Le origini del «Politecnico»

Autore di Niccolò Amelii

«Il Politecnico» esce per la prima volta a Milano il 29 settembre 1945, con il sottotitolo «settimanale di cultura contemporanea», prezzo 12 lire, diretto da Elio Vittorini ed edito dalla casa editrice Einaudi[1]. Tuttavia il periodico, almeno nella sua forma d’ideazione e di progetto potenziale, affonda le radici nel biennio precedente. Ne parlano e ne discutono i termini, gli obiettivi e gli ambiti di azione già nel ’43 diversi scrittori antifascisti, come lo stesso Vittorini e Giansiro Ferrata – legati al nascente Fronte della cultura patrocinato dal PCI –, alcuni intellettuali organici al Partito Comunista, come il fisico Eugenio Curiel, e diversi collaboratori dell’Einaudi, tra cui spicca per intraprendenza e predisposizione Giaime Pintor. L’importanza di Curiel e di Pintor per lo sviluppo germinale della discussione riguardante il settimanale e la loro grande influenza su Vittorini sono testimoniate dalle parole di Ferrata, che scrive:

Contribuirono enormemente allo sviluppo delle idee di Vittorini verso il “Politecnico” […] due altre persone che purtroppo morirono […] Giaime Pintor ed Eugenio Curiel. Giaime Pintor amicissimo di Vittorini già prima della guerra […] sarebbe stato certamente, se fosse sopravvissuto […] uno dei fondatori, e tra i più autorevoli, del “Politecnico”. E poi l’altro, Eugenio Curiel, la cui importanza sta proprio nell’essere stato il primo ad orientare Vittorini […] verso le scienze[2].

Anche Franco Fortini, uno tra i principali protagonisti della rivista, retrodata con certezza al ’43 l’originario nucleo di elaborazione di una pubblicazione culturale destinata ai giovani:

In uniforme da sottotenente di fanteria mi recai nella sede, sconquassata dalle bombe, della casa editrice Bompiani. […] In occasione di questo primo incontro, rammento benissimo che Elio mi parlò della possibilità, una volta finita la guerra (e la fine sembrava imminente) di creare una rivista, una pubblicazione culturale destinata a giovani di tutte le classi sociali ma che si rivolgesse anche e soprattutto ai giovani lavoratori. […] Era il primo germe del “Politecnico”[3].

Il discorso primordiale intorno alla rivista, inevitabilmente ancora aleatorio e generico in una situazione di perdurante clandestinità, va poi acquisendo una più specifica fisionomia, coagulandosi presto «intorno a quelli che sono i due poli di riferimento organizzativo per il ceto intellettuale: la sede di Milano del Partito comunista e la casa editrice Einaudi»[4], decisa ad aprire proprio in quel periodo una sede nel capoluogo lombardo. Durante gli anni della Resistenza Milano diviene infatti il luogo privilegiato di incontro, sviluppo e dibattito di istanze intellettuali e culturali da raccogliere, rielaborare e proiettare già verso l’orizzonte postbellico, verso l’Italia liberata. Dentro questo contesto di riorganizzazione culturale vivace e frenetico s’inseriscono le strategie e i programmi del Partito comunista, interessato a mettere in atto un processo di avvicinamento a sé e di cooptazione di quella larga schiera di intellettuali, scrittori, artisti antifascisti, protagonisti attivi nella lotta per la liberazione del Paese. Il Pci organizza dunque il Fronte della cultura, che affianca formalmente il Fronte della gioventù solo dopo il 25 aprile del 1945, per conseguire due obiettivi precisi: 1) mobilitare gli intellettuali progressisti italiani intorno alla causa della classe operaria e delle politiche del partito; 2) utilizzare gli intellettuali stessi per una vasta opera di propaganda, di «chiarificazione ideologica e di penetrazione culturale»[5]. Proprio per saldare i legami fra i due Fronti nell’autunno del ’44 l’ipotesi della creazione di un periodico si rafforza, nella prospettiva di dar vita ad un canale di trasmissione diretto tra le rinnovate prerogative di un ceto intellettuale ormai inevitabilmente politicizzato e il gran numero di giovani spaesati e confusi, di reduci di guerra, di operai autodidatti che escono fortemente segnati dalle vicende belliche. Al centro della progettazione del settimanale ci sono, insieme al già citato Curiel, Sereni, Gatto, Cantoni. Vittorini è invece temporaneamente irraggiungibile. Infatti, dopo essere stato arrestato nella notte del 25 luglio del ’43 nel corso di una riunione clandestina nella quale, insieme ad Ingrao e Ferrata, stava preparando un’edizione speciale dell’«Unità», a seguito dell’armistizio è costretto ad abbandonare Milano e a darsi alla macchia. Durante il periodo di clandestinità si dedica alla preparazione e alla diffusione di fogli partigiani e di propaganda antifascista, arrivando persino a fondarne uno in autonomia, intitolato «Il Partigiano», di cui esce un solo numero nel settembre del ’43, redatto sia in italiano che in tedesco, che nelle intenzioni dello scrittore siciliano dovrebbe trattare approfonditamente le ragioni, i problemi e gli sviluppi della lotta partigiana. È solo dopo la morte di Curiel, avvenuta a Milano nel febbraio del ’45 per mano di squadristi repubblichini, che Vittorini assume l’incarico di realizzare e dirigere il settimanale in progettazione. Lo stesso scrittore siciliano, uscito definitivamente dalla clandestinità, lavora dalla primavera al settembre del ’45 prima come caporedattore all’edizione milanese dell’«Unità», poi come organizzatore redazionale presso «Milano Sera»[6]. Come già specificato in precedenza, anche in seno alla casa editrice Einaudi si lavora alla pubblicazione di un periodico capace di rilanciare gli input e i valori nati dallo spirito della Resistenza e della lotta antifascista e ad un allargamento della propria base progettuale, che prevede la nascita di una nuova sede, dopo quelle di Torino e Roma, a Milano. In realtà la casa editrice di Giulio Einaudi tenta di inserirsi nel mercato della stampa già nel ’41, quando viene discussa tra i collaboratori l’ipotesi di realizzare un giornale «settecentesco e illuministico»[7]. Il proposito non ha alcun seguito, ma l’idea di appropriarsi di un quotidiano per farne un veicolo di battaglie politico-culturali rimane viva, tanto che dal luglio del ’43 Einaudi e Pintor si attivano personalmente per tentare di acquisire la proprietà di diversi giornali, come il «Lavoro Italiano», la «Gazzetta del Popolo» o addirittura dell’ex «Popolo d’Italia», fondato da Mussolini nel 1914[8]. Le intenzioni rimangono frustrate perché Einaudi viene considerato da alcuni esponenti del neonato governo Badoglio e dell’IRI un soggetto troppo “a sinistra” e troppo ingombrante perché gli sia affidata una testata in un momento così teso e incerto. A prescindere dagli insuccessi, ciò dimostra la ferma decisione da parte della casa editrice torinese di voler incidere sul presente e sui suoi rapidi sviluppi con strumenti che non siano più solamente libri e collane, ma anche riviste, periodici o quotidiani, mezzi d’informazione ritenuti più adatti a veicolare messaggi di rinnovamento in breve tempo e con maggior efficacia e diffusione. Accanto al programma editoriale, che va dunque mutando radicalmente, matura anche la decisione di aprire una sede a Milano, nuovo fulcro della vita intellettuale del Paese. Nelle intenzioni di Einaudi la creazione di un polo einaudiano nel capoluogo lombardo ha il compito di congiungere saldamente la tradizione risorgimentale e l’eredità liberale gobettiana propria della casa editrice con il fervore umano e intellettuale di Milano, città simbolo della Resistenza. Ecco che, in questa prospettiva di avvicinamento politico e culturale alla realtà milanese, Einaudi e i suoi trovano piena convergenza con gli esponenti del Fronte della cultura e con il loro progetto editoriale. Lo stesso Einaudi scrive a metà maggio a Renata Aldrovandi, sua futura moglie: «A Milano quello che si dovrebbe fare per consolidare questo fronte della cultura è un periodico, direi un settimanale politico-culturale, di otto pagine non tanto grandi, a buon prezzo, che non impegni eccessivamente da un punto di vista finanziario. Dovresti discuterne con Vittorini, Kamenezki e Ferrata tenendone informati gli amici di Torino e di Roma»[9]. La confluenza e il sostegno reciproco tra l’Einaudi e il Fronte della cultura si concretizzano nella realizzazione di «Politecnico», nella programmazione di un «Bollettino» da affiancare alla rivista (che non vedrà mai la luce) e di una collezione di narratori moderni curata da Vittorini (la futura «Politecnico Biblioteca»). Tuttavia, non tutti all’interno della casa editrice mostrano entusiasmo all’idea di questo “slittamento” milanese, soprattutto Pavese, Balbo e Mila, preoccupati dal rischio che il contatto con un’altra realtà ingombrante possa mettere a repentaglio la centralità delle radici torinesi e l’identità stessa del gruppo. Le numerose lettere a nostra disposizione e soprattutto la velata indifferenza con cui alcuni – specialmente Pavese – salutano la nascita del settimanale confermano una netta spaccatura all’interno della redazione einaudiana. Ciò che viene fuori dai numerosi dibattiti, dalle discussioni e dagli scambi epistolari è «la difficoltà e la resistenza del gruppo torinese a dialettizzare il proprio patrimonio culturale con il filone di cultura progressiva che l’area milanese aveva espresso e che Vittorini, in qualche modo, concentrava su di sé e proponeva con una capacità di presenza provocatoria»[10]. Nonostante i dissensi e i malumori più o meno velati, Giulio Einaudi è consapevole del fatto che la nuova sede milanese non può diventare una succursale di Torino, perché è proprio a Milano che accadono e si manifestano i fatti culturali più “nuovi”, e che la pubblicazione di una rivista di cultura contemporanea segna un passaggio decisivo nel panorama postbellico, troppo importante per non assecondarlo. La pianificazione del settimanale prosegue allora senza ulteriori indugi. Nella prima settimana di luglio vengono discussi il nome del progetto, le questioni legate ai permessi del Pwb, i costi tipografici. Dal resoconto della seduta «Politecnico» tenutasi il 5 dello stesso mese, a cui partecipano Vittorini, Pavese, Zveteremich, Geymonat, Kamenetzki, si evince subito quale sarà l’impostazione di fondo del progetto editoriale:

Si chiarisce che il punto non è questo o quell’articolo, questo o quel problema, ma il modo di prospettare i problemi. Tutto: letteratura, politica, scienza, arte, ecc. è concepito come tecnica all’uso dell’uomo, donde il titolo della rivista. […] Gli argomenti da trattarsi saranno piuttosto i riflessi sociali della scienza, la scienza in mezzo agli uomini, i problemi di organizzazione che ne nascono. […] nemmeno le cose letterarie andranno trattate a sé come tecnica specializzata: niente critica estetica, bensì analisi del valore sociale e umano degli scrittori[11].

Stabilite le coordinate fondanti, Vittorini tenta di allargare rapidamente il quadro operativo, il panorama di riferimento e la platea dei possibili collaboratori, seguendo due precise direttive: 1) stringere una stretta collaborazione, all’interno del circuito Einaudi, con i gruppi e le sedi di Torino e Roma, considerate come possibili redazioni distaccate da quella centrale di stanza a Milano; 2) invitare a partecipare attivamente al progetto non solo altri intellettuali ma anche figure esterne all’“universo” culturale, capaci di fornire una “corrispondenza” diretta del farsi della vita quotidiana durante i durissimi mesi della ricostruzione e di procurare materiali e testimonianze relativi a paesi italiani periferici e a contesti situazionali ritenuti marginali. Il primo einaudiano a sfilarsi è proprio Pavese, che in data 27 giugno scrive a Vittorini:

Sul mio conto qualcuno ti ha ingannato. Io non mi sento affatto di fare il redattore responsabile a Torino. Ne ho già anche troppo della parte di redattore editoriale Einaudi. D’altra parte, non si riesce a trovare qui la persona in grado di occuparsene. […] Mentre mi stillo il cervello, voi tenete presente che Torino non sarà mai, a mio giudizio, una grande colonna dell’impresa[12].

Lo stesso Pavese scrive a Renata Aldrovandi qualche mese dopo: «[…] vedo che non posso aiutarvi. Io sono negato al lavoro affrettato, non so fare niente di giornalistico»[13]. Mentre lo scrittore torinese si limiterà dunque a piccoli lavori di traduzione, Felice Balbo e Massimo Mila invece si impegneranno da subito in alcune collaborazioni, che saranno però spesso motivo di polemica e discussione. Se da un lato a Torino il centro redazionale-collaborativo stenta a decollare, a Roma la situazione è diversa. Nella capitale infatti sono presenti due strutture informativo-giornalistiche analoghe a quella del «Politecnico», la redazione di «Risorgimento» e di «Cultura Sovietica», altre due pubblicazioni edite da Einaudi, capaci di procurare e trasmettere con lestezza notizie e materiali. Il polo operativo viene organizzato quindi presso la redazione di «Risorgimento». A Roma, inoltre, ha sede l’ambasciata sovietica e Vittorini, attraverso l’aiuto e la collaborazione di Pietro Zveteremich e le richieste fatte a Giulio Einaudi[14], si preoccupa di procurarsi costantemente libri e documenti provenienti dall’URSS utili per la rivista. Oltre al contesto einaudiano, come dimostra la sua corrispondenza, Vittorini prende, però, contatti con un gran numero di intellettuali “indipendenti”, tra cui Corsini, Aglianò e Fortini, vera colonna portante del futuro «Politecnico».

Nato assecondando moti convergenti di protagonisti differenti, «Il Politecnico» intende «realizzare un’opera di divulgazione culturale più popolare e immediata. Al tempo stesso, chiedendo il contributo degli intellettuali migliori, esso si propone di portare la cultura ad interessarsi di tutti i concreti problemi sociali in modo da giovare all’opera di rigenerazione della società italiana»[15]. Il settimanale, destinato a trasformarsi in mensile dal n. 26 dell’aprile 1946, rappresenta sin da subito l’esperimento editoriale e culturale «più rilevante del fervido clima ideale e civile scaturito dalla Resistenza, della diffusa e contraddittoria istanza di ricostruzione e di opposizione nella società italiana, della confusa vitalità intellettuale dell’immediato dopoguerra»[16]. Dopo più di vent’anni di dittatura e cinque di sanguinosa guerra civile e partigiana, il periodico diretto da Vittorini assume su di sé l’urgente e pressante richiesta condivisa di palingenesi morale e di libertà, di apertura e sprovincializzazione, di modernità e partecipazione democratica. Il ruolo principale che Vittorini assegna esplicitamente al nuovo settimanale è proprio quello di rispondere alla diffusa fame di cultura e all’impellente bisogno di sapere e conoscenza che dilaga in un’Italia rimasta troppi anni soggiogata dall’immobilismo e dall’oscurantismo. Gli obiettivi principali che si pone, infatti, «Il Politecnico» sono chiari sin dai primi numeri: «elevare il livello culturale delle classi lavoratici; formare una coscienza democratica e antifascista soprattutto tra i giovani; e promuovere perciò il contributo delle masse alla realizzazione di una cultura capace di rinnovare la società italiana»[17]. A fare da sfondo a questo programma di emancipazione avanguardistica non può che esserci Milano, città ideale dove sviluppare un percorso di ricerca intellettuale totalmente nuovo, plurale e multiforme, interdisciplinare e pronto ad accogliere e ad interiorizzare istanze ed input provenienti non solo dall’Europa, ma da tutto il mondo. In un contesto urbano vivace e dinamico, segnato certamente dalla fame e dalla disperazione, ma anche e soprattutto da una forte spinta solidale, umana e collettivistica a partecipare tutti uniti alla ricostruzione della città, Vittorini realizza una rivista – molto “personalizzata” e accentrata su di sé: sarà uno dei suoi limiti – che proprio al suo interno è strutturata, tematicamente e tecnicamente, come fosse una città, con le sue strade, i suoi vicoli, le sue periferie, le sue piazze, i suoi rimandi e i suoi collegamenti, fondata su due momenti convergenti, difficili però da far combaciare: uno avanguardistico, di riflessione e studio, laboratoriale e sperimentale, a livello sia politico sia letterario, e l’altro di avvicinamento al “popolo”, di condivisione, di coinvolgimento dei lettori, di divulgazione e propaganda. Vittorini è ben consapevole dell’esigenza sentita da molti di orientarsi attivamente verso lo spazio pubblico, di prendere la parola e di farsi ascoltare dopo anni di silenzio, paure e diritti negati. Nei primi anni del dopoguerra è assai diffuso il desiderio di riappropriarsi di ogni libertà repressa: libertà di critica e di opinione, libertà di protesta e di associazione, libertà di accedere al sapere in tutte le sue forme. «Il Politecnico» riesce ad incarnare appieno questo estremo slancio orientato alla scoperta e al futuro perché è fatto da intellettuali che condividono pienamente ed entusiasticamente le istanze dell’humus sociale di riferimento, ne predicono le richieste e tentano di fornire gli interrogativi adatti e le risposte giuste. Scriveva Fortini a tal proposito:

“Il Politecnico”, almeno in un primo momento, si proponeva di rivolgere agli intellettuali dell’antifascismo, alla frazione radicale della borghesia e a quei lavoratori che la Resistenza aveva presentati alla responsabilità politica, un discorso complesso dove l’informazione (e la divulgazione) di tutti i risultati di quella cultura contemporanea dalla quale il fascismo aveva tenuto lontani quasi tutti gli italiani, fosse, per metodo, linguaggio e correlazione di soluzioni e problemi, una proposta o fondazione di “cultura nuova”[18].

Il settimanale e il suo direttore tentano di veicolare un messaggio di partecipazione e interesse collettivo, di sinergia tra prassi e pensiero; finiti i tempi delle dispute astratte e da salotto, ogni problema è adesso vivo, tutto terreno, accessibile ad ogni uomo, persino le questioni culturali, soprattutto le questioni culturali, che ora vanno incontro alle masse e ne assecondano finalmente l’emancipazione, l’uscita dalla minorità intellettiva. Ecco che allora il richiamo esplicito a Cattaneo e al suo «Politecnico», considerato illustre progenitore, non risulta in alcun modo casuale, forzato o fuori luogo, perché anche il periodico di Vittorini «guarda sia allo spirito che al corpo, sia all’economia politica che all’estetica»[19]. Così come «Il Politecnico» di Cattaneo si era fatto portavoce di una «filosofia popolare, cioè di un sapere insieme pubblico e benefico, che si erge contro la filosofia delle scuole»[20], il settimanale di Vittorini tenta di rovesciare il vecchio procedere della cultura, cercando di inaugurare una ricerca intellettuale ed artistica tout court che si batta finalmente per la felicità dell’uomo e per il suo miglioramento esistenziale e non per finalità di autorigenerazione e sviluppo disinteressato ed elitario. La cultura infatti ha influito finora soltanto nel campo suo proprio e non ha avuto «quasi nessuna influenza trasformatrice sugli uomini»[21]. Lo scrittore siciliano insiste, dunque, sulla necessità irrevocabile che la cultura prenda finalmente il «potere»[22], che incida sulla vita quotidiana di ogni uomo, che esca dai suoi ristretti circoli e diventi frutto comune ed accessibile a tutti. Valutando le aporie di un istituto quanto mai vasto e impossibile da definire specificamente e dettagliatamente perché antico come il genere umano stesso, Vittorini arriva alla conclusione che la cultura ha, sì, «predicato, ha insegnato, ha elaborato principî e valori, ha scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società»[23]. Sono parole che ben dimostrano quanto fosse sentito e quanto fosse viscerale il bisogno di assecondare dal basso una liberatoria richiesta di progresso, di sviluppo e di miglioramento che fosse al contempo culturale, sociale, etico, civile. Anche la scelta del nome della testata indica e rimanda, insomma, a un preciso indirizzo editoriale che è insieme linea d’azione e di condotta, basata sulla volontà forte di ricollocare l’uomo al centro di ogni rapporto con tutti gli aspetti dell’esistenza, dall’attività pratica e manuale a quella riflessiva e speculativa, all’interno di una prospettiva multifocale tesa alla reale emancipazione dallo sfruttamento e dall’asservimento pratico e ideologico. Se nell’Ottocento Cattaneo aveva intrapreso un’attività di insegnamento e studio e divulgazione che «non disgiunge mai il sapere dalla sua possibile applicazione, anzi [Cattaneo] considera la scienza unicamente in funzione della sua utilità individuale e sociale»[24], Vittorini ne recupera le fila per affermare che:

Come nella rivista di Cattaneo anche nel nostro settimanale questa parola che usiamo per nome, Politecnico, vuol solo indicare l’interesse che abbiamo per tutte le tecniche sottintendendo che sia tecnica ogni attività culturale (della poesia stessa o delle arti oltre che della politica delle scienze e degli studi sociali) quando si presenta come ricerca della verità e non come predicazione di una verità[25].

Soprattutto durante i primi mesi della nuova avventura, pervasi da un energico spirito comunitario e sospinti da un comunismo che, più che ideologico o filosofico o cattedratico, è stato «attinto nell’entusiasmo della lotta contro il fascismo, per immediata adesione di una passione quasi religiosa per gli oppressi, per il popolo, di un desiderio violento di comunicare con gli uomini»[26], Vittorini e la redazione, composta da Fortini, Vito Pandolfi, Stefano Terra, Franco Calamandrei e Albe Steiner, frequentano i circoli operai, le fabbriche, le sezioni del Partito comunista, i raduni sindacali. Il settimanale, pensato anche come giornale murale, viene a volte incollato sui muri periferici del capoluogo lombardo o di altre importanti città, trova spazio sulle pareti di case fatiscenti. Fortini ha raccontato a tal proposito:

Ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia. […] Si aveva l’impressione che, dovunque il settimanale giungesse, molti animi che erano stati scossi dalla recente esperienza rispondessero alle nostre incerte astruse parole. Era per noi la conferma della scoperta che avevamo fatta durante la guerra; quella delle incredibili possibilità della nostra provincia, delle energie latenti delle classi mute[27].

Il «Politecnico» riesce in tal modo ad essere attuale, presente e attivo nel proprio tempo, ma con le antenne pronte a captare i segnali provenienti dal domani, a intercettare gli indizi dei mutamenti in atto. La rivista ha il merito di vivere la sua attività come «tentativo di razionalizzazione culturale di una crisi della società italiana che, in base alla lotta di Resistenza e ai primi governi con la partecipazione dei partiti della classe operaia, potrebbe avere una soluzione generale “a sinistra”»[28]. In questo contesto di pensiero e intenzione, è ovviamente decisivo il legame che si viene ad instaurare in maniera del tutto originale tra politica e cultura, all’interno di una convergenza di visione tra Pci e settimanale che, almeno in un primo momento, sembra mantenersi stabile. Anzi, è proprio grazie all’iniziale separazione dei campi di azione e di influenza, proprio «in forza di questa unità e distinzione della cultura rispetto alla politica del Partito comunista italiano»[29], che sin dai primi numeri il periodico edito da Einaudi può permettersi di affrontare direttamente alcune tra le problematiche più gravi e pressanti del panorama italiano postbellico, come la disoccupazione elevatissima, l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, la distruzione e l’inagibilità di gran parte delle infrastrutture del Paese. Sono questioni urgenti che anche la cultura e i suoi rappresentanti hanno ora il diritto e il dovere di affrontare esplicitamente, e a cui gli intellettuali devono fornire risposte che coinvolgano le masse dei lavoratori verso una direzione culturale indipendente rispetto alla direzione politica, sebbene nella condivisione di principi fondamentali. Vittorini pone a se stesso, ai suoi collaboratori e a tutto il ceto intellettuale italiano un interrogativo non più rimandabile, che problematizza e mette in discussione la figura stessa dell’intellettuale, la sua natura ontologica e deontologica, il suo retaggio culturale, e che sancisce l’inaugurazione di una nuova fase di intervento netto e deciso della cultura nella costruzione di una società nuova, nella trasformazione dei suoi processi produttivi, delle sue strutture economiche e politiche, delle sue condizioni sociali. Ed è qui, in questo frangente, che viene a inserirsi il primo germe di quello scarto, di quello slittamento che caratterizzerà decisivamente, poi, tutta la vicenda del «Politecnico» fino alla sua fine. Perché Vittorini, allargando la sua proposta d’azione all’intero milieu culturale italiano, si rifiuta di restringere il discorso prettamente alle categorie marxiste d’analisi critica e teorica della società, anzi individua la necessità di una «vera e propria rifondazione, tout court, della cultura italiana, messa di fronte al “grado zero” della sua elaborazione e della sua autonomia»[30] e che prima o poi dovrà slegarsi da condizionamenti troppo ferrei e limitanti. Viene fuori, dunque, tutta l’eredità letterario-umanistica dello scrittore siciliano, maturata sin dai tempi di Firenze e di «Solaria», e il suo idealismo connotato da forti valori etico-politici, destinato a scontrarsi con un’imposizione dottrinale e ideologica ritenuta a un certo punto non più tollerabile. Rispetto ad altre riviste più marcatamente marxiste e organiche al Partito comunista italiano come «Rinascita» o «Società», «Il Politecnico» rimane un unicum proprio in virtù di questo «straniamento metodologico-culturale»[31] di fondo, dovuto principalmente all’intelligenza mai soddisfatta e all’irrequietezza di pensiero del suo direttore, in virtù delle quali riesce a preannunciare e a delineare per primo alcuni tra i motivi centrali dell’Italia di allora e di quella che verrà, ossia «l’opposizione tra ideologia e cultura, tra cultura e politica, e infine tra cultura e potere»[32].

Stabilendo un legame irriducibile con i lettori e garantendo uno spazio privilegiato di scambio proficuo e costante con i lavoratori, i giovani, gli insegnanti, «Il Politecnico» tenta di scavalcare qualsiasi tipo di intermediazione partitica, di cui però non può del tutto fare a meno, andandosi a collocare in una sorta di limbo esistenziale. Il presupposto principale resta, però, sempre molto chiaro: la cultura non è e non sarà mai un mero sottoprodotto della politica, affermazione che nega immediatamente gran parte delle politiche culturali sovietiche e marxiste del tempo, soprattutto in un periodo dominato dallo zdanovismo e dai dettami dell’arte sociale e dell’arte al servizio del popolo. La cultura sarà al fianco del popolo e contribuirà alla sua definitiva emancipazione, ma mantenendo la propria specificità e la propria essenza costitutiva: questo è ciò che andrà via via affermando Vittorini durante il suo percorso alla guida del «Politecnico». La battaglia culturale d’apertura e condivisione intrapresa dal settimanale è da subito evidente e si estrinseca principalmente nella capacità di non disgiungere mai l’elaborazione teorico-critica, la valutazione storico-analitica dalle trasformazioni sociali, storiche, politiche ed economiche in atto, in un continuo scambio di interferenze e rimandi, che non lasci a margine l’orizzonte di riferimento e i referenti previsti. Una comunicazione incessante che non viene, però, né considerata gerarchica né tantomeno rivestita di alcun carattere paternalistico o moraleggiante. Non è più tempo di elevare gli intellettuali sui loro scranni, ritenendoli portatori di verità assolute; essi devono ora parlare a tu per tu con i loro interlocutori, nel tentativo di instaurare una ricerca comune e sempre in divenire.

Sull’editoriale del numero 4 della rivista si legge: «“Il Politecnico” non è l’organo di diffusione di una cultura già formata ma uno strumento di lavoro per una cultura in trasformazione […] Compito speciale che “Il Politecnico” si è scelto per contribuire alla formazione in Italia di questa cultura è di fare da legame tra le masse lavoratrici e i lavoratori stessi della cultura»[33]. In conclusione, valutati i moti, le scelte, i propositi, le influenze, gli indirizzi di pensiero e di azione, possiamo affermare, con le parole di Barberi, che «parlare del “Politecnico” significa raccogliere le testimonianze di contraddizioni non risolte», a metà tra le pressanti esigenze di libertà pura, di rinnovamento culturale tout court, di partecipazione e coinvolgimento popolare attivo e le gravi problematiche che affaticano e rallentano la ricostruzione e la costruzione di uno stato nuovo, di rapporti sociali vivificati e differenti, di modelli di vita proiettati verso la solidarietà e l’altruismo. Spinte contrastanti che verranno, poi, a poco a poco sopite nel processo di “normalizzazione” e di avviamento verso un modello economico capitalistico totalizzante e verso una società dei consumi che si affermerà in maniera omogenea e trasversale in tutti i ceti sociali. Tuttavia, nella prima fase del dopoguerra, quando ancora l’ondata della stabilizzazione appare lontana, tra l’incertezza e l’euforia, tra lo svecchiamento e le speranze future, «Il Politecnico» diviene un simbolo, un «foglio settimanale, squillante, vivo, pieno di cose e di problemi, di rischi, di tentativi, di errori, che parlava o balbettava finalmente il linguaggio della nostra liberazione anche culturale»[34].

  1. Si propone un estratto della tesi di Laurea magistrale in “Editoria e scrittura” discussa presso la Sapienza Università di Roma nella sessione invernale dell’anno accademico 2018/2019: relatore il Prof. Francesco Saverio Vetere e correlatore il Prof. Francesco Berno.
  2. AA. VV., Omaggio a Elio Vittorini, 1. Vittorini autore (dibattito con C. Bo, R. Crovi, G. Ferrata, F. Fortini), in «Terzo programma», n. 3, 1966, p. 147.
  3. Ibidem.
  4. M. Zancan, Il progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, Venezia, Marsilio, 1984, p. 16.
  5. Ivi, p. 23.
  6. Per una cronologia più dettagliata della biografia di Vittorini durante gli anni della guerra si veda, fra gli altri, F. De Nicola, Introduzione a Vittorini, Bari, Laterza, 1993.
  7. G. Pintor, Doppio diario. 1936-1943, Torino, Einaudi, 1978, p. 143.
  8. Per ulteriori dettagli sui tentativi compiuti da Einaudi si veda G. Pintor, Doppio diario. 1936-1943, op. cit., nello specifico le lettere inviate da Pintor a Giulio Einaudi a partire dal 30 luglio 1943, pp. 188 e sgg.
  9. Lettera di G. Einaudi a R. Aldrovandi, 16 maggio 1945, Dossier Roma-Torino 1945, citata in M. Zancan, Il progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, op. cit., p. 35.
  10. M. Zancan, Il progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, op. cit., p. 50.
  11. Seduta Politecnico, Torino, 5 luglio 1945, Dossier Einaudi 1948-1949, citato in M. Zancan, Il progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, op. cit., p. 54.
  12. E. Vittorini, Gli anni del «Politecnico». Lettere 1945-1951, Torino, Einaudi, 1977, p. 6.
  13. Lettera di C. Pavese a R. Aldrovandi, Roma, 19 novembre 1945, Dossier Milano-Roma 1945, citata da M. Zancan, Il progetto «Politecnico». Cronaca e struttura di una rivista, op. cit., p. 60.
  14. Si veda la lettera inviata da Vittorini a Giulio Einaudi il 6 luglio 1945, in E. Vittorini, Gli anni del «Politecnico». Lettere 1945-1951, op. cit., p. 11.
  15. Lettera circolare inviata a possibili futuri collaboratori e lettori del «Politecnico», 24 settembre 1945. In E. Vittorini, Gli anni del «Politecnico». Lettere 1945-1951, op. cit., p. 22.
  16. G. C. Ferretti, L’editore Vittorini, Torino, Einaudi, 1992, p. 69.
  17. Ivi, p. 74.
  18. F. Fortini, Dieci inverni. 1947-1957 [I ed. 1957], Macerata, Quodlibet, 2018, p. 57.
  19. A. Panicali, Elio Vittorini. La narrativa, la saggistica, le traduzioni, le riviste, l’attività editoriale, Milano, Mursia, 1994, p. 207.
  20. N. Bobbio, Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, Torino, Einaudi, 1972, p. 99.
  21. E. Vittorini, Polemica e no. Per una nuova cultura, in «Il Politecnico», n. 7, 10 novembre 1945.
  22. Ibidem.
  23. E. Vittorini, Una cultura nuova, in «Il Politecnico», n. 1, 29 settembre 1945, n.1.
  24. N. Bobbio, Una filosofia militante. Studi su Carlo Cattaneo, op. cit., p. 8.
  25. E. Vittorini, in «Il Politecnico», n. 2, 6 ottobre 1945.
  26. G. Barbèri Squarotti, Poesia e narrativa del secondo Novecento, Milano, Mursia, 1978, p. 435.
  27. F. Fortini, Dieci inverni. 1947-1957, op. cit., pp. 61-62.
  28. M. Valente, Ideologia e potere. Da «Il Politecnico» a «Contropiano» 1945/1972, Torino, ERI, 1978, p. 40.
  29. Ivi, p. 42.
  30. Ivi, p. 51.
  31. Ivi, p. 54.
  32. Ibidem.
  33. «Il Politecnico», n. 4, 20 ottobre 1945.
  34. Parole di Fabrizio Onofri. Si confronti G. Gronda, Per conoscere Vittorini, Milano, Mondadori, 1979, p. 237.

(fasc. 33, 25 giugno 2020)