immaginare ciò che sarebbe potuto accadere. E allora la lingua dà una prospettiva. Tuttavia, questa autonomia di infanzia e maturità ci consente di disporre di una lingua minore, di una variazione all’interno di un sistema esperienziale che è bene che non sia omogeneo e che accorda la possibilità di parlare nella propria lingua, lo ha detto Deleuze, come se si fosse stranieri.

Oblio e possibilità

Insomma, è anche perdendo la lingua dell’infanzia che la facciamo nostra. Essa è ovunque e sfugge, nascosta in ogni parola e, anche se non la si raggiunge, è la stessa caccia che consente di cogliere la diversità, il malinteso, l’ordine temporaneo segnato anche dai limiti della memoria o dalle sue finzioni. È ciò che avviene con la mappa della lingua: si finirà mai di disegnarla, tra ciò che si nega e ciò che si accoglie da quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia? È probabile che nel linguaggio dell’adulto resti qualcosa persino del balbettio neonatale, ma è indubbio che l’atto dell’apprendimento linguistico presuppone una certa quota di oblio, qualcosa a volte perduto per sempre, ma che comunque continua ad avere un peso nel quotidiano di ognuno. Tanto il vocabolario quanto lo stile del parlare, che è il sistema nervoso dell’uomo, fruiscono della memoria e dei suoi guasti, ossia di ciò che, dopo qualche tempo, si finisce per inventare, per “romanzare” si dice, mescolando dentro di sé la verità e la menzogna ed esaminando, più che la realtà, l’esistenza, dunque non ciò che accade, ma il regno delle umane possibilità.

Adrian Bravi sa giocare molto bene sia con l’infanzia sia con la memoria e i suoi meccanismi di recupero e dispersione, e lo mostra in tutte le sue Variazioni. Lo fa, ad esempio, il protagonista-traduttore del Muro sulla frontiera, uno dei racconti meglio riusciti: ha una memoria prodigiosa che gli consente di ricordare alla perfezione persino il suono o la pronuncia di tutte le parole che sente, diversamente da quanto fanno i gendarmi che, là, vicino al muro, non si sforzano minimamente di comprendere alcunché. Trovandosi nella condizione di comprendere tutto, di non dimenticare nulla, il traduttore pure è al corrente del fatto che tutto ciò non ha la minima importanza e che non è dato sapere se mai qualcosa cambierà nella sua vita, se potrà superare finalmente la frontiera o dovrà restare sempre là. Anche Liborio, l’anziano protagonista di La figlia di Liborio e il suo cappottino rosso, deve fare i conti con gli scherzi della memoria: «magari non ricordiamo di avere un animale dentro casa e poi salta fuori un gatto che vuole la sua dose di carezze mentre stai seduto sul divano»[7]. Vuoti e pieni di memoria che spesso restituiscono particolari marginali o del tutto inconsistenti, ma che finiscono per influenzare il presente, magari celati dietro tic nervosi, ossessioni e piccoli segni. Persino le rondini, al centro dell’ultima delle Variazioni intitolata Gli espatriati (un brevissimo apologo più che un racconto), di stagione in stagione, anzi di generazione in generazione, maturano una specie di reazione atavica alle azioni di una signora di Loreto, conservando un riflesso che si protrae ben oltre la morte della donna.

In tutte le sue opere, Bravi gioca con i ricordi e dimostra di saper trarre un’indicazione anche dalla loro assenza, da ciò che viene rimosso. Come rimosso è ciò che resta sotto le acque del fiume che nell’Inondazione, romanzo del 2015, invade Río Sauce, fino a sommergere tutto il paese fin quasi ai tetti. Le acque separano il mondo sommerso, occulto e incomprensibile ma autentico, da quello in superficie, stonato, tormentato dagli insetti e percorso in barca da Ilario Morales, il protagonista, al quale restano pochi oggetti e pochissimi ricordi. Quelli che riguardano il padre, morto in una tempesta sul Golfo di Biscaglia quando aveva quattro anni, sono davvero limitatissimi: «C’era un’immagine però che non aveva dimenticato, una specie di immagine muta che ogni giorno vedeva muoversi a rallentatore come un vecchio film in bianco e nero»[8]. Morales, attraversando il suo mondo inondato, passato, cerca in qualche modo di conservarne memoria, di custodirlo, di ricomporre i frammenti di un mosaico che, in superficie, arriva molto spezzettato, in bianco e nero, nel presente. Quando le acque del fiume iniziano a ritirarsi, con tutto ciò che era svanito in fondo all’acqua alta ritorna a galla anche il rimosso, inducendo uno spaventato Morales a lasciare definitivamente Río Sauce.

Fino a che punto portiamo con noi le ferite che ci infliggono la natura e la storia? In quale lingua esprimiamo l’intimità, l’amore, la delusione? In quale altra i ricordi? E con quale intensità emotiva? Non sarà che gli oggetti smarriti, proprio in virtù della loro assenza, acquisiscono maggior vita rispetto a quelli archiviati, quasi intrappolati nella memoria? Magari, è il non-trovato che prende la forma delle sue possibilità, anche in virtù del fatto che può essere rinominato. Di fronte all’esilio – ammette Bravi scrivendo della vicenda di Adelaide Gigli, figlia del pittore Lorenzo Gigli che decise di lasciarsi l’Italia alle spalle nel ’31 alla volta dell’Argentina, per non compromettersi con il regime fascista – la parola è un po’ oscura. Nel corpo a corpo che Adelaide, come in misura diversa un po’ tutti, porta avanti contro l’oblio, contro la scomparsa della memoria e della lucidità, che parte riveste la lingua? È possibile crearsi un ritratto di sé che vada oltre ciò che siamo stati e che ricordiamo? Francisco Brines, un poeta spagnolo citato nelle ultime pagine di Adelaida, romanzo uscito quest’anno che Bravi dedica all’artista di origini italiane, ha le idee chiare sull’infanzia e il carattere più o meno permanente della sua impronta e chiude così un suo poema: «So che ho sentito il profumo di un gelsomino nell’infanzia un pomeriggio, e il pomeriggio non è esistito»[9]. Insomma, se il ricordo non fosse altro che una forma di finzione? È questa la domanda che torna con una certa insistenza in tutta l’opera dell’autore italo-argentino. Se, più semplicemente, esistesse una memoria prenatale, ossia una memoria che non ha a che fare con i ricordi, dovremmo prendere in considerazione l’esistenza di una zona buia della mente alla quale non riusciamo ad attingere e che, ugualmente, partecipa alla costruzione della nostra personalità e al racconto che ne facciamo. È per questa via che Bravi riesce ad andare oltre la sfera quotidiana, raggiungendo una sua verità ideale, incorporea, magari estranea o spostata, ma che, proprio in ragione di ciò, rivela le cose e dà loro un colore.

Ossessione e romanzo

Quel che è certo è che qualcosa resta a segnare gli argini di una memoria che si sposta, finge o vacilla: qualcosa resta paralizzato in ciò che lo stesso Bravi, in una recente intervista, ha definito come «un chiodo fisso»[10], una piccola mania che progressivamente assume una maggiore centralità nel racconto dello svolgersi dei fatti. Dal suo primo libro scritto in italiano, Restituiscimi il cappotto, egli impianta un’ossessione nella vita dei personaggi e fa in modo che la narrazione graviti intorno a essa: è la stessa frase che dà il titolo al racconto a rimanere bloccata nella mente del protagonista in un surreale dialogo con l’altra parte di sé; Anselmo, invece, il personaggio principale della Pelusa, romanzo del 2007, carica la polvere che si produce dentro casa di mille significati simbolici che, alla fine dei conti, fanno sì che da pensiero ricorrente finisca per diventare caos e psicosi; Arduino Gherarducci, nel Riporto, uscito nel 2011, perfeziona e carica sempre più simbolicamente la semplice azione di pettinarsi i capelli con il riporto che, da gesto quotidiano, diventa progressivamente distinzione, fuga, malattia; infine, nel 2020, con Il levitatore, Bravi concepisce una storia interamente giocata sul modo in cui le preoccupazioni di ogni giorno impediscono ad Anteo Aldobrandi, il protagonista, di sollevarsi da terra. Sottraendosi alla gravitazione, “sgravitandosi”, egli riesce a ordinare e catalogare idee e ricordi, facendo quadrare tutto alla perfezione.

Lo scrittore nato a Buenos Aires nel 1963 sa bene che è nell’imperfezione che la storia si produce, è nella sintesi indeterminata dell’idea fissa che è possibile aprirsi alla complessità, ai diversi livelli di astrazione che detiene l’esperienza ordinaria. Ponendo l’ossessione al centro del romanzo, Bravi ha trovato il modo per ri-dire ciò che è irriducibile, per pronunciare l’interdetto, l’effetto di senso che provoca il salto dell’isotopia, che lascia intravedere un altro senso. È come se facesse sedere il lettore in un teatro dove si rappresentano abitudini, si reincantano le esistenze colorandole con una quota di inesperibile, talvolta di indicibile, di ciò che resta da dire, ma esulando da infruttuosi scrupoli di esaustività. L’inesperibile rimanda alle condizioni di bambino e di migrante che costituiscono il limite ultimo fino al quale può spingersi l’esperienza, al confine con l’idea di inconscio. È proprio in ragione di questa prossimità che tale esperienza, pur essendo spesso muta, giunge alla sua evidenza massima e consente di congiungere la dimensione propria dell’infanzia e dello spostamento con quella del romanzo. Si tratta di un limite dell’esperienza che è esperibile unicamente grazie al linguaggio, mediante il quale si può recuperare, almeno in parte, il senso di quelle condizioni; allo stesso modo, quelle condizioni, tramite il linguaggio, consentono di riconoscere il carattere più remoto della realtà che si vive: è come se nelle storie di Bravi potessimo trovare la verità dell’infanzia e del migrante, intese come dimensioni universali, originarie, dell’uomo, e non è cosa da poco.

È quando tutto lascia pensare di essere seduti a teatro che si comprende, invece, che la scrittura di Bravi ci sta portando, senza tanti vincoli, nei meandri della memoria e della storia; si capisce che, dopo tutto, non si tratta d’altro che di romanzo, della sua capacità di ricostruire la continuità dell’esperienza, di annichilire il soggetto e di intensificare la frenesia del mondo. Lo fa, guardandolo da una certa distanza, spesso suggerita dalle regole assurde e grottesche del bambino o di chi si sposta ma, non senza sorpresa, in modo sempre rigoroso e coerente[11].

 

  1. A. N. Bravi, Sud 1982, Roma, Nottetempo, 2008, p. 109. Ecco i riferimenti bibliografici delle altre principali opere di Bravi: Río Sauce, Buenos Aires, Paradiso, 1999; Restituiscimi il cappotto (con disegni di T. Kostin), Ravenna, Fernandel, 2004; La pelusa, Roma, Nottetempo, 2007; Il riporto, Roma, Nottetempo, 2011; L’albero e la vacca, Milano, Feltrinelli, 2013; L’inondazione, Roma, Nottetempo, 2015; Variazioni straniere, Macerata, EUM, 2015; La gelosia delle lingue, Macerata, EUM, 2017; L’idioma di Casilda Moreira, Roma, Exòrma, 2019; Il levitatore, Macerata-Roma, Quodlibet, 2020; Verde Eldorado, Roma, Nutrimenti, 2022; Adelaida, Roma, Nutrimenti, 2024.
  2. G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, trad. it. di G. Comolli, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 9; riportato in A. N. Bravi, La gelosia delle lingue, op. cit., p. 43; il corsivo è nel testo.
  3. A. Salvioni, Intervista ad Adrián Bravi, in «Altre Modernità», n. 2 (novembre 2009), pp. 240-46; la citazione è a p. 240: https://doi.org/10.13130/2035-7680/301.
  4. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., pp. 43 e 45.
  5. Ivi, pp. 10 e 13.
  6. Cfr. I. Brodskij, Profilo di Clio, a cura di A. Cattaneo, trad. it. di G. Buttafava, G. Forti e A. Buttafava, Milano, Adelphi, 2003, p. 53.
  7. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., p. 32.
  8. A. N. Bravi, L’inondazione, op. cit., p. 15.
  9. F. Brines, Desde Bassai y el mar de Oliva, trad. it. di A. N. Bravi, in A. N. Bravi, Adelaida, op. cit.
  10. Cfr. M. Farina, Dialogo sull’arte della “sgravità”. Intervista ad Adrián N. Bravi, in «La Balena Bianca», 23 marzo 2020, disponibile sul web alla seguente URL: https://www.labalenabianca.com/2020/03/23/il-levitatore-adrian-n-bravi-michele-farina/ (ultima consultazione: 26 ottobre 2024).
  11. Desidero ringraziare Adrián Bravi per la non comune disponibilità a discutere le premesse di questo saggio e Monica Lanzillotta per avermi concesso di vagliarne gli esiti con gli studenti del corso di Mediazione linguistica dell’Università della Calabria. A questi ultimi è dedicato Immaginario migrante e lessico d’infanzia.

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)

Recensione di Silvio Raffo, “L’ultimo poeta” (Elliot 2023)

Author di Antonio Sanges

Che la civiltà occidentale non versi in buone acque è ormai un noto Leitmotiv costantemente ripetuto da intellettuali, giornalisti, politici, letterati, figuri dell’intellighenzia dall’identità più o meno definita che popolano svariati circoli del beau monde. Molto spesso (sempre?) i loro discorsi sfociano fatalmente in critiche sociali strettamente legate all’attualità e alla cronaca, pronunciate con tale cattivo gusto che viene da pensare che, se si vogliono rintracciare valori per i quali vale la pena lottare, non resta che rifugiarsi nell’antica età dell’oro, nella mitica Arcadia perduta per sempre, e contemplarla nostalgicamente. A salvare il mondo dall’inarrestabile declino dovrebbe essere la Bellezza, e i poeti (posto che, com’ebbe a pensare Cioran, non tutto è perduto, e in questo caso non ci resta che attendere i barbari). Ma, se i veri poeti non esistono (quasi) più, allora chi salverà il mondo?

Il mondo sarà salvato da Donatien, l’ultimo poeta in un universo ipertecnologico che ha perduto il senso dello Spirituale, della Bellezza, della Poesia (ovviamente con l’iniziale maiuscola). Il romanzo L’ultimo poeta di Silvio Raffo (Elliot 2023) è una favola in cui un essere incorporeo è inviato da un «mondo parallelo» sulla terra per salvare la Poesia dalla sua distruzione. L’assassinio della Poesia potrebbe avvenire per mano della «Logosfera Advance Trust Company», i cui componenti si riuniscono in un’idillica isola spagnola per definire il futuro della Letteratura, che sarà trattata secondo mere logiche commerciali. Per una missione tanto importante, che implicherà anche un atto di necessaria violenza (esiste qualcosa di più importante del salvare ciò che rende l’uomo uguale o superiore agli dei?) si metterà in moto un meccanismo in cui ognuno dei personaggi svolgerà la propria parte. E i personaggi, elegantemente presentati sin dall’inizio nell’elenco delle Dramatis personae, sono tessere di un mosaico in cui ognuno farà la propria parte, esercitando il proprio libero arbitrio, laddove le loro azioni creano un circolo virtuoso e sono “destinate” a convergere positivamente verso la fine sperata.

Si tratta, dunque, di una favola, di una storia fantastica, che cela il significato profondo del libro, che è ovviamente la necessità di cercare ancora la vera Poesia e i veri Poeti in un mondo che sembra aver perduto il senso della Bellezza. Con Poesia ci si riferisce ovviamente alla grande Poesia, ovvero alla poesia eterna e svincolata da qualsiasi contingenza, a quella Poesia che trasmette la luce senza che nemmeno il Poeta stesso sappia come la trasmette. A quella Poesia, insomma, che guarda ancora alla classicità come al periodo del massimo splendore dell’uomo, e che aspira alla grandezza, al grandioso, allo spirituale, al bello, al vero, e questa poesia coincide fondamentalmente con la lirica. Ovviamente, questa è la Poesia per come è intesa dall’autore Silvio Raffo, e ciò che è espresso nel libro è espresso, come sempre nei libri dell’autore, in maniera “sincera”, e dunque “poetica”, giacché dietro la finzione romanzesca si cela, è ovvio, l’autore; sicché questa sincerità rende il romanzo stesso poetico e la prosa trova un punto di incontro con la poesia. D’altro canto, il protagonista del libro, inviato sulla Terra dal mondo parallelo da Madame (che lo chiama Chéri), ha vaghe reminiscenze di quando egli stesso abitava la terra, e la sua stessa nostalgia è uno degli elementi più struggentemente poetici del romanzo, così come la nostalgia che si suppone egli sentirà una volta che avrà lasciato la terra, dopo aver compiuto la missione. Infatti, dovrà lasciare Donatien, di cui ha preso l’identità e che si rivela essere proprio l’ultimo poeta del titolo, l’unico che ancora sente la Bellezza e scrive vera poesia.

Donatien è un essere che ha un corpo, ma che sembra etereo e pare provenire da un altro mondo. È ovviamente giovane, perché c’è sempre coincidenza tra Poesia e giovinezza. Ma i corpi, con tutti i loro bisogni, sono impoetici, perché contingenti. Ciò che è poetico ha a che fare con lo spirituale, con l’assoluto, e l’autore indugia spesso a descrivere l’orrore che prova nei confronti dei bisogni degli uomini (sostanzialmente grotteschi), opposti alla bellezza spirituale. Per questo, la Poesia ha a che fare con il mondo dello spirito, e non del bisogno, per quanto faccia uso di strumenti «approssimativi», come le parole che sono «decisamente strumenti di potere limitato» (p. 15). Ma con questi strumenti i veri Poeti comunicano l’essenziale e la Bellezza, al contrario dei «falsi poeti», contro i quali c’è un acceso J’accuse perché le loro poesie «non sono che pulci al peggiore dei mercati».

Questo J’accuse non intacca la leggerezza del romanzo, lontano anni luce dall’essere un pamphlet contro la corruzione dei tempi moderni. Anzi, si potrebbe dire che il contingente non esiste, che è fuori dal mondo dell’autore. Donatien dice a pagina 67: «Un tratto tipico del mio temperamento è la refrattarietà a qualsiasi pensiero che apporti un qualche turbamento». Si tratta sostanzialmente di una dichiarazione di superficialità. In un mondo in cui la gravitas è sovrana, e in cui gli intellettuali ritengono di potere salvare il mondo con la pesantezza delle loro paturnie, Silvio Raffo ritiene ancora che, a rendere il mondo un posto migliore, potrebbe l’Arte. Ma quest’arte non è un’arte impegnata, non è un’arte che ha a che fare con il contingente, con la cronaca, con il bisogno, ma solo con lo Spirito, con l’eternità. Se poi tutto ciò può influenzare le scelte di chi comanda effettivamente nel mondo, tanto meglio.

Silvio Raffo è, dunque, un autore scandalosamente disimpegnato? Ma chi ha detto che il poeta deve interessarsi di incidere “direttamente” sul reale e sul contingente? «Ciò che dura lo fondano i poeti»; Silvio Raffo cita Holderlin nel libro, che è un capolavoro di leggerezza, a difesa della Poesia, ad opera di un autentico inattuale.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Calvino, Pugliese e il romanzo sperimentale. Alcune considerazioni su Napoli come prisma di trasformazione nel romanzo “Malacqua” di Nicola Pugliese

Author di Alan G. Hartman

Lo scrittore napoletano Nicola Pugliese, nato nel 1944 e morto nel 2012, è relativamente poco studiato. Sulla sua opera non esiste molta letteratura critica, eccetto alcune recensioni del suo romanzo del 1977, intitolato Malacqua, altre della riedizione del testo in italiano e altre ancora delle traduzioni in altre lingue, a partire dal 2013. Quella del 2011[1] rilasciata al giornalista napoletano Giuseppe Pesce rimane l’unica sua intervista sul romanzo; inoltre, lo stesso Pesce è autore di un volume su Pugliese e sulla sua opera intitolato Napoli, il dolore e la non-storia (2010), unico testo critico sull’argomento.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Calvino lettore di Nievo. Avventura e comica leggerezza

Author di Roberta Colombi

Una lunga fedeltà. Tra ammirazione ed emulazione

Nel ricostruire la relazione di Calvino con Nievo attraverso le tracce lasciate nelle lettere, nelle interviste e in poche altre pagine di carattere pubblico, risulta evidente come l’ammirazione di Calvino per lo scrittore delle Confessioni sia qualcosa che risale indietro nel tempo. La loro relazione non nasce in seguito alla riscoperta letteraria di Nievo avvenuta negli anni ’50 e che coinvolge proprio Einaudi, l’editore con cui il giovane Calvino collabora dal 1947[1]: nasce prima ed è destinata a durare a lungo. Continua a leggere Calvino lettore di Nievo. Avventura e comica leggerezza

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Il romanzo come sistema complesso: “Pastorale americana” e “Rayuela”

Author di Chiara Muzio

Introduzione

Piangono a dirotto, il fido padre che è fonte di ogni ordine, che non potrebbe lasciarsi sfuggire o sanzionare il minimo segno del caos – per il quale tenere a bada il caos era stata la via scelta dall’intuizione per raggiungere la certezza, il rigoroso dato quotidiano della vita – e la figlia, che è il caos stesso[1].

Così Philip Roth condensa in un unico periodo le due principali funzioni attanziali che animano Pastorale americana, delineando una dialettica tra “ordine” e “caos” quale riduzione ai minimi termini della dinamica che governa il romanzo del ’98. Sin da subito si percepisce come il testo sia mosso da forze dicotomiche, tra le quali sussiste una sproporzione da cui emerge una sorta di faglia critica. Questa “faglia” di indeterminatezza si pone quale elemento portatore di “complessità” all’interno del roman­zo. Sarà dunque opportuno indagarne la natura, per comprendere ancora meglio i meccanismi che regolano Pastorale americana.

Una simile dialettica necessiterà di strumenti di analisi diversi dal consueto: nel nostro caso, abbiamo voluto condurre un’analisi del testo di Roth – a cui segue un debito confronto con un altro romanzo pubblicato all’aurora del postmoderno – in termini di scienze della complessità.

Per affrontare una materia così impegnativa si è rivelato utile adottare i concetti di “forma” e “funzione” (Sternberg), i quali trovano esplicazione nelle nozioni di “funzione caos” e “funzione cosmos” (Ercolino). Sarà così possibile eseguire un’adeguata analisi di quanto accade – ma soprattutto emerge – da un punto di vista strutturale e attanziale nei testi oggetto d’indagine.

Sono stati molti gli autori che hanno affrontato in maniera più o meno dichiarata il vasto tema della complessità. Si pensi a Italo Calvino, che nella Giornata d’uno scrutatore ne fornisce, quasi maldestramente, una definizione molto vicina al significato etimologico di questo termine – riconducibile a un’originaria forma complector, la quale suggerisce un insieme indistricabile di elementi, uniti da un rapporto di reciproca dipendenza: «Ad Amerigo la complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie di un carciofo, alle volte invece, un agglutinamento di significati, una pasta collosa»[2]. Una pasta collosa dalla quale non è possibile scindere l’unità, ma che impone un’osservazione volta a cogliere quanto emerge dall’aggregazione delle singole parti interdipendenti.

L’obiettivo del presente studio è proporre un approccio metodologico in grado di coniugare gli studi di critica letteraria alle teorie sulla complessità, materia verso la quale la maggior parte dell’interesse è sorto a partire all’incirca dall’ultimo decennio del secolo scorso. In effetti, la critica ha riscontrato molteplici affinità tra sistemi complessi e forma romanzo. Pertanto, per uno studio del romanzo con simili aspirazioni adotteremo una prospettiva che metta in relazione i singoli elementi testuali, valutandone gli effetti sul piano microscopico e macroscopico.

Studiare la “complessità” di un testo significa accettare una sfida, aprendosi alla prospettiva che una verità assoluta è inattingibile e che quanto leggiamo non è figura chiusa ma “rizoma”, costituito da piani, funzioni, forme che si intersecano tra loro; in più, ogni testo e ogni sua parte è inevitabilmente soggetto alle interpretazioni di chi legge, spesso contraddittorie e mutevoli. La sfida principale consiste, allora, nell’abbracciare questa “contraddizione”.

Il testo è campo dell’indagine e dello sforzo ermeneutico, in quanto semplificazione di un contenuto complesso presente nella realtà esterna (o nell’interiorità di chi scrive) riposto entro una forma chiusa: scrivere implica necessariamente un adattamento rispetto una materia di per sé problematica e dunque irriducibile a modello teorico. Il romanzo, poi, si pone come forma elettiva dell’espansione del pensiero, fatto a sua immagine e somiglianza: in esso cerchiamo di spiegare quanto non riusciamo a spiegarci altrimenti, dando una consistenza materiale all’incertezza che ci attanaglia, entro una struttura che, seppur chiusa e conclusa, spesso è – anche al limite dell’asfissiante – immensamente complessa.

Di cosa parliamo quando parliamo di complessità?

Stando alla definizione che fornisce Alberto Gandolfi in Formicai, imperi, cervelli[3], si intende per “sistema complesso” un particolare tipo di sistema all’interno del quale ogni elemento è posto in relazione di interdipendenza non solo con la restante parte degli elementi presenti al suo interno, ma anche con l’ambiente circostante in cui è inserito, adattandosi alle spinte e ai cambiamenti provenienti dall’esterno.

Una simile definizione si rivela particolarmente appropriata se si guarda al caso del genere romanzo. A buon diritto, infatti, il testo letterario può essere considerato un sistema aperto immerso in un determinato ambiente socio-culturale dal quale è influenzato (e di cui è frutto) e posto in relazione con la mente del lettore – figura imprescindibile, senza la quale non potrebbe esplicare tutto il suo potenziale illimitato.

Alberto Gandolfi definisce un sistema complesso «un’entità organica, globale e organizzata: togliendone una parte ne modifichiamo la natura e le funzionalità»[4] e aggiunge «i sistemi […] sono formati da numerose parti differenziate»[5] per puntualizzare la dipendenza tra il comportamento del sistema, inteso nella sua globalità, e quello delle parti da cui è costituito; queste, a loro volta, possono essere considerate micro-insiemi, organizzati secondo una struttura gerarchica.

L’interazione tra le singole parti dà vita a processi ciclici, definiti feedback. Da questi cicli si ha ciò che è definito “comportamento emergente” del sistema, vale a dire che «in un sistema complesso le relazioni tra gli elementi diventano più importanti della natura degli elementi stessi»[6]. Oggetto d’indagine dovrà essere la “dinamica globale” che è subalterna a un’organizzazione ge­rar­chica e strutturata al fine di conferire un andamento armonico e coordinato tra le parti.

Alla base del comportamento complesso vi è infatti il fenomeno dell’autorganizzazione, il quale si verifica ogni qual volta si raggiunge un determinato livello gerarchico. Man mano che le relazioni tra gli elementi del sistema diventano più articolate, questo aumenta il proprio livello di complessità. Con l’incremento del disordine interno, anche le più piccole perturbazioni provenienti dall’esterno si diffondono a macchia d’olio fra tutti gli elementi e dunque viene meno ogni possibilità di previsione circa il loro comportamento: regna il caos[7]. La complessità è quanto si trova nella zona intermedia tra comportamento lineare e ordinato e, sul fronte opposto, comportamento caotico; in una zona intermedia, che è sostanzialmente di transizione, la quale rappresenta il «comportamento più intelligente e creativo»[8] poiché consente al sistema di evolvere e adattarsi. È grazie alla capacità di evoluzione che i sistemi complessi si spingono verso una zona definita at the edge of caos, caratterizzata da un alto tasso di criticità, fortemente sensibile alle perturbazioni esterne.

In quest’ottica, il ruolo del caos andrà considerato in termini di pura “potenzialità”, dal momento che: «Il caos rompe le catene dell’universo deterministico e garantisce all’umanità un infinito grado di libertà nel forgiare il proprio mondo. Una miscela di ordine e caos è lo stato naturale di ogni forma di vita»[9].

L’elemento caotico funge da grimaldello per il funzionamento stesso del sistema poiché, con l’incremento dei livelli di complessità, quest’ultimo viene spinto verso un punto in cui aumenta la probabilità che si possa assistere alle cosiddette “biforcazioni catastrofiche”, oltre le quali il sistema evolve o soccombe al caos dilagante al suo interno.

Una volta stabilito, in termini tecnici, a cosa ci riferiamo quando parliamo di sistema complesso, sarà ulteriormente utile definire anche sul piano del dibattito filosofico cos’è la “complessità”: questa si presenta laddove si verificano la crisi dei fondamenti scientifici e la crisi dei fondamenti filosofici (con Nietzsche). A ciò consegue l’invalidazione del polo empirico (Popper) e del polo della logica (Gödel): la zona al limite tra questi due poli è costituita dalle incertezze causate dalla trasformazione dei principi d’ordine su cui si basava l’epistemologia positivista.

Riconoscere la complessità in tutto ciò che ci circonda vuol dire riconoscere il mistero del mondo; non a caso Morin parla di «insostenibile complessità dell’essere»[10] relativamente alla constatazione che la complessità è posta nella zona d’ombra, negli interstizi che rendono nullo ogni tipo di semplificazione, dove le antitesi si fondono e oggetto osservato e soggetto osservante si scorgono l’uno nell’altro. Il territorio della complessità è il non riducibile.

Il filosofo francese, partendo da queste riflessioni, parla della complessità nei termini di “sfida” e non, semplicisticamente, come soluzione da adottare. Un simile approccio rappresenta un vantaggio non da poco anche dal punto di vista interdisciplinare, poiché esso abbatte le barriere che normalmente vengono alzate tra i diversi campi del sapere. Si tratta quindi di accogliere il pensiero complesso in una prospettiva dialogica tra i più disparati ambiti, sfruttando la nozione di sistema in quanto griglia teorica. Per cui questo nuovo tipo di logica dovrà inglobare e riorganizzare i capisaldi del pensiero, scontrandosi inevitabilmente con la concezione binaria su cui per secoli si è fondato il nostro sapere. Andrà quindi ricercato un metodo per trattare al meglio le aporie della logica e inglobare le incertezze nell’intellegibilità dell’universo per poter così parlare finalmente di “pensiero complesso”.

Proposte per una teoria “complessa” della letteratura

Nell’area delle humanities, la branca di studi che di recente ha adottato un approccio sempre più vicino all’analisi del testo in termini di teorie della complessità è quella che va sotto il nome di “narratologia cognitivista”, derivata dalle cosiddette “scienze cognitive di seconda generazione” che per prime hanno aperto la strada alle teorie della complessità[11].

Tra gli studiosi, Marco Caracciolo ha avanzato la proposta di un “modello enattivista” della narrazione (cioè una teoria tesa a studiare il rapporto tra “organismo” e ambiente); un modello cioè reader oriented che si basa su una teoria embodied della letteratura – mossa dal concetto di “esperienzialità”[12]. Su un piano prettamente narratologico, si fa ricorso ai concetti di “probabilità inferenziale” e di “sequenzialità inferenziale” per spiegare le dinamiche inferenziali e probabilistiche coinvolte nella fruizione del prodotto estetico-narrativo, partendo dal concetto di “attrattore”, il quale rappresenta l’elemento che conduce il lettore al riconoscimento di un senso più o meno esplicito nel testo[13].

Tra i primi lavori in cui si è cercato di carpire i rapporti tra teorie della complessità e categorie narratologiche, troviamo un articolo di John Pier[14]. Lo studioso individua alla base di alcune categorie narratologiche i modelli di “sequenza” e “sequenzialità”, orientando la ricerca su una valutazione della trama in termini probabilistici. In opposizione al modello del récit idéal[15], Pier analizza gli snodi cruciali con riferimento a situazioni near e far from equilibrium riguardo a punti nel testo dall’elevata criticità. Ciò risulta particolarmente evidente in tutta una serie di romanzi sorti nel XX secolo, nei quali si verifica un distacco, talvolta nettissimo, dalla struttura basilare del plot, enfatizzando invece aspetti del testo che esigono una partecipazione sempre più attiva del lettore.

Lo studioso si avvale delle recenti teorie del New Criticism (nate a partire dagli anni Sessanta del Novecento) che guardano al testo letterario come entità irriducibile a una visione deterministica e prevedibile. Tali teorie hanno apportato importanti cambiamenti nelle indagini narratologiche, dotando gli studiosi di una maggiore sensibilità verso campi di studio apparentemente distanti dall’ambito umanistico. Pur non proclamando la totale sovrapposizione tra sistemi complessi e narrativa, l’intento di Pier è confrontare le due categorie per comprendere in che modo la narrativa, specialmente nel genere romanzo, possa essere intesa e analizzata a partire dallo studio di comportamenti per l’appunto “complessi”; non meno importante sarà poi interrogarsi su quale ruolo possano ricoprire le teorie della complessità se applicate alla narrativa, basando l’indagine su aspetti in comune. Adottare un simile approccio nello studio del romanzo vorrà dire analizzare il “comportamento emergente” dato dall’interazione tra le singole componenti.

Per una teoria sistemica della letteratura, sorge la necessità di avvalersi di un metodo che possa accordare teorie nate in aree di ricerca parecchio distanti tra loro, ma che allo stesso tempo si basi su caratteristiche proprie del metodo narratologico. La soluzione che Federico Pianzola presenta a tutto ciò è il Proteus Principle (PP), già proposto da Meir Sternberg nei suoi lavori sugli universali narrativi del 1992 e del 2010; tale modello si fonda sul rapporto tra “forma” e “funzione”, in riferimento al ruolo che precisi elementi appartenenti a categorie logiche differenti assumono a seconda dell’approccio teorico utilizzato[16]. Sternberg dimostra che la base dell’organizzazione narrativa è costituita da un certo pattern di relazioni – e non da elementi a sé stanti –, enfatizzando la presenza di un comportamento complesso alla base di queste. Sarà giusto chiedersi, per ricavare una teoria letteraria, fino a che punto un dato elemento è funzionale alla complessiva organizzazione narrativa e cosa emerge dall’interazione tra le singole componenti.

L’adozione del PP consentirebbe una valutazione congrua dell’interazione tra “forme” e “funzioni” testuali, con conseguente analisi del “comportamento emergente” che si manifesta a partire dal contatto tra processi cognitivi ed estetici nella relazione testo-fruitore.

Questo metodo consente un ampio grado di adattabilità fra teorie afferenti a campi del sapere molto distanti (al confine tra sapere scientifico e sapere umanistico), dando vita a un approccio aperto che tiene conto di fenomeni di feedback in sostanza molto simili. Sono le stesse dinamiche interne ai romanzi a basarsi su reti e connessioni intricatissime il cui grado di complessità può raggiungere un livello così elevato da sfiorare asintoticamente i limiti del caos[17].

Il testo può (e deve) essere considerato un sistema complesso e, di conseguenza, essere analizzato in quanto tale. Esso si trova costantemente in uno stato di instabilità tra una soglia inferiore, che suole coincidere con la causalità lineare – entro cui è consentita la restituzione lineare degli avvenimenti –, e una superiore, che invece è da individuare nel comportamento complesso, spesso tendente al caotico; limite questo oltre il quale le connessioni tra i singoli elementi si intersecano a dismisura, tanto da rendere impossibile soggiogarle a un processo narrativo che rischierebbe di limitarle o degradarle a strutture precostituite e svilenti[18]. Lo strumento proposto da Pianzola, in fin dei conti, si rivela essere il più efficace per cogliere tutte le sfumature di significato che si creano dalle interazioni fra le singole componenti – fermo restando che il PP deve essere adottato in quanto proposta metodologica e non essere eletto a verità assoluta.

Quanto appena descritto serve a far luce su come all’interno della mente umana vi sia un’inderogabile tendenza a ridurre fenomeni complessi a un piano di causalità lineare. Perciò scrivere storie, o romanzi, consentirebbe di condensare la complessità del reale per comprenderla meglio.

Va però tenuto conto della palese difficoltà che si incontra nel momento in cui si tenta di far calzare un comportamento complesso – che per propria natura sfugge all’inserimento in rigide griglie teoriche – entro un “modello”; di conseguenza sarà inevitabile attuare semplificazioni a causa del discrimine intrinseco tra il comportamento e la mera descrizione del sistema.

Ai fini della nostra indagine, è necessario tenere in considerazione anche quanto Stefano Ercolino, attingendo da uno studio di LeClair sui system novels[19], in un proprio studio pone sotto l’etichetta di “romanzo massimalista”; vale a dire un particolare tipo di testo in cui affiora la “componente massimalista”, caratterizzato dalle seguenti prerogative:

Totalità, interconnessione, organizzazione, scambio di informazioni, apertura divengono le linee guida di una complessa e trasversale riorganizzazione epistemologica avvenuta intorno alla metà del XX secolo che ha definito non solo il campo e i metodi delle scienze matematiche, fisiche e naturali, ma anche il nostro modo di vivere, oltre che la sua rappresentazione letteraria[20].

La caratteristica che prima tra tutte balza all’occhio è la lunghezza di tali romanzi, dovuta all’accumulazione apparentemente caotica di dettagli che sembrerebbero a prima vista poco significativi. Questi però, nell’ordito complessivo, si rivelano essenziali dal momento che danno vita a ulteriori spunti che sviluppano una propria autonomia, pur avendo origine in zone marginali del testo. Il romanzo “massimalista”, come molti altri prodotti della stagione postmoderna, parcellizza il testo in unità discrete, in modo che ogni frammento cooperi alla restituzione dell’insieme e costituisca di per sé un microsistema, a sua volta capace di espandersi. L’autonomia delle parti di un testo diverrebbe estremamente funzionale alla sintesi estetica del mondo, poiché il testo, avanzando per frammenti giustapposti, consentirebbe di muoversi attraverso la materia magmatica che è la realtà stessa – oltremodo, ciò eviterebbe l’impatto contro il muro dell’ineffabilità che si cela oltre la pagina scritta.

A tenere testa a tale difficoltà subentra il ruolo che assume la “trama”, dispositivo attorno al quale si dipana il racconto, che consente la piena comprensione al lettore, fornendogli la sicurezza del confronto con qualcosa di «finito in se stesso»[21]. C’è però chi nutre una scarsissima fiducia nei confronti della «sicurezza della trama»[22]; materia, quest’ultima, su cui si è esposto Carlo Emilio Gadda, il quale è consapevole della necessità di ricondurre il caos dell’esterno a una “struttura geometrica” essenziale e ordinata. Al tempo stesso, l’autore è conscio che l’eccessiva ricerca di un principio d’ordine costituisce un problema per quanto riguarda il rapporto tra narrazione e vita, a causa di quella «inalienabile refrattarietà del reale a ogni tentativo di organica, integrale sistemazione»[23]. L’autore del Pasticciaccio sa bene quanto la trama, tendendo a ricreare le relazioni umane, cerchi di restituire una struttura (quasi) parimenti complessa. “Narrare” è indagare su cumuli di grovigli, cercare di ritrovare un principio di causalità che però non sempre è dato, nella vita come nel testo, perché quest’ultimo è costantemente sottoposto a «spinte centrifughe» (Carati) che lo allontanano sempre più da un una rassicurante unità: il testo presenta così una situazione dispersiva e potenzialmente inesauribile.

Indagare il caos che attanaglia la nostra esperienza, insito nel reale, è prerogativa che contraddistingue il romanzo – e la letteratura – da sempre. È però in particolar modo nella stagione dei grandi modernisti e successivamente, con autori quali Calvino, Cortázar, Perec, Borges e molti altri ancora, che si sviluppano nuove forme e nuove strutture atte a ricercare e ricreare la dialettica tra il caos esperienziale e le modalità attraverso cui esso si esplica sul piano strutturale e contenutistico.

La realtà fenomenica è, sì, presente in ogni testo, pur restando sul binario opposto a quello dello scrittore. Se la scrittura è ciò che Mario Lavagetto definisce «provincia dell’immaginario»[24], inoltrarsi in questo territorio – nella persona dell’autore o del lettore – implica la rinuncia alla sicurezza dei teoremi e delle grandezze misurabili per entrare totalmente «nel regno dello scarto, per ritrovarsi a vagare nell’immenso, sconfinato, labirintico territorio dell’ambiguità e dell’eccezione»[25].

Si assiste così allo sviluppo di forme narrative che evitano in tutti i modi la riduzione pedissequa dell’esperienza entro un perimetro chiuso e svilente; tuttavia, si tratta di forme che riescono a coglierne la complessità, tenendo sempre presente che la sovrapposizione “testo-vita” (che di per sé è “altro”, in quanto realtà stratificata) non sarà mai totale. Proprio una simile frattura – spiegano le pagine di Gadda – «trasforma il sistema da finito a infinito»[26].

Qualsiasi romanzo si ritrova irrimediabilmente sconfitto in partenza nello scontro agonistico che instaura con il reale. Tra i due elementi non può che sussistere una relazione in cui il primo risulta “sineddoche”[27] del secondo, di cui restituisce solo una rappresentazione parziale e mai completa, per quanto, in certi casi, considerevolmente complessa e ponderosa.

Ordine, caos, trasgressione: Pastorale americana

Pastorale americana si pone in linea con la ricerca identitaria del “sogno americano”, ragion per cui l’afflato epico presente al suo interno si consuma nella volontà di rappresentare i destini generali di un’intera Nazione (e generazione), su cui innesta la rappresentazione dei destini individuali dei singoli personaggi.

Roth usufruisce di una struttura accuratamente disposta, retta da numerosi parallelismi ed eco intertestuali, per far fronte a un plot debordante e narrare una vicenda che non sfocia verso alcun esito – poiché frutto di congetture della mente di Zuckerman.

Alter-ego dello stesso autore, Nathan Zuckerman assume il ruolo di “funzione”, così come introdotta riguardo al Proteus Principle. Questo (non) personaggio stimola una riflessione sul concetto di finzione narrativa e su come questa si ponga a sua volta in relazione ai concetti di verità e verità narrativa. Figura onnipresente nell’opera di Roth, Zuckerman dichiara da subito il proprio antecedente letterario, Marcel della Recherche, che nella creazione di Proust incarna «un distacco del protagonista-narratore del desiderio metafisico, per avvicinarsi con l’impegno artistico a un desiderio rivolto verso di sé e non verso l’esterno»[28]; Nathan si trova davanti a un mondo in cui non c’è scarto tra verità e finzione, in cui il soggetto, da frammentato e indeterminato, grazie alla chiave di lettura del “ricordo”, può acquisire strumenti per scoprire in esso più verità che nella realtà stessa. La strategia proustiana è però cambiata di segno:

Divorando un boccone dopo l’altro di quei pasticcini il cui sapore farinoso avevo amato fin dall’infanzia […] forse avrei fatto sparire da Nathan ciò che, secondo Proust, sparì da Marcel nell’attimo in cui riconobbe “il sapore della piccola madeleine” […]. Mangiai dunque, avidamente, ingordamente, non volendo limitarmi, nemmeno per un attimo, nel vorace accumulo di grassi saturi; ma senza avere, infine, la fortuna di Marcel[29].

Se in Proust è possibile ricostruire la compattezza della vita grazie alla narrazione, non gode dello stesso potere la voce di Zuckerman; la storia qui non riesce a ricomporsi e finisce per approdare alla dissoluzione di quell’unità originaria, contrariamente al momento proustiano dove una condizione non lineare e ingarbugliata confluiva in un senso ricomposto. Il dolcetto fragrante e profumato rigurgita la propria essenza: è un mero «accumulo di grassi saturi». Le fughe dell’intimità, di ciò che non è dato vedere dall’esterno, non possono rivelarsi se non nella constatazione dell’intrinseca perniciosità di cui si anela allo svelamento.

È così che in Roth il tema di base viene a coincidere con l’incertezza della memoria e con la sua fragilità; ciò costituisce un’arma a doppio taglio, dal momento che la memoria priva il soggetto della propria interezza e della propria stabilità, costringendolo a ricostruirsi unicamente attraverso l’attrito con l’esterno. Il testo quindi sembra essere in balìa di una forza centrifuga che lo rende sfuggente a qualsiasi ricognizione, poiché il frammento testuale corre all’impazzata, rendendone impossibile l’aggregazione entro un discorso coerente affidato alla narrazione.

Ancora, dunque, sussiste un rapporto dicotomico tra narrazione e realtà, poiché questa è soggetta a un giogo che la costringe a «reificarsi» e a inserirsi entro i limiti della pagina scritta. Il senso ultimo è che la realtà, quando tenta di essere romanzata, finisce sempre per restituire il disegno di una verità parziale poiché non è mai totalmente «testualizzabile»[30].

Roth esige un nuovo modo per narrare la realtà, che non solo scriva e descriva il reale, ma costruisca su di esso un “discorso”; così, dopo numerosi tentativi letterari, è solo in Pastorale americana che mette a punto, nella maniera più soddisfacente, una strategia narrativa che gli consente di «motivare il falso» e ridurre a zero l’effetto di antirealismo che nei suoi precedenti romanzi viziava l’effetto di mimesi del reale.

Dando vita a questo nuovo tipo di narratore, Roth riesce a realizzare un punto di vista parziale e privilegiato, portando al centro del romanzo del ’97 questioni già proustiane sulla coesistenza di “vero” e “falso” all’interno della finzione narrativa.

Zuckerman racconta una storia di cui non è protagonista, a cui assiste da lontano, da una posizione marginale – sia nel testo che nella finzione; è un narratore che si immola per incarnarsi strumento della stessa riflessione metanarrativa e sopperire all’indeterminatezza del soggetto “altro”, il quale non si coglie né si conosce mai totalmente:

Zuckerman assume la funzione di messa a nudo del procedimento, ma al contempo resta espressione del romanzesco. È autonomo, ma in qualche modo legato a Roth; ha un piede nella finzione e l’altro nella realtà. Questa proprietà spugnosa, questi confini incerti definiscono Zuckerman non tanto come personaggio, ma come funzione narrativa dal valore strutturante, in grado di orientare il materiale e caricarlo di senso[31].

Zuckerman si fa “funzione” della “finzione narrativa”. Così Roth carica il suo alter ego dell’onere e dell’onore di essere scrittore e dà vita a questa sorta di correlativo oggettivo dell’ars narrandi; ciò ha come diretta conseguenza l’iperattenzione ai meccanismi di cui la stessa narrazione è costituita, grazie ai quali l’autore può riservarsi un privilegiato trampolino di lancio all’interno del testo[32].

Lo Svedese è ingabbiato nella Storia e nella propria personalissima storia, nella perfetta Pastorale americana che egli incarna, alimentata dai sogni e dalle speranze che i cittadini della comunità di Newark proiettano su di lui. La prefazione, in questo senso assume uno statuto particolare perché, a differenza delle altre opere della modernità in cui costituisce una sezione nettamente separata dal corpo principale del testo, qui invece torna in un momento successivo – dimostrando che andrebbe utilizzata l’espressione genettiana «istanza prefativa testualizzata e narrativizzata»[33], dal momento che essa si pone nella zona liminare tra il «già-testo» e il «non-ancora storia»[34].

La descrizione della “pastorale” facilita l’accettazione veridica del racconto, in quanto suggerisce un effetto di realtà, restando comunque relegata sullo sfondo, indipendente dall’azione principale. Il tutto funge da sfondo a ciò che è il vero motore del meccanismo testuale, l’evento che passa in sordina sul piano della narrazione, il “dettaglio” situato sulla faglia tra l’evento storico e la tragedia privata: la bomba nell’ufficio postale di Old Rimrock, le cui conseguenze hanno portata atroce. Si tratta dell’evento che non si lascia domare dal giogo della narrazione; eppure esplode e la storia insieme ad esso, con il pensiero ossessivo di Zuckerman che precipita in un gorgo di interrogativi senza risposta.

Si rincorrono con il progredire del testo interpretazioni contrastanti, supposizioni che – soprattutto per la prima parte – potrebbero tanto essere vere tanto non esserlo affatto (secondo quel principio di natura schrödingeriana di cui Gabriele Frasca illustra abilmente i meccanismi)[35], premendo sulle capacità ermeneutiche tanto del soggetto narrante quanto del lettore. Al tutto si aggiunge l’utilizzo dell’indiretto libero, il quale garantisce spazio alla finzione, dal momento che il romanzo risulta tanto radicato sugli inganni che Nathan propina a sé stesso, così che anche lo Svedese in persona appaia un’entità astratta – «Giovannino Seme di Mela»[36] – in quanto mera proiezione altrui.

L’occhio – o meglio la parola – del narratore può modificare la scena e i sogni. I ricordi nominati nella citazione in esergo al testo possono diventare realtà, non per capacità intrinseca, ma perché soggetti a un meccanismo di distorsione attraverso il racconto[37]:

[…] la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite … Beh, siete fortunati[38].

Zuckerman è preso così da una forza irrefrenabile che lo costringe a interrogarsi riguardo alla “soggettività” dello Svedese; fatto sta che la lente attraverso cui guarda non è mai cristallina, a causa dell’avaria insita nel suo meccanismo, che vizia inevitabilmente l’esito delle domande che egli si pone. Credere che sia possibile imprimere una forma alla complessità, come cerca di fare il narratore – nonostante sembri continuamente urlare a noi lettori di non fidarsi delle sue parole – è un mero inganno. L’alter ego di Roth sa bene quanto sia imperscrutabile il coacervo di sentimenti che l’interiorità esperisce, come sa bene anche che l’intrico di situazioni e azioni della “storia” non può essere sottoposto ad alcuna reductio ad unum attraverso la macchina narrativa. Roth affida la storia che ha stimolato la sua ossessione a ciò che è considerato il più potente dei mezzi, per poi rivelarne in corso d’opera la fallacia.

L’unico modo per sanare questo paradosso è eclissare la figura di Zuckerman, lasciando proseguire solo la sua voce, per aprire un varco nell’interiorità altrui, arginando l’ostacolo del punto di vista parziale. Roth, attraverso Zuckerman, dà voce al problema della «regolazione narrativa» (Genette), dimostrando che il compito più arduo che deve affrontare lo scrittore è la trattazione del “problema conoscitivo”. Per conoscere è necessario modificare il proprio sguardo e far sì che l’istanza narrativa tenda a zero, pur avendo presente che questa non può mai essere annullata del tutto, dal momento che «nessun racconto […] può “mostrare” o “imitare” la storia che narra. Può solo raccontarla in modo particolareggiato, preciso, “vivo”, e dare così una maggiore o minore impressione di mimesi»[39].

Zuckerman esiste in quanto mera funzione, la cui presenza manda in cortocircuito sul piano ermeneutico il “sistema complesso” che è Pastorale americana, agendo su elementi che introducono un “segno meno” in apertura all’“equazione” che è questo romanzo. Gli effetti sono riscontrabili sia nell’inesistenza di Zuckerman (in quanto persona ma non in quanto funzione) sia nell’introduzione, in un quadro storicamente vero, di un minimo evento falso. Quest’ultimo – quasi volesse essere una mise en abyme del plotagisce esattamente come la bomba che Merry Levov, figlia dello Svedese, fa scoppiare a Newark, rappresentando il punto di congiunzione tra finzione narrativa e storia (intesa come plot e come storia americana, soprattutto).

La “funzione Zuckerman” è un espediente per dar forma – e senso – al caos dell’interiorità altrui, di una storia ricostruita a posteriori solo dagli impulsi irrefrenabili di un pensiero che vaga senza meta. La presenza di Zuckerman è inoltre utile al tentativo di applicare quel principio secondo il quale la trama, in quanto “struttura” che tenta di porre gli eventi in sequenza, aspira a conferire loro un senso, inserendoli in una narrazione più o meno lineare[40]; ma, nel caso di Pastorale americana, tale possibilità si sgretola nel momento esatto in cui viene a scontrarsi con quel coacervo complesso di concause che ne sovverte la stabilità.

Il titolo stesso motiva la bipartizione strutturale: Pastorale americana, due lemmi polarizzati su immagini e valori opposti. La Pastorale, coincidente con la prima parte, richiama il genere omonimo garante di una struttura e di una tematica fissa e idilliaca, come dimostrato anche dall’utilizzo dei tempi verbali, per la maggior parte all’imperfetto indicativo, a sottolineare l’immobilità nella comunità di Newark («Lo Svedese […] questo era un nome magico»; «lo Svedese brillava come estremo nel football»)[41]. Anche la prefazione costituisce una sorta di cornice anteposta all’intero romanzo, che impone ordine almeno su un piano strutturale, a cui è contrapposta la componente caotica, costituita dal plot. L’istanza caotica è condensata nell’altro termine del titolo – nel lemma che rompe le geometrie testuali, le relazioni di causa ed effetto abilmente disposte dall’autore – ed emerge nella seconda parte del testo, portando alla luce la sostanziale differenza tra plot e story. Appare dunque ciò che si potrebbe definire un duplice “comportamento emergente” all’interno del romanzo, a partire dalle due istanze fondanti, che instaurano un rapporto dicotomico: l’“ordine” e il “caos”.

Investito da queste due forze antitetiche, il romanzo si configura come tentativo di organizzare l’esperienza umana sul piano narrativo, scontrandosi però con l’impossibilità di restituire il caos dell’esperienza umana in maniera oggettiva.

La dialettica alla base di Pastorale americana sembra essere la stessa già ravvisata in Cibernetica e fantasmi da Italo Calvino, il quale descrive la tensione tra «ingegneria combinatoria del plot», quale appunto istanza d’ordine, e «il mare del non dicibile» del caos[42]. La forza ordinatrice che dispone sul testo rimandi, connessioni intertestuali deve tener testa all’esuberanza del plot, che spinge verso le più ignote direzioni, opponendo dunque una forza di segno contrario alla coesione interna. La coesistenza di queste due forze uguali e opposte riconduce a ciò che Stefano Ercolino definisce “funzione cosmos”, contrapposta alla tensione destabilizzante della “funzione caos”[43].

Se si guarda a questo fenomeno adottando gli stessi termini e gli stessi strumenti coinvolti nello studio dei sistemi complessi, si nota come l’istanza caotica vada a rompere il “feedback circolare”. Il funzionamento globale del sistema viene compromesso da elementi ingovernabili, sia sul piano strutturale con la “funzione Zuckerman” sia su quello del plot con la bomba che Merry fa esplodere nell’ufficio postale, dando il via alla deflagrazione caotica nell’universo idilliaco quale appariva la vita dello Svedese. Noi lettori siamo costretti ad arrovellarci dietro quella montagna di ucronie e di “e se” pronunciati da Zuckerman, che ci fanno chiedere da quale minuscolo e insignificante punto, da quale colpa, sia scaturita tutta quell’energia distruttrice e, soprattutto, se questa possa essere ricondotta a una causa o se siamo noi che immaginiamo con troppa fiducia correlazioni causali tra gli eventi, per aggrapparci a una parvenza di sicurezza.

Le due successive sezioni del romanzo coincidono con la tragedia privata del protagonista, avvenuta dopo la caduta dalla condizione edenica in cui aveva vissuto: dopo l’errore fatale.

Per comprendere meglio questa evoluzione, è d’obbligo fare riferimento all’eco dichiarato che Roth fa a Milton, suddividendo il romanzo in tre sezioni («Paradiso ricordato», «La caduta» e «Paradiso perduto») corrispondenti sul piano tematico alla vera e propria pastorale a cui segue la “caduta” che però è cambiata di segno, dal momento che a cadere non è più il Satana ribelle (coincidente con la figura di Merry), ma il Dio stesso del suo universo.

Seymour Levov è, in senso classico, una figura tragica, un uomo ammirabile, bellissimo e forte che decade dal suo state of grace, in parte per volere del Fato e in parte perché pecca di hybris – col bacio che stampa sulle labbra della figlia undicenne, dopo la richiesta di lei, portando al collasso il sistema perfetto e ordinato sul quale aveva costruito la propria esistenza. Ma il primo grande peccato è aver sposato Dawn – lei americana, lui ebreo; motivo per cui merita la vendetta della furia distruttrice di Merry, che fa saltare in aria l’ufficio postale per protestare contro le azioni militari americane durante la guerra in Vietnam. La distruzione è la moneta con cui Levov paga la propria superbia: la tracotanza di chi ha cercato di fuggire l’identità culturale d’origine. Un microsistema – la vita privata – e un macrosistema – la storia di una Nazione – che si influenzano vicendevolmente.

La forte tensione epistemologica sorge dalla necessità di dipanare il groviglio di concause e comprendere come in un solo punto convergano molteplici linee causali:

Nulla di tutto questo è vero. Cause, risposte chiare, a chi dare la colpa. Ragioni. Ma non ci sono ragioni. Merry è costretta a essere ciò che è. Come tutti noi. Le ragioni si trovano nei libri. Era mai possibile che il modo di vivere della nostra famiglia sfociasse in questa bizzarria e in quest’orrore? Non era possibile. […] si sforza di razionalizzare, ma non si può. Questa è tutta un’altra cosa, una cosa di cui lui non sa assolutamente nulla. Nessuno ne sa niente. Non è razionale. È il caos, dall’inizio alla fine[44].

La figura di Zuckerman accoglie l’istanza del “pathos disperato del capire”[45], in cui si condensa il senso più profondo della forma tragica, dando voce a questa nevrosi conoscitiva, spostando quella che era la massima complessità sul piano linguistico nella tragedia antica verso la massima complessità sul piano diegetico nel romanzo contemporaneo:

Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi; sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati[46].

All’interno di Pastorale americana la dialettica “ordine-caos” si configura quale emergent behaviour del sistema; in particolare, sul piano diegetico vi è la tendenza alla forma più alta e violenta di caos, «la brutalità della distruzione di quest’uomo indistruttibile»[47], a partire da un difetto fatale: la balbuzie dell’amata figlia, una deroga alla stabilità di quel sistema ordinato di cui godeva l’esistenza dello Svedese.

Le trasgressioni di Levov apportano al sistema dei cambiamenti che implicano il susseguirsi di reazioni a catena. Merry e il padre incarnano due istanze antitetiche, non possono coesistere; la figura di Merry porta all’interno del romanzo un aumento dell’«entropia narrativa» (Ercolino), incarnando ciò che precedentemente abbiamo definito “funzione caos”; questa presenza lavora in direzione contraria a quella dello Svedese, il quale – personificando l’istanza d’ordine – coincide con ciò che è invece indicato come “funzione cosmos”[48], cui spetta il compito di contenere l’energia della prima funzione.

Sul piano strutturale, la “funzione cosmos” corrisponde alla disposizione ordinata del materiale narrativo entro strutture rigide (cioè la tripartizione in Pastorale, Caduta, Contropastorale e l’introduzione della “funzione Zuckerman”, esterna alla vicenda narrata); tale funzione cerca di fare da contrappeso al materiale narrativo inserito in una situazione costantemente at the edge of caos; è così fornita un’organizzazione gerarchica in grado di restituire la corretta tenuta sul piano morfologico, affinché emerga il contenuto simbolico che il testo vuole veicolare attraverso la rappresentazione di istanze antitetiche: anarchia vs ordine, forze centrifughe vs forze centripete, caos vs cosmos.

All’interno del romanzo massimalista – si ricordi – le forze sono bilanciate, cosa che invece non avviene in Pastorale americana: qui domina il caos, asservendo a esso tutte le restanti funzioni. Un così alto grado di complessità – diegetica e tematica – non consente una conclusione completa e soddisfacente da un punto di vista ermeneutico. Il sistema giunge al collasso a causa di questa sproporzione.

In Pastorale americana, dunque, avviene una rottura nel funzionamento ciclico del feedback che pone l’intero sistema di fronte a una situazione perfettamente paragonabile alle “biforcazioni catastrofiche” dei sistemi complessi, dato che ci si allontana dall’equilibrio originale poiché il grado di complessità cresce a dismisura. Il romanzo di Roth tende al collasso, a causa dell’egemonia esercitata dalla funzione caos – incarnata da Merry. Il disperato tentativo di controllo dello Svedese sulla propria vita non ha saputo adattarsi allorquando questa è stata colpita dalla violenza che ne ha compromesso la tenuta, generando così una sclerosi che ha permeato l’intero romanzo.

La potenza caotica che il personaggio di Merry introduce sulla scena è la potenza della “volontà”. Con l’esplosione della bomba nell’ufficio postale, esplode anche la libido vitale della figlia dello Svedese, fino ad allora sopita – esistente solo in forma di sintomo, nella sua balbuzie: scoppia l’ordigno, Merry afferma la propria “volontà” e cessa di tartagliare. Dal caos Merry trae la propria forza, che le consente di vivere persino nelle più infime condizioni, come il Satana di Milton che, pur cadendo, afferma «The mind is its own place, and in itself can make a heav’n of hell, a hell of heav’n. […] Better to reign in hell than serve in heav’n»[49].

Il caos consente l’attuazione delle infinite possibilità d’essere, che l’ordine sclerotizzava. «Senza trasgressione non esiste conoscenza»[50] scrive Roth, lasciando lo Svedese da solo; a lui resta l’onta del difetto fatale, della disobbedienza che imprime alla sua stessa vita la forma del «pensiero di un balbuziente: sfuggita ad ogni controllo»[51]. Il sistema tende alla sclerosi perché non sa evolvere, una volta che la crisi delle certezze si para sul suo cammino.

Evoluzioni di sistemi: Rayuela

È possibile riconoscere un modello testuale che lavora in senso contrario rispetto a Pastorale americana. Esiste, infatti, un particolare tipo di romanzo caratterizzato dalla presenza di molteplici elementi la cui tenuta d’insieme interna risulta paradossale, ponendosi così in un luogo altro rispetto alle forme narrative tradizionali; un tipo di romanzo in cui si riscontra, inoltre, l’assenza di una chiusura o, meglio ancora, di un senso generale di completezza, a cui tuttavia si aggiunge un «ordine perentorio»[52].

Da una «sensazione travolgente di trovarsi davanti a una frontiera della conoscenza»[53], negli anni ’60 del Novecento, si sviluppa in America il Mega Novel, il cui nucleo è retto da un principio d’ordine complessivo, nonostante contenga molteplici istanze apparentemente caotiche.

All’interno di questi romanzi la componente caotica determina un effetto di “decentramento” e di “decostruzione” (Ercolino); infatti, in questi casi l’autore impiega dispositivi e costruzioni metanarrative o strutturali al fine di orientare il lettore attraverso la rappresentazione del «tutto-dentro-tutto dei sistemi» entro «forme imitative»[54], le quali organizzano il materiale complesso all’interno del romanzo. Vi sono dunque elementi interni che anelano al caos più elevato, inseriti però entro una struttura atta a contenerne le sollecitazioni, che assume il compito di imprimere una certa forma al contenuto complesso e straripante, per salvaguardarne la tenuta complessiva. La struttura “controlla” la narrazione.

Quanto appena descritto trova compimento in Rayuela, romanzo sperimentale di Julio Cortázar che presenta una struttura ben serrata, la quale però non implica garanzia d’ordine. Per dichiarazione dello stesso autore, il testo nasce sotto il segno dell’impulsività, madre di numerosi frammenti che solo in un momento successivo sono stati disposti entro la struttura che è stata consegnata alla stampa. Dalla rinuncia a un progetto predefinito ab origine da parte dell’autore consegue un «punto centrale sul quale poi si sono incollati […] strati di cose eterogenee che rispondevano alla mia esperienza di quell’epoca a Parigi»[55]. La struttura stessa, in un certo senso, riflette la genesi di questo testo. Il romanzo si affida alla propria capacità di “autorganizzarsi”; in un continuo passaggio da passato a futuro a presente, quasi coesistessero, rivelando l’altissimo livello di plasticità di Rayuela.

Cortázar fornisce una “tavola di introduzione” preliminare che lascia piena libertà al lettore su come procedere nella lettura. Dunque, Rayuela incarna un potere parimenti demolitore e creatore rispetto alla tradizione, sovvertendo le canoniche nozioni di tempo e spazio; i lettori istintivamente comprendono che esistono modi di lettura tendenti all’infinito, che non seguono un ordine statico e lineare, ma determinati dal libero arbitrio, spaziando in tutto il campo del “possibile”.

Bisognerà ripartire allora da una cosa sacra, dal gioco, e regredire a uno stato di istintività primaria. Proprio nel ruolo che assume la componente ludica si rivela la complessità del romanzo, poiché il gioco stesso della Rayuela – il “gioco del mondo” – fornisce la chiave interpretativa esatta: il sassolino lanciato, così come noi che ci muoviamo nelle nostre vite, non soggiace alla rigida divisione delle caselle disegnate, ma è mosso da forze anarchiche di altra natura.

Una frattura tra aspettativa e realtà riproduce intenzionalmente la sproporzione tra game, gioco costituito da regole precise, volto a orientare il movimento dei giocatori, e play, l’azione vera, gli eventi che travolgono il giocatore.

Ancora una volta è presente la dicotomia “ordine-caos”, cesellata, in questo caso, non solo nella struttura stessa del testo, in un libro che «è molti libri, ma soprattutto è due libri»[56] come esplicita l’introduzione, ma soprattutto – sul piano attanziale – nel personaggio della Maga, ai cui antipodi si pone l’istanza ordinatrice di Oliveira.

La Maga, abitatrice delle eccezioni, che ama «tutti gli inverosimili guai in cui si trovava per via del fallimento d’ogni legge nella sua vita»[57], è guidata dalla propria naturale istintività, a cui si oppone l’anelito costante verso un “centro” di Oliveira; personaggio, quest’ultimo, che è consapevole di quanto la propria volontà di incanalare la complessità entro entità geometriche sia solo il residuo di un’intima illusione a cui egli si aggrappa per pretendere di avere una parvenza d’ordine e, dunque, di sicurezza. L’incontro tra i due apre al personaggio maschile una nuova prospettiva circa la potenzialità del caos – laddove, al contrario, questo era pura distruzione in Pastorale americana.

Uno degli espedienti dell’autore per bilanciare la compresenza di ordine e caos è attuare un’operazione di destrutturazione del linguaggio, scindendo il significato del verbum dal suo significante – azione utile anche ad affrontare il problema della relazionalità e della comunicabilità tra gli individui; spogliato il nome, a farsi carico dell’espressione del significato che il testo vuole veicolare saranno altri elementi, quali il ritmo e la sonorità.

Tra significato e significante della parola sussiste un rapporto di sottomissione del secondo termine rispetto al primo; rapporto che riflette la subordinazione della figura della Maga rispetto allo sguardo deformante di Oliveira[58]. Solo attraverso una simile decostruzione Cortázar può superare la barriera della soggettività del singolo, tanto che anche la descrizione dell’unione corporale necessita dell’utilizzo di un simile artificio per ambire alla descrizione più completa ed efficace dello sfiorarsi, fisico e dell’anima, di due intimità distinte che entrano in contatto. Questo, l’unico modo per restituirne così la totale unione:

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare […] E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna sull’acqua[59].

L’istanza profondamente trasgressiva sul piano linguistico è presente anche su quello strutturale; in questo romanzo concepito quasi fosse un “gioco”, la playfulness che dà corpo al testo fa sì che la frammentazione della struttura narrativa venga percepita ontologicamente.

Rayuela, grazie al potere conferito al lettore, riconduce ancora al “rizoma”, emblema del concetto stesso di “complessità”. Il testo, infatti, si fonda sulla ricerca asfissiante di qualcosa che in sostanza non è mai definito, identificato da Oliveira con una generica nozione di “centro”; si tratta però di una definizione che è data solo in negativo: «dopo aver liquidato tutto ciò che lui voleva liquidare, c’è la speranza di reinventare la realtà»[60].

La rinuncia a una trama lineare fa sì che a tenere insieme il testo subentri la struttura del “gioco”, una sorta di «rete onirica»[61] da cui risulta l’impossibilità di stabilizzarsi in nessun luogo e di ancorarsi a un preciso momento (causa i continui flashes temporali), escludendo la possibilità di una fine. Tuttavia, il lettore è spinto a proseguire da una quanto mai forte «coazione a leggere»[62].

Rayuela sotto questo punto di vista agirebbe esattamente in linea con la tradizione postmoderna, mettendo in crisi l’intreccio classico, ormai inadeguato a racchiudere una complessità sempre più incontrollabile. È perciò presente non più una scansione di senso lineare («chronos»), ma qualcos’altro che mira a far emergere un significato più profondo («kairos»)[63]. Porre una conclusione definitiva – o dar vita a una trama finita e lineare – equivarrebbe a svilire il senso del testo, dal momento che inevitabilmente ne risulterebbe una semplificazione forzata.

Cortázar crea un nuovo tipo di romanzo, destrutturando ciò che era rimasto dalla vecchia tradizione, dei vecchi modelli, in linea con quel “senso della fine” che si percepiva durante gli anni in cui Rayuela prendeva corpo. Tale è il motivo che spinge l’autore a definire la propria opera “bomba atomica”, poiché si nutre del terrore di una fine imminente, di una “crisi” che avrebbe potuto scatenarsi in qualsiasi momento. Il grande merito di Cortázar è aver trasformato la sensazione che aleggiava all’epoca in prodotto artistico.

Se il concetto di fine è posto in stretta concomitanza con quello di crisi, ciò si riversa pienamente in Rayuela, dato che la “crisi” è ulteriormente assorbita nel “conflitto” in termini di funzioni antinomiche. Viene così sollecitato un desiderio di armonia che deve però fronteggiare l’impossibilità di ricrearla o di risolversi in una pacificazione del conflitto. Questo romanzo cerca di adattarsi a un nuovo tipo di complessità che richiede spiegazioni sempre più sofisticate a fronte di una realtà quanto mai sfuggente, la quale nega qualsiasi prospettiva escatologica a causa dell’essenza peritura e labile dei modelli temporali[64].

Rayuela va considerato come un sistema complesso che, giunto at the edge of caos, dimostra la propria capacità di autoregolarsi, la quale gli consente di superare quella soglia critica per sfruttare il caos magmatico da cui è turbato, evolvendo in una nuova forma. Il “caos” diventa funzionale all’evoluzione del sistema.

Non è altro che un tentativo di superare lo iato tra vita e testo anche il dispositivo ludico, la scissione tra significato e significante, a cui abbiamo accennato. In questo quadro generale, va ricordata anche l’importanza dell’introduzione di determinati personaggi che assumono il ruolo di figura di altri personaggi. Questi si caricano di significati simbolici differenti per ognuno, a sottolineare la complessità dei rapporti umani nonché l’impossibilità di una comprensione – e compenetrazione – totale tra gli individui.

Rayuela è pura complessità. In un romanzo che – come già visto – è più romanzi, più libri, che dà vita a “n” possibilità di lettura, «le suggestioni ermeneutiche si moltiplicano in modo entropico»[65]. Ordine versus caos, ancora una volta in un romanzo complesso in quanto risultato di molteplici livelli ed elementi paratestuali che coesistono senza fondersi mai, costantemente in comunicazione tra loro:

[…] i personaggi di Oliveira e della Maga si spostano secondo itinerari casuali, si incontrano senza appuntamento, percorrono strade in cui scoprono ciò che lo sguardo normale non coglie. Quest’attrazione misteriosa, che i surrealisti chiamano “casualità oggettiva”, conduce alla deriva entrambi i personaggi, mossi da forze che, nella Maga, sono completamente naturali, profonde, incoscienti, e che, in Oliveira, lottano invece con la ragione che cerca di interpretarle[66].

La contrapposizione “funzione caos-funzione cosmos” è riportata nell’antinomia che separa – ma allo stesso tempo lega – anche sul piano attanziale i due attori principali. Ignacio Oliveira personifica la tendenza a ridurre il materiale organico del reale entro strutture fisse e schemi chiusi fondati su un sapere prettamente accademico, i quali (per propria natura) non comprendono la molteplicità insita nel reale, irriducibile a legge, che resta incomprensibile a chi tenta di decifrare la realtà secondo paradigmi precostituiti. È figura antitetica la Maga, con la propria capacità di “oltrepassare il varco” e squarciare il confine tra realtà apparente, convenzionale, e ciò che sta “oltre”, così da poter cogliere la totalità di quanto le è attorno, con «occhi che guardano senza vedere»[67], andando oltre quella «comprensione parcellizzata»[68] appartenente a un’impostazione di ragionamento lineare e razionale.

La Maga è pura trasgressione rispetto ai princìpi logici di Oliveira; è inoltre perfettamente in linea con i molteplici spunti trasgressivi che l’autore volontariamente libera nel testo, cosicché il concetto stesso di trasgressione, scevro da qualsiasi declinazione estetica, quasi apre alla riflessione sulla complessità che permea il romanzo in questione. Se in Pastorale americana non era possibile trarre una conclusione e sanare la vicenda, tanto essa era ingarbugliata, in Rayuela è dato avanzare molteplici letture e interpretazioni ugualmente valide, poiché è come se il lettore sentisse di poter sanare le aporie testuali, in quanto ne percepisce la costruzione anomala, non mettendola però mai in discussione.

Contrariamente a ciò a cui va incontro lo Svedese, crollando nella tragedia più atroce, in Cortázar l’istanza caotica è potenzialità pura, che dà vita a un romanzo nuovo, rivoluzionario, a un sistema più sofisticato, superando la soglia di criticità caotica; ciò è reso possibile grazie a una più efficace autorganizzazione, a partire dalla configurazione del linguaggio nella sua componente minima, l’etimo (che di per sé è “atomo”)[69], fino a coinvolgere il comportamento dell’intero sistema e l’ambiente attraverso la nuova modalità di fruizione richiesta al lettore.

Due romanzi, insomma, che presentano strategie differenti per fronteggiare la materia vasta e complessa della “realtà”. L’uno, inserito in un infinito circolo vizioso, tende al collasso, inghiottito dal caos che dilaga e stravolge il sistema impeccabile della vita di Seymour Levov; l’altro, aperto alla possibilità, sfrutta la “funzione caos” come principio compositivo, quale evoluzione del romanzo contemporaneo in una nuova forma capace di trarre potenzialità creativa dagli aspetti più complessi della mente e del reale, con cui la letteratura gioca la propria partita da sempre.

 

  1. P. Roth, Pastorale americana, trad. it. di Vincenzo Mantovani, Torino, Einaudi, 2013, p. 250.

  2. I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore, Torino, Einaudi, 2011, p. 7.

  3. A. Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

  4. Ivi, p. 17.

  5. Ibidem.

  6. Ivi, p. 41.

  7. Ivi, pp. 42-57.

  8. Ivi, p. 59.

  9. Ivi, p. 71.

  10. E. Morin, La sfida della complessità, Firenze, Le Lettere, 2017, p. 71.

  11. M. Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria, Milano, Raffaello Cortina, 2017.

  12. Tale modello di lettura si propone di studiare la relazione dinamica che nasce dall’interazione fra testo e vissuto di chi legge, basandosi su processi cognitivi, come l’identificazione, che implicano la presenza di empatia (ivi, p. 238).

  13. Cfr. A. Casadei, Biologia della Letteratura. Corpo, stile, storia, Milano, il Saggiatore, 2018.

  14. J. Pier, Complexity: A Paradigm for Narrative?, in The Emerging Vectors of Narratology, a cura di P. K. Hansen, J. Pier, P. Roussin e W. Schmid, Berlin-Boston, de Gruyter, 2017, pp. 533-65.

  15. Cfr. T. Todorov, La poetica, in Che cos’è lo strutturalismo, trad. it. di M. Antonella, Milano, Isedi, 1971.

  16. M. Sternberg, Telling in Time (II): Chronology, Teleology, Narrativity, in «Poetics Today», XIII, 3, 1992, pp. 463-541.

  17. Ibidem.

  18. F. Pianzola, Looking at Narrative as a Complex System: The Proteus Principle, in Narrating Complexity, a cura di R. Walsh e S. Stepney, Cham, Springer, 2018, p. 111.

  19. Ulteriore spunto per utilizzare studi afferenti ai sistemi complessi nell’ambito dello studio del romanzo, il testo di LeClair mette in evidenza il fatto che sarebbe il cambiamento avvenuto nel campo delle scienze naturali ad aver coinvolto anche la produzione romanzesca, determinando la scelta di nuovi temi e forme (T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, Urbana, University of Illinois Press, 1989).

  20. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, Milano, Bompiani, 2015, pp. 18-19.

  21. P. Brooks, Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo, trad. it. di D. Fink, Torino, Einaudi, 2004, p. 4.

  22. S. Carati, Il mondo là fuori. Narrazione, esperienza scrittura, Milano, Ledizioni, 2023.

  23. G. C. Roscioni, La disarmonia prestabilita. Studio su Gadda, Torino, Einaudi, 1995.

  24. Cfr. M. Lavagetto, Lavorare con piccoli indizi, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 66.

  25. F. Bertoni, La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà, Torino, Einaudi, 2001, p. 54.

  26. S. Carati, Il mondo là fuori, op. cit., pp. 54-55.

  27. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., p. 21.

  28. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, Torino, UTET, 2012, p. 26.

  29. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 51.

  30. C. Tirinanzi De Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 32.

  31. Ivi, p. 40.

  32. Cfr. P. Masiero, Philip Roth and the Zuckeman Books: The Making of a Storyworld, Amherst-New York, Cambria Press, 2011, p. 11.

  33. Cfr. G. Genette, Soglie. I dintorni del testo, trad. it. di C. M. Cederna, Torino, Einaudi, 1989.

  34. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 45.

  35. G. Frasca, Un quanto di erotia. Gadda con Freud e Schrödinger, Napoli, d’if, 2011.

  36. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 340.

  37. C. Tirinanzi de Medici, Il vero e il convenzionale, op. cit., p. 52.

  38. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 443.

  39. G. Genette, Figure III. Discorso del racconto, trad. it. di L. Zecchi, Torino, Einaudi, 2006.

  40. Sono infatti le «strutture, funzioni, sequenze e trame» che consentono «la possibilità di seguire una narrazione e di ricavarne un senso» (P. Brooks, Trame, op. cit., p. 20).

  41. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 1-2. Corsivi nostri.

  42. I. Calvino, Cibernetica e fantasmi (Appunti sulla narrativa come processo combinatorio), in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società [1980], a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, pp. 205-25.

  43. S. Ercolino, Il romanzo massimalista, op. cit., pp. 189-95.

  44. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 304.

  45. La formula è tratta da un intervento di F. Moretti, La guerra entro la famiglia (Eschilo, Orestea), presentato in Quattro lezioni sulla tragedia, a cura di F. de Cristofaro, L. Distaso ed E. Abignente, Teatro Mercadante, Napoli 22 marzo 2023.

  46. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., pp. 40-41.

  47. Ivi, p. 90.

  48. Ivi, p. 190.

  49. J. Milton, Paradise Lost, trad. it. di Lazzaro Papi, Milano, C.D.C., 1985, libro 1, vv. 254-63.

  50. P. Roth, Pastorale americana, op. cit., p. 390.

  51. Ivi, p. 102.

  52. F. R. Karl, American Fictions, 1980-2000: Whose American Is It Anyway?, Bloomington, Xlibris, 2001, p. 162.

  53. Ibidem.

  54. T. LeClair, The Art of Excess: Mastery in Contemporary American Fiction, op. cit., pp. 23-24.

  55. Intervista a J. Cortázar tratta da O. Perego, La fascinación de las palabras. Conversaciones con Cortázar, trad. it di I. Buonafalce, Barcelona, Muchnik, 1985, in J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 589-603.

  56. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, trad. it di F. Nicoletti Rossini, Torino, Einaudi, 2015, p. 1.

  57. Ivi, p. 16.

  58. E. Barros Grela, Performatividad lúdica y espacios de gènero en «Rayuela» y «El túnel», in «Revista chilena de literatura», LXXXI, 2012, p. 128.

  59. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 41.

  60. Ivi, p. 602.

  61. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, in Il romanzo. III. Storia e geografia, a cura di F. Moretti, Torino, Einaudi, 2002, p. 735.

  62. Cfr. P. Brooks, Trame, op. cit., p. 227.

  63. Cfr. F. Bertoni, Impossibile chiusura: il romanzo moltiplicato, in «SigMa», I, 2018, p. 18.

  64. F. Kermode, Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo, trad. it. di G. Montefoschi, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 43-45.

  65. Ivi, p. 188.

  66. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 737.

  67. J. Cortázar, Rayuela. Il gioco del mondo, op. cit., p. 105.

  68. B. Sarlo, Il gioco del mondo. Julio Cortázar, 1963, op. cit., p. 738.

  69. M. Tortora, A. Volpone, Il romanzo modernista europeo. Autori, forme, questioni, Roma, Carocci, 2019, p. 226.

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

Le Variazioni Kundera

Author di Lakis Proguidis

Se prendiamo in esame l’insieme degli studi, dei trattati, dei commenti critici e dei saggi dedicati alla letteratura e pubblicati in Europa negli ultimi cinque o sei secoli, è giocoforza constatare che il romanzo non è mai stato considerato, a livello della percezione e dell’analisi estetica, come un’arte indipendente. Ovviamente ho solo una conoscenza parziale del suddetto insieme. E, certo, esistono degli studi che vanno contro lo spirito dominante in questo ambito. Ma il loro impatto è stato e resta sempre insignificante rispetto alla tendenza generale. Tendenza che, cosa sorprendente, si scontra con il buon senso, con il sentimento comune più diffuso: il romanzo è la grande arte dell’Europa moderna, come la tragedia è stata la grande arte dell’antica Atene. A partire da Rabelais e Cervantes, l’albero del romanzo non ha mai smesso di crescere, fiorire e dare i suoi frutti mirabolanti su tutto il suolo europeo e, dalla fine del XIX secolo, sul resto della Terra. Triste constatazione: l’Europa ignora la sua unica “espansione” di cui dovrebbe andare fiera.

Si possono ipotizzare diverse cause per spiegare lo scarto tra riflessione estetica e pratica nell’ambito del romanzo. Ai miei occhi, la causa più semplice, ossia la più umana, è quella del tempo. Se c’è bisogno di tempo, molto tempo direbbe Bachtin, perché un’arte maggiore (la poesia, la pittura ecc.) consolidi il suo terreno, formi il suo nucleo estetico e inauguri la sua storia, quanto altro ne serve perché l’animo colga e concettualizzi la portata artistica e le ripercussioni sull’immaginario della suddetta arte! Cinque, sei secoli? Sì, nulla di sorprendente. La riflessione e il pensiero estetico non riescono a sconvolgere tanto velocemente i gusti e le abitudini. Tanto più che, trattandosi del romanzo, la novità estetica non consiste in una semplice innovazione formale. Con l’arrivo del romanzo ciò che cambia è il nostro regime estetico: passiamo dal regime estetico mimetico (da mimesis), ossia dal regime che ha prevalso per tutte le arti durante l’Antichità greco-latina e durante il Medioevo, dal regime che ha formato le preferenze artistiche di vaste popolazioni per ventidue o ventitré secoli, al regime romanzesco[1].

Questa mancanza per l’arte del romanzo di approcci teorici ad essa confacenti, a parte, ripeto, qualche brillante eccezione, come ad esempio tra le più recenti Le vite del romanzo[2] di Thomas Pavel, avrebbe potuto perpetuarsi all’infinito, se l’arte non si fosse incaricata da sola di ristabilire l’ordine. L’arte o l’artista; è lo stesso. Verso la metà degli anni Sessanta del secolo scorso dalla confraternita dei grandi romanzieri si è levata una voce, quella di Milan Kundera, per sostenere che bisognava smetterla di sottovalutare l’arte che ha plasmato quasi da sola l’uomo dei Tempi moderni. Kundera non è stato né il primo né l’unico romanziere ad aver compreso ed espresso il valore insostituibile della sua arte.

Tutti i grandi romanzieri hanno sottolineato, in una maniera o in un’altra, la singolarità estetica delle loro opere letterarie. Kundera ha fatto qualcosa in più. In un momento storico in cui la diffidenza verso il romanzo, incrementata dalla carenza cronica di difese della sua autonomia estetica, cominciava a insediarsi con effetti durevoli nelle menti dei critici come degli scrittori, la voce di Kundera è risuonata come il segno di una riscossa salutare. Kundera non si è accontentato di difendere la propria arte. La sua intera opera incarna e illustra la ragion d’essere di questa arte. Ci ritornerò.

La lotta proromanzesca di Kundera, lotta condotta su più fronti (creazione, riflessione, commenti critici, insegnamento e vari interventi pubblici), ha contribuito a scalfire in un qualsiasi modo l’indifferenza della gente verso l’estetica del romanzo? Per niente affatto. I docenti universitari continuano a tenere i loro corsi sui testi letterari, i critici a ruminare dei cliché sulla scrittura e gli editori a pubblicare romanzi a palate. Possibile? È certo possibile ignorare delle voci solitarie che hanno scarsa influenza al di fuori della cerchia dei pochi che condividono i loro interessi; ma Kundera è tradotto in quasi tutte le lingue del mondo e la sua opera è presente nella sua totalità in una trentina di paesi. È possibile che la sua voce resti inascoltata? Certo. Per forza. Le orecchie sono allenate a captare esclusivamente i richiami a questioni molto più importanti, a quanto sembra, rispetto alla sorte dell’arte del romanzo.

Il motivo per il quale la voce di Kundera è rimasta inascoltata è che è stata emessa in un’epoca di estrema politicizzazione. Politicizzazione che continua ai nostri giorni a soggiogare le menti – come l’immaginario – a un livello ancora più catastrofico di quello che ha sperimentato Kundera durante gli anni della sua formazione artistica, ossia gli anni Cinquanta e Sessanta (non confondiamo politicizzazione e vita politica: stricto sensu, troviamo la politicizzazione dove non c’è vita politica). Kundera ha avvertito molto presto il pericolo. Potremmo dire da dentro. Questo perché la sua giovinezza e i suoi primi passi come scrittore sono stati segnati, come per tutti a quel tempo, dalla sua obbedienza entusiastica ai diktat dell’homo politicus. Ma, da quando ha messo piede sul territorio stabile del romanzo, da quando ha preso coscienza della sua vena artistica, a partire, diciamo, dalla pubblicazione dello Scherzo nel 1967, non ha mai smesso di rivendicare il primato del suo lavoro di romanziere su tutto il resto: patria, nazione, partito politico; investimenti ideologici, sociali, geopolitici; dissensi ecc. Un romanziere atipico, tuttavia: una delle sue prime opere è stata un saggio letterario, L’arte del romanzo, incentrato su Vladislav Vancura e pubblicato nel 1953[3]. Mi sembra difficile trovare un altro romanziere del calibro di Kundera che abbia avviato la sua carriera con una riflessione approfondita sulla sua arte.

Fatica sprecata. Nonostante Kundera non perdesse occasione di mettere i puntini sulle i riguardo a ciò che lo interessava, nonostante i suoi ripetuti sforzi per attirare l’attenzione dei critici, dei giornalisti e del pubblico verso le sue preoccupazioni estetiche, il demone della politicizzazione arrivava sempre con una battuta d’anticipo. Quarant’anni di malintesi! Quarant’anni di chiarimenti inutili. Alla fine Kundera ha preferito chiudersi nel silenzio. Senza, tuttavia, aver prima di tutto garantito la perennità del suo apporto all’eredità di Cervantes.

Œuvre (Opera [N.d.T.]) è il titolo che Kundera ha scelto per le sue opere riunite in due volumi della Pléiade[4]. Pubblicate a cura di François Ricard nel 2011, sono state ripubblicate nel 2016 al fine di includere La festa dell’insignificanza, uscito nel 2014. La Pléiade “Kundera” include la sua raccolta di racconti, i suoi dieci romanzi, una delle sue pièce di teatro, i suoi quattro saggi, e la prefazione e la «Biografia dell’opera» redatte da François Ricard. Così, esiste in Francia, e solo in Francia, il corpus kunderiano come l’autore lo ha voluto alla fine della sua carriera. Da questo insieme sono deliberatamente esclusi tutti i suoi scritti d’occasione di interesse culturale, storico o politico, così come alcune delle sue opere letterarie. È allora questo corpus che deve studiare chi voglia comprendere il particolare apporto di Kundera all’arte del romanzo. E questo basta e avanza. Per la semplice ragione che, se tra gli scritti scartati da Oeuvre ci fosse qualcosa di importante per l’arte del romanzo, sul fronte della creazione o della riflessione, Kundera sarebbe il più idoneo a saperlo (ho avuto la fortuna di seguire per tutta la sua durata il seminario sui grandi romanzieri centroeuropei che Kundera ha svolto all’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1981 al 1994: tutto ciò che Kundera ha detto di essenziale nei suoi corsi è stato rielaborato e ripreso nei suoi quattro saggi).

È stupefacente constatare l’indifferenza, se non proprio la diffidenza, espressa dal mondo letterario francese – una volta placato il brusio mediatico –, verso la decisione presa da Kundera di separare i suoi scritti validi da quelli non validi. Una decisione che ha imposto, questo va considerato, contro una tradizione editoriale che ha sempre voluto che i glossatori si vendicassero degli autori illustri. Ciò che conta, lo ripeto, è che Oeuvre esiste. E ciò che colpisce immediatamente è la parola. Perché Oeuvre, al singolare, e non “Opere scelte” o “Opere complete”? Perché la parola è rivelatrice della “forma” che Kundera ha scelto al fine di preservare il suo contributo personale alla storia e all’estetica del romanzo.

Oeuvre è una trilogia a due autori preceduta da una prefazione in cui François Ricard presenta l’opera. Il primo «libro» contiene, nell’ordine cronologico, Amori ridicoli, i dieci romanzi e il dramma teatrale che, sebbene scritto nel 1972, è collocato alla fine. Il secondo «libro» contiene i quattro saggi. Il terzo «libro» è la «Biografia dell’opera» di François Ricard. Questo «libro» concepito e scritto da una terza persona è destinato – che non se ne abbiano a male i biofili del mondo intero – a spostare il centro dell’interesse dalla vita dell’autore alla sua creazione. Tuttavia, in questo terzo libro di Oeuvre nulla è scartato. Tutto ciò che è stato significativo nella vita di Kundera è scrupolosamente menzionato, datato e commentato nel suo contesto storico, politico e culturale: opere letterarie, pubblicazioni di ogni genere, interventi pubblici e dati biografici importanti. Il tutto redatto nella prospettiva di far apparire più chiaramente possibile la costruzione di Oeuvre, libro dopo libro, nel corso del tempo.

Chiaramente François Ricard non è un terzo neutro. Suppongo che Kundera lo abbia scelto perché, fra tutti i critici, Ricard è stato quello che ha meglio compreso e formulato il pericolo della politicizzazione che correvano le sue opere. Aggiungiamo che, oltre ai dettagli sulla pubblicazione successiva degli scritti di Kundera (senza distinzione tra libri e articoli importanti), Ricard si è preoccupato di far seguire le informazioni di carattere editoriale dall’eco che questi scritti hanno suscitato presso la critica e i media. Il bilancio globale? Accoglienza, a parte qualche eccezione, sempre entusiastica ma per delle ragioni che sono in rapporto con la doxa geopolitica, con i temi prediletti dei giornalisti, o con entrambi nello stesso momento. Così, grazie al «libro» di Ricard ci è permesso conoscere tutti gli scritti di Kundera, le condizioni della loro produzione come della loro ricezione. Kundera non ha nascosto o negato nulla. Ma, dal magma costituito dai suoi tentativi artistici, i suoi impegni politici, i suoi gusti, le sue letture e i suoi successi inframmezzati ai diversi episodi della sua vita personale come li ha riportati François Ricard rispettando la cronologia, Kundera è riuscito a estrarre in Oeuvre ciò che a suo giudizio doveva essere recepito dai posteri.

Ritorno alla mia idea che l’intera opera di Kundera incarna e illustra la ragion d’essere dell’arte del romanzo. E rettifico: non l’“intera opera” ma Oeuvre. È grazie a Oeuvre che il progetto proromanzesco di Kundera si svela in tutta la sua chiarezza e in tutta la sua coerenza. Perché è in Oeuvre e da nessun’altra parte che si concretizza in maniera vistosa il connubio, cercato fino all’ossessione, intensamente desiderato da Kundera, tra il sensibile e il cognitivo, tra lo slancio creatore e la concettualizzazione, tra la forma artistica (infinitamente variabile) e l’intelletto (che dipende sempre da certi parametri del pensiero). Non si tratta solo dell’abitudine ben nota di Kundera di integrare nei suoi romanzi delle parti saggistiche: questa non è che la punta dell’iceberg. In Oeuvre, per ciò che concerne il suo “ideale” artistico, ci troviamo dinanzi a qualcosa di molto più significativo delle sue trovate formali per così dire secondarie. Questa coabitazione, questa giustapposizione di due forme letterarie nello stesso libro, romanzo e saggio, attesta il fatto che Kundera non può concepire la sua creazione artistica staccandola dalla sua riflessione sull’arte in generale e sul romanzo in particolare e, di contro, che egli non vorrebbe che le sue riflessioni fossero dissociate dalle sue conquiste nel campo dell’arte. Ciò ci autorizza a immaginare che per Kundera il sensibile è solo un’altra forma del cognitivo, una metamorfosi, una variante e viceversa. Certo che le due forme non sono omologhe. Per passare dal cognitivo al sensibile, serve un enzima: il personaggio romanzesco. Eppure l’edificio è uno. La composizione è una. Oeuvre abbraccia con la stessa forza «romanzo» e «saggio». Questo può aiutarci a comprendere la particolare estetica di Kundera e il legame di questa estetica con il senso del romanzo.

Penso di non sorprendere nessuno se affermo che in Kundera l’ispirazione è cerebrale. Nessun’accezione peggiorativa in questo giudizio. Voglio dire che i personaggi romanzeschi kunderiani (delle «cavie», come li chiama) eseguono delle partiture (dei «temi», afferma) stabiliti in anticipo. Ciò che è miracoloso è che la loro esecuzione non è affatto cerebrale. È romanzesca dall’inizio alla fine. Si svolge tutto come se toccasse a loro provare che, una volta deposti sul terreno di sperimentazione voluto dal loro maestro, possano evolvere in un modo imprevedibile. E ci riescono a livelli magistrali. Nel senso che cominciano a vivere in noi a lungo. Si avvinghiano alla nostra esistenza con un’incredibile forza.

Prendiamo, ad esempio, il «kitsch», tema che percorre quasi tutti i romanzi di Kundera. Dopo la lettura, abbiamo imparato qualcosa di nuovo sulla sua natura? Sul piano del sapere, niente. Sul piano dell’esistenza, sì: il kitsch è intimamente legato al nostro desiderio, umano, troppo umano, di fonderci con il mondo per quel che appare. È un bene? È un male? Kundera non giudica. Conduce degli esperimenti. È facile verificare, romanzo dopo romanzo, che, nel territorio dell’esistenza, tutte le variazioni sono valide. Anche il saggio è un esperimento. Ma un esperimento senza le cavie. In Kundera “romanzo” e “saggio” si succedono come le due facce di un nastro di Möbius. O, per dirlo in altri termini, in Kundera “esistenza” e “pensiero” sono intrinsecamente legati. E allora? In cosa questa asserzione di stampo filosofico potrebbe interessare noi, lettori di romanzi?

Un’ipotesi di studio attraversa come un filo conduttore l’insieme dell’opera di Kundera (romanzesca e saggistica). Che il nostro mondo è, adoperando le sue parole, il mondo dei paradossi terminali, ossia il mondo in cui tutti i nostri valori di un tempo si rovesciano e diventano il contrario di ciò che erano. E cosa dicono le sue cavie di questo assurdo sconvolgimento? Niente. Continuano a vivere, ciascuno più o meno soddisfatto del suo accecamento, della sua ignoranza. È un bene? È un male? Non è questo il punto. In compenso, lo sperimentatore ha ancora una volta il piacere di verificare in concreto lo straordinario rigoglio esistenziale dinanzi a delle situazioni che a una prima impressione si potrebbe giudicare opprimenti.

In quest’ottica, si direbbe che Kundera non nutra altre ambizioni oltre a quella di decostruire i propri giudizi sul mondo. Potrebbe essere così, se l’autore dello Scherzo privilegiasse il ludico per il ludico con cui si dilettano gli scrittori definiti postmoderni. E forse sarebbe vero, se le amare constatazioni dell’autore dei Testamenti traditi perdessero la loro parte di verità dopo questi tentativi. No, Kundera non oppone l’esistenza al sapere. Non è la dialettica dell’esistenza e del pensiero a interessarlo. Non è alla ricerca di soluzioni. Non coltiva né lo spirito della negazione né lo spirito della resistenza. Si accontenta di accumulare le variazioni esistenziali delle sue cavie – senza offrire il minimo giudizio morale.

Qual è il senso di questa accumulazione delle diverse opzioni esistenziali? Perché Kundera insiste a immaginare delle varianti umane a partire da soggetti sui quali non si è mai smesso di ragionare – il riso, l’ignoranza, il lirismo ecc.? Qual è il significato della sua estetica della variazione? Prima di tentare una risposta, mi sembra necessario ricordare il profondo attaccamento di Kundera alla modernità, a questa esplosione artistica e culturale di carattere paneuropeo che, dopo aver debuttato prima della fine del XIX secolo, è durata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Più che a ogni altra cosa è alla modernità che Kundera deve l’essenziale della sua sensibilità d’artista e dei suoi gusti rispetto alle altre arti. E ricordiamo anche che Kundera è stato uno dei protagonisti della Primavera di Praga (1960-1968), di quell’effervescenza creatrice in tutti i campi dell’arte e del sapere che, per la sua estensione e la sua varietà, resta ancora unica nel mondo del dopoguerra. Che si guardi, allora, verso le fonti della sua ispirazione o verso la sua attività pubblica, ciò che colpisce e che motiva Kundera è la novità. Non la novità per la novità. Ma la novità di sempre. Come quella di Rabelais e di Cervantes, ai quali Kundera ritorna a più riprese nella sua opera. La modernità di Kundera è quella di un uomo rinascimentale e di uno spirito umanista (nel principale senso della parola, quello del ritorno alle origini). La sua estetica della variazione non è un capriccio individuale. È il frutto di un felice matrimonio tra una predisposizione innata, intima, a non accontentarsi della doxa e un gaio sapere che abbraccia le conoscenze e le esperienze artistiche più variegate e lontane nel tempo e nello spazio.

Ritorno alla domanda: perché tutte queste variazioni esistenziali? Soffermiamoci sulla parola “esistenza”. Supponiamo che si tratti di un valore a cui teniamo e ammettiamo che Kundera abbia ragione, quando afferma che viviamo nel mondo in cui tutti i nostri valori volgono nel loro contrario. Qual è il contrario dell’esistenza? La morte? No, la morte è il contrario della vita. Il contrario dell’esistenza, dell’esistenza suscettibile secondo Kundera di variare indefinitamente, è l’evoluzione. Dal Petit Robert, «Evoluzione: seguito di trasformazioni nello stesso senso». Sì, il contrario dell’esistenza che viene fuori dal laboratorio di Kundera è la credenza che le cose evolvano «nello stesso senso».

E il contrario dell’evoluzione? Cosa avrebbe potuto essere il contrario del valore supremo della nostra civilizzazione, del valore strutturale della civilizzazione prodotta dai Tempi moderni (all’inizio del XVI secolo)? Ai suoi inizi, l’evoluzione non suscitava molto entusiasmo. Ma, secolo dopo secolo, non ha smesso di rafforzare la sua presa sull’immaginazione e sul pensiero fino al punto di diventare ai nostri giorni il valore assoluto, il valore al quale devono adeguarsi tutti gli altri. Questo valore di riferimento, “procustiano”, non può essere né sostituito né rovesciato. Il suo contrario? Nessuno osa immaginarlo. Giacché nessuno osa immaginare che ne sarebbe del mondo, una volta perduto il suo fondamento. È il nulla? Forse. In ogni caso, per ora, e che se ne pensi dello stato catastrofico delle nostre società, l’evoluzione resiste, «nello stesso senso». Il che contraddice la concezione kunderiana del possibile rovesciamento di tutti i valori. La concezione sì, ma non la sua arte.

Direi anche che la sua arte rappresenta il contrappunto della fase più recente dell’evoluzione, vale a dire l’impegno a tutto spiano di separare il cognitivo e il sensibile e, infine, di sottomettere tutto al potere dell’intelligenza (il punto in cui siamo adesso). Certo, l’evoluzione proseguirà il suo cammino, imperturbabile, fedele al dogma che la anima dal principio, al dogma che vuole che in ciò che concerne la vita non tutte le varianti si equivalgono. Valgono solo le vite che, sottoposte all’una o all’altra trasformazione, proseguono «nello stesso senso». Altrimenti? Altrimenti escono dal sentiero tracciato. Un fossato invalicabile separa questo dogma evoluzionista dall’universo romanzesco-saggistico di Kundera. Secondo il concetto dell’evoluzione, concetto a priori emancipato dal dato sensibile, per mantenere la rotta dello «stesso senso» bisogna procedere per eliminazioni successive. Ma, stando agli esperimenti kunderiani, nessuna vita umana va nello «stesso senso». Una volta trasposta nell’evoluzione concretamente vissuta di una situazione umana, la vita non può mai restare «nello stesso senso». Nelle sperimentazioni kunderiane tutte le varianti della vita hanno il loro posto, a tutte si deve rispetto.

L’evoluzione, mi si ribatterà, non figura tra i temi cari a Kundera. Certo che no. Ma l’evoluzione è il tema di fondo di tutta la sua arte e di tutto il suo pensiero. È il tema portante, il tema di cui non percepiamo l’esistenza se non attraverso le sue variazioni. È lo sfondo che conta. E questo sfondo resta sempre lo stesso: sfuggire allo «stesso senso». Sfuggire al kitsch che Kundera considera come «l’accordo categorico con l’essere», ossia con l’essere che evolve sempre nello stesso senso.

Tutte le arti devono la loro esistenza alla misteriosa unione del sensibile e del cognitivo. Ma nessuna arte è stata predisposta per affrontare il pericolo della loro separazione e ancora meno per esaminare la subordinazione del sensibile al cognitivo. Sono i Tempi moderni che hanno aperto la porta a questo pericolo. E sono i Tempi moderni che hanno visto nascere, come una nuova sensibilità, come un campo di riflessione da coltivare a parte, come una prospettiva umana diversa da quella dell’evoluzione, l’arte del romanzo e la sua materia prima: l’esistenza. Perché l’esistenza? Perché esistenza uguale coesistenza. È la vita che è isolabile, analizzabile e decifrabile, non l’esistenza. L’esistenza risuona sempre in un’altra esistenza. Il “tutto cognitivo” si accontenta della vita nuda, del vivente. Non l’esistenza, che resta sempre aperta all’affettività di un’altra esistenza. È nello spazio interumano che risiede l’unione del cognitivo e del sensibile. Perpetualmente in conflitto e perpetualmente inseparabili. Gli umani non vivono, coesistono. È questa tutta la verità del romanzo. L’evoluzionismo nel nome della vita ha rovinato ciò che c’è oltre – l’anima, il bello, i piaceri della vita – e si appresta a ridurre l’umano a un ammasso di ingranaggi. Il romanzo ha scommesso, dalla sua prima apparizione, sul lato inesauribile dell’esistenza. Kundera non ha fatto che riscoprire e reincarnare la ragion d’essere della sua arte, come l’hanno voluta e praticata i suoi fondatori. Con una differenza: per la storia del romanzo, ci sarà certamente un prima e un dopo Kundera. Giacché è Kundera che ha messo in luce l’anima stessa del romanzo, il suo nucleo estetico, ossia il fatto che l’evoluzione non esaurirà mai l’esistenza.

Mi immagino la soddisfazione dell’autore presentandoci la sua Opera. Si tratta insieme di una scoperta (di uno svelamento) e di un ritorno alle fonti della sua arte. Una scoperta rispetto a ciò che si annida nelle viscere del nostro mondo. E un ritorno, dato che, a conti fatti, Oeuvre non è altro che una variante delle opere polifoniche di Rabelais e di Cervantes[5].

  1. Sulla nozione di regime estetico come sul passaggio dal regime mimetico a quello del romanzo mi permetto di rinviare il lettore al mio saggio I misteri del romanzo. Da Kundera a Rabelais (Rabelais. Que le roman commence !, 2016), a cura di S. Carretta, Milano-Udine, Mimesis, 2021.
  2. T. PAVEL, Le vite del romanzo. Una storia (Lives of Novel. A History, 2013), trad. it. di D. Biagi, a cura di C. Tirinanzi de Medici, M. Rizzante, Milano-Udine, Mimesis, 2015.
  3. Si tratta di una versione precedente del saggio da cui è tratta la traduzione italiana disponibile per Adelphi, trasformato da Kundera in una riflessione sulla propria opera [N.d.T.].
  4. Il riferimento è alla collana editoriale francese edita da Gallimard che raccoglie i nomi consacrati della letteratura. Kundera è stato il primo autore vivente ad esservi stato incluso [N.d.T.].
  5. Traduzione dal francese di Simona Carretta.

(fasc. 48, 11 luglio 2023)