Gobetti oggi

Autore di Niccolò Amelii

Il pensiero e l’agire pratico di Piero Gobetti risultano essere oggi tra le eredità più vive e fertili del panorama intellettuale e culturale dei primi trent’anni del XX secolo italiano. La figura del giovane studioso, nato a Torino nel 1901 e morto nel 1926 a Parigi, suscita a quasi un secolo dalla sua dipartita ancora molto interesse, nonché studi e approfondimenti continui. Questo accade perché il bagaglio speculativo e teorico di Gobetti non si esaurisce minimamente nelle sue riflessioni socio-politiche, così pregne e illuminanti, né tantomeno nella sua infaticabile opera editoriale, ma coinvolge più apertamente le qualità metodologiche alla base dei suoi lavori d’impostazione teorico-critica. La visionarietà e insieme la freschezza dei suoi interventi rientrano nelle modalità di espressione di quell’“interventismo militante” che Gobetti aveva assorbito fervidamente e fatto suo grazie a figure e modelli a lui affini: Salvemini, Croce e «La Voce» di Papini e Prezzolini.

Volendo soffermarci in questo breve contributo su alcune acutissime e sempre attuali valutazioni politico-culturali del pensatore torinese, lasceremo da parte gli aspetti più pragmatici dell’operato di Gobetti e della sua lotta al fascismo, per analizzare alcuni passaggi della Rivoluzione Liberale, saggio apparso nel 1924 e vera summa delle riflessioni e degli interventi teorici editi nei due anni precedenti sulla rivista, diretta dallo stesso Gobetti, da cui l’opera prende il nome.

La peculiarità innovativa del modus operandi gobettiano vi appare innanzitutto a livello metodologico e si esemplifica interamente nella capacità che Gobetti ha di portare avanti un sistema di critica analitica e oggettiva del Risorgimento, prima, e del sistema politico italiano postunitario, poi, attraverso un filtro valutativo di matrice liberale, ovviamente a lui consono, senza tuttavia inquinare o soggettivizzare eccessivamente le speculazioni, che appaiono di conseguenza competenti, equilibrate, mai intaccate da dogmi ideologici o pregiudizi.

Lo studioso torinese, conscio del valore irrinunciabile di una dialettica politica realmente efficace entro il perimetro di un sistema politico che dovrebbe essere caratterizzato da un marcato bipolarismo, riconosce il valore fondante della lotta di classe, non solo perché fenomeno capace di «promuovere nel cittadino la coscienza di produttore, come capitalista, come tecnico, come politico»[1], ma anche perché solamente «attraverso la lotta di classe il liberalismo può dimostrare le sue ricchezze»[2], divenendo lo strumento principale di un insperato rinnovamento popolare. Il liberalismo non assurge mai, dunque, a categoria puramente filosofica o retorica, ma viene pensato da Gobetti innanzitutto come pratica politica che nasce anche e soprattutto in virtù del confronto collettivo e dell’affermazione di libertà, con il fine ultimo di garantire e promuovere un individualismo maturo e consapevole, sempre ben radicato «nell’ethos delle regole condivise, della legalità, delle eguali opportunità, e nel primato dell’individuo sul conformismo delle obbedienze»[3]. Il sistema teorico di Gobetti riesce, quindi, ad autolegittimarsi e ad autosorreggersi senza scadere mai nella banalità accusatoria o in atti di difesa equivoci.

Un altro esempio paradigmatico di tale qualità d’indagine e di risorse intellettive è dato dal fatto che Gobetti è stato abilissimo e brillante nello studiare, comprendere e valorizzare il momento storico rappresentato dall’occupazione delle fabbriche torinesi e dai moti proletari del biennio rosso, giudicati come sintomo positivo in quel periodo di totale stasi politica, nonostante tali fenomeni operai apparissero del tutto lontani dal suo sentire politico ed economico. Tuttavia, Gobetti individuò in questo evento di ribellione consapevole e organizzata le basi, che sarebbero state poi costrette a crollare, non essendo state canalizzate adeguatamente all’interno di un nuovo e più grande movimento unitario e compatto, per il potenziale inizio di una fase di partecipazionismo politico più attivo, più esteso, capace di aprirsi infine alle masse o almeno a quelle masse, come gli operai di Torino, che iniziavano ad avere conoscenza e consapevolezza del proprio agire nella società e del proprio ruolo produttivo, nonché per la nascita di un nuovo ceto dirigente, meno interessato agli intrighi e ai legami con lo Stato e più autonomo, indipendente e cosciente del proprio fondamentale ruolo all’interno del processo di sviluppo economico dell’intero paese.

Ciò che risulta chiaro a Gobetti nell’analisi dei primi cinquant’anni di vita dello Stato unitario è la pressoché totale mancanza in Italia di alcuni attori sociali – lavoratori qualificati, imprenditori, risparmiatori –, la cui funzione economica e politica è invece cruciale nelle dinamiche nazionali di tutti gli altri grandi paesi occidentali. Appare dunque evidente che, nonostante la sussistente lontananza dal credo comunista, lo studio delle logiche marxiste e della rivoluzione leninista, e l’attenta analisi dei moti torinesi permettano a Gobetti di valutare con favore il suddetto processo (mancato), configuratosi dopo la Prima guerra mondiale come «il primo movimento laico d’Italia, capace di recare alla sua ultima logica il significato rivoluzionario moderno dello Stato»[4].

La flessibilità critica e adogmatica del pensiero gobettiano, oltrepassando l’aridità di apparati concettuali prefissati e preconcetti, favorisce gli esiti felici e paradossalmente ancora oggi validi, sotto alcuni aspetti, del saggio. Una rilettura attuale della Rivoluzione Liberale permette, infatti, di enucleare una serie di tematiche portanti e di problematiche che quasi cent’anni di storia non sono riusciti, purtroppo, a cancellare.

Innanzitutto, appare difficilmente contestabile l’antico e triste retaggio in cui il popolo italiano pare ostinatamente crogiolarsi in materia di educazione scolastica, politica e soprattutto civile, una pecca di enorme importanza nella crescita sempre deficitaria della società italiana tra il XX e il XXI secolo. In uno Stato di diritto, in cui la difficoltà del singolo individuo/cittadino di riconoscersi come entità funzionale e necessaria della res publica, come parte integrante dei meccanismi nazionali non sembra essere stata mai debellata, oggi come ieri «il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrano»[5]. Di conseguenza, la cattiva gestione degli affari pubblici non è solamente e semplicemente imputabile a una classe dirigente mai capace d’instaurare una vera e propria “coscienza statale”, ma anche a un popolo che solo raramente negli anni ha sentito, percepito davvero la dignità, il dovere e il diritto di partecipare in maniera attiva e costruttiva alla vita politica, sociale e culturale del paese.

Accade, seppur in maniera diversa e attraverso fenomeni differenti, che la quasi assoluta mancanza di un atteggiamento problemista – laddove “problemismo” è inteso come capacità di saper considerare i “problemi”, nella complessità della vita sociale, «eccellenti punti di orientamento […] occasioni e strumenti per individuare la crisi e le forze vitali presenti nell’equilibrio politico»[6] – abbia provocato spesso e in diversi momenti storici lo stesso bisogno di “unanimità”, ossia la necessità di riconoscersi, quasi “aprioristicamente”, in un referente politico capace di incarnare in sé le richieste più istintive e meno sviluppate del sentire comune, incanalate verso un consenso adulatorio di volta in volta rivolto alle più estreme personificazioni dell’agire politico, che in Italia, più che in ogni altra nazione europea, hanno riscosso inimmaginabili adesioni nell’ultimo secolo. Oggi come allora, infatti, il cittadino «ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure»[7]. Ciò che aggrava negativamente l’“educazione politica” del popolo italiano, atavicamente legato a un’idea malsana di democrazia, mediazione e dialogo, è la tendenza all’«abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere […] dal deus ex machina la propria salvezza»[8].

Tracciate tali premesse, appaiono più facilmente intuibili i motivi per cui, per larghi periodi storici, le maggioranze politiche in Italia abbiano goduto di un successo popolare capace quasi di annullare e delegittimare il ruolo delle opposizioni e delle minoranze. La zoppicante dialettica politica che ha caratterizzato l’Italia nel secondo ’900, mai davvero abile nel difendere a spada tratta il concetto stesso di rappresentanza politica, provoca oggi una diffusa delegittimazione dell’agire politico e del sistema democratico-rappresentativo tout court, innescando nuove forme partecipative, più dirette e immediate, che però mettono in dubbio niente di meno che l’idea stessa di repubblica parlamentare, facendo presagire scenari poco certi per il futuro, anche a breve termine. D’altronde, «il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità: il vizio storico della nostra formazione politica consisterebbe nell’incapacità di pesare le sfumature e di conservare nelle posizioni contraddittorie un’onesta intransigenza suggerita dal senso che le antitesi sono necessarie e la lotta le coordina invece che sopprimerle»[9] e – come suggerisce Paolo Flores d’Arcais – «la negazione delle libertà può affermarsi per vie inedite, anche attraverso il consenso e il conformismo di massa ottenuti da governi demagogici e relative promesse miracolistiche»[10].

Il lascito concettuale gobettiano, da assumere a monito nei burrascosi tempi nostri, si concentra infine nella riscoperta del valore prezioso e insostituibile dell’autonomia dell’individuo, prerogativa insuperabile che si declina contemporaneamente come diritto e dovere, come necessità, ma anche come scelta continua, da perpetuare quotidianamente, senza scadere in tentativi tendenziosi d’anarchia individualistica o narcisistica. La libertà di pensiero e di scelta dell’individuo si dimostra, infatti, tale solamente nel momento in cui si esprime attraverso le maglie di una collettività rispettosa, all’interno di uno Stato capace di garantire l’ascolto, la condivisione e il confronto costruttivo, ricavandone a sua volta fertilizzante imprescindibile per la crescita, la stabilità e il funzionamento del proprio ordinamento costitutivo, senza che nessuna delle sue componenti venga mai messa in discussione nello svolgimento delle proprie prerogative da altri organi istituzionali. Solo attraverso una costante, responsabile e mai sopita sinergia la res publica verrà finalmente vissuta e valorizzata come tale nell’interesse di tutti gli attori coinvolti.

  1. P. Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino, Einaudi, 2008, p. 137.
  2. Ivi, p. 134.
  3. P. Flores D’Arcais, Gobetti, liberale del futuro, in P. Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, op. cit., p. XXVIII.
  4. P. Gobetti, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, op. cit., p. 32.
  5. Ivi, p. 146.
  6. Ivi, p. 133.
  7. Ivi, p. 164.
  8. Ivi, p. 176.
  9. Ivi, pp. 9-10.
  10. P. Flores D’Arcais, Gobetti, liberale del futuro, op. cit., p. IX.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)