Recensione di Roberto Carnero, “Pasolini. Morire per le idee”

Author di Carmine Chiodo

Roberto Carnero insegna Letteratura italiana all’Università di Bologna, presso il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione (al Campus di Forli). Inoltre, è critico letterario ed editorialista per giornali come, per citarne solo alcuni, «Avvenire» e «Il Piccolo». È ancora autore di opere, sempre edite da Bompiani, quali: Il bel viaggio. Insegnare letteratura alla generazione Z e Lo scrittore giovane. Pier Vittorio Tondelli e la nuova narrativa italiana. Segnalo pure che Carnero, con Giuseppe Iannaccone, ha pubblicato una bella storia e antologia della letteratura italiana, destinata alle scuole superiori, la cui nuova editio maior prende il titolo Il magnifico viaggio.

Già nel 2010 e sempre presso Bompiani, Carnero ha pubblicato una monografia su Pasolini, ora ripresa e aggiornata, ampliata e dedicata «Ad Angela Felice e Maurizio De Benedictis in memoriam, per quanto era bello parlare di Pasolini con loro».

Questa ampliata monografia è ‒ a mio giudizio ‒ uno dei migliori studi critici che danno di Pasolini, uomo e artista, un’interpretazione chiara, nuova, totale, che si basa sui testi, tenuti sempre presenti e saputi maneggiare e collegare tra di loro. Il tutto, poi, viene espresso con un linguaggio chiaro, e in maniera ben documentata, cogliendo bene le caratteristiche di contenuto e di stile delle varie opere pasoliniane.

È un’indagine, una lettura critica, questa di Carnero, molto equilibrata e certo non tende a mitizzare l’Autore; lo studioso si mostra, anzi, cauto, molto cauto, prudente nell’affermare certi giudizi e valutazioni assolute, definitive, classificatorie.

Come si diceva, Pasolini viene visto nella sua totalità di uomo e artista, e l’occhio non si allontana mai dai testi, dalle opere: ne vengono analizzati la poesia, la narrativa, il teatro, il cinema, gli scritti giornalistici, quelli di critica letteraria, la filmografia.

Lo studioso legge e interpreta tutte queste opere come se fossero un tutt’uno che ci consente di capire Pasolini, nella cui opera è presente tutta la sua biografia. Certo, l’opera pasoliniana diviene continuamente, non si arresta mai; nel corso del tempo subisce mutazioni che hanno del paradossale, certe volte, o dell’ambiguo, ma rinvia all’evoluzione intellettuale dello scrittore e delle sue varie maniere di porsi davanti alla società in cui vive, alla letteratura italiana passata e recente, alle istituzioni culturali e politiche, ai costumi, alla mentalità degli italiani. Esprimendosi su tutto ciò, egli mostra il suo carattere dinamico, la sua intelligenza che sa leggere nella società in cui opera e sente.

Altro grande merito dell’indagine critica di Carnero è quello di aver messo bene in rilievo e analizzato quelli che possiamo chiamare i grandi temi pasoliniani: perciò, si leggono pagine in cui si parla della giovinezza di Pier Paolo in Friuli e poi della sua vocazione alla poesia, della scoperta dell’omosessualità, e ancora della relazione assai contrastata con la religione e la politica; delle sue analisi, delle riflessioni, della scoperta di quello che era il sottoproletariato romano degli anni Cinquanta. Altri temi che balzano evidenti dalle sue opere: la nostalgia del passato, la mancanza, la sparizione della vita contadina con tutti gli annessi e connessi, la disastrosa società consumistica e omologante; ed eccolo il poeta e lo scrittore che si pone in fuga «verso un impossibile altrove spazio temporale, per arrivare poi alla sua morte tragica, avvolta ancora oggi, come ben si sa, nel mistero, date le tante ipotesi che si son fatte su di essa, ma la verità, quella vera, non è mai venuta a galla».

Com’è risaputo, su Pasolini e sulla sua opera esiste una bibliografia talmente folta da scoraggiare chiunque dal comporre un articolo o un libro sul poeta di Casarsa. Nonostante ciò, Carnero si cimenta nell’impresa e ne esce vittorioso, in quanto è riuscito a focalizzare quello che di «speciale» ha Pasolini, «figura di enorme rilievo del secondo Novecento» che amava definirsi, nonostante le sue molteplici attività creative, semplicemente «scrittore». Ha perfettamente ragione lo studioso quando ancora scrive che, «Provocatore nella vita e nelle opere», egli «occupa un ruolo centrale nella cultura dell’Italia contemporanea. Con ogni suo lavoro ha espresso la volontà di lottare, anche da solo, contro quelle istituzioni e quei meccanismi di consenso che privano l’uomo della sua autenticità. La sua opera è un invito a indagare la realtà che ci circonda, a esplorarne i lati in ombra, a non accontentarci delle facili certezze di una mentalità conformista» (p. 10).

Nonostante sottolinei che sulla scena letteraria del tempo sono apparsi anche altri protagonisti (si fanno i nomi di Pavese, Fenoglio, Morante, per esempio), lo studioso crede che si possa dire che Pasolini sia stato «il più importante intellettuale italiano del secondo Novecento. E mi sembra che sia stato, comunque uno scrittore unico. Almeno per due ragioni. La prima, la sua straordinaria capacità di cimentarsi su più fronti e più generi: dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla critica di tipo filologico. Con la tendenza a rinnovarsi continuamente, all’interno di un discorso creativo aperto e mobile» (ibidem). È ancora nel giusto Carnero quando, a proposito del ruolo di intellettuale di Pasolini, osserva che egli è appunto una figura di intellettuale di cui «oggi sentiamo tremendamente la mancanza». Egli ha lasciato «una traccia, nel vissuto nazionale e nella nostra memoria collettiva […] attraverso l’opera e attraverso la vita» (pp. 10-11).

Pasolini, inoltre, ha avuto il coraggio, che pochi hanno avuto, di essere un «autore contro corrente ma sempre per intima convinzione, per affermare, cioè, le proprie idee, essendo pronto a pagarne le conseguenze più pesanti; compresa – forse – quella estrema, la perdita della vita» (p. 12).

Nel suo libro l’interprete Carnero non si lascia andare a fantasie o a ipotesi, a congetture campate in aria, ma si attiene esclusivamente ai testi di Pasolini, figura che già «ai suoi tempi» veniva considerata «quella di un grande inattuale» e che ebbe un atteggiamento particolare anche nei confronti della politica; è stato insomma un intellettuale «disorganico», autonomo, indipendente da qualsiasi «ipoteca ideologica» (p. 13). Per le sue riflessioni, egli è stato ritenuto un «eretico», è stato accusato di «eresia» per le sue scelte provocatorie contro «una realtà insoddisfacente, perché incapace di rispondere ai bisogni dell’essere umano» (ibidem).

Ho abbondato nelle citazioni di Carnero perché mostrano bene il motivo per cui egli ha scelto di studiare proprio Pasolini, scrivendo un saggio condotto seguendo una critica rigorosa e chiara, e costruendo un dialogo fecondo e continuo con i vari testi. Inoltre, lo studioso non accetta definizioni assolute, come, ad esempio, l’uso dell’aggettivo «profetico», «assai abusato a proposito di Pasolini, e che personalmente non amo, perché […] è un vocabolo troppo fumoso, esoterico, misticheggiante» (pp. 11-12). Pasolini, infatti ‒ come osserva ancora il convincente studioso ‒ ha saputo, però, «prevedere le linee di sviluppo e di cambiamento della realtà contemporanea, e lo ha fatto in una maniera molto precisa: guardando a fondo il presente (il proprio presente), facendolo interagire con la sua straordinaria cultura e sensibilità, e in tal modo immaginando (vedendo in anticipo sul suo accadere) la direzione di mutamento» (p. 12). In queste analisi critiche di Carnero, lo dice egli stesso, non c’è posto per «quel gioco che è il ‘che cosa avrebbe detto Pasolini’». Inutile, dunque, domandarsi cosa avrebbe pensato Pasolini di Twitter o del Grande Fratello, per esempio: non lo sapremo mai. Ma egli ha insegnato, per ricordare riflessioni della Fallaci, a essere sinceri a «costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli; e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore». Come commenta Carnero, «Grazie a questa qualità del suo lavoro, l’opera di Pasolini, con il suo sguardo non pacificato e non pacificante, può dunque rappresentare oggi una possibile chiave di lettura dei cambiamenti in atto, non solo in Italia e non solo in Occidente» (p. 20).

Il volume è, dunque, frutto dell’amore dello studioso per Pasolini, letto e riletto e approfondito, ma, nonostante ciò, l’interprete allo scrittore non fa «alcuno sconto». Quindi, non fa di Pasolini un «santino»: si è lontani da toni agiografici, perché per Carnero è necessario «uscire dal ‘mito’ di Pasolini. Per questo bisogna superare sia l’atteggiamento dei ‘celebratori’ sia quello dei ‘detrattori’, affrontando il discorso critico ‘sine ira et studio’, per provare a offrire, finalmente, una valutazione serena della sua opera, di cui evidenziare vertici e limiti, pregi e difetti, punti di forza e punti di debolezza» (p. 22). Carnero osserva, infatti, che, «nel corso degli anni che ci separano dalla scomparsa» del poeta, il suo pensiero e il suo lavoro sono stati «normalizzati e banalizzati, e anche ‘abusati’, soffocati da un’indagine critica che troppo presto si è avvitata e si avvita su se stessa» (ibidem). Per Carnero bisogna rileggere Pasolini con occhi «scevri da pregiudizi e sovrastrutture mentali che rischiano di farci credere di sapere ciò che non sappiamo, di capire ciò che in realtà non abbiamo capito. Solo in questo modo l’opera pasoliniana sarà ancora in grado di parlarci e di aiutarci ad attraversare questo nostro travagliato presente» (pp. 22-23).

Per quanto attiene alla bibliografia, la cosiddetta «bibliografia secondaria» è ben conosciuta e analizzata dallo studioso, che da essa prende vari dati e riceve pure stimoli, chiavi di lettura, spunti ermeneutici che poi si ritrovano nel libro. Tutto sommato, ci viene offerto un bel racconto dello scrittore e poeta Pasolini, e della sua opera, più che interpretazioni «nuove o forzatamente originali».

Per quanto riguarda, ad esempio, il «mistero della morte» dello scrittore, lo studioso vaglia tante notizie e si chiede cosa sia successo veramente quella notte, e se si sia trattato di un «omicidio politico». Per questa morte il maggiore indiziato è stato Pelosi, come ben si sa; su questo evento tragico si sono espressi vari critici, poeti e amici dello stesso Pasolini, e ognuno ne ha dato una propria valutazione e interpretazione. Carnero ricorda, ad esempio, Giorgio Caproni, amico di Pasolini fin dagli anni Cinquanta, che si astenne dal fare dichiarazioni ma che ci ha lasciato una poesia dal titolo Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini: «Caro Pier Paolo, / il bene che ci volevamo / ‒ lo sai – era puro. / E puro è il mio dolore. / Non voglio pubblicizzarlo. / Non voglio, per farmi bello, / fregiarmi della tua morte / come di un fiore all’occhiello». Versi molto schietti, sinceri.

(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. II)

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