Recensione di Maria Borio, “Trasparenza”

Author di Simone Scognamiglio

Maria Borio, nata a Perugia nel 1985, scrive e pubblica poesie dallo scorso decennio. Alcuni testi tratti dalla raccolta Vite unite compaiono nel XII Quaderno di poesia italiana contemporanea (Milano, Marcos y Marcos, 2015). Inoltre è ricercatrice e critica di letteratura italiana contemporanea, come dimostra anche il saggio monografico Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Pisa, Serra, 2013). Con Trasparenza, edito nel 2018 dalla casa editrice novarese Interlinea nella collana «Lyra giovani», l’autrice pubblica il suo primo libro; grazie ad esso riesce a esprimere anzitutto sé stessa, che non è poco, assieme a qualche frammento di verità universale.

Nelle 144 pagine del volume, un componimento iniziale fa da proemio ai 51 testi successivi raggruppati in tre parti, rispettivamente: Il puro, che contiene 10 testi; L’impuro, con 27 testi e tre sottosezioni; infine Il trasparente, di 14 testi e due sottosezioni. La scrittura in versi liberi di Borio è oggettuale ma anche introspettiva, e col suo vibrare riesce a rimanere nella memoria anche quando incappa nei picchi emotivi più intimi, privati, oscuri, anche con gli accostamenti analogici più fulminei e inusuali. Si dice vibrare perché c’è una palpabile tensione che percorre le tre sezioni della raccolta, i sostantivi dei cui titoli andrebbero forse scritti con lettera maiuscola, dal momento che nel corso delle pagine ne vengono descritte le fenomenologie come se si trattasse di entità cosmiche. Tra ciò che si afferra, che è tangibile, dell’esperienza dell’uomo e ciò che invece rimane etereo, emozionale o indefinito, la poesia di Borio rivela che sempre, in ognuno di noi, si trova la sensazione di poter distinguere un bene e un male, o quantomeno un positivo e un negativo. Pur con frasi talvolta brevi e nominali, altre volte lunghe e irrispettose della sintassi o della concordanza grammaticale, l’autrice non complica mai il lessico e riesce a coinvolgere il lettore in un percorso lineare, filtrato attraverso il tema ricorrente dello specchio, del vetro attraverso cui si guarda.

Ponendo lo schermo come presenza costante con cui confrontarsi, ecco che la purezza si individua in tutto ciò che di naturale l’uomo esperisce e realizza; all’opposto, l’impurità risulta essere la futile apparenza, ciò che si trova oltre la barriera digitale. Pertanto, lo scontro tra le due dimensioni può essere imbastito, ad esempio, presentando nella prima parte le emozioni derivanti da una vista panoramica, dalle alte scogliere che «si aprono / più a sud in un prato […] una sinfonia che si avvolge su sé stessa […] gli do odore, ricevo umido e arido […] nel punto più alto della scogliera / nel vento del nord affilato, lunare» (pp. 12-13); in contrasto a ciò, nella seconda sezione si pone la vana esteriorità, la «sentenza dell’epigrafe» (p. 49) cui si sottopongono i profili in rete, «esposti in una cesta accecante» (ibidem), pronti a essere giudicati «per vanità» (ibidem) o «per non far morire l’immagine» (ibidem).

Così, la stessa esistenza umana sembra poter essere reale solo in apparenza o solo provvisoriamente: «A volte tutto resiste in trasparenza: / esiste, muore? // Tu attorno a io / lucina improvvisa, contemporanea» (p. 87). Il Trasparente si configura, quindi, come la dimensione in cui il Puro e l’Impuro coesistono, senza escludersi dialetticamente ma sintetizzati, in lotta ma intrecciati. Non stupisce, quindi, che nella sezione finale l’autrice descriva in che modo la nostra accelerata routine, le decennali abitudini della modernità, ma anche la tradizione e i ricordi, impediscano all’uomo una vita profonda, condotta pienamente, vissuta davvero. «Mentre ci assottigliamo, diventiamo verticali» (p. 127), si legge nell’omonima lirica Trasparenza, nelle pagine finali del libro; «la vertigine dell’orizzonte verticale, l’ansia / impura di noi» (p. 130) null’altro è che «illusione di vivere per sempre» (ibidem), dal momento che noi tutti siamo «ognuno se stesso solo» (p. 129). Tutto è piatto, quindi, tutto orizzontalmente povero e vuoto.

La poesia di Borio con questa raccolta si conferma di valore e profondità notevoli e, attraverso la meditazione sul presente e la divagazione nei ricordi personali, vuole lanciare un messaggio chiaro e forte contro l’immaterialità del vivere contemporaneo: non fermarsi all’immagine superficiale. Un appello al recupero dell’autenticità e dell’intensità nei contatti umani, non urlato bensì esposto con delicatezza e sensibilità.

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

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