La rinascita di Salani: Roald Dahl e «Gl’Istrici»

Autore di Teresa Strickner

Chi non ha mai sfogliato uno di quei libri Salani dalla copertina gialla, con due piccoli animali provvisti di aculei disegnati sopra al titolo? Sono proprio loro, nella collana degl’«Istrici» – che pungono la fantasia –, ad aver fatto conoscere in Italia lo scrittore Roald Dahl[1].

La casa editrice Adriano Salani: dalle origini fino ai nostri giorni

Nata nel 1862 grazie alle capacità imprenditoriali di Adriano Salani, la realtà editoriale si inseriva in un contesto di forte vivacità culturale, sebbene il tasso di analfabetismo e l’utilizzo quasi esclusivo del dialetto fossero due gravi problemi da risolvere[2]. Con l’obbligo scolastico fino ai 9 anni imposto dalla legge Coppino del 1877, venne a crearsi una nuova fetta di mercato editoriale, costituito principalmente dai bambini che avrebbero affrontato gli insegnamenti scolastici fin dalla tenera età[3]. È in quel periodo che si svilupparono le principali case editrici con cui Salani dovette confrontarsi, tra le quali è necessario citare Bemporad e la sua «Biblioteca Bemporad per ragazzi», Donath, editore di Salgari e della «Biblioteca illustrata per la gioventù»; Paravia, che pubblicò nel 1900 il settimanale illustrato «La Domenica dei fanciulli»; Treves, che diede alle stampe uno dei primi bestseller di quel tempo, il libro Cuore di De Amicis; lo svizzero Hoepli, il primo a utilizzare colori e immagini; Le Monnier, presso il quale fu apprendista lo stesso Adriano; ma non si possono dimenticare neppure la collana della «Scala d’oro» di U.T.E.T., e i classici Disney e le avventure di Topolino pubblicati da Mondadori durante il Ventennio[4].

La produzione Salani si incentrò, in un primo momento, sulle pubblicazioni popolari, destinate a un pubblico che, grazie ai miglioramenti del sistema di istruzione, si stava affacciando al mondo della lettura. Le prime collane comprendevano canzonette, opuscoli, opere teatrali e fogli volanti, ma fu nel 1867 che Adriano decise di dedicarsi alla realizzazione di opere più impegnate, iniziando con il Canto settimo della Gerusalemme liberata.

Visto l’incremento delle pubblicazioni e delle collane destinate sia ai meno abbienti che alle fasce di pubblico più acculturate, nel 1877 la casa editrice si spostò in una struttura proto-industriale, lo “Stabilimento Tipografico Salani”, essendo stati creati due reparti distinti: uno per l’attività tipografica e un altro per quella editoriale.

La casa editrice iniziò, quindi, a interessarsi anche al pubblico femminile, puntando su autrici ormai di notorietà nazionale come Carolina Invernizio –assicurandosi l’esclusiva delle sue opere, instaurato un forte legame fra editore e autrice – e successivamente Serao, Perodi e molte altre.

Un’altra data molto importante fu il 1886, anno che vide la pubblicazione della Divina Commedia, e che sancì definitivamente il passaggio di Salani da tipografo a editore. È singolare come questo testo sia stato anche l’ultimo realizzato negli anni Sessanta del Novecento – impreziosito dalle illustrazioni di Salvador Dalì – prima della crisi della casa editrice, che sarebbe rinata solo vent’anni più tardi grazie a Longanesi.

La vera svolta della Salani, a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu la collaborazione del figlio di Adriano, Ettore. Con lui videro la luce le principali collane destinate ai più giovani, che impressero quella linea editoriale che continua a durare fino ai giorni d’oggi. Una delle più importanti fu la «Biblioteca Salani Illustrata», divisa in sei classi «affinché ciascuno possa trovare a prima vista ciò che desidera. La Biblioteca Salani è a buon mercato, è elegante, ma di quella eleganza che non disdegna la vera popolarità, ed ha l’intento di mettere alla portata di tutti le migliori opere sia di Autori antichi che di Autori moderni e contemporanei»[5].

Seguirono altre importanti collezioni, fondamentali nel far sì che il prestigio della casa editrice si diffondesse in tutto il paese, portando anche illustri personaggi, che da sempre ne avevano denigrato l’attività, a lodarne le qualità: lo stesso Formiggini, che aveva coniato l’espressione “Salami”[6] per indicare il proprio disprezzo, allora ammirava le capacità di questo editore.

Nei primi anni del nuovo secolo videro la luce la «Biblioteca per tutti», che pubblicava fascicoli spillati a un prezzo ridotto, destinata anche alle classi meno abbienti; la «Biblioteca economica», maneggevole e con copertine illustrate; la «Collezione Salani», prima collana di lusso ispirata ai prodotti francesi, e, infine, nel 1921, una delle più prestigiose di quel periodo, la «Collezione Salani. I Classici Florentia»: quest’ultima vide la collaborazione di Enrico Bianchi, presidente della Società dantesca, e riuscì a sopravvivere anche alla successiva epurazione del catalogo degli anni Quaranta, quando la collana dovette cambiare nome in «I classici del Giglio».

Nonostante il calo di tirature dovuto alla crisi generata dalla Prima Guerra Mondiale e poi alle direttive del Regime durante il Ventennio, la casa editrice non perse mai il posto privilegiato all’interno del mercato nazionale: negli anni Trenta, grazie anche all’aiuto di Mario, figlio di Ettore, venne realizzata la «Biblioteca dei miei ragazzi», degna concorrente delle collezioni Bemporad e U.T.E.T. per giovani lettori.

Fu una collana stimata anche dai più importanti letterati; ricordiamo, ad esempio, gli elogi di Umberto Eco al riguardo: «Credo che per molti di noi, a cui i critici malevoli fanno risalire il gusto per il mistero e l’immaginazione labirintica ai narratori russi, la Biblioteca dei miei ragazzi sia stata all’origine della formazione del nostro immaginario»[7].

Nel 1922, dopo essere stato nominato Cavaliere del lavoro e membro della Delegazione italiana alla Conferenza internazionale di Roma sul diritto d’autore, Ettore Salani morì e venne sostituito dal figlio Mario, che già da anni collaborava con il padre.

In quel periodo la casa editrice ebbe un deciso cambiamento di rotta, rivolgendosi verso l’editoria di carattere religioso. Con l’aiuto di padre Cesare Gallina, si diede vita a numerose collane e, al contempo, si attuò una forte censura ed epurazione nei confronti di quelle opere e di quegli autori che risultavano più lontani dai canoni morali del tempo.

Sotto la direzione di Mario, però, vennero varate anche molte collane per bambini e ragazzi; esse avevano il compito di “svecchiare” i classici metodi di insegnamento, ma, allo stesso tempo, anche di superare le difficoltà e le censure dovute all’inevitabile allineamento con il Regime.

A causa del forte calo produttivo imposto dalla guerra, la casa editrice dovette trasferirsi fuori da Firenze, per poi chiudere dopo il licenziamento di molti assistenti e riaprire successivamente, il 18 dicembre del 1944.

Negli anni Cinquanta la produzione continuò a incentrarsi principalmente su pubblicazioni di narrativa ed editoria religiosa, ma anche di classici – come nelle collane «L’Ulivo» e «I Grandi Classici» – e di testi per i più piccoli; ricordiamo tra questi ultimi la «Collezione Juventus», le «Edizioni Scout», «I libri delle novelle», i «Grandi albi illustrati a colori», «Biblioteca dei miei bambini», «Classici per ragazzi» e molte altre collezioni.

Il brusco calo di tirature che la Salani visse nel dopoguerra sembrò, purtroppo, non mostrare alcun segno di miglioramento, e questo in un panorama editoriale che vedeva altre importanti case editrici imporsi sul mercato nazionale, come accadde a Mondadori, Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli e altre ancora.

In quel momento ebbe inizio il periodo di maggiore crisi della casa editrice fiorentina, con i conseguenti e numerosi passaggi di proprietà: trasformata in società per azioni, gran parte del pacchetto azionario venne acquistato nel 1962 dall’attrice italiana Gina Lollobrigida e dal marito Milko Scofic, che già possedeva una casa editrice romana; l’alluvione del 4 novembre 1966 peggiorò una situazione ormai già in forte declino fino a quando l’amministratore delegato Mauro Finardi non acquisì l’attività nel 1981, per poi porla in liquidazione.

Fu Mario Spagnol, per conto di Longanesi, ad acquistare l’ormai moribonda Salani e a infonderle nuova vita, in un periodo che vedeva l’editoria per ragazzi crescere sempre più.

Grazie alle iniziative di Donatella Ziliotto – che già aveva diretto per la Vallecchi la collana «Il Martin Pescatore. I classici di domani per la gioventù» –, vennero varate due delle collane più importanti del settore: «Gl’Istrici» e «I Criceti»; furono loro ad avere l’importante compito di portare Dahl e molti altri autori internazionali in Italia.

La “missione” di queste due importanti collezioni fu quella di diffondere tra i più piccoli generi, fino ad allora destinati al solo pubblico adulto, come l’horror, il fantastico e persino il macabro, con storie che riuscivano persino a sfociare nel grottesco e destinate a lettori «dai tre anni agli ottanta»: «Dice una leggenda che gl’Istrici scagliano i loro aculei, come frecce, su chi li stuzzica. Provate a stuzzicare i nostri Istrici ed essi vi pungeranno: colpiranno la vostra fantasia e il vostro cuore, divertendovi, affascinandovi e spaventandomi. Li abbiamo cercati in tutto il mondo e ora sono qui per pungervi, pungervi».

Ad occuparsi della grafica di questa collana fu John Alcorn, che la rese un simbolo ormai consolidato della casa editrice, riconoscibile anche all’estero.

Nel 2017, in onore dei trent’anni di successi e di premi – tra cui il più importante, l’Andersen, nel 1989, come migliore collana di narrativa –, è stata realizzata una nuova grafica con l’aiuto di Nicholas Misani, grafico newyorkese ma nato in Italia e cresciuto leggendo proprio le opere di questa collana.

Ad oggi, la casa editrice Salani è ormai una realtà stabile all’interno del mercato nazionale e internazionale, grazie anche al grande successo ottenuto nel 1998 con la pubblicazione della saga fantasy di Harry Potter: si dimostra sempre pronta a cogliere le innovazioni e a diffonderle con grande favore del pubblico.

Dopo la morte di Mario Spagnol è stato il figlio Luigi a occuparsi della sigla fiorentina, mentre Stefano Mauri ha preso la direzione della Longanesi. Nel 2005 è nato il Gruppo editoriale Mauri Spagnol (Gems)[8] di cui ormai fanno parte molte realtà editoriali, oltre alla Salani: Corbaccio, Garzanti, Guanda, Longanesi, Nord, Ponte delle Grazie, TEA, Vallardi e ProLibro[9]. Fa parte del marchio Salani anche quello dei Magazzini Salani, che si occupa di fumettistica, merchandising e ogni tipo di oggettistica legata al settore librario.

Nel 2012 la casa editrice Salani ha festeggiato i centocinquant’anni di attività, comprendendo nel proprio catalogo prodotti per ogni fascia di età. Restano le collezioni ormai consolidate, come «Gl’Istrici» e «Gl’Istrici d’oro», a cui si affiancano i «Classici Salani», i «Romanzi Salani», ma anche «Audiolibri» e «Libri Illustrati», oltre a collane di poesia – «Poesie per giovani innamorati» –, saggistica –«Saggi e manuali» – e quelle legate a serie fortunate: «Beast Quest» e «Sea Quest» di Adam Blade, «Fairy Oak» di Elisabetta Gnona, «Magic Animals».

Roald Dahl: il «mago inventore di storie»[10]

Dahl è stato prima un bambino felice, nella sua amorosa famiglia norvegese, e poi un bambino infelicissimo nei terribili collegi inglesi, ma alla fine qualche miracolo l’ha salvato. Il suo aereo preso di mira dai dispettosi Gremlins cadde in fiamme nel deserto, ma lui ne uscì e divenne quel gigantesco mago inventore di storie che salvano dalla noia, dalla tristezza e dalle ingiustizie tutti i bambini che le leggono[11].

È così che viene descritto lo scrittore norvegese – nato, però, in Galles nel 1915 – nelle pagine iniziali di molti dei suoi numerosi racconti per bambini, che hanno avuto e continuano ad avere il merito, e forse lo scopo stesso, di rallegrare la vita dei più piccoli, infondendo coraggio e ottimismo.

Ciò che ha reso Roald Dahl così amato dai lettori di ogni età è stata la sua capacità di mettere in ogni storia una parte di sé, rendendo evidente il suo senso di giustizia verso i bambini costretti a subire le arroganze e le prepotenze degli adulti; è riuscito a sovvertire un ordine gerarchico ormai consolidato nei classici racconti per piccoli lettori[12].

Fin da sempre aveva dimostrato una forte empatia nei riguardi dei più piccoli, prima con il nipote Nicholas e poi con i suoi figli, i quali lo ascoltavano estasiati mentre inventava racconti fantastici. In lui essi ritrovavano, più che un adulto, un coetaneo in grado di accompagnare la loro infanzia con le sue storie magiche.

I protagonisti dei suoi racconti riescono inevitabilmente ad avere la meglio, facendo pagare agli adulti il prezzo delle loro azioni cattive. Questo può accadere con l’essere trasformati in papere da una bambina che odia la caccia, come succede nel Dito magico, in cui la narratrice punta il proprio “dito magico” verso i “colpevoli”, aspettando che la magia faccia effetto:

Il dito magico è una cosa che so fare da sempre. Non posso dirvi come faccio, perché non lo so nemmeno io. Ma mi capita sempre quando mi arrabbio, quando ci vedo rosso … Allora mi viene un gran caldo dappertutto… Poi all’indice della mano destra sento un formicolio terribile … E improvvisamente si sprigiona una specie di lampo, un lampo rapido, come qualcosa di elettrico[13].

Oppure si può rimpicciolire fino a scomparire, come accade alla nonna crudele della Magica medicina, definita «una pestifera maligna»[14] che passava le giornate «a bofonchiare, borbottare, brontolare, lamentarsi e lagnarsi di questo o di quello»[15].

Ogni azione scorretta compiuta dai bambini (in fondo, chi darebbe da bere alla propria nonna del disinfettante per pecore o della cera per pavimenti?) è giustificata dalla cattiveria malvagia dell’adulto punito, in questo caso – La magica medicina – una nonna “atipica” che ama maltrattare il nipote quando nessuno può vederla. Alla fine del racconto, persino la mamma del piccolo protagonista non sembra essere così dispiaciuta dell’accaduto: «Tutto sommato, forse è meglio così. Era un po’ rompiscatole, vero?»[16].

L’autore punta sui piccoli lettori, affidando loro la risoluzione dei problemi e rendendoli capaci di sconfiggere anche i cattivi più terribili.

Se il protagonista delle Streghe, trasformato in topo da una pozione tremenda, riesce a sconfiggere – con l’aiuto della nonna – un’organizzazione mondiale di streghe esistente da sempre, allora tutto è possibile: basta solo credere in se stessi.

Per la prima volta i bambini leggono di giganti che, come nel GGG, dicono parolacce e fanno “petocchi”, soddisfacendo quel desiderio di sovvertire le regole e di utilizzare espressioni che a loro è vietato usare: se è il gigante a dirle, e Roald Dahl a inserirle nel testo, i genitori possono anche chiudere un occhio. Nonostante le espressioni e i comportamenti infantili, però, il Grande Gigante Gentile è anche in grado di dare importanti insegnamenti alla piccola Sofie, criticando le atrocità compiute dagli uomini durante la guerra, quando la bambina accusa i giganti di essere assassini: infatti, così come l’uomo uccideva i propri simili, i giganti si cibavano di bambini; ognuno aveva le proprie regole assurde, nessuna delle quali giustificabile: «Ma i popollani si imbudella tutto il tempo tra loro, si sparapacchia coi fucili e va sugli aeropalmi per tirarsi bombe sulla testa ogni settimana. I popollani uccide per tutto il tempo gli altri popollani»[17].

È noto che Dahl, per realizzare questo strano linguaggio, si è ispirato a quello della moglie al risveglio da un coma durato tre settimane. È con questa sintassi originale, infatti, che il protagonista del GGG si presenta alla protagonista: «Io è un diverso! Io è un gigante gentile confusionato! Io è il solo gentile gigante confusionato in tutto il Paese dei Giganti! Io è il GRANDE GIGANTE GENTILE!»[18].

Quelle di Dahl sono storie macabre e con personaggi dai tratti quasi inquietanti, con descrizioni così realistiche da rimanere impresse nei ricordi anche dei grandi. Ciò è stato sicuramente reso possibile grazie al connubio perfetto con l’illustratore Quentin Blake, che con i suoi bozzetti riusciva a completare con le immagini quello che Dahl descriveva a parole.

Blake, nato a Sidecup nel 1932, si appassionò alla pittura fin da ragazzo, collaborando a giornali come il satirico «Punch» e successivamente lo «Spectator»[19]. Il sodalizio con Dahl iniziò nel 1978 con la pubblicazione del Coccodrillo enorme: fu il primo racconto che vedeva un uso nettamente maggiore di immagini rispetto ai romanzi fino ad allora realizzati; il risultato fu talmente sorprendente che Blake illustrò nuovamente tutti i libri già pubblicati, contribuendo a un loro successo sempre maggiore.

Fu durante la stesura del GGG – pubblicato nel 1982 – che i due si incontrarono per la prima volta, e l’illustratore riuscì a immaginare i personaggi della storia proprio come l’autore avrebbe voluto raffigurarli. Per Blake, inoltre, lo scrittore non era poi così diverso dal gigante protagonista: entrambi, infatti, riuscivano a entrare nella mente dei bambini, il primo con i suoi romanzi, il secondo con i sogni.

In tutti i libri di Dahl le illustrazioni prendono parte alla narrazione stessa e non sono semplicemente un elemento aggiuntivo. Non lascia campo all’immaginazione, ad esempio, la descrizione dettagliata del temibile San Guinario, il gigante crudele e mangiatore di bambini del GGG:

L’aspetto del San Guinario era raccapricciante: la sua pelle era bruno-rossastra, con pelacci neri che gli spuntavano dal petto, dalle braccia e dallo stomaco. Aveva capelli neri, lunghi e cespugliosi, il volto ripugnante rotondo e flaccido, gli occhi come buchetti scuri e il naso corto e piatto. La bocca era enorme […] e le labbra parevano due orrendi salsicciotti posati l’uno sull’altro. Denti gialli e taglienti sporgevano da quei salsicciotti rossi, e rivoli di bava gli colavano sul mento[20].

Non si tratta, però, dell’unica rappresentazione degna di nota; in fondo, chiunque abbia letto da bambino le descrizioni delle temibili streghe nel romanzo omonimo ancora ricorderà le parole della nonna quando cerca di mettere in guardia il nipote, in un mondo in cui quelle creature potevano assumere le sembianze di signore gentili e insospettabili: «[…] non si può indovinare con certezza se una donna è o no una strega semplicemente guardandola, ma se porta i guanti e la parrucca, se ha le narici larghe, strani occhi, i denti sfumati di blu… allora scappa più svelto che puoi»[21]. Per non parlare della descrizione della Strega Suprema, «Regina di tutte le streghe, […] onnipotente e spietata»[22] e del suo viso spaventoso: «Era talmente rugoso, appassito, raggrinzito e deforme da sembrare marinato nell’aceto. […] Era putrido e immondo, scaglioso e flaccido. Pareva che si decomponesse a vista d’occhio e intorno alla bocca, lungo le guance, la pelle era marcia e incancrenita, come smangiata dai vermi»[23].

Non è da meno la descrizione delle due terribili zie in James e la pesca gigante, che riporta alla mente i tratti caratteristici degli antagonisti che siamo soliti trovare nei suoi libri:

Zia Spugna era enormemente grassa e bassa. Aveva occhietti porcini, la bocca cascante e una faccia bianchiccia che pareva bollita. Sembrava un cavolo stracotto e gonfio d’acqua. Zia Stecco, invece, era alta, magra e ossuta e portava occhiali cerchiati d’acciaio in bilico sulla punta del naso. Aveva la voce gracchiante e labbra lunghe e sottili sempre umide, e quando era arrabbiata o agitata, bollicine di saliva le sprizzavano dalla bocca mentre parlava[24].

I cattivi delle storie di Dahl si caratterizzano proprio per aspetti spaventosi e raccapriccianti; lo spiega lo scrittore stesso in modo chiaro in Gli Sporcelli, dove rivela apertamente che la fisionomia orribile di una persona è dovuta alle sue cattive azioni: «Se una persona ha brutti pensieri, dopo un po’ glieli leggi in faccia. E quando i brutti pensieri li ha ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, il suo viso diventa sempre più brutto, finché non diviene talmente brutto che non sopporti quasi più di guardarlo»[25].

La particolarità di Dahl è proprio quella di inserire nelle sue storie un adulto malvagio, a cui inevitabilmente viene impartita una lezione da un bambino che, nonostante la tenera età, sembra aver compreso meglio di lui quali siano i veri valori della vita. Dahl lo sapeva bene, essendo stato egli stesso un bambino trattato male e costretto a subire le percosse dai più grandi, soprattutto professori e studenti durante gli anni della scuola e del collegio.

Nonostante odiasse le biografie, decise di raccontare in Boy tutte le disavventure vissute nell’infanzia, che ritroviamo anche nei suoi racconti fantastici, seppur con ambientazioni e soggetti diversi. Ad esempio, il Capitano Lancaster, professore di Danny in Danny, il campione del mondo, sembra ricordare in tutto e per tutto il crudele Capitano Hardcastle del St. Peter citato in Boy, che puniva i ragazzi – tra cui lo stesso Dahl – picchiandoli con il suo bastone: «non era soltanto uno strumento per picchiare, era un’arma per ferire. Lacerava la pelle»[26]. Potremmo, inoltre, sovrapporre la descrizione del primo con il secondo: «era un individuo detestabile. Aveva i capelli di un fiammeggiante rosso carota, un paio di baffetti anch’essi color carota, e un caratteraccio»[27].

Nelle esperienze personali, come in quelle legate alla scrittura, per Dahl è stato fondamentale il rapporto con la madre norvegese, che fin da giovane si è dovuta rimboccare le maniche, facendosi carico dei figli: la famiglia, infatti, aveva dovuto affrontare prima la morte della figlia Astri all’età di 7 anni e poi del marito che, a causa di una forte depressione, si era lasciato morire di polmonite.

Oltre a introdurlo nel mondo delle tradizioni e delle fiabe norvegesi – cui Dahl deve molti degli elementi utilizzati nelle proprie storie –, la madre Sofie ha avuto fin da sempre un ruolo molto importante nella vita dello scrittore; proprio per questo motivo, egli ha voluto renderle omaggio a suo modo, identificandola con i personaggi migliori delle proprie storie, come la nonna amorosa delle Streghe, che farebbe di tutto per il suo adorato nipote, o Sofie, coraggiosa protagonista omonima del GGG.

In ogni storia si ritrovano allusioni alla vita e alle passioni dello scrittore, che si può dire abbia vissuto un’esistenza tutt’altro che semplice.

Già nel 1940, dopo essersi arruolato nella Royal Air Force durante la Seconda Guerra Mondiale, Dahl ebbe un incidente molto grave durante il tentativo – fallito – di un atterraggio di emergenza, mentre sorvolava la Libia. Fu proprio lui a scrivere che «[…] fummo gettati allo sbaraglio, totalmente impreparati al vero combattimento aereo»[28]. Fortunatamente venne trovato da alcuni soldati in ricognizione, che lo portarono in poco tempo ad Alessandria per curare le ustioni, la commozione cerebrale e una lesione alla spina dorsale che continuò a causargli numerosi problemi durante tutto il resto della vita.

Fu proprio in seguito a quel terribile incidente che Dahl iniziò a scrivere, facendo il proprio ingresso ufficiale nel mondo della scrittura con l’articolo per il «Saturday Evening Post» Shot Down Over Libia (Abbattuto in Libia), in cui raccontava la propria terribile esperienza.

Prima di dedicarsi alla stesura di racconti per bambini, Dahl scrisse molte raccolte per adulti, senza però mai riuscire a sentirsi soddisfatto come quando dava sfogo all’immaginazione. I primi protagonisti delle sue storie magiche, i Gremlins, erano nati proprio durante l’arruolamento, ed erano considerati gli esseri responsabili degli incidenti aerei: «zampettavano sulle ali dell’aereo facendo dei fori nella fusoliera e facendo pipì nel portafusibili»[29].

Lo stesso Walt Disney volle portare sul grande schermo le avventure di questi piccoli “mostriciattoli” ma, a causa degli alti costi di produzione e dell’interesse che andava diminuendo, il progetto non venne realizzato; nel 1984, però, il film diretto da Joe Dante assieme a Spielberg s’ispirò proprio a quella storia originaria.

Le caratteristiche dei protagonisti di quest’opera le ritroviamo, poi, nel suo ultimo racconto, considerato quasi un “addio poetico”[30] e pubblicato postumo: in I Minipin, i piccoli esseri che abitano nella foresta si spostano volando sul dorso degli uccelli, proprio come i Gremlins facevano sugli aerei.

Tornato nel Regno Unito, Dahl decise di dedicarsi alla scrittura fino a quando non sarebbe riuscito a creare un capolavoro, in un posto che potesse conciliare la sua creatività: costruì una scrivania mobile su cui poter scrivere senza avere alcun dolore alla schiena, utilizzando le sue matite Dixon Tinderoga (esclusivamente in numero pari, altrimenti avrebbero portato sfortuna), i suoi Block Notes gialli e il suo personale “taccuino delle idee”, su cui appuntava qualsiasi spunto.

Nuovamente negli Stati Uniti, conobbe Patricia Neal, un’attrice americana molto famosa, e poco tempo dopo i due si sposarono, per poi vivere alternando periodi in Inghilterra e negli Stati Uniti. La loro vita non fu per niente facile, ma insieme riuscirono a superare molte difficoltà che incisero profondamente nella vita di entrambi.

Quando Dahl aveva appena iniziato a dedicarsi alla prima storia realmente scritta per bambini, James e la pesca gigante – in cui ritroviamo, peraltro, uno dei temi più cari allo scrittore, quello del volo –, il secondogenito Theo ebbe un grave incidente in carrozzina che gli causò la frattura del cranio e un grave deficit neurologico.

Dahl non si diede per vinto: riuscì a realizzare – con la collaborazione del neurochirurgo Kenneth Till e del fabbricatore di modellini di velivoli Stanley Wade – la cosìddetta “Valvola Dahl-Wade-Till” (DWT), un dispositivo in grado di aiutare bambini con problemi simili a quelli di Theo e che, oltretutto, venne utilizzata nel 1976 su Edmund Pollinger, figlio dell’agente letterario di Dahl e a cui lo scrittore dedicò Il grande ascensore di cristallo (sequel della Fabbrica di cioccolato).

La passione di Dahl per la medicina riaffiorò nuovamente dopo l’evento che più segnò la sua vita: la morte dell’adorata figlia Olivia per encefalite morbillosa, all’età di sette anni, come era già successo anche alla sorella Astri.

Dopo aver descritto l’accaduto minuziosamente e in modo assolutamente oggettivo e razionale sul suo “taccuino degli appunti”, Dahl cercò, come aveva fatto in passato dopo l’incidente di Theo, di trovare la causa e un possibile rimedio che salvasse la vita ad altri bambini. Per molto tempo si dedicò a questa ambiziosa ricerca, senza però raggiungere risultati concreti. Decise, quindi, di darsi alla beneficienza, sovvenzionando molte iniziative e cercando di aiutare i bambini rallegrandoli con le proprie storie e facendoli viaggiare con la mente e la fantasia.

Come la figura della madre Sofie, anche la famiglia è uno dei temi fondanti delle sue storie, soprattutto quando i componenti si ritrovano a dover superare prove importanti. Ad esempio, così come Dahl era riuscito a tenere unita la famiglia dopo la tragedia di Theo e la morte di Olivia, il protagonista di Furbo, il Signor Volpe riesce a salvare i suoi cari e «tutti gli animali che hanno le loro tane nella collina, sulla quale imperversano i 3 orridi fattori: Olio, Lupino e Pertica»[31].

Molto probabilmente, invece, il rapporto tra Danny e suo padre – in Danny, il campione del mondo – è quello che Dahl avrebbe sempre desiderato ma che, vista la morte prematura del padre, non ebbe mai la possibilità di vivere. Alla fine del libro, infatti, lo scrittore augura a tutti di avere «un papà che faccia scintille»[32], puntualizzando che l’unica cosa che davvero conta è il tempo passato con i propri genitori, condividendo una favola per addormentarsi o uno spuntino di mezzanotte.

Ci sono, però, anche famiglie fuori dai suoi canoni ideali, come quella in cui è costretta a vivere la protagonista di Matilde, una bambina prodigio che all’età di cinque anni già legge Dickens, Austen e Hemingway, mentre i genitori denigrano ogni attività culturale e passano le giornate davanti alla televisione. È qui presente una forte critica verso questo mezzo di intrattenimento, che sembra ricordare l’accanimento degli intellettuali negli anni Cinquanta e Sessanta al riguardo (Pasolini, ad esempio). In fondo, è anche quello che oggi sta succedendo con le sempre più diffuse tecnologie di intrattenimento digitale, che, però, non necessariamente escludono i prodotti cartacei ma che, se sfruttate con intelligenza, potrebbero creare ancora più interesse verso i prodotti originari. È sbagliato, infatti, considerare gli adattamenti come un prodotto secondario, di minore importanza rispetto al cartaceo: essi sono la dimostrazione dell’evoluzione delle storie, attraverso nuovi media in continuo sviluppo.

Seguendo la teoria di Dawkins secondo cui «la trasmissione culturale è analoga a quella genetica in quanto può dare origine a una forma di evoluzione»[33], anche le storie, a loro modo, vengono raccontate più e più volte attraverso mezzi di comunicazione e in contesti che cambiano. Per sopravvivere attraverso le epoche, esse devono sapersi adattare alle trasformazioni sociali e culturali, e quelle più “forti” sapranno continuare a diffondersi di generazione in generazione.

Le trasposizioni cinematografiche, inoltre, sono un rimando all’opera adattata, ma con qualcosa di inedito, che porta lo spettatore ad assumere un ruolo totalmente attivo nella fruizione del prodotto; da una parte, si avrà la sensazione confortante di vivere una storia già nota (nel caso si conosca già il romanzo da cui è tratto il film), mentre dall’altra ci si trova di fronte a nuovi elementi che suscitano curiosità. Il cinema, infatti, riesce ad appropriarsi di un linguaggio capace di trasmettere emozioni anche molto diverse e, per certi versi, più intense del testo di riferimento originale[34].

D’altronde, è proprio quello che è successo con molte delle storie di Dahl che, portate al cinema sul grande schermo, sono state in grado di riaccendere l’interesse e la curiosità persino negli adulti che da bambini avevano perso l’appuntamento con i romanzi dello scrittore norvegese.

Il caso più emblematico è forse quello della Fabbrica di cioccolato, che ha visto due fortunatissime trasposizioni, una del 1971 diretta da Mel Stuart e l’altra del 2005 di Tim Burton, con l’indimenticabile Johnny Depp nel ruolo di Willy Wonka: nel testo, il magico ed enigmatico proprietario della fabbrica di cioccolato dà la possibilità a cinque fortunati bambini di visitare la sua proprietà, per scegliere tra di loro un degno successore.

Anche in questo personaggio è inevitabile ritrovare tratti caratteristici dello scrittore che, come Wonka, si è sempre considerato molto più vicino al mondo dei bambini che a quello degli adulti: la fabbrica di cioccolato, infatti, non verrà ceduta ad un adulto «perché non avrebbe voglia di imparare»[35]. Allo stesso tempo, però, Dahl può essere associato anche a Charlie, il bambino che Wonka designerà come suo erede e a cui donerà la fabbrica. Ciò viene spiegato proprio nella prima pagina del romanzo, in cui lo scrittore racconta l’evento che da ragazzo lo ha avvicinato al mondo dei dolci, dimostrando ancora una volta come le esperienze vissute siano pilastri fondamentali delle sue storie:

Roald Dahl era altissimo, quasi un gigante: i suoi genitori venivano dalla Norvegia, la patria dei giganti e degli gnomi. […] Questo è il suo secondo romanzo per bambini. Per scriverlo si era valso di un suo ricordo, quando accanto al suo collegio sorgeva una fabbrica di cioccolato che si serviva degli alunni come «assaggiatori». Trentacinque anni più tardi Dahl divenne Charlie[36].

La trama originaria subì non poche modifiche, nel periodo in cui Dahl stava cercando di superare la morte di Olivia: in principio il libro raccontava la storia di Charlie (inizialmente nero, ma poi divenuto bianco su insistenza dell’editore) che, intrappolato in uno stampo riempito con del cioccolato, riesce ad avvertire Wonka quando dei ladri entrano in casa: per ricambiare il favore, Wonka decide di regalargli un negozio di dolci, il Charlies’s Chocolate Shop[37].

Quando il romanzo venne pubblicato, in America nel 1964, lo scrittore venne accusato di razzismo e fu al centro di un lungo dibattito, nel periodo in cui il movimento delle Black Panther andava diffondendosi e dopo l’assassinio di Martin Luther King. Nella prima versione cinematografica del 1971, infatti, Dahl “de-negrizzò” gli Umpa-Lumpa (gli aiutanti di Wonka), realizzandoli con la faccia verde e i capelli, a seguito delle allusioni ai richiami delle condizioni dei pigmei africani, schiavizzati dal padrone.

La fabbrica di cioccolato non fu, però, l’unica trasposizione cinematografica realizzata dai romanzi di Dahl. Un altro caso molto fortunato fu quello dei due film tratti dal GGG, il primo del 1989 per la regia di Cosgrove e Hall, il secondo del 2016 diretto dallo stesso Spielberg. Quest’ultimo, al di là delle aspettative, deluse molto la critica internazionale che lo considerò un vero e proprio flop al botteghino. Tra le cause, probabilmente, sono da considerare le forti differenze rispetto alla trama originaria e i molti dettagli eliminati, come i giochi di parole che nel libro caratterizzano il gigante.

Il film è stato realizzato con la tecnologia Simulcam (usata per la prima volta in Avatar), con cui si possono sovrapporre immagini reali a sfondi virtuali: combinando live-action e performance-capture, sono stati realizzati i personaggi fantastici, attraverso l’uso di apposite mute che gli interpreti indossavano. Per far sì che gli attori riuscissero a muoversi come fossero veri e propri giganti, venne richiesto l’aiuto di Terry Notary, coreografo ed ex artista del Cirque du Soleil[38].

Un fatto curioso è che il libro di Dahl uscì nel 1982, lo stesso anno in cui ET l’extraterrestre di Spielberg fece la sua prima apparizione nelle sale cinematografiche. Per rendere omaggio al film e a Melissa Mathison, sceneggiatrice di entrambe le pellicole, il regista introdusse nella camera dell’orfanotrofio un peluche dell’extraterrestre famoso in tutto il mondo. Entrambe le storie, in fondo, parlano di un’amicizia particolare tra un bambino e un essere sovrannaturale, che trovano finalmente qualcuno con cui condividere le proprie avventure.

Il film tratto dal primo romanzo di Dahl (1961), James e la pesca gigante, uscì nelle sale nel 1996, diretto da Herny Selick e prodotto da Tim Burton e Denise Di Novi (produttori anche di Nightmare Before Christmas). Lo scrittore si era sempre opposto a una possibile trasposizione, ma fu la seconda moglie Liccy a consentirne le riprese.

Il cast vede attori di livello internazionale (Susan Sarandon per la voce della Signorina Ragno, Richard Dryfuss per il Signor Centopiedi), e il film è stato girato dapprima in live-action, per passare successivamente alla modalità stop-motion.

La pellicola ottenne numerosi riconoscimenti, e tra le scene vi sono anche dei rimandi allo stesso Nightmare Before Christmas, soprattutto al protagonista di quest’ultimo, Jack Skeleton[39].

Nel 1989, diretto da Gavin Millar, è stato realizzato, per la Thames Television, il film ispirato a Danny, il campione del mondo, quasi del tutto uguale alla trama originaria, mentre più recentemente, nel 2009, è uscito nelle sale Fantastic, Mr. Fox, tratto da Furbo, il Signor Volpe. Quest’ultimo, realizzato dal regista Wes Andersen in stop-motion, si è ispirato principalmente alla parte centrale della trama originaria, con l’aggiunta di molte scene e personaggi inediti. Anche in questo caso il regista, che per la sceneggiatura aveva passato del tempo nella casa dello scrittore, si era convinto di quanto lo stesso Dahl assomigliasse a Mr. Fox, sempre pronto ad aiutare il prossimo.

Era, inoltre, molto legato a quel libro: «È stato non solo il primo libro di Roald Dahl che ho letto, ma anche il primo libro che ho posseduto», ha raccontato Andersen. «Mi piaceva tanto il Signor Fox, un personaggio per certi versi eroico e un po’ vanitoso. E mi piaceva scavare. I miei fratelli e io eravamo fissati con i tunnel e i fortini sotterranei. Dahl è un autore straordinario, con una personalità che emerge in modo prorompente dai suoi scritti»[40].

Il cast vede doppiatori illustri come Meryl Streep per la Signora Fox, George Clooney per il marito, Bill Murray, Owen Wilson e molti altri: l’intenzione di Andersen era quella di far parlare gli animali con accento americano, mentre gli umani con quello britannico[41].

Altre due importanti trasposizioni cinematografiche sono state quelle di Chi ha paura delle streghe? del 1990 (tratto da Le Streghe) e di Matilda 6 mitica del 1996 (tratto da Matilda) con la regia di Danny De Vito; mentre quest’ultimo sembra ricalcare quasi totalmente la trama originaria, il film del 1990, diretto da Nicolas Roeg e distribuito dalla Warner Bros, vide un forte cambiamento che deluse profondamente Dahl. In una prima versione Roeg aveva seguito la storia originale, facendo addirittura commuovere lo scrittore per la scena finale tra la nonna e il nipote. Nel romanzo, infatti, il bambino viene trasformato per sempre in topo ed è destinato a vivere una vita di soli nove anni (età massima dei roditori). Dahl era riuscito a trasformare questo inconveniente in una stupenda dichiarazione d’amore tra nonna e nipote, legati a tal punto da riuscire a superare insieme l’inevitabilità della morte[42]: «non voglio vivere più di te. Non sopporto l’idea che un’altra persona si occupi di me» […] tra otto o nove anni io sarò un topo vecchissimo e tu sarai una nonna vecchissima. Così moriremo insieme»[43]. Quando, invece, venne deciso di inserire una strega buona che trasformasse nuovamente Luke in bambino, Dahl capì che il vero senso del racconto non era stato compreso.

È in cantiere una seconda trasposizione cinematografica, che vedrà nei panni della Strega Suprema (interpretata da Anjelica Huston nella versione del 1990) l’attrice Anne Hathaway e, probabilmente, sarà più fedele al romanzo, soprattutto nel finale.

L’ultimo periodo della vita di Dahl fu fortemente influenzato da un’altra figura non meno importante delle precedenti: Felicity Crosland – detta Liccy –, stilista della moglie e conosciuta sul set di una pubblicità. Dopo averla incontrata, Dahl capì di non essersi mai innamorato veramente e, dopo vari tentativi di interrompere la loro relazione clandestina, i due decisero di uscire allo scoperto. Quello che Dahl non voleva era sconvolgere la propria vita, familiare come anche lavorativa, ma, nonostante ciò, divorziò dalla moglie per sposarsi nel 1983 con Liccy.

Fu questo un periodo di forte vitalità, che lo vide in grado di realizzare opere destinate a ottenere, come le precedenti, un successo enorme in tutto il mondo.

In Io, la giraffa e il pellicano, pubblicato nel 1985, ritroviamo tratti salienti della sua giovanile esperienza africana: aiutati da Guglielmo, il bambino protagonista, i tre animali della squadra dei “Lavavetri Senzascala”, riescono a sventare una rapina mentre lavano le finestre della reggia del Duca Reverenza.

Per la prima volta, l’adulto della storia si rivela essere buono e pronto ad aiutare il protagonista più piccolo, e proprio questo viene preannunciato al lettore nella prima pagina del libro:

Per una volta tanto Roald Dahl, lo scrittore-gigante alto due metri di origine norvegese, non parla di orchi sanguinari, di streghe malefiche e di adulti prepotenti: gli animali li ha sempre amati e qui ne presenta un trio formidabile; i bambini saggi li ha sempre ricompensati, e qui regala a uno di loro un’intera pasticceria; lui è sempre stato ghiottissimo e la pasticceria la riempie dei dolci più fantastici. E, incredibile, in questo libro l’Adulto è buono: il Duca Riverenza rende tutti felici e contenti[44].

Seguirono, successivamente, il già citato Matilde e le due opere autobiografiche, Boy e In Solitario. Diario di volo, pubblicate rispettivamente nel 1984 e 1986.

Nel primo Dahl precisa con fermezza che non si tratta di un’autobiografia –genere da lui disprezzato – ma solo di un insieme di eventi che hanno avuto particolare importanza nella sua vita: un’«autobiografia è quel libro che si scrive per raccontare la propria vita e che generalmente è zeppo di ogni specie di particolari noiosi. […] Mai mi sarebbe venuto in mente di scriverne una»[45].

Nel secondo, invece, specifica esattamente come scrivere un libro di questo tipo, per far sì che esso non stanchi il lettore: «La vita è fatta di un grande numero di piccoli episodi e di un piccolo numero di grandi episodi. Chi scrive un’autobiografia, se non vuole annoiare, deve quindi essere rigorosamente selettivo e scartare tutti gli episodi non significativi concentrandosi su quelli rimasti vividi nella memoria»[46].

Prima che le sue condizioni di salute peggiorassero inevitabilmente, Dahl si dedicò alle ultime tre opere, di cui due pubblicate postume.

L’ultimo libro prima della morte dello scrittore, uscito nel 1990, fu Agura Trat in cui, a differenza delle storie precedenti, non troviamo bambini maltrattati da adulti crudeli: è la storia, infatti, di due simpatici vecchietti che, con l’aiuto della tartaruga Alfio, riusciranno a trovare il coraggio per dichiararsi reciproco amore.

Il romanzo inizia proprio con una nota dell’autore in difesa delle tartarughe che, fino a poco tempo prima, erano solite vivere come animali domestici nelle case. Successivamente, grazie all’emanazione di una legge che impedì a questi animali di essere importati in situazioni crudeli e invivibili, il commercio dall’Africa del Nord finì. Dopo che la legge aveva protetto questi timidi ma nobili animali, Dahl volle rendere loro omaggio attraverso questa storia: è, infatti, proprio grazie ad Alfio che il signor Hoppy e la signora Silver riescono ad avvicinarsi. Per l’illustratore Quentin Blake, la storia d’amore tra i due vicini di casa ricordava quella tra Roald e Liccy, trovatisi quando entrambi erano già avanti con gli anni.

È la prima storia dello scrittore norvegese in cui non appare un bambino, ma il ruolo fondamentale dell’animale sembra prenderne il posto, regalando al lettore una storia capace di emozionare tutti i lettori, dai più piccoli fino agli adulti.

La prima opera postuma, Il vicario, cari voi, è un libro che vuole affrontare un tema caro a Dahl come la dislessia. In una nota iniziale, infatti, l’autore evidenzia come questo problema solitamente si manifesti nella lettura e nella scrittura, e non nella formulazione di parole, come avviene al reverendo protagonista della storia. «I più penalizzati», continua Dahl, «sono i bambini, ai quali non sempre viene riconosciuto questo disturbo, e possono passare per pigri, incapaci o scarsamente intelligenti»[47].

Per evitare che essi potessero ricevere trattamenti simili, l’autore decise di donare i diritti del proprio libro all’Istituto per la cura della dislessia, oltre che raccogliere fondi per numerose altre associazioni[48]. Lo stesso illustratore Blake, in un appunto personale, espresse l’onore di aver contribuito a un progetto così altruista e ambizioso allo stesso tempo, definendo l’azione di Dahl «un segno inconfondibile della sua attenzione verso le persone e della sua appassionata fede nell’importanza della lettura»[49].

Una delle difficoltà maggiori incontrate nella traduzione dell’opera fu quella delle parole che nella trama venivano semplicemente pronunciate al contrario: in italiano la cosa risultava estremamente più complessa. Venne deciso, alla fine, di utilizzare due tipi di procedimento: quello che venne chiamato “dislessia retroattiva” su parole che potevano avere significati diversi a seconda del senso di lettura, e la “dislessia mescolante”, che prediligeva l’utilizzo di anagrammi. Tutto questo viene esplicitamente spiegato proprio in una pagina finale del volume, nella versione italiana edita da Salani.

L’ultimo libro, il già citato Minipin – che sembra, per l’appunto, ricordare gli stessi Gremlins delle prime storie –, venne pubblicato nel 1991.

La peculiarità dell’opera è stata la scelta di Patrick Benson, anziché di Quentin Blake, come illustratore, probabilmente per il suo stile meno eccentrico. Si trattava, forse, di un modo di dire addio all’artista che lo aveva accompagnato durante quasi tutta la sua attività produttiva.

Nelle ultime righe del libro, consapevole ormai dell’imminente separazione dalle persone amate, Dahl incita i lettori a osservare «con occhi sfavillanti tutto il mondo intorno a voi, perché i più grandi segreti sono sempre nascosti dove meno ve li aspettate»[50], per terminare l’opera con quello che può essere definito il fulcro della sua filosofia: «Solo chi non crede nei prodigi non li scoprirà mai»[51].

È significativo che Dahl si sia spento proprio nella “Giornata mondiale per i diritti mondiali dei bambini”, il 22 novembre 1990, dopo aver passato un’intera esistenza a combattere con loro come meglio sapeva fare: scrivendo storie in cui i protagonisti riuscivano a opporsi alle ingiustizie della vita, e infondendo forza e coraggio a tutti i piccoli lettori che avrebbero dovuto affrontare il “terribile” mondo degli adulti.

  1. A. Gigli Marchetti, Libri buoni e a buon prezzo. Le edizioni Salani (1862-1986), Milano, Franco Angeli, 2017. Si presenta qui un estratto della tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Adriano Salani editore: il caso Roald Dahl nell’editoria per ragazzi, discussa nella sessione autunnale dell’anno acc. 2018/2019 presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”: relatrice la prof.ssa Maria Panetta e correlatore il prof. Andrea Minuz.
  2. O. Murru, Storia dell’editoria per ragazzi in Italia tra fine ’800 e primo ’900, Roma, Bibliosofica, 2009.
  3. P. Boero, C. De Luca, La letteratura per l’infanzia, Roma-Bari, Laterza, 2019.
  4. Cfr. al riguardo la URL: http://www.letteraturadimenticata.it/.
  5. Cfr. la URL: http://www.letteraturadimenticata.it/Salani%20collezioni%20e%20collane.htm.
  6. A. F. Formiggini, Dizionarietto rompiscatole, Roma, A. F. Formiggini, 1928.
  7. U. Eco, La bustina di Minerva, in «L’Espresso», 13 novembre 1988.
  8. Cfr. la URL: https://www.maurispagnol.it/gems/storia/.
  9. Cfr. la URL: https://www.salani.it/.
  10. R. Dahl, Il coccodrillo enorme, trad. it. di Riccardo Cravero, Milano, Salani, 2018.
  11. Ibidem.
  12. D. Sturrock, Roald Dahl, il cantastorie, trad. it. di Barbara Sonego, Bologna, Odoya, 2012.
  13. R. Dahl, Il dito magico, trad. it. di Mariarosa Giardina Zannini, Milano, Salani, 2018, p. 12.
  14. R. Dahl, La magica medicina, trad. it. di Paola Forti, Milano, Salani, 2001, p. 9.
  15. Ibidem.
  16. Ivi, p. 122.
  17. R. Dahl, Il GGG, trad. it. di Donatella Ziliotto, Milano, Salani, 2001, p. 83.
  18. Ivi, p. 28.
  19. Cfr. la URL: http://www.fumettologica.it/2018/12/quentin-blake-profilo-roald-dahl-libri/.
  20. R. Dahl, Il GGG, op. cit., p. 58.
  21. R. Dahl, Le Streghe, trad. it. di Francesca Lazzarato e Lorena Manzi, Milano, Salani, 2000, p. 31.
  22. Ivi, p. 37.
  23. Ivi, p. 64.
  24. R. Dahl, James e la pesca gigante, trad. it. di Mariarosa Giardini Zannini, Milano, Salani, 2003, pp. 12-13.
  25. R. Dahl, Gli Sporcelli, trad. it. di Paola Forti, Milano, Salani, 2001, p. 16.
  26. R. Dahl, Boy, trad. it. di Donatella Ziliotto, Milano, Salani, 2018, p. 127.
  27. R. Dahl, Danny il campione del mondo, trad. it. di Bernardo Draghi, Milano, Salani, 2017, pp. 118-19.
  28. R. Dahl, In Solitario. Diario di volo, trad. it. di M. Giardina Zannini, Milano, Salani, 2011, pp. 110-11.
  29. D. Sturrock, Roald Dahl, il cantastorie, op. cit., p. 152.
  30. Ivi, p. 415.
  31. R. Dahl, Furbo, il Signor Volpe, trad. it. di Nina Ottogigli, Milano, Salani, 2018.
  32. R. Dahl, Danny il campione del mondo, op. cit.
  33. R. Dawkins, Il gene egoista, a cura di Daniela Conti e Tiziana Imbastaro, Bologna, Zanichelli, 1979, p. 162.
  34. L. Hutcheon, Teoria degli adattamenti. I percorsi delle storie fra letteratura, cinema, nuovi media, trad. it. di Giovanni Vito Distefano, Roma, Armando Editore, 2011.
  35. R. Dahl, La fabbrica di cioccolato, trad. it. di Riccardo Duranti, Milano, Salani, 2001, p. 195.
  36. Ibidem.
  37. Cfr. la URL: https://librinovitaeultimeuscite.altervista.org/doveva-la-fabbrica-cioccolato/.
  38. Cfr. la URL: https://www.lettera43.it/il-ggg-10-curiosita-sul-nuovo-film-di-steven-spielberg/.
  39. Cfr. la URL: https://en.wikipedia.org/wiki/James_and_the_Giant_Peach_(film).
  40. Cfr. la URL: https://agiscuola.it/schede-film/item/78-fantastic-mr-fox.html.
  41. Cfr. la URL: http://www.bizzarrocinema.it/focus/focus/fantastic-mr.-fox-di-wes-anderson-curiosita-e-dichiarazioni/.
  42. Cfr. la URL: https://antoniogenna.com/2018/05/30/letteratura-per-ragazzi-5-in-vetrina-le-streghe-di-roald-dahl-storia-della-letteratura-per-linfanzia-5a-parte-premio-andersen-2018-i-vincitori/.
  43. R. Dahl, Le Streghe, op. cit., pp. 183-84.
  44. R. Dahl, Io, la giraffa e il pellicano, trad. it. di Luigi Spagnol, Milano, Salani, 2017.
  45. R. Dahl, Boy, op. cit.
  46. R. Dahl, In Solitario. Diario di volo, op. cit., p. 7.
  47. R. Dahl, Il vicario, cari voi, trad. it. di Manuela Barranu e Dida Paggi, Milano, Salani, 2018, p. 9.
  48. D. Sturrock, Roald Dahl, il cantastorie, op. cit.
  49. R. Dahl, Il vicario, cari voi, op. cit., p. 33.
  50. R. Dahl, Minipin, trad. it. di Laura Draghi, Milano, Salani, 2017, p. 56.
  51. Ibidem.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)